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Gli otto simboli

Buddha SakyamuniBudddha Sakyamuni

GLI OTTO SIMBOLI DI BUON AUSPICIO DEL BUDDHISMO TIBETANO – Tashi Takgye

Siddharta Gautama, principe nepalese figlio del re degli Sakya, vissuto nel VI secolo a.C., fu chiamato il Buddha ossia il Risvegliato, l’Illuminato dopo aver raggiunto l’Illuminazione Suprema, aver conquistato per sempre la pace suprema del Nirvana ed essersi con ciò liberato dal ciclo delle rinascite.

Siddharta Gautama non fu un Dio sceso fra gli uomini per riscattarli e redimerli, fu un uomo che con le sue proprie forze, compì un’ascesi che lo condusse fino al divino. Da questo punto di vista il Buddhismo è più una filosofia che una religione non affermando l’esistenza di un Dio trascendente che ha creato una volta per tutte questo universo e noi stessi, ma postulando che l’universo in cui viviamo è eterno anche se attraversa periodi ciclici nei quali non appare sempre nella stessa forma e che ricordano la teoria dell’universo pulsante della più recente scienza cosmologica. Continua »

 

Il doppio scettro o visvavajra

Gli Otto Simboli del Buddhismo Tibetano.

Gli Otto Simboli del Buddhismo Tibetano.

IL DOPPIO SCETTRO o VISVAVAJRA

Vajra in sanscrito significa sia folgore che diamante. Con ciò si vuole indicare l’essenza purissima, luminosa, indistruttibile, prima e ultima di tutte le cose. Il vajra deriva storicamente dallo scettro-saetta di Indra, la più alta divinità dei Veda, dio del tuono e del firmamento.

Nel Buddhismo Tantrico o Vajrayana (Veicolo o Sentiero del Diamante) il Vajra, in tibetano rDo-rje (Signore delle Pietre) simboleggia l’indistruttibilità, l’eternità e la purezza adamantina e immacolata della Dottrina, la forza del Metodo della Dottrina, la luminosa essenza della vera realtà di tutto ciò che esiste. Il rDo-rje è il simbolo maschile della Via verso l’Illuminazione, indissolubilmente legato al simbolo femminile che è la campana rituale (in sanscrito ghanta, in tibetano drilbu) che sta a significare la Conoscenza, la Pura Gnosi, la Saggezza Trascendente, la Perfezione della Saggezza (in sanscrito Prajna Paramita), l’Energia-sostanza della manifestazione, la Verità Assoluta.

Nel mondo che noi vediamo e tocchiamo ma anche nel mondo più sottile

IL DOPPIO SCETTRO o VISVAVAJRA

IL DOPPIO SCETTRO o VISVAVAJRA

delle energie e delle forze che muovono la materia non vi è, secondo il Buddhismo, nulla di stabile, di perenne, di eternamente duraturo.

Tutto scorre, si trasforma, muta da uno stato ad un altro incessantemente, da qui il termine samsara che vuol dire il mutamento dello stato fenomenico di contro al nirvana. Questo lento o velocissimo cambiare costantemente delle cose non vale solo per la materia e per le energie che la plasmano ma vale anche per i fenomeni psichici (pensieri, sentimenti, atti di volontà) al centro dei quali sta come un re, giusto o tiranno, il nostro Io, la nostra stessa coscienza di essere, la quale pure non è affatto stabile e sempre identica a se stessa. E’ invece una realtà dinamica in perenne trasformazione, vuoi nell’arco di una stessa vita, vuoi nell’arco di molteplici vite o rinascite nelle quali ciascuno di noi eredita un patrimonio mentale del quale fa però l’uso che vuole. Continua »

 

La ruota della dottrina o Dharmacakra

ruota

Simbolizza l’ottuplice sentiero buddista: corretta visione, corretto pensiero, corretta parola, corretto intento di azione e mezzi di sostenimento, corretta consapevolezza, corretta concentrazione, rappresenta anche la perpetua diffusione del Dharma. Raggiunto che ebbe Siddharta Gautama lo stato perfetto di Buddha, rappresentato come abbiamo visto dal visvavajra, egli decise che non era giusto tenere per sé il frutto della pratica e il metodo che aveva seguito per acquisire questo stato. Iniziò quindi a insegnare la sua dottrina cioè, come viene detto, fece girare la Ruota del Dharma, o Ruota della Dottrina o della Legge. Lo fece per la prima volta a Sarnath, non lontano da Benares, l’odierna Varanasi, dove nel Parco delle Gazzelle (che per questo motivo vengono spesso rappresentate sotto la Ruota) enunciò le Quattro Nobili Verità (in sanscrito arya-satya): la Verità della sofferenza, la Verità dell’origine della sofferenza, la Verità della cessazione della sofferenza, la Verità che conduce alla cessazione della sofferenza e l’Ottuplice Sentiero (in sanscrito astangika-marga) come mezzo per porre fine alla sofferenza e conseguire l’Illuminazione costituito da: retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto comportamento, retto sforzo, retta presenza mentale, retta concentrazione. Poiché non si trovano in una condizione stabile e definita, tutti gli esseri senzienti, esseri umani, animali o esseri disincarnati che siano, sono incessantemente esposti alla sofferenza, dalla nascita alla morte. La causa di tutte queste sofferenze è data dall’attaccamento Continua »

 

Il Parasole

parasole

E’ il simbolo reale che rappresenta la protezione dalle influenze negative, l’offerta dei Buddha compassionevoli a tutti gli esseri senzienti. Il Parasole (in sanscrito chattra, in tibetano gdugs) è simbolo della dignità regale e quindi in senso traslato di chi detiene il potere spirituale. Derivato dall’arte indiana, il parasole ha diverse varianti nell’iconografia tibetana, può essere molto elaborato, giallo, bianco o multicolore, di seta, grande abbastanza da riparare almeno quattro o cinque persone; può essere pure composto da più parasoli uno sovrapposto all’altro, a più piani, arricchito di stringhe e drappi di seta multicolore con frange, il tutto sorretto da una struttura di legno. Il parasole simboleggia l’intera attività del Dharma nel proteggere tutti gli esseri senzienti dalla malattia, da ogni ostacolo e forza avversa, dall’ignoranza, dalla sofferenza di questa vita, dalla rinascita nei regni inferiori affinché si giunga alla completa estinzione della sofferenza.

 

I due pesci

pesci

Rappresentano la liberazione spirituale dal samsara. Come i pesci non sono un ostacolati dalle acque turbolenti quando nuotano negli oceani, così i praticanti seguono il sentiero senza essere impediti dalle vicissitudini della vita. Questo simbolo consiste di due pesci d’oro (in sanscrito suvarnamatsya, in tibetano gser-nya) che solitamente sono raffigurati verticalmente e paralleli, o leggermente incrociati con le teste in basso rivolte una verso l’altra. Originariamente in India i pesci rappresentarono i fiumi sacri Gange e Yamuna. Simbolo del Signore del mondo, i pesci d’oro si ritrovano non solo nella tradizione Buddhista ma anche nella religione Jain; in Tibet essi si trovano solo raffigurati assieme agli altri Simboli di Buon Auspicio. I Pesci d’Oro simboleggiano l’auspicio di tutti gli esseri senzienti in uno stato di assenza di paura, salvati dal pericolo di cadere nell’oceano della sofferenza e liberi nell’avere acquisito la consapevolezza della natura ultima, così come i pesci nuotano nell’acqua per loro natura liberi.

 

Il vaso del tesoro

vaso

Produce una inarrestabile pioggia di lunga vita e salute e prosperità per tutti gli esseri viventi che seguono puramente il Dharma. Nell’iconografia tibetana il vaso del tesoro (in sanscrito kalasa, in tibetano gter-chen-po’i bum-pa) si riconosce per avere in cima un gioiello. L’uso del vaso risale ai primi giorni del Buddhismo ed è legato agli auspici di esaudimento di desideri materiali. In realtà “il tesoro” si riferisce al “nettare dell’immortalità” che è custodito nel vaso: eternità della Dottrina, il nettare della Conoscenza, dell’acquisizione di poteri spirituali. Nel Tantrismo Tibetano si usano differenti tipi di vaso a seconda delle diverse pratiche rituali.

 

Il loto

loto

Rappresenta la purezza spirituale e simbolizza le azioni immacolate di corpo, parole e mente che portano alla felicità e all’illuminazione. Il loto (in sanscrito padma, in tibetano padma) non cresce in Tibet. Questo dato è oltremodo interessante perché significa che nella cultura e nella religione tibetane il loto è un’acquisizione puramente simbolica che ha unito i popoli al di là e al di qua dell’Himalaya nel rappresentare la più alta visione di Purezza e di Bellezza: lo stelo del loto si erge infatti dalla melma degli stagni e dei laghi per fare sbocciare il fiore, incontaminato e incontaminabile, immacolato e perfetto, sopra la superficie dell’acqua. Il loto è l’unica pianta acquatica che grazie alla forza del suo stelo fa sbocciare il fiore con un numero di petali sempre regolare da otto a dodici, tutti uguali fra loro. Nella loro simmetria i petali hanno sempre rappresentato il simbolo dell’armonia del cosmo; in questo senso si utilizza il loto nel tracciare mandala e yantra. Continua »

 

La conchiglia

conchiglia

Viene suonata come una tromba per annunciare l’illuminazione di Buddha al mondo intero. Simbolizza la capacità di tutti gli esseri di svegliarsi dell’ignoranza in risposta al richiamo del Dharma. La conchiglia con spirale destrorsa (in sanscrito daksinavartasankha, in tibetano dung gyas-‘khyl ), bianca, ovale, termina a punta, gradevolmente grande, non essendo un manufatto, è uno dei più antichi oggetti rituali. E’ presente come attributo o simbolo di divinità nella cultura brahmanica e induista, come simbolo di femminilità o come vaso o recipiente per il culto ovvero come strumento. Nel Buddhismo Tibetano è chiamata anche “tromba della vittoria” ed è particolarmente considerata per il suono potente; come oggetto rituale è usata sia come strumento che come recipiente che come offerta dei sensi. Conchiglie sono usate anche come ornamento per decorare troni, reliquiari, statue. La conchiglia simboleggia il profondo, omnipervadente, vittorioso suono dell’insegnamento del Dharma che raggiunge le differenti nature, predisposizioni e aspirazioni spirituali di ogni essere nei Tre Tempi della manifestazione e che risveglia dal baratro dell’ignoranza e della sofferenza e richiama a conseguire la liberazione dal samsara.

 

Il nodo senza fine

nodoIl Nodo-senza-fine (in sanscrito srivatsa, in tibetano dpal be’u) o Nodo dell’eternità è composto da linee chiuse intersecantisi ad angolo retto. Simbolizza il ciclo di esistenza senza inizio, il legame inestricabile di saggezza e metodo compassionevole dell’illuminazione di Buddha e l’infinito amore ed armonia.

E’ spesso associato al srivasta hindu. In origine sembra essere stato un simbolo delle divinità naga (in tibetano klu) divinità che governano i regni sotterranei, le acque, le rocce, i fiumi, i laghi, la pioggia, la fertilità e l’integrità della terra; alcuni di essi sono protettori del Dharma ma possono reagire negativamente contro chi non rispetta i luoghi che abitano; nell’iconografia e nella letteratura tibetana sono descritti come esseri per metà umani e per metà serpenti. Il Nodo-senza-fine è associato al nandyavarta una variante dello swastika, simbolo primordiale del divenire senza fine. Nella tradizione tibetana il nodo-senza-fine è simbolo anche del modo incessante della manifestazione, l’intersecarsi delle linee ci ricorda come i fenomeni sono interconnessi e dipendenti da cause e condizioni. Il nodo-senza-fine rappresenta l’unione della Saggezza e del Metodo (tibetano thab-shes zung-‘brel), tantricamente l’unione della energia femminile e di quella maschile, la loro armonica inseparabilità, rappresentando l’amore infinito, la vita infinita, la realizzazione della loro unione. Continua »

 

Lo stendardo della vittoria

stendardo

E’ piantato sulla sommità del monte Meru, al centro dell’universo, per proclamare la vittoria del Dharma sulle forze dell’ignoranza. I concetti di “segno di vittoria”, “stendardo” e “bandiera” corrispondono a vari oggetti nella cultura tibetana che sono in relazione fra loro o per il nome o per la forma.Lo Stendardo della Vittoria (in sanscrito dhvaja, in tibetano rgyal-mtshan o dkyil-gdugs-ser-po nell’accezione monastica), come il parasole, è fatto di legno, stoffa e seta o riprodotto in metallo. I vari oggetti correlati al concetto di vittoria si differenziano, per esempio, dall’avere o meno in cima all’asta delle figure di animali simbolici, oppure se la bandiera è curva oppure diritta ecc. Classicamente lo Stendardo della Vittoria è di forma cilindrica, di struttura lignea, composto da tre livelli con più veli di seta e adornato da nastri dei cinque colori (blu, verde, bianco, rosso e giallo), solitamente è posto al centro del soffitto della sala delle assemblee del monastero. Il grande stendardo è come una bandiera arrotolata che simboleggia la vittoria di corpo, parola e mente di ognuno di noi nella pratica del Dharma, attesta la potenza e la vittoria della Dottrina contro ogni ostacolo e ogni forza negativa, la vittoria della conoscenza sull’ignoranza e la paura, il conseguimento in corpo, parola e mente della felicità ultima.