La storia della tigre affamata

Jataka: la tigre

Per prima cosa il Bodhisattva insegnò loro a vivere in modo puro e compassionevole,

Molti anni fa il Bodhisattva nacque nella famiglia di un ricco e potente brahmano, molto stimato per la sua saggezza e per i suoi meriti religiosi. Il Bodhisattva, che era un ragazzo molto pio e pronto nell’imparare, raggiunse in pochi anni la conoscenza dei diciotto rami della scienza e di tutte le arti che i suoi maestri brahmani potevano insegnargli. Presto diven-tò più dotto dei suoi stessi insegnanti e fu considerato quasi pari a un dio per la sua saggezza. Dal destino gli era stata dunque riservata una vita piena di onori e di ricchezza, ma al Bodhisattva non importavano queste cose terrene: il suo solo desiderio era lo studio delle Scritture, e sentiva crescere dentro di sé la volontà di rinunciare completamente al mondo.In India, ogni brahmano passa durante la sua vita attraverso quattro stadi: la fanciullezza, la gioventù (l’età degli studi), la maturità (quando diventa un capofamiglia) e la vecchiaia, che permette di ritirarsi a meditare in solitudine nelle foreste. – …Quando il Bodhisattva raggiunse l’età stabilita per diventare un capofamiglia, rifiutò di sposarsi e di vivere la vita dell’attaccamento e si ritirò nel profondo della foresta. Nella giungla visse con tale purezza, autocontrollo e serenità che anche gli animali selvaggi seguirono il suo esempio, smisero di uccidersi l’un l’altro e vissero come fratelli. Tutto intorno a lui regnavano la pace e l’amore. Anche i suoi compagni di un tempo, meravigliandosi della santità del giovane brahmano, lasciarono le loro case e andarono nell’eremo della foresta per diventare suoi discepoli. Per prima cosa il Bodhisattva insegnò loro a vivere in modo puro e compassionevole, poi mostrò ai discepoli che l’infelicità colpisce gli uomini perché essi non sanno controllare i pensieri, ma li lasciano vagare continuamente da una cosa all’altra. Perciò le loro menti sono così piene dei piaceri e dei dolori della vita che vengono trascinate negli affanni di questo mondo. Insegnò loro anche a meditare e a concentrarsi sulle cose sacre per mantenersi liberi dalle tentazioni dei sensi. Così il Bodhisattva chiuse le porte del male nelle menti dei suoi discepoli e aprì la strada che conduce alla felicità e alla salvezza. Grazie a questi insegnamenti, molti di loro raggiunsero un alto grado di perfezione.

Un giorno il Bodhisattva camminava con Agita, uno dei suoi discepoli, fra le grotte e i cespugli della montagna in cui viveva; stava parlando delle pratiche della meditazione e rifletteva sulla felicità che nasce dalla rinuncia, quando vide sul fondo di un burrone una giovane tigre, resa così debole dalla fame da non poter quasi camminare. I suoi occhi erano pieni di disperazione e il suo corpo magro come uno scheletro. Dei piccoli tigrotti erano vicini a lei, ma la tigre era così affamata che era pronta a divorarli, perché non poteva più ne cacciare, ne trovare qualcosa da mangiare. Quando sentì arrivare gli uomini alzò la testa e ringhiò verso di loro con le ultime forze. Vedendo tutta quella sofferenza, il Bodhisattva fu scosso dalla compassione come una montagna è scossa dal terremoto, e disse ad Agita:

“Figlio mio, osserva l’indegnità del Samsara! Quella tigre guarda ai suoi figli come a cibo. La fame la sta portando a trasgredire la legge dell’amore. Ah! La ferocia dell’amore per se stessi, che può portare una madre a cibarsi dei corpi delle creature da lei generate! Va’ veloce, figlio mio, alla ricerca di carne per placare la fame di questo animale, cosicché non uccida i suoi piccoli. Io intanto cercherò di impedire questo gesto scellerato.”

Il discepolo corse via velocemente in cerca di cibo e il Bodhisattva rimasto solo pensò:

“Perché dovrei cercare la carne di qualche animale, quando ho me stesso da offrire? Non posso ignorare la sofferenza di questa tigre e solo io posso aiutarla. Se rimanessi indifferente verso il dolore di questo nobile essere, la mia coscienza brucerebbe dentro di me come un cespuglio infuocato. Ma se mi getto nel burrone e uccido così il mio povero corpo, la tigre si nutri-rà con la mia carne e i suoi piccoli saranno salvi. In questo modo insegnerò la compassione al mondo, esaudirò il desiderio di fare del bene agli altri e acquisirò grandi meriti. Questa mia decisione non nasce dall’ambizione, ne dal desiderio di gloria, ma solo dalla volontà di sconfiggere il male del mondo. Diraderò le tenebre dalla sofferenza così come il sole dirada le tenebre della terra con la sua luce, e tutti impareranno la compassione dal mio esempio.”

Rafforzato da questi pensieri il Bodhisattva si gettò nel burrone e cadde davanti alla tigre, che stava per divorare i suoi piccoli. La belva sentì un gran tonfo e, lasciando i tigrotti, stri-sciò lentamente verso il corpo senza vita dell’asceta, lo guardò con occhi famelici e cominciò subito a divorarlo.

Quando Agita tornò indietro, si guardò attorno inutilmente alla ricerca del suo maestro. Dapprima pensò che anche il Bodhisattva fosse andato alla ricerca di cibo, poiché egli stesso non aveva trovato nulla che potesse placare la fame dell’animale, poi udì davanti a se le fusa soddisfatte della tigre e guardò nel burrone per scoprire quale cibo avesse trovato. Sporse il suo viso dalla roccia e con grande orrore vide la tigre leccarsi le zampe dopo il pasto e, vicino a lei, il corpo mezzo divorato del suo amato maestro. I piccoli tigrotti erano nuovamente vicini alla madre, che ora li guardava teneramente, invece che con lo sguardo scintillante di un animale vorace pronto a divorarli. La vista di questo atroce spettacolo fu terribile per la mente di Agita: dapprima fu quasi sopraffatto dal dolore per la perdita del suo caro e amato maestro, ma poi vide, con gli occhi della mente, la ragione che aveva convinto il Bodhisattva a sacrificare il suo corpo. Allora si inchinò con profonda riverenza ed esclamò:

“Oh, com’era piena di compassione quella grande mente verso gli esseri sofferenti! Com’era indifferente al suo stesso benessere! Con questo gesto ha dimostrato il suo grande amore e in verità le creature di questo mondo non hanno più bisogno di essere commiserate, avendo guadagnato il suo spirito come protettore. Sicuramente Mara si dispera e si tormenta, spaventato dalla sconfìtta che una simile bontà può infliggergli. Tutti onorino questo grande essere di sconfinata bontà, rifugio di tutte le creature.”

Agita ritornò dagli altri discepoli e raccontò ciò che era successo. Tutti capirono il grande sacrificio che il Bodhisattva aveva fatto donando il suo corpo, e si racconta che per ricordare questo gesto i discepoli, i Gandharva, gli dei e i serpenti ricoprirono le ossa del Bodhisattva di fiori e di polvere profumata di legno di sandalo, e poi si raccolsero in preghiera.

In questa vita il Bodhisattva, molto tempo prima di diventare il Buddha, insegnò la compassione a tutte le creature, sacrificando il suo stesso corpo ai bisogni di una tigre affamata.

 

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