Ghesce Ciampa Ghiatso: Bodhicitta, la mente dell’illuminazione

Il ven ghesce Ciampa Ghiatzo

Il ven ghesce Ciampa Ghiatzo

Ghesce Ciampa Ghiatso: Bodhicitta, la mente dell’illuminazione

In silenzio esaminiamo e scopriamo lo stato della nostra mente. Impostiamo una motivazione positiva, il desiderio di raggiungere l’illuminazione e ottenere lo stato di Buddha per essere in grado di beneficiare tutti gli esseri senzienti. Per questa ragione ora ci accingiamo all’ascolto. L’argomento che mi è stato richiesto è bodhicitta. Bodhicitta è un termine sanscrito: ‘bodhi’ vuol dire illuminazione, ‘citta’ significa mente, quindi ‘mente dell’illuminazione’, il desiderio di illuminarsi. Nel contesto di bodhicitta possiamo distinguere due tipi di aspirazione: quella causale e quella simultanea o concomitante. L’aspirazione causale è la grande compassione, cioè il desiderio che tutti gli esseri senzienti siano liberi dalla sofferenza, quella concomitante è il desiderio di ottenere l’illuminazione.Ci sono diversi livelli di compassione: in alcuni casi è il semplice auspicare che gli esseri siano liberi dalla sofferenza e dalle cause che la generano; man mano che essa si evolve e diviene più intensa, allora, considerando che tutti gli esseri sono tormentati dalla sofferenza, sorge anche il desiderio di prendersi effettivamente cura di loro assumendosi personalmente la responsabilità di liberarli da un tale stato. …Per avere bodhicitta è necessario crearne le cause principalmente generare la grande compassione, e per fare ciò è necessario essere consapevoli di quelle che sono le dinamiche del condizionamento dell’esistenza ciclica.

Occorre avere una maggiore comprensione e consapevolezza di quello che ci accade nella vita di tutti i giorni, delle azioni che compiamo durante la nostra esistenza e di quale direzione essa stia prendendo.

Il grande maestro Chandrakirti nel suo testo “Il supplemento alla Via di Mezzo”, il “Madhyamikavatara”, dice che noi abbiamo continuato a vagare nel ciclo vizioso del samsara senza potere di scelta, proprio come accade alla ruota di un mulino che viene ininterrottamente fatta girare dall’acqua e non ha un suo moto autonomo, determinato da un proprio meccanismo interno. Analogamente noi, in quanto esseri senzienti, non siamo in grado di scegliere ma siamo spinti dalle nostre predisposizioni karmiche. Se però osserviamo attentamente la situazione, potremo comprendere di avere la potenzialità di superare ciò che ci trattiene in questo moto di sofferenza, il ciclo del samsara, eliminandone le cause, che sono le afflizioni della nostra mente. Alla base di queste c’è un senso errato dell’ ‘io’.

Quando pensiamo: “Io sono”, ci identifichiamo in un qualcosa di indipendente, in un io autonomo, intrinseco, a sé stante. Successivamente, su questa base, si forma anche il senso di possesso, il senso del ‘mio’. Creiamo, quindi, le categorie de ‘i miei amici’,‘i miei nemici’ e così via. Nella nostra mente sorge attaccamento e avversione e questi due fattori mentali sospingono le nostre azioni verbali e fisiche verso una direzione distruttiva. Dunque, continuiamo ad agire senza scelta, spinti dalla forza di queste attitudini: tutte le azioni negative che creiamo sono messe in moto da questi due tipi di veleni della psiche, attaccamento e avversione. Infatti, da un tempo senza inizio ci siamo abituati a questi due fattori mentali distruttivi e non è affatto semplice avere padronanza e controllo su noi e la nostra vita perché non è facile dominarli.

Per esempio, personalmente sono molto abituato a bere il tè, non riesco ad abbandonare questo vizio. Altri invece sono abituati a bere il caffè e, nonostante possa essere nocivo, non riescono a rinunciarvi: c’è l’abitudine a questa bevanda. Così accade anche con il vizio del fumo: inizialmente quando si fuma si prova una qualche forma di soddisfazione, di piacere. Qualcuno si sente stimolato dal tabacco, dalla nicotina, si sente più sveglio e, pur essendo consapevole dei danni che esso provoca ai polmoni, non riesce a smettere.

Perché? Per abitudine, perché c’è una grande familiarità che continua da molto tempo. Da un lato ci si rende conto che fa male e dall’altro non si riesce ad abbandonare questo vizio. Abbiamo molte cattive abitudini che non riusciamo ad abbandonare. Nella vita di ogni giorno facciamo talvolta esperienze piacevoli, altre volte proviamo disagio, sofferenza: ognuna di queste esperienze ha delle cause che risiedono nella mente, gli stati emotivi distruttivi come attaccamento e avversione che sono radicati nell’ignoranza che si afferra a un io. Se cerchiamo di

applicare gli antidoti per neutralizzare queste negatività mentali, allora sarà possibile sbarazzarcene perché la loro base, che è l’afferrarsi a un io a sé stante, è una percezione erronea della realtà, un’illusione che non ha il supporto di un oggetto valido. Per questa ragione è eliminabile. In che maniera? Occorre prendere contatto con la nostra vera natura, comprendere cioè che siamo privi di un’esistenza a sé stante, che abbiamo una natura di vacuità o assenza di un sé intrinseco: in questo senso si parla del ‘non-sé’.

Quando sviluppiamo la realizzazione autentica del ‘non-sé’, che è basata su un supporto valido, e quindi ci familiarizziamo e meditiamo sul significato effettivo del ‘non-sé’, del ‘non-io’ a sé stante, allora l’aggrapparsi a un io illusorio avrà sempre meno potere.

L’oggetto che ci appare, l’io a sé stante, non esiste nel modo in cui viene percepito, perciò la comprensione dell’oggetto è erronea. Tuttavia, possiamo riuscire a comprendere il modo autentico in cui il nostro io, la nostra persona, esiste: non esiste come un qualcosa di a sé stante, di indipendente, di separato, ma in relazione con gli altri esseri: siamo interdipendenti. Ad esempio, la nostra esistenza è dipesa dai nostri genitori e il nostro sé dipende anche dalla sua base di imputazione, i cinque componenti psicofisici (o aggregati) del nostro essere.

Dunque, l’io è relativo, esiste in dipendenza da, in relazione a qualcosa, ad altri. Per esempio, prendiamo il caso della famiglia: anche le relazioni che abbiamo al suo interno in quanto figli, padri o altro, sono in rapporto a qualcuno dei componenti stessi. Continuando a prendere in considerazione i rapporti familiari nella vita quotidiana, possiamo constatare che a volte, in questo tipo di relazioni, si verificano

dei conflitti, delle disarmonie. Ognuno di noi può sperimentare questo tipo di esperienze. Qual è la ragione? Dobbiamo rifletterci sopra.. Ci può essere una persona che fa pressione per creare discordia. Qualcuno può indicare la causa della disarmonia in un individuo specifico, che per esempio usa la calunnia, che diffama e crea divisione; a volte c’è infatti chi spinge alla disarmonia con le proprie calunnie. Chi è questo fautore della disarmonia, questa entità che agisce per creare il disaccordo? In primo luogo occorre risalire alla vera fonte, cioè alle afflizioni della

nostra mente: un senso eccessivo dell’io, un egocentrismo troppo forte. Su questa base si sviluppano attaccamento, avversione, gelosia, invidia. Questi stati mentali ci accompagnano sempre, sono quasi sempre presenti come se fossero la nostra ombra. Quando in un rapporto di coppia c’è qualcosa che non va, quando ci sono conflitti, questo è un caso classico di Verità della sofferenza. Possiamo chiederci qual è il modo in cui l’attaccamento, l’avversione, la gelosia, la presunzione, l’orgoglio causano disarmonia. La causa principale sono i fattori mentali negativi, poi ci sono altre varie condizioni, un certo modo di comportarsi, alcuni atteggiamenti, anche il modo di esprimersi, di parlare; ci sono varie cause che concorrono a portare disarmonia ma la fonte originaria sono gli stati negativi della mente. Possiamo anche dire che il senso errato dell’io è una forma di presunzione. Questa è la causa del nostro soffrire. In tutta la nostra esistenza e nella nostra vita quotidiana, ogni stato di disagio e di sofferenza viene prodotto dagli stati negativi della mente, le sue afflizioni e distorsioni. Quindi, in tutte le nostre vite e in quella attuale, continuiamo a vagare nel samsara a causa di questi meccanismi. E’ questa la natura del nostro condizionamento nell’esistenza ciclica.

Ora pensiamo: “Quanto sarebbe meraviglioso se riuscissimo a creare e a

trovare armonia, a stare bene insieme!”

Nella vita quotidiana, nelle nostre relazioni, quando siamo in famiglia, dobbiamo sforzarci di creare armonia, provare amore, mostrare gentilezza e benevolenza, dobbiamo gioire delle nostre relazioni, stare bene ed essere felici. Il significato e il valore della vita umana sta proprio in questo: nell’avere la capacità e la possibilità di porre le cause per essere felici e far felici gli altri. Se fossimo degli animali non lo potremmo fare perché saremmo offuscati dalla stupidità, saremmo completamente ottusi e non riusciremmo ad avere questi mezzi. Possiamo renderci direttamente conto, proprio con i nostri stessi occhi, di quale sia la differenza tra una vita umana e un’esistenza animale. Dobbiamo quindi imparare a evolverci, saperci rispettare reciprocamente nelle nostre relazioni e sviluppare un buon cuore, amarci davvero profondamente, essere autenticamente sinceri e gentili. Questo perché quando c’è

benevolenza, quando c’è vero amore, allora ci sarà anche un modo di comunicare

benevolo e gentile, e anche l’umore, le espressioni del nostro corpo e il suo stesso aspetto saranno gradevoli. Così, tutti i membri della famiglia potranno incontrarsi ed essere felici. Questo è qualcosa su cui dobbiamo riflettere.

Quando si riesce a estinguere la disarmonia e di conseguenza anche il malessere mentale che ne deriva, questo stato di benessere all’interno di una relazione o di una famiglia può essere paragonato alla Verità della cessazione della sofferenza, la liberazione. Il mezzo per ottenere questo risultato, l’amorevole gentilezza e il rispetto reciproco, può essere paragonato alla Verità del sentiero.

Cerchiamo quindi di essere ogni giorno in contatto con le Quattro Nobili Verità, individuando inizialmente le due Verità afflittive, quella della sofferenza e quella dell’origine della sofferenza: la prima, identificabile negli stati di disarmonia, di malessere, di infelicità nello stare insieme, la seconda, nelle cause di queste situazioni che sono l’orgoglio, la gelosia, l’attaccamento, l’avversione e che attivano le varie azioni distruttive, o negative, verbali e fisiche.

Quindi, ricerchiamo anche la Verità della cessazione della sofferenza che consiste nell’estinzione di tutti questi problemi, e in seguito la Verità del sentiero, che corrisponde al metodo per superare questa disarmonia, cioè lo sviluppo dell’amorevole gentilezza. Nella nostra vita quotidiana proviamo a percepire direttamente questi quattro aspetti della realtà. L’esperienza può essere considerata a diversi livelli. Occorre riconoscere a livello individuale il meccanismo che ci porta continuamente a vagare in questo modo condizionato. E’ fondamentale intraprendere una ricerca dei metodi con cui possiamo risolvere queste situazioni, poiché una tale comprensione è ciò che ci permetterà di sviluppare un’autentica compassione e di conseguenza una forte motivazione per liberarci dalla sofferenza.

Anche per quanto riguarda le nostre relazioni dobbiamo individuare esattamente i meccanismi della sofferenza e imparare a disinnescarli. Dunque, è necessario operare una pratica autentica, non c’è bisogno di astrarsi in meditazione, la meditazione non è un’astrazione. Meditare non significa necessariamente assumere una posizione formale, vuol dire piuttosto rendere familiare la nostra mente con l’amore, con la gentilezza, provare dei sentimenti benevoli nei confronti di chi appartiene alla nostra famiglia o al nostro gruppo, cercare di stare bene e di godere delle nostre relazioni. Dovremmo proprio sforzarci di diventare un esempio ispirante per le persone che entrano in contatto col nostro gruppo, con la nostra famiglia, affinché esse possano cercare, a loro volta, di mettere in atto tale pratica: questa è la maniera di influenzare positivamente anche gli altri. In tal modo, a mano

a mano che sviluppiamo la compassione, sviluppiamo anche i risultati che ne

derivano e quindi raggiungiamo i due livelli di bodhicitta.

Vi sono due tipi di mente dell’illuminazione: la bodhicitta convenzionale e quella ultima.

La bodhicitta convenzionale, come ho detto prima, è il desiderio di ottenere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Viene detta anche relativa in quanto gli oggetti di riferimento di questa attitudine mentale sono fenomeni relativi, convenzionali. Per quanto riguarda l’altro tipo di bodhicitta, quella ultima, ciò che viene percepito da questo tipo di mente è la realtà ultima, ad esempio la non esistenza a sé stante dell’io.

La comprensione che l’io, il sé, non ha un’esistenza intrinseca, a sé stante, è una delle possibili realizzazioni. Possiamo infatti dire che un certo livello di comprensione può essere un tipo di realizzazione o un modello di realizzazione. Le realizzazioni possono essere distinte in diversi livelli: possiamo ad esempio affermare di avere la realizzazione del significato della vacuità, nel senso che comprendiamo quello che significa ‘vacuità. Secondo questo punto di vista l’affermarlo non diventa una menzogna, penso che sia qualcosa di autentico.

Potremmo ogni giorno pensare: “Io esisto non intrinsecamente perché esisto in modo interdipendente”. Per fare ciò non occorre stare seduti sul cuscino di meditazione, è possibile generare questo tipo di pensiero mentre stiamo andando al lavoro, oppure mentre stiamo guidando la nostra automobile. Mentre siamo al volante, possiamo pensare: “Io non esisto intrinsecamente e anche la mia macchina non esiste intrinsecamente perché esiste interdipendentemente, o in relazione ad altro o ad altri”. Fare queste riflessioni è una forma di meditazione analitica. Qualcuno afferma che essa non abbia a che fare con la meditazione ma secondo il grande maestro Aciarya Kamalashila, che ha composto il testo chiamato ‘Gomrim’ (Gli stadi della meditazione), non è così. Egli infatti spiega e dimostra con

vari tipi di ragioni che se qualcuno negasse che l’analisi meditativa è un tipo di meditazione, sarebbe come se negasse l’evidenza di un chicco di riso, come se dicesse che “quel” chicco di riso non è un chicco di riso.

Sulla base della consapevolezza della nostra esistenza ciclica, consideriamo che anche gli altri esseri, come noi, vagano condizionati nel meccanismo del samsara e in questo modo sviluppiamo la compassione. Quando proviamo un senso dell’io illusorio troppo forte, allora lo stato della nostra mente sarà molto mutevole e anche una sola parola, un minimo movimento, ci darà fastidio. Per esempio, se ci viene detto: “Tu sei bravo, tu sei bello”, subito esprimiamo il nostro compiacimento, ci facciamo ancora più belli. Quando invece qualcuno ci dice:“Tu sei brutto, sei molto brutto, sei brutto e cattivo”, allora immediatamente abbiamo una reazione negativa e addirittura ci viene da dare un pugno alla persona che esprime un tale giudizio.

Ora vi racconto una storiella. C’era un monaco seduto e immobile nella posizione di meditazione. Sopraggiunse un altro monaco che gli chiese: “Cosa stai facendo?” e quello rispose: “Sto meditando sulla pazienza”. “Davvero?” disse l’altro. Il primo monaco rimase impettito in meditazione e l’altro, provocatore, continuò: “Mangiati questa cacca!”. Allora il monaco che meditava si arrabbiò e lo colpì senza esitare. “Ma non stavi meditando sulla pazienza? Mediti così la pazienza?” gli chiese il provocatore.

Questo è un esempio di non autentica pratica perché se uno avesse davvero sviluppato la pazienza, non sarebbe minimamente disturbato da ciò che potrebbe venirgli detto. Coltivare la pazienza vuol dire coltivare uno stato mentale indisturbato. La pazienza non è semplicemente una non reazione esterna, un non dire nulla e trattenere del risentimento: questo significa solo trattenere la collera, non esprimere l’ostilità, cosa che potrebbe provocare disagi, oltre che mentali, anche fisici.

Il Buddha ha identificato l’origine di tutte le malattie fisiche nei tre principali veleni psichici: odio, attaccamento e ignoranza, e nelle loro svariate combinazioni.

Per guarire il nostro corpo dobbiamo guarire la nostra mente. Come si cura la mente? Grazie alla pratica di familiarizzazione con le attitudini positive, grazie alla meditazione, allo sviluppo di stati di compassione, amore, stabilità mentale o equilibrio meditativo. Con questi strumenti è possibile eliminare tutti i difetti mentali. Dobbiamo considerare che essi non sono inscindibilmente mescolati alla nostra mente, non sono un tutt’uno con essa perché la nostra coscienza, per sua natura convenzionale, è qualcosa di chiaro, di limpido e in grado di conoscere, è un chiaro percettore, mentre i difetti mentali sono come delle nuvole nel cielo che la ostruiscono.

A volte il cielo può essere coperto da una fitta coltre di nubi, tuttavia la sua natura non è di essere tutt’uno con le nuvole, infatti, una volta che esse vengono spazzate via, il cielo rimane chiaro e limpido, e tale possiamo percepirlo. Analogamente, la nostra coscienza è come occlusa, coperta da questi strati di afflizioni e quando realizziamo la natura di vacuità della mente, riusciamo a sgombrarla da queste distorsioni e possiamo percepirne la natura chiara e limpida. Una volta dissipate le afflizioni dalla mente, si ottiene la liberazione.

I due livelli di bodhicitta, convenzionale e ultimo, possono essere sviluppati in diversi modi.

Anche la bodhicitta convenzionale può essere distinta in due differenti aspetti: bodhicitta dell’aspirazione e bodhicitta attiva o dell’impegno. Quando si sviluppa la bodhicitta convenzionale, allora si accede al Sentiero mahayana dell’accumulazione. Viene chiamato così perché “accumuliamo” il Dharma tramite l’ascolto degli insegnamenti, la loro e riflessione sul significato di ciò che è stato ascoltato. Questa accumulazione produce la saggezza che deriva dall’ascolto e quindi anche quella che deriva dalla riflessione. Questi due livelli di saggezza vanno incrementati.

Il terzo tipo di saggezza è quello che deriva dalla meditazione. Quando si sviluppa questo tipo di saggezza, allora si raggiunge uno stadio successivo a quello dell’accumulazione, chiamato il Sentiero della preparazione in cui si ha una comprensione, non ancora diretta, del significato del Dharma, cioè del significato della vacuità. A questo punto non si è ancora in contatto con la percezione diretta della realtà, però si ha la comprensione concettuale dei due livelli di realtà dei fenomeni (n.d.r. convenzionale e ultimo).

Poi, quando si raggiunge il terzo Sentiero, chiamato della visione, si ha la percezione diretta della realtà dei fenomeni. In questo stadio la realtà dei fenomeni

viene percepita direttamente, così come con i nostri occhi vediamo direttamente questo vaso di fiori. Da questo stadio in poi la percezione della natura di vacuità dei fenomeni è manifesta.

Continuando a familiarizzarci con la natura dei fenomeni nello stadio successivo, chiamato Sentiero della meditazione, procediamo nello sviluppo della comprensione della vacuità. Gradualmente si eliminano gli aspetti più sottili delle afflizioni mentali, le impronte o i semi del nostro attaccamento, dell’avversione ecc., fino a raggiungere il Sentiero oltre l’apprendimento o del non più apprendimento.

Ora come ora possiamo affermare di avere un certo tipo di bodhicitta, di responsabilità universale o desiderio dell’illuminazione, che è artificiale, non ancora autentica ma indotta dalla meditazione. Come abbiamo detto, vi sono due tipi di bodhicitta: la bodhicitta dell’aspirazione e la bodhicitta attiva o dell’impegno. Potremmo avere l’aspirazione a raggiungere la buddhità per il bene di tutti gli esseri, però non basta avere semplicemente questo desiderio senza la pratica effettiva delle sei perfezioni, quali la generosità, ecc. Quando, oltre al desiderio di raggiungere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti, ci assumiamo anche il compito di ottenerla, cioè sviluppiamo dentro di noi la bodhicitta attiva, allora dovremo impegnarci nella pratica della generosità, della moralità, della pazienza, della perseveranza entusiastica, della stabilità meditativa e della saggezza.

In questo modo ci sforzeremo nell’attività del bodhisattva e potremo essere considerati dei praticanti del Mahayana, il Grande Veicolo. Potremo pensare: “Io sono un praticante mahayana” perché noi abbiamo questa energia di base, la potenzialità di sviluppare i corpi illuminati di un Buddha e diventare degli esseri illuminati. In altri termini, abbiamo il lignaggio dell’illuminazione e questo viene spiegato nel testo chiamato ‘Uttaratantra’, dove l’autore illustra questa potenzialità degli esseri senzienti. Vi sono due tipi di lignaggi paralleli. Uno dei due è il lignaggio che osserva la natura della nostra mente di chiara luminosità e questa caratteristica viene esposta in dieci punti. Poiché la mente ha questa natura, è potentissima e possiamo indirizzare questo potere in senso positivo, per la nostra evoluzione: possiamo cioè sviluppare delle qualità interiori. Quando invece la nostra energia viene indirizzata in senso negativo, allora diventa distruttiva anche per noi stessi. Dunque dobbiamo utilizzare la nostra potenzialità nel modo più costruttivo considerando che le afflizioni mentali sono temporanee ed eliminabili. Ci sono nove analogie per illustrare la loro caratteristica di provvisorietà che rappresentano il modo in cui oscurano la natura pura della mente. Il primo esempio illustrato nel testo ‘Uttaratantra’ è quello di un fiore di loto chiuso al cui interno c’è una piccola statua di Buddha. I petali che racchiudono la statua rappresentano le oscurazioni mentali, mentre la statua rappresenta la natura pura della nostra mente. Questa similitudine si riferisce alla natura oscurante dell’attaccamento, in questo caso il fiore di loto, che copre la natura di chiarezza della nostra mente. Generalmente proviamo attrazione verso oggetti che ci procurano piacere che reputiamo belli. Ad esempio consideriamo i fiori molto belli, però quando appassiscono non ci appaiono più così gradevoli. Lo stato mentale di attaccamento per un oggetto, ci impedisce di contattare la natura pura della mente. Quando poi l’oggetto per il quale provavamo attrazione si trasforma, non ci appare più così gradevole e attraente come prima. L’esempio classico che viene portato nei testi è quello del corpo magnifico di una fanciulla di sedici anni, fresco, bello, con la pelle liscia, la carne morbida, e tante altre varie qualità piacevoli. Chiediamoci:“Ma rimarrà sempre immutato questo bel corpo che ha tutte queste caratteristiche?” La risposta è no. Anche questo corpo giovane invecchierà, diventerà meno piacevole e il nostro attaccamento per esso diminuirà fino a che l’attrazione che provavamo non svanirà completamente. A quel punto potremmo arrivare perfino a dire: “Non ti amo più”. Perché?! Allora quell’amore dichiarato in precedenza non era un amore puro, poiché in realtà è proprio quando una persona invecchia e ha maggiormente bisogno del nostro amore che questo sentimento dovrebbe essere ancora più forte. Dovremmo cercare di dare benessere e felicità all’altra persona, fare in modo che si senta amata e non abbandonata, per non farla sentire sola e condurla così sull’orlo del precipizio del suicidio o di gesti simili. Nella nostra società queste cose accadono, quindi, per favore, dovremmo sforzarci di non agire in questa maniera.

Scusate se escono tutte queste cose dalla mia bocca, a volte non riesco ad avere il controllo della mia bocca….. non importa.

Abbiamo quindi la natura dell’illuminazione e possiamo raggiungere la buddhità. Con questo tipo di consapevolezza dovremmo provare ancora più apprezzamento per il valore della nostra esistenza. A volte non abbiamo fiducia in noi stessi e nemmeno negli altri. La diffidenza è una sensazione erronea, dobbiamo avere prima di tutto fiducia in noi stessi, riconoscere la nostra energia, la nostra potenzialità, le qualità positive insite in noi, riconoscere di avere la natura di buddha, ed essere quindi in grado di raggiungere qualsiasi livello di completa realizzazione. Talvolta abbiamo dei dubbi, possiamo essere incerti circa il significato della vacuità. “Quel libro è della natura della vacuità, oppure no?” Questo dubbio è positivo perché tende verso la realtà e quindi verso la realizzazione della natura di vacuità del libro considerato.

Aciarya Arya Deva, un grande maestro indiano del passato, uno dei discepoli principali di Arya Nagarjuna, in un testo chiamato “Le quattrocento strofe della via di mezzo” espone il significato delle Quattro nobili verità con le loro sedici caratteristiche e per ognuna di esse considera venticinque aspetti. Egli sostiene che avere anche semplicemente il dubbio circa il significato della vacuità, un’incertezza su quello che può essere il suo significato, è già una cosa molto positiva perché può scardinare l’ignoranza che è la radice di ogni condizionamento

dell’esistenza ciclica. Il solo mettere in dubbio quello che è il nostro senso erroneo dell’io e dire: “Magari non esisto davvero così concretamente, per mia propria natura”, fa scuotere la forte identificazione con questo io a sé stante.

Possiamo affermare che, all’inizio del sentiero, il dubbio è qualcosa di ottimo, è ciò che ci spinge alla ricerca, alla riflessione sulla realtà; se mettiamo in dubbio, allora possiamo compiere una ricerca profonda, raffinata e riusciamo a scoprire qualcosa.

Facciamo in modo di mettere in pratica le sei perfezioni nella nostra vita quotidiana. Fin dal risveglio, al mattino, cerchiamo di impostare la motivazione protesa verso l’illuminazione, generando il desiderio di raggiungere lo stato di Buddha per beneficiare tutti gli esseri senzienti.

Il procedimento per sviluppare la mente dell’illuminazione può essere quello comunemente spiegato nelle ‘Sei cause ed un effetto’, cioè porre sei cause per ottenere l’effetto risultante della mente dell’illuminazione.

Da una consapevolezza iniziale che tutti gli esseri sono stati nostra madre, si arriva a quella che considera la loro grande gentilezza, di conseguenza al nutrire grande gratitudine nei loro confronti, quindi seguono lo sviluppo di amore, di compassione e il far propria la responsabilità universale di rendere felici e liberare tutti gli esseri dalla sofferenza fino a generare il desiderio di poter raggiungere l’illuminazione per il beneficio di tutti. Il primo punto, quello di riconoscere che tutti gli esseri sono stati nostra madre, non è troppo semplice ma possiamo provare a sviluppare questo tipo

di comprensione. Il punto successivo riguarda l’apprezzamento della gentilezza della madre o il riconoscere che tutti gli esseri senzienti, che sono stati nostre madri, sono stati gentili con noi, così come lo è stata quella di questa vita.

Qualcuno a volte non sa apprezzare la gentilezza della madre attuale, può pensare:“In realtà mia madre non è stata gentile con me”. Qualcuno ha problemi di relazione con la madre, oppure con il figlio o con la figlia, ci sono varie problematiche, comunque possiamo analizzare in profondità, con attenzione e con cura. Facciamo questa riflessione: “Ora sono diventato grande, però com’ero da piccolo, all’inizio della mia esistenza?”. Consideriamo il periodo in cui siamo stati nel grembo di nostra madre: lei si è costantemente occupata di noi e questo è qualcosa da tenere in considerazione; tra l’altro, c’era la connessione del cordone ombelicale, quindi fisicamente abbiamo avuto un legame molto forte, viscerale con lei. Dunque, nostra madre ha avuto cura di noi, poi ci ha partorito e ha continuato a occuparsi di noi. Successivamente, quando abbiamo cominciato a crescere, a diventare un po’ più grandicelli, abbiamo iniziato a non considerare la gentilezza di nostra madre, soprattutto quando non assecondava i nostri desideri, il nostro voler questo e quello, quando per esempio facevamo i capricci perché volevamo giocare anziché studiare. Quando nostra madre ci esortava a studiare, forse ci rimproverava dicendoci:“No, ora non devi più giocare, devi metterti a studiare” e questo non ci faceva piacere, perché preferivamo continuare a giocare da mattina a sera. E ancora, se volevamo guardare sempre la televisione, i cartoni animati, scoppiavamo in pianti e lamenti:“No, voglio vedere i cartoni!” e nostra madre o nostro padre ce lo impedivano e spegnevano la televisione. Allora urla, pianti e poi capricci. Quando nostra madre ci voleva far mangiare ci ribellavamo: “No, non voglio mangiare”, oppure quando ci metteva a letto, noi ancora: “No, non voglio dormire”. Facevamo i capricci perché nostra madre non soddisfaceva i nostri desideri, desideri che però non erano da assecondare. Forse per queste ragioni non abbiamo apprezzato nostra madre o non la apprezziamo ora. Se durante l’infanzia non si riceve abbastanza amore dalla propria madre, allora crescendo ci si indurisce. C’è bisogno anche di aver ricevuto quell’amore che viene dal contatto con il corpo della mamma, il fatto che ella ci abbia tenuto sul suo cuore, ci abbia cullato, accarezzato e così via, anche questo scambio amorevole è necessario. Se non c’è stata a sufficienza questa trasmissione di amore, magari il bambino considera che sua madre non sia stata gentile nei suoi confronti. Comunque, nel mondo moderno anche le madri sono molto indaffarate, hanno molto lavoro e quindi il ruolo dei genitori è alla pari, non è più solo la madre che si occupa a tempo pieno dei figli, a volte vengono affidati a una baby sitter. Già da piccoli i bambini vengono fatti dormire in un altro lettino o portati a casa di un’altra persona che se ne occupi. Quando i genitori non sono in grado di trasmettere anche il calore del loro corpo ai propri figli, essi si sentono abbandonati, sorge questo tipo di paura; questa è una mia idea, non so se corrisponde alla realtà. In ogni caso, cerchiamo di essere più accurati nel nostro comportamento. Possiamo osservare la gentilezza delle madri anche nel mondo animale, per esempio quando una cagna si occupa dei propri cuccioli. Pur vivendo nella stupidità, essi si prendono molta cura dei loro piccoli. Possiamo renderci conto di quanto sia importante e gentile una madre anche solo osservando il mondo animale. Quasi tutti i cuccioli degli animali vengono accuditi dalle loro madri e fra gli uccelli probabilmente ci sono anche dei

padri che si occupano di loro.

Ciascun individuo è stato nostra madre non una, ma un’infinità di volte.

Il grande maestro Nagarjuna disse:“Se potessimo ammassare tutto il latte che abbiamo bevuto da ciascun essere senziente tutte le volte che è stato nostra madre, si formerebbe un grande oceano”. Questo è qualcosa su cui riflettere. Quindi, il rendersi conto della gentilezza delle madri farà maturare anche il desiderio di ripagarle rendendole felici, donando loro vero amore. Questo è necessario perché, così come il figlio o la figlia è felice di essere amato o amata dalla madre, anch’essa è felice di ricevere amore da questi. Meditare sull’amore vuol dire proprio esprimere il calore umano, l’amore puro come quello di una madre.Anche nell’amore della madre c’è un po’ di attaccamento, comunque è più puro degli altri, c’è maggiore purezza nell’amore fra madri e figli, figli e madri.

Con il padre forse ce n’è un po’ meno, comunque ci sono delle eccezioni: questa è la mia impressione. Sembra che le donne abbiano ed esprimano maggiore compassione e amorevolezza; anche l’uomo può nutrire questi sentimenti, però fa un po’ il macho, è un po’ orgoglioso, duro. Io sono un uomo, per cui capisco che i maschi sono un po’ più duri. Qualche volta però essere ostinati va bene. Spesso avere più determinazione è utile piuttosto che essere troppo vulnerabili.

Adesso facciamo un po’ di domande e risposte.

D: Lei ha detto che praticare la pazienza non significa non reagire alle offese col rischio di trattenere l’ostilità sviluppando del rancore. Allora, come dobbiamo reagire alle aggressioni basandoci sulla pratica della pazienza? Ci può essere l’amore puro tra marito e moglie e, se sì, come dovrebbe essere?

Ghesce Ciampa Ghiatso: Per rispondere alla seconda domanda, in certi casi c’è. C’è qualcuno che ama davvero, che ha puro amore; che ha attrazione, attaccamento, però prova anche vero amore, li ha entrambi però amore e attaccamento sono ben distinti. Nel rapporto di coppia c’è bisogno di sviluppare amore puro e quindi occorre applicare molta pazienza: solo in questo modo si può avere un buona relazione e rimanere insieme felicemente. Nel caso che uno dei due si arrabbi, se l’altro non reagisce a sua volta negativamente ma cerca di essere gentile, usando parole molto dolci e facendo sentire al partner il proprio amore, per esempio dicendo: “Tu sei il mio cuore, mio caro (o mia cara)”, allora il momento d’ira si spegnerà piano piano e in tal modo si riuscirà a mantenere una buona relazione. Per quanto riguarda la pratica della pazienza, non è così semplice. Quando non ci sono reazioni ma dentro di noi rimane un blocco, qualcosa di solido che forma del risentimento, allora il fatto di trattenere non corrisponde a un’autentica pazienza. Tuttavia, in certi casi è necessario, come ricerca iniziale, provare almeno a contenere la nostra rabbia bloccandola fino a che, piano piano, non si riuscirà a dissolvere completamente ogni forma di risentimento nella vacuità facendola scomparire totalmente; penso che questo sarebbe ottimo. A volte però è bene, anzi è necessario, mostrare una certa dose di durezza, di collera apparente, ma con la benevolenza nel cuore. Questo per arginare le azioni negative di qualcuno allo scopo di persuaderlo a smettere di agire

in un modo negativo. Tuttavia è importante cercare di non avere ostilità nel cuore, anche se fisicamente la nostra espressione deve essere, in certi casi, forte. Quando non si riesce a soggiogare una determinata situazione con mezzi pacifici, c’è la necessità di applicare i mezzi irati, sempre mantenendo una motivazione positiva. Penso che alcune persone abbiano proprio bisogno di ricevere un intervento duro perché essere continuamente passivi nei loro confronti e lasciare

che abbiano sempre la meglio non fa che peggiorare la situazione. A volte c’è questa necessità, però è determinante che la motivazione sia compassionevole, che ci sia il desiderio di eliminare la sofferenza e le sue cause.

A noi esseri ordinari succede di arrabbiarci. Cerchiamo invece di trattarci bene, di essere gentili, avere rispetto reciproco: questa può essere una soluzione per riuscire a convivere insieme in buona armonia.

D: Come si fa a far capire a una figlia adolescente, che è convinta che la felicità sia avere un motorino, abiti firmati come tutti i suoi coetanei, che quella non è la vera felicità ma soltanto un suo surrogato, che poi svanisce e non coltiva quella vera dentro di sé?

Ghesce Ciampa Ghiatso: Al momento, secondo lo stile della nostra società, è difficile convincere qualcuno di questo, perché il materialismo è a un livello di sviluppo molto elevato. Ai giovani piace andare in giro in motorino, far rumore, farsi sentire, è vero. Loro credono che la vera felicità stia nel fare tutte queste cose, però

sappiamo che non è così. Dare queste spiegazioni agli adolescenti è difficile, però gli si può spiegare per esempio che un giorno possono cadere, spaccarsi la testa, entrare in coma ….. poi cosa succederà?

D: Ho fatto tutto questo e l’ho portata anche a Careggi a vedere dove sono i paraplegici.

Ghesce Ciampa Ghiatso: Allora portala a fare un viaggio nei paesi del terzo mondo. So che ci sono questi problemi, a volte è difficile far capire a una persona queste cose. Se la madre reprime queste esigenze, allora i figli possono sentirsi messi alle strette e pensare che la madre non dia loro libertà. Però in effetti il vero senso della libertà non viene compreso. Libertà non vuol dire disubbidire o fare quello che si vuole. La vera libertà sta nel riuscire a non soffrire, a godere di quello che si ha, a provare soddisfazione per questo. Questa è la libertà. Quando invece c’è insoddisfazione, non c’è libertà perché non siamo felici. Essere liberi significa essere liberi dalla sofferenza. Nella nostra società il materialismo è molto sviluppato e ci sono molti stimoli che ci portano a credere che la vera felicità sia possedere questa o la tal altra cosa e quindi la nostra mente viene influenzata e ci succede di desiderare di tutto. Io ricordo che ciò accadeva anche nella società tibetana dove esisteva un livello di sviluppo materiale molto inferiore al vostro. Per esempio, nei monasteri vivevano alcuni monaci giovani che, anziché andare dal loro maestro a ricevere insegnamenti o alle sessioni di dibattito, andavano a fare qualcos’altro, a giocare, e comunque non andavano a studiare. Poi facevano ritorno puntuali come se fossero stati a lezione. I grandi monasteri tibetani sono come delle grandi famiglie, con varie case e con tutori specifici; ogni monaco giovane ha un tutore che lo manda a studiare da un altro maestro. Va a scuola da

un altro, poi torna e il tutore gli chiede:“Dove sei stato? Come è andata?” e la risposta è: “Tutto bene”. Questi ragazzi rispondevano sempre così, ma intanto andavano in giro. Questo accade dappertutto perché in molte vite passate ci siamo abituati a questi comportamenti e cambiare è un po’ difficile. È importante però trovare un modo molto gradevole per far capire tutto ciò; prima o poi, un giorno anche i ragazzi capiranno. Potremmo per esempio dire a nostro figlio o figlia: “Ora tu ti stai comportando così nei miei confronti, stai facendo soffrire tua madre, ma quando anche tu, a tua volta, diventerai genitore, se i tuoi figli si comportassero così nei tuoi confronti, come ti sentiresti? Prova a esaminare questo. Non ti dispiacerà?” Quindi è meglio non essere repressivi, non aggredire verbalmente, non trattare male i propri figli per queste ragioni, perché può solo peggiorarne

l’aggressività o le reazioni negative. Possiamo invece cercare di presentarli agli altri come persone bravissime, dire che sono molto ubbidienti, che ascoltano i nostri consigli, che sono gentili, dar loro un po’ di gratificazione. Magari se vedono che i loro genitori li presentano come se fossero dei gioielli, potrebbero provare il desiderio di comportarsi bene; qualcuno ha bisogno di essere apprezzato, incoraggiato.

Iniziamo con una breve meditazione sul respiro, espiriamo e inspiriamo, teniamo il conto delle respirazioni e contiamo fino a 21.

Respiriamo naturalmente, se ci riesce possiamo espirare attraverso la narice destra e inspirare attraverso quella sinistra, oppure da entrambe le narici, oppure possiamo immaginare che l’inspirazione e l’espirazione avvengano in questa maniera. I respiri sono naturali. Coltiviamo la motivazione positiva di ascoltare questi insegnamenti per essere in grado di raggiungere l’illuminazione per beneficiare tutti gli esseri senzienti.

Bodhicitta è il sentiero per eliminare tutte le cattive migrazioni; quindi conduce a rinascite fortunate, positive, conduce all’illuminazione completa.”

Maitreya ha composto questa preghiera per Buddha Sakyamuni.

Per quanto riguarda la descrizione dei benefici di bodhicitta, possiamo leggerli nel 1° capitolo del ‘Bodhisattvacharyavatara’ (Guida allo stile di vita del bodhisattva) di Shantideva.

Se nella nostra mente generiamo la qualità di bodhicitta, anche se non cambiamo aspetto fisico, diventiamo degni di venerazione e di rispetto da parte di tutti gli esseri umani, sovrumani, divinità ecc..

Sviluppare l’attitudine di bodhicitta ha moltissimi vantaggi. L’ostacolo principale che ci impedisce di avere questa attitudine è l’egoismo. Possiamo considerare la mente ristretta dell’egoismo come la fonte di ogni difetto, di ogni sbaglio. Questa attitudine ristretta porta a sperimentare numerosissime sofferenze ed è alla base di moltissime delle nostre difficoltà. Dobbiamo imparare ad apprezzare i vantaggi dell’aver cura degli altri. L’apertura verso gli altri, l’altruismo, è la base per lo sviluppo di tutte le qualità di un Buddha o di un essere sulla via dell’illuminazione, un bodhisattva.

Vi sono dieci stadi di realizzazione di un bodhisattva e per ciascuno di essi

vengono descritti 12 tipi di realizzazioni, di qualità speciali.

Ad esempio, un bodhisattva al primo bhumi o al primo terreno di un arya-bodhisattva, (cioè un bodhisattva che ha la realizzazione diretta della vacuità), è in grado di manifestare 100 diversi corpi; possiamo dire che ha la capacità di reincarnarsi in 100 diverse forme e con ciascuna di queste sue manifestazioni è in grado di dirigere sul sentiero per l’illuminazione un centinaio di esseri.

Sviluppare qualità di questo tipo, a partire dal primo livello del bodhisattva, porta a numerosissimi vantaggi e prerogative che possiamo apprendere studiando testi quali ‘Sa-Lam’ (in tibetano:‘sa’ vuol dire terreno e ‘lam’ vuol dire sentiero, cammino interiore, quindi la traduzione di questo testo è Terreni e Sentieri). Cerchiamo perciò di impegnarci il più possibile nel generare e sviluppare cura e attenzione per gli altri. All’inizio il nostro esercizio sarà esclusivamente mentale e quando saremo sufficientemente addestrati, allora potremo agire anche fisicamente o verbalmente,

cercando di beneficiare gli altri in vari modi. Possiamo ad esempio aiutarli con le nostre parole, rivolgendoci a loro in un modo gradevole. Allo scopo di aiutare gli altri nella loro evoluzione interiore, Buddha ha detto che: “E’ necessario rivolgersi agli altri con gentilezza, con generosità e quindi cercare di dare dei consigli spirituali anche attraverso il nostro stesso esempio, mettendo in pratica quello che proponiamo ad altri di praticare”.

I nomadi tibetani hanno un proverbio che dice pressappoco così “Il Lama dà consigli e poi fa il contrario”. Un esempio classico è quel Lama che insegna ai suoi discepoli: “Siate vegetariani, non mangiate la carne, non uccidete alcun animale”. Spesso molti Lama parlano in questo modo ma non si astengono dal mangiare la carne che viene loro offerta. In alcune discussioni sull’argomento i nomadi sostenevano: “Ma, se non ci fosse nessuno che ammazza gli animali, come sarebbe possibile mangiare carne?” Probabilmente qualcuno avrà arguito con un Lama:“Tu mi proponi di non ammazzare, ma se io non avessi ammazzato, o se qualcun altro non lo avesse fatto, come potresti mangiare la carne?”Mi pare che questo sia un buon ragionamento. La logica porta a dire:“Se tu mi proponi di evitare di fare una cosa, inizia tu a evitare di farla”.

C’era un praticante tantrico, uno di quei Lama che tengono i capelli lunghi e si fanno una crocchia sulla cima della testa, il cui nome era Ngagpa, che esortava i suoi discepoli a non bere il chang, la birra fatta col riso. Egli sosteneva:“ Il chang fa molto male, perché quando si beve troppo ci si ubriaca e si perde la consapevolezza, non si riesce a ricordare nulla e si fanno molte cose cattive, brutte”. I nomadi, in effetti, non bevono molto e preparano questa bevanda solo in occasione dei festeggiamenti del capodanno tibetano. Questo Lama che beveva il chang, esortava le persone e i suoi discepoli a non berlo. Un giorno un nomade gli si rivolse con tono di grande rispetto chiedendo: “Ma com’è che tu bevi il chang?”. Egli rispose con aria sicura:“Io mi visualizzo come una divinità di meditazione e il chang come se fosse del nettare, quindi quando bevo non sto trasgredendo alcuna regola”. Allora l’uomo fece un’altra domanda: “Va bene se gli yak bevono l’acqua? E’ uno sbaglio, è un errore?”.“No, va bene, se gli yak bevono l’acqua va benissimo”. Così l’uomo continuò:“Ah, bene, allora io posso visualizzarmi come uno yak e il chang lo visualizzo come l’acqua, dunque sono a posto. In questo modo posso anch’io bere il chang”. Il Lama non poté dare alcuna risposta a questa argomentazione. Bisogna essere coerenti con quello che si propone ad altri di fare. Il discepolo dell’esempio si è rivolto direttamente al Lama non con tono di sfida, ma

sinceramente. Per quanto ci è possibile, cerchiamo di imparare ad aiutare, a beneficiare gli esseri. Cerchiamo di sviluppare amore e compassione nei loro confronti e quindi di meditare su questo scopo e familiarizzarci con queste qualità.

Per questa mattina ho pensato di alternare insegnamenti e meditazione.

Ora meditiamo sulle quattro attitudini incommensurabili e le loro diverse

parti. Iniziamo immaginando di fronte a noi la divinità femminile Tara, con il corpo di luce verde, con un volto, due braccia, così come viene rappresentata in questo dipinto. Una forma di luce verde che è di fronte a noi. Immaginiamo che Tara abbia il dorso della mano destra posato sul ginocchio destro, la mano è aperta nel gesto della generosità. Con la mano sinistra all’altezza del cuore, con due dita, il pollice e l’anulare, tiene lo stelo di un fiore di utpala, è simile a un loto blu, e le altre tre dita rimangono diritte. Questo gesto rappresenta i Tre Gioielli del Rifugio: l’indice rappresenta il Buddha, il medio rappresenta il Dharma e il dito mignolo il gioiello Sangha. Ciò significa anche che Tara impersona Buddha, Dharma e Sangha. All’altezza del suo orecchio sinistro ci sono tre fiori in tre fasi di maturazione diversa: uno completamente sbocciato, uno che si sta chiudendo e un altro ancora chiuso. Questi tre fiori rappresentano i Buddha che si sono già manifestati, i Buddha presenti e i Buddha futuri. Di solito i fiori di utpala sono blu. Tara è seduta con la gamba destra rilassata, spostata in avanti, mentre la gamba sinistra è più piegata e appoggiata vicino al corpo. La parte destra, con la gamba più distesa, rappresenta il metodo, come qualcosa che invita tutti gli esseri senzienti alla pratica; la gamba sinistra è piegata nella posizione della meditazione e rappresenta la saggezza, la meditazione univoca sulla vacuità. La posizione delle gambe di Tara può quindi rappresentare la pratica del metodo e della saggezza. Tara è decorata con otto tipi di ornamenti simbolici; questi otto ornamenti esterni rappresentano otto ornamenti interiori, otto tipi di realizzazioni interiori, per esempio l’ottuplice sentiero degli arya. Sul capo ha una corona a cinque facce che rappresentano le cinque famiglie illuminate o i Buddha dei cinque lignaggi, chiamati in sanscrito Vairociana, Amoghasiddhi, Akshobhya, Ratnasambhava e Amitabha. Possiamo riferire queste cinque parti della corona alle cinque saggezze trascendentali, quindi la corona rappresenta il fatto che possiede queste cinque saggezze. I suoi capelli sono raccolti in tre nodi: anche questo ha un significato simbolico, rappresenta alcune qualità di un Buddha. Essi rappresentano i tre posizionamenti ravvicinati della consapevolezza, o tre qualità speciali o non condivise di Buddha, in relazione a tre categorie diverse di esseri. Possiamo parlare di tre tipi di esseri che hanno tre modi diversi di ascoltare gli insegnamenti: attentamente, non attentamente, e coloro che non ascoltano affatto. Ci può essere qualcuno che ascolta molto attentamente e un Buddha non è parziale, non ha particolare attenzione verso coloro che lo ascoltano con cura. D’altra parte se c’è qualcuno, invece, che è distratto ecc., egli non prova

ostilità nei suoi confronti così come non prova indifferenza per quelli che non lo ascoltano. Un buddha non ha sentimenti di parzialità nei confronti delle varie persone che ascoltano o non ascoltano i suoi insegnamenti. La mente di Tara non è parziale, è equanime, ha interesse per tutti gli esseri. E’ continuamente attenta, consapevole e osserva costantemente gli esseri per riconoscere il loro diverso grado di maturazione interiore. Quando riconosce il momento idoneo per manifestarsi,Tara, questo essere illuminato, si presenta nella forma più adatta al grado di maturazione di quel determinato essere. Spesso noi non ce ne rendiamo conto, non riconosciamo le manifestazioni degli esseri illuminati e non percepiamo le manifestazioni di Tara. Ora, semplicemente, visualizziamo di fronte a noi la forma luminosa di Tara, ma non immaginiamola come una statua inanimata, bensì come una Tara vivente. Il suo corpo di luce verde rappresenta le varie attività illuminate.

Quando si manifesta con un corpo di colore bianco,Tara rappresenta l’attività di pacificazione, quando si manifesta di colore giallo, rappresenta l’attività di espansione, di incremento. Quindi, l’attività di pacificazione, rappresentata dal corpo bianco, serve per pacificare malattie, spiriti, interferenze, ostacoli alla lunga vita e cose di questo genere. Quando si manifesta con un corpo giallo rappresenta l’incremento, il potenziamento della durata della propria vita, delle nostre qualità interiori, lo sviluppo della comprensione degli insegnamenti scritturali e l’estensione delle nostre realizzazioni, oppure l’incremento delle nostre ricchezze.

Quando si manifesta con un corpo di colore rosso, rappresenta l’attività di potere, di dominio, di controllo, la padronanza su tutti e tre i mondi abitati da tutti gli esseri senzienti. Con il termine ‘tre mondi’ ci si riferisce al mondo sotterraneo, al mondo sopra la terra e a quello nello spazio, al di sopra della terra. Quando si manifesta con un corpo di colore blu rappresenta le attività irate: se i suoi interventi per il beneficio degli esseri non hanno avuto buon esito con gli altri tre tipi di attività allora deve intervenire con mezzi irati. Si dice che Tara debba intervenire con mezzi irati per placare o sconfiggere dèmoni, mara e altri tipi di spiriti.

La manifestazione in un corpo di colore verde rappresenta tutte le varie attività illuminate, quindi la forma verde rappresenta il potere che ha Tara di svolgere tutte le varie attività per il beneficio degli esseri. Meditiamo poi sulle quattro attitudini incommensurabili. Sviluppiamo ciascuna di queste attitudini, a cominciare dall’equanimità, nei loro quattro aspetti. Visualizziamo di fronte a noi la forma luminosa di Tara verde e meditiamo sull’equanimità incommensurabile. Dapprima sviluppiamo l’aspirazione dell’equanimità. Coltiviamo e sviluppiamo questa attitudine dentro di noi e cerchiamo di mantenerla viva meditando come segue:“Come sarebbe bello se tutti gli esseri fossero liberi dall’attaccamento per alcuni e dall’avversione per altri”. Rimaniamo per un po’ in meditazione su questo punto. La prima parte della meditazione sull’equanimità, in cui si è pensato: “Come sarebbe bello … ecc.” è l’aspirazione dell’equanimità. Nella seconda parte si sviluppa invece il desiderio di equanimità e si pensa:“Possano tutti gli esseri senzienti essere liberi dalla parzialità, dal sentirsi vicini ad alcuni e dal provare avversione per altri”. Generiamo questa attitudine e manteniamola viva dentro di noi grazie alla meditazione.

La terza parte della meditazione sull’equanimità incommensurabile è l’attitudine straordinaria dell’equanimità, nel senso dell’assumerci la responsabilità di generare questo tipo di atteggiamento. Si pensa:“Possa io stesso essere la causa per lo sviluppo dell’attitudine di imparzialità ed equanimità, affinché tutti gli esseri non provino attaccamento per alcuni e avversione per altri. Io stesso mi faccio carico di questa responsabilità”. Facciamo sorgere in noi questa attitudine e meditiamola. Con la quarta parte della meditazione sull’equanimità, richiediamo anche l’ispirazione per essere in grado di svilupparla. Abbiamo promesso di cercare di liberare gli esseri dall’attaccamento e dall’avversione, ora ci rivolgiamo a Tara e le chiediamo ispirazione per riuscire a realizzare ciò. Recitiamo il suo mantra e immaginiamo che da Tara visualizzata di fronte a noi si sprigioni del nettare luminoso di colore bianco che penetra dalla sommità del nostro capo e ci pervade completamente. Il nostro corpo è ricolmo di nettare luminoso che ci purifica da tutte le negatività create con il corpo, la parola e la mente da tempo senza inizio. Nello specifico ci liberiamo dalle due attitudini parziali di attaccamento e di avversione. Immaginiamo che tutte queste negatività vengano espulse da tutti i nostri pori, sentiamo che Tara ci concede l’energia, la capacità effettiva di liberare tutti gli esseri dall’attaccamento e dall’avversione. Possiamo recitare il mantra Tara come una preghiera di richiesta di energia ispiratrice e trasformatrice. Il mantra da recitare è: Om Tare Tuttare Ture Soha.

Da Tara viene emesso il nettare luminoso che ci pervade completamente. Tutte le nostre negatività, nell’aspetto di fumo nero, vengono espulse attraverso i pori del nostro corpo e in questo modo siamo completamente purificati. Siamo totalmente colmati da questo nettare bianco e luminoso. Ci sentiamo leggeri, il corpo diventa puro, trasparente, chiaro come il cristallo; la nostra mente è rilassata, limpida, luminosa e leggera di chiarezza e conoscenza. Così abbiamo meditato sull’attitudine illimitata dell’equanimità. Seguendo lo stesso procedimento in quattro punti, meditiamo sull’aspirazione dell’amore illimitato:“Come sarebbe meraviglioso se tutti gli esseri fossero felici e avessero le cause di ogni felicità”. Sostiamo un po’ in meditazione su questo aspetto.

Poi, il desiderio dell’amore illimitato: “Possano tutti gli esseri senzienti essere felici e avere le cause della felicità”. Sostiamo nuovamente in meditazione su questo punto. Quindi:“Possa io essere la causa della felicità di tutti gli esseri, mi assumo

la responsabilità di condurli alla felicità e alle sue cause”. Rimaniamo per un po’ assorbiti su questo punto.

Al quarto stadio, rivolgiamo le richieste di ispirazione alla venerabile Arya Tara recitando il suo mantra. Ella emana del nettare luminoso che penetra dalla sommità del nostro capo e ci pervade completamente spazzando via tutte le negatività e le ostruzioni che escono dai pori del nostro corpo. Tutte queste impurità vengono espulse nella forma di sostanze nere e in particolare siamo purificati dall’avversione, dalla malevolenza, dagli intenti nocivi. Immaginiamo, quindi, che ci sia un flusso ininterrotto di nettare luminoso proveniente da Tara che ci purifica completamente: il nostro corpo diventa sempre più leggero, ci sentiamo più leggeri, trasparenti, la nostra mente diventa più chiara, malleabile e sviluppiamo sempre più amore per tutti gli esseri.

Procediamo nella meditazione sulla compassione illimitata, anch’essa in quattro parti.“Come sarebbe meraviglioso se tutti gli esseri fossero liberi dalla sofferenza e dalle sue cause”. Rimaniamo in meditazione per un po’ sull’aspirazione della compassione illimitata. Poi, il desiderio di compassione illimitata:“Possano tutti gli esseri, effettivamente, essere liberi dalle sofferenze e da ogni causa di sofferenza”.

Rimaniamo per un po’ in meditazione su questo punto.

Generiamo quindi l’attitudine straordinaria di compassione illimitata: “Possa io stesso essere la causa affinché tutti gli esseri siano liberi da ogni sofferenza e dalle cause che la generano”. E infine meditiamo assumendoci tale responsabilità:“Libererò tutti gli esseri dalle sofferenze e dalle loro cause”. Rivolgiamoci quindi a Tara chiedendo energia ispiratrice e trasformatrice affinché possiamo essere in grado di fare ciò recitando il suo mantra. Ella ci concede il suo aiuto con il nettare luminoso che ci pervade completamente e ci purifica da ogni negatività, in particolar modo dalle interferenze allo sviluppo della grande compassione. Meditiamo sul nettare luminoso che ci purifica, aumenta la lunghezza della nostra vita, la nostra energia vitale, ci aiuta a sviluppare le realizzazioni interiori, la comprensione degli insegnamenti scritturali e la realizzazione intuitiva del significato di tutti gli insegnamenti, mentre l’attitudine compassionevole diventa sempre più intensa. Cerchiamo di immaginare questo per un po’.

Poi meditiamo sulla quarta attitudine incommensurabile di gioia illimitata.

Dapprima generiamo l’aspirazione:“Come sarebbe meraviglioso se tutti gli esseri non fossero privi della felicità e delle cause della felicità.” Rimaniamo per un po’ in meditazione su questo aspetto.

Dopo, generiamo il desiderio della gioia illimitata e pensiamo: “Possano effettivamente tutti gli esseri non essere privi di ogni felicità, delle buone condizioni di rinascita, oppure della felicità eccellente, delle qualità eccellenti e delle cause di ciò”. Rimaniamo per un po’ in meditazione su questo punto. Poi sviluppiamo il terzo punto, la responsabilità, l’attitudine speciale di gioia illimitata: “Possa io stesso essere la causa perché ciò avvenga, affinché tutti gli esseri non siano mai privi, mai separati, da ogni felicità e dalle sue cause, dalle felicità, dalle buone rinascite, dalle rinascite superiori, dal benessere eccellente, dalle qualità eccellenti”. Assumiamo su di noi questa responsabilità. Infine, rivolgiamo le richieste e supplichiamo Tara di concederci l’energia ispiratrice e trasformatrice per riuscire a realizzare ciò, affinché tutti gli esseri, effettivamente, non siano mai privi della felicità, delle buone rinascite e della felicità eccellente, del benessere eccellente:“Possa io adempiere a questo

compito, ti prego ispirami”. Per un po’ recitiamo e cantiamo il mantra quante volte desideriamo, immaginando che il nettare luminoso proveniente da Tara ci riempie, il flusso ininterrotto ci purifica da tutte le negatività create da tempo senza inizio, da tutte le malattie e dalle cause di tutte le malattie. Tutte le impurità emergono e vengono espulse da tutti i pori del corpo nell’aspetto di fumo nero. Un flusso ininterrotto di nettare luminoso ci riempie, continua a pervaderci, l’energia vitale aumenta, la lunghezza della nostra vita aumenta, le qualità interiori vengono accresciute, la comprensione degli insegnamenti scritturali, le realizzazioni intuitive di essi, tutte le qualità aumentano. In particolar modo sviluppiamo la gioia illimitata, che nella nostra mente diventa sempre più forte, sempre più intensa. Sviluppiamo dentro di noi e coltiviamo sempre di più questa gioia e felicità.

A questo punto concludiamo, dopo aver generato gioia nella mente di tutti noi.

A volte può essere molto utile meditare in questo modo.

Per quanto riguarda la divinità, la rappresentazione visualizzata, essa può essere quella di Buddha Sakyamuni, oppure quella di Tara, altre volte può essere Lama Tzong Khapa o anche Avalokiteshvara. Può essere qualunque santo, qualunque essere realizzato che ci ispira in modo particolare, che ci fa sentire particolarmente a nostro agio, che sentiamo più efficace, più significativo per noi.

Possiamo immaginare la forma di Gesù oppure la Madonna, Madre Maria, oppure uno dei tanti santi che abbiamo qui in Italia, come ad esempio il famoso san Francesco, o una rappresentazione per la quale abbiamo particolare fede, quella che ci è più utile per migliorare, per trasformare la nostra mente. Visualizziamo questa immagine per noi significativa, come se fosse vivente, e non come una statua o un dipinto piatto. Questo è particolarmente efficace e molto utile per la propria pratica, credo che possa essere veramente utile: a voi la scelta.

In questi due giorni non ho parlato troppo di bodhicitta, ho detto qualcosa ma poco.

Ogni tanto cerchiamo di capire e di fare esperienza, di provare il sapore di bodhicitta. Dobbiamo riconoscere qual è la nostra esperienza di bodhicitta o che sapore essa abbia. e, per esempio, mangiassimo un dolce, sentiremmo un gusto delicatissimo, un buon sapore. Come descrivere questo sapore, questa esperienza? Potremmo dire: “E’ dolce”. Non è possibile riuscire a descrivere il sapore dolce di un dolce, è inesprimibile, si può dire “E’ dolce” ma bisogna gustarlo,

sperimentarlo, per poterlo capire. Ci possono chiedere: “Ma dolce come?”. “Dolce”, non saprei cos’altro dire. Potremmo dire:“Non è amaro, non è aspro….. è dolce”.Tuttavia dire che non è amaro, non è aspro, non necessariamente vuol dire che deve essere dolce. Come si può far capire con delle parole il sapore dolce di qualcosa a chi non lo ha mai provato? A qualcuno che non ha mai gustato lo zucchero e ci chiede come sia lo zucchero, possiamo dire:“È dolce”. Ma cosa vuol dire ‘dolce’? E’ difficile spiegarlo a qualcuno che non lo ha conosciuto. Solo dopo

aver fatto esperienza di qualcosa lo si può capire, altrimenti non si riesce a esprimerlo. Dobbiamo, dunque, fare almeno un po’ di esperienza di bodhicitta, un po’ di esperienza di amore.

Per esempio, riconosciamo qual è l’esperienza di amore che proviamo nei confronti di un nostro carissimo amico o di una nostra carissima amica, quel sentimento speciale che nutriamo verso di lui (o lei). Cerchiamo di allargare questo sentimento a tutti gli altri esseri, cerchiamo di espandere, di sviluppare questo sentimento piacevole, positivo. In realtà, siamo eccessivamente coinvolti dalle nostre sensazioni, diamo un’enorme importanza a quello che proviamo, ai nostri sentimenti. Sviluppiamo dei buoni sentimenti, questo sentimento di amore nei confronti dei nostri cari, o di una persona a noi vicina ed espandiamolo, allarghiamolo agli altri.

Questa è una forma di generosità, è il dono dell’amore. Credo che sia così. Ora ci salutiamo dedicando l’energia positiva che abbiamo generato insieme affinché diventi la causa della nostra illuminazione per il bene di tutti gli esseri; affinché in tutti gli esseri possa svilupparsi il buon cuore, affinché si possa annientare l’attitudine dannosa, la malevolenza: dedichiamo in questo modo.

COME PRENDERSI CURA DEI TESTI DI DHARMA

In accordo alla tradizione, il testi di Dharma dovrebbero essere conservati con rispetto, in luoghi alti, puliti, separatamente da altri oggetti mondani. Dovrebbero essere avvolti in un tessuto quando devono essere portati con sé. Si dovrebbe evitare di appoggiarli sul pavimento, di calpestarli, non ci si dovrebbero appoggiare sopra oggetti di essi di qualsiasi tipo – incluso il rosario – e non ci si dovrebbe sedere sopra.

Questa, che può sembrare una strana usanza, è in realtà il modo di evitare di

creare il karma di non incontrare in futuro il Dharma. La preziosità del Buddhadharma consiste nell’essere una vera fonte di felicità per tutti gli esseri e la causa per abbandonare ogni sofferenza presente e futura. Quindi, ogni testo che contenga insegnamenti o i nomi dei propri Maestri, dovrebbe essere trattato con estrema cura e rispetto.

Se in ogni caso si dovesse avere la necessità di eliminare del materiale di Dharma, questo non dovrebbe essere gettato nella spazzatura ma bruciato in un modo speciale.

Dovrebbe essere bruciato separatamente da altri materiali, recitando il mantra om ah hum. Quindi, quando il fumo si sprigiona, si dovrebbe visualizzare che esso, pervadendo l’intero spazio, trasporta l’essenza del Dharma a tutti gli esseri senzienti dei sei reami, purifica la loro mente e li allevia da ogni sofferenza portando loro ogni felicità, compresa la felicità definitiva dell’illuminazione.

Infine, le ceneri rimanenti dovrebbero essere raccolte e sparse in luoghi puliti, sotto alberi o piante, dove non possano essere calpestate.

Insegnamenti conferiti dal ven. Ghesce Ciampa Ghiatso presso il Centro Studi Ewam di Firenze nel maggio 1997. Traduzione dall’inglese di Annamaria De Pretis. Trascrizione di Elisabetta Bocci, Revisione di Giovanna Pescetti e Annalisa Lirussi. © 1997 by Ghesce Ciampa Ghiatso, © 1997 by Centro Studi Ewam – Firenze © 2003 by Je Tzong Khapa Edizioni – Pomaia (PI) che si ringrazia.

 

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