Ghesce Ciampa Ghiatso: Scambiare se stessi con gli altri

Ghesce Ciampa Ghiatso intento a riempire lo stupa del Ven. Ghesce Yesce Tobten a Pomaia

Ghesce Ciampa Ghiatso intento a riempire con Luciano Villa lo stupa del Ven. Ghesce Yesce Tobten a Pomaia

SCAMBIARE SE STESSO CON GLI ALTRI di Ghesce Ciampa Ghiatso

Non è pensare agli altri come lui è ‘me’ e i suoi occhi sono i miei, ma si riferisce al generare una disposizione mentale che scambia il modo di considerare questi due:

(1) l’egoismo, ossia [l’abitudine a] mettere gli altri sullo sfondo, e il considerare gli altri cari quanto se stessi, ponendo se stessi sullo sfondo laddove sarebbero [abitualmente messi] gli altri. Anche per questo è insegnato che la propria felicità andrebbe scambiata con la sofferenza degli altri, guardando all’egoismo come fosse un nemico, cessando di considerare più importante la propria felicità; (2) lo sforzarsi principalmente per la propria felicità [va scambiato con] il considerare invece una qualità il prendersi cura degli altri, l’evitare di far cessare la sofferenza degli altri [va scambiato con] il cercare invece di rimuoverla. In breve, andrebbe considerata Quando sorgono gli ostacoli allo scambiare noi stessi con gli altri, questi devono essere rimossi. Per far questo, prima di tutto abbiamo bisogno di identificare la mente di scambiare se con gli altri.

Non è comunque che noi diventiamo gli altri e gli altri diventano noi e neppure che il corpo degli altri diventa “il mio corpo,” la testa degli altri “la mia testa,” gli occhi degli altri “i miei occhi,” le mani degli altri “le mie mani,” e così via. Non è questo tipo di mente nella quale dobbiamo addestrarci. Ciò in cui ci dobbiamo addestrare è di eliminare la mente che si cura di noi stessi e sviluppare la mente che si prende cura degli altri. Per cui, dobbiamo cambiare la nostra attitudine, non il nostro corpo. Proprio come ora siamo interessati a noi stessi, occorre riuscire a curarci degli altri. Proprio come ora trascuriamo gli altri, dobbiamo arrivare a trascurare noi stessi. Abbiamo bisogno di sviluppare l’attitudine che gli altri esseri senzienti sono più importanti di noi e generare il desiderio di interessarci e prenderci cura di loro pensando che noi, non siamo importanti. Fra sé e gli altri, gli altri sono più importanti perché sono innumerevoli mentre noi siamo soltanto uno. Pensando in questo modo, è necessario cambiare la nostra attitudine e rinunciare alla mente che si prende cura di noi stessi e sviluppare la mente che si prende cura degli altri. Dobbiamo rinunciare alla nostra felicità per gli altri e prendere la loro sofferenza su di noi. Questo è il significato di “scambiare.” Guardando alla nostra mente auto gratificante-egoista come il nostro vero nemico, dovremmo interrompere il pensiero che considera la nostra felicità più importante e sviluppare il pensiero che è molto importante per altri esseri senzienti essere felici. Ora quando guardiamo agli altri esseri senzienti, non li prendiamo in considerazione

e non pensiamo alla loro sofferenza. Questo è il tipo di attitudine che abbiamo bisogno di eliminare. Cosa dobbiamo fare? Invece di cercare la nostra felicità, dovremmo guardare agli altri che stanno soffrendo e sviluppare desiderio di eliminare la loro sofferenza e quindi, su questa base, fare la meditazione del prendere-e-dare. In questo modo saremo in grado di cambiare la nostra mente e diventeremo veramente felici se riusciremo a interessarci e ad aiutare gli altri esseri senzienti rimuovendo la loro sofferenza, anche noi diventeremo felici e contenti. Per esempio, un uomo fa qualsiasi cosa è nelle sue possibilità per prendersi cura di sua moglie e dei suoi figli anche se può essere difficile, come per esempio lavorare per guadagnare e quindi essere in grado di sostenerli in tutte le loro necessità. Dovremmo pensare a tutti gli esseri senzienti come se fossero la nostra famiglia ed eliminare l’attitudine che li trascura e sviluppare la mente che desidera prendersi cura di loro. Se ci sforziamo continuativamente a sviluppare questa attitudine, un giorno la realizzeremo fino al punto che sorgerà spontaneamente senza sforzo. E’ necessario cercare di sviluppare questa attitudine senza considerare la nostra felicità a breve termine invece guardare e meditare

sulla sofferenza degli altri.

Separando il fondamento della propria felicità e sofferenza da quello degli altri, come fossero entità diverse come il blu e il giallo, li considerate solidi e giungete a pensare alla felicità e alla sofferenza di quella base nel modo espresso da questi versi: ‘Poiché questo è mio, dovrebbe essere, a seconda del caso, ottenuto o rimosso. Essendo di qualcun altro, questo può essere trascurato.’ Come antidoto a ciò, [dovreste considerare]: io e gli altri non siamo separati come individui diversi per natura, perché nella nostra reciproca relazione, anche negli altri sorge la percezione di ‘altro’ nei miei confronti, e sorge la percezione di ‘io’ – in modo analogo a ‘questa montagna’ e ‘quella montagna là’. Per esempio, sebbene da questo punto di vista la percezione di ‘quella montagna là’ sorga rispetto alla montagna dal lato opposto, quando la si attraversa sorge la percezione di ‘questa montagna qui’. Pertanto, non è un caso simile al colore blu che fa sorgere la percezione del blu invece di altri colori in ognuno, senza distinzioni. Ci sono due ostacoli nell’addestramento mentale di scambiare se stessi con gli altri. Uno è di considerare noi stessi e gli altri come entità distinte e separate. Questo pensiero deve essere eliminato. Nella nostra mente può sorgere il pensiero che la base per la nostra felicità e la base per la nostra sofferenza, il nostro corpo, sia completamente separato dagli altri, come il blu e il giallo. A causa di questo, vediamo il nostro corpo e il corpo degli altri come stabiliti dalla loro parte. Poi quando sperimentiamo felicità in relazione a noi stessi vogliamo aumentarla e quando sperimentiamo sofferenza in relazione a noi stessi vogliamo eliminarla. Dall’altro lato, pensiamo agli altri come separati da noi stessi e a causa di questo li trascuriamo. In altre parole, poiché i loro corpi sono separati dai nostri, pensiamo che vada bene trascurarli. L’antidoto a questo è di pensare che noi e gli altri non esistono in questo modo, cioè, loro non sono separati per natura o intrinsecamente. Perché? Perché il sé e gli altri esistono in relazione reciproca, cioè, esistono in dipendenza l’uno dall’altro. Proprio come noi pensiamo a noi stessi come “io,” allo stesso modo gli altri pensano a loro stessi come “io.” Quindi, “io” esiste in dipendenza ad “altro.” Per esempio, chiamiamo una montagna che è lontana “quella montagna là,” e chiamiamo una montagna vicino a noi “questa montagna qui,” però quando noi andiamo su “quella montagna là” diventerà “questa montagna qui.” Allo stesso modo, un’unica persona può essere sia padre, sia figlio perché in relazione a suo figlio lui è “padre” e relazione a suo padre lui è “figlio.” Analogamente, alto e basso esistono in relazione reciproca, per esempio, una persona può essere alta e relazione a qualcuno che più basso o basso in relazione a qualcuno più alto. Altrettanto grasso e magro esistono in relazione reciproca, dove una persona singola è grassa e relazione a qualcuno che è più magro ed è magro e relazione qualcuno che è ancora più grasso. Tutti i fenomeni sono interdipendenti. Così, grande e piccolo, alto e basso, lungo e corto e così via esistono in dipendenza vicendevole. Abbiamo bisogno di cercare di sviluppare una comprensione delle relazioni di interdipendenza – che ogni cosa dipende da qualcos’altro. D’altra parte, vedere il colore blu non dipende dal vedere il rosso, giallo, bianco, verde, marrone e così via. Non pensiamo a blu in relazione a rosso, o blu in relazione a bianco, o blu in relazione ad arancione, o blu in relazione a giallo. Vediamo solo blu. Così, questo non è la stessa cosa di grande e piccolo, alto e basso, lungo e corto, questa montagna e quella montagna, che esistono in dipendenza l’una dall’altra. Blu è solo blu. Per esempio, qualche volta il cielo è blu. In breve, dobbiamo riconoscere che tutti gli esseri senzienti sono gentili, che noi dipendiamo da loro, che loro ci procurano felicità e che noi sopravviviamo dipendendo da loro.

A Rimuovere gli ostacoli del considerare se stesso e gli altri come individui separati

[Rimuovere l’ostacolo del pensare “Poiché la sofferenza degli altri non mi danneggia, non ho bisogno di sforzarmi per rimuoverla] In altre parole, gli ostacoli alla buddhità sono i due:

– la concezione di un sé (afferrarsi al sé)

– e il prendersi cura di un sé (attitudine autogratificante; ostacolo principale)

B Confutazione per mezzo della riflessione sulle diverse parti del corpo e sui diversi tempi

Essi affermano che ciò è analogo a una mano che non può rimuovere il dolore del piede, poiché sarebbe di qualcos’altro. Si tratta solo di un’illustrazione e potrebbe altresì essere applicata al mattino e alla sera. Quando abbiamo male alla gamba, cerchiamo di alleviarlo con le mani applicando medicine e oli, massaggiandola e così via. Ugualmente anche questo non sarebbe corretto dal momento che la sofferenza della gamba non è la sofferenza della mano. Questo è un altro modo per rifiutare il pensiero “Poiché la sofferenza degli altri, non ci danneggia non abbiamo bisogno di eliminarla.” Infatti, dobbiamo rimuovere la sofferenza degli altri proprio come la mano elimina la sofferenza della gamba. Similmente, la sofferenza del mattino e la sofferenza del pomeriggio non sono la stessa cosa. Per evitare la sofferenza del pomeriggio, cerchiamo di fare qualcosa al mattino, persino se la sofferenza del pomeriggio è diversa da quella del mattino. In altre parole, ci prendiamo cura di noi stessi al mattino per evitare di sperimentare problemi alla sera e ci prendiamo cura di noi stessi la sera con lo scopo di evitare di sperimentare problemi, come malattie, la mattina successiva. Sebbene i tempi siano diversi, comunque cerchiamo di eliminare la sofferenza di altri momenti. Pensando in questo modo, dovremmo alleviare anche la sofferenza degli altri. Questa è un’illustrazione che dovremmo usare per capire perché è necessario alleviare la sofferenza degli altri. Per esempio, quando un figlio soffre per una gamba rotta, i suoi genitori sono infelici, la ragione è che soffrono mentalmente e cercano di alleviare la sua sofferenza tentando di fare tutto quello che è nelle loro possibilità per prendersi cura di lui, anche se la sofferenza della gamba rotta non danneggia loro fisicamente. Sebbene i genitori potrebbero pensare che non è necessario eliminare la sofferenza del figlio perché non danneggia loro, questo sarebbe inappropriato.

C Abbandonare il dubbio che le [precedenti] analogie non si applicano a ‘sé’ e ‘altri’ in quanto riguardano il medesimo continuum o raccolta. Se pensaste, “[Ebbene,] non è la stessa cosa, perché la vecchiaia e la giovinezza [di una persona] appartengono allo stesso continuum mentre la mano e il piede appartengono alla medesima raccolta.” ‘Continuum’ e ‘raccolta’ sono, rispettivamente, una designazione su molti istanti e una combinazione di molte parti, e non hanno una natura autonoma. Poiché [entrambi,] il proprio sé e quello degli altri vanno attribuiti, rispettivamente, a tale continuum o alla raccolta, non viene stabilito da una [sorta] di auto-natura che sia diversa dalla mera designazione dipendente e relativa di ‘io’ e ‘altri’. Può sorgere il pensiero che la persona giovane e la persona anziana sono lo stesso continuum, e che la mano e il piede sono parti della stessa raccolta, mentre il proprio sé e quello degli altri non sono allo stesso modo, che essi sono differenti rispetto a queste due analogie. Il fatto che la persona giovane e la persona anziana siano un continuum, e che il nostro corpo sia una raccolta di molte parti è solamente imputato dal pensiero, essi non

esistono per potere proprio. Essi sono tutti dipendenti. Allo stesso modo, anche il proprio sé e quello degli altri sono imputati dal pensiero come “Io” e “Gli altri”. Quindi essi sono simili nel dipendere l’un l’altro. Per esempio, se due persone stanno parlando, ognuna dice io e altro rispetto all’altra persona. Comunque, questo ‘io’ non esiste indipendentemente e neanche ‘altro’ esiste indipendentemente. Essi sono relazioni dipendenti. Perciò, senza dubbio, io e altro dipendono l’un l’altro. Essi esistono per imputazione e non esistono per natura propria o dalla loro parte. Tutti i fenomeni non esistono dal proprio lato, non sono veramente esistenti e non sono intrinsecamente esistenti. Questo tipo di esistenza è l’oggetto della negazione. Quindi, io e altro esistono in dipendenza. Per questo, possiamo cambiare la nostra attitudine di pensare che noi stessi siamo importanti abbandonandola e sviluppando il pensiero che gli altri sono più importanti e desiderare di prenderci cura di loro. Gli altri esseri senzienti sono infiniti, noi siamo solo uno. Perciò, gli altri sono più importanti di noi.

Lam-Rim Medio dice:

D Essendo così, in virtù della abitudine, si può sviluppare anche l’apprezzamento per [la mente che si prende a cuore gli altri]. Tuttavia, giacché ci siamo sempre preoccupati, da un tempo senza inizio, di quanto sia intollerabile la nostra sofferenza, possiamo sviluppare la consapevolezza di quanto sia intollerabile anche l’altrui sofferenza acquisendo familiarità con il prendersi cura degli altri. Se proviamo a sviluppare il pensiero di prenderci cura degli altri, possiamo generare tale pensiero familiarizzando con esso. Da tempo senza inizio fin’ora abbiamo acquisito familiarità con il pensiero egocentrico, pensando a quanto sono insopportabili i propri problemi e sofferenze. Se familiarizziamo con il pensiero che la sofferenza degli altri è insopportabile, quando vediamo altri esseri che stanno soffrendo sorgerà una mente incapace di sopportare che essi soffrano. Questo può essere sviluppato con l’acquisire familiarità. Così come è facile generare la mente egocentrica per via della familiarità con essa da tempo senza inizio, così pure possiamo arrivare a trovare insopportabile che gli altri soffrano. Bisogna sviluppare il pensiero che dobbiamo eliminare le sofferenze degli altri e che dobbiamo impegnarci per questo in modo da realizzare la loro felicità. Questo avviene grazie alla familiarità Bisogna vedere l’attitudine egocentrica come nostro vero nemico. Pensando in questo modo, dobbiamo impegnarci a mettervi fine. Essa è il nostro nemico principale. Il potente e supremo nemico è la mente egocentrica, ricordando questo dobbiamo affidarci alla consapevolezza e all’introspezione e sforzarci di porle fine. Se non abbiamo generato questa attitudine sforziamoci di non generarla e se l’abbiamo generata cerchiamo di fermarla. Dovremmo avere il pensiero stabile di familiarizzare col pensiero che la mente egocentrica è la nostra vera nemica ed è ciò che bisogna che vada eliminato. Familiarizzando più e più volte con questo un giorno saremo capaci abbandonare la mente egocentrica. Se non riconosciamo la mente egocentrica come il nemico, non tenteremo di distruggerlo. Dobbiamo, perciò, riconoscerla come nostro nemico.

 

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