Ghesce Tenzin Tenphel: Introduzione al tantra, 2

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel: Siamo noi i creatori della nostra pace e felicità.

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel: Siamo noi i creatori della nostra pace e felicità.

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel: Introduzione al tantra, 2 seconda parte

il 26-28 ottobre 2007 al Centro ScenPhen GiamTse Ling in Parma

Traduzione di Annamaria Depretis. Trascrizione immediata non revisionata: Ivan Zerlotti.

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel

Cosa vuol dire praticare?

Voglio enfatizzare l’importanza dell’essere un tutt’uno con la propria pratica. Non è qualcosa che si relega al sedile di meditazione nella propria stanzetta, è importante che sia organica alla propria vita.

Cerchiamo di evitare quelle situazioni in cui qualcuno si ritrova ad essere praticanti tantrici, si fanno le preghiere e le recitazioni, nella propria stanza e poi quando si incontrano gli altri ci si infuria.Questo non è il modo di praticare. Avere la vita quotidiana separata dalla pratica.

L’ambito della pratica spirituale è la propria mente e non il sedile di meditazione.

Certamente gli esercizi di meditazione, la recitazione delle preghiere e del mantra sono degli addestramenti e sono importanti. Ma non sono esaustivi della pratica che ha a che fare con l’esercizio mentale in ogni istante.

Quello che deve accadere è il miglioramento della propria mente. Questo accade nell’esperienza, mentre si fa l’esperienza. Quando effettivamente si vive l’esperienza della mente è nelle situazioni, nelle relazioni, quando ci si imbatte nella sfida con la propria mente per orientarla verso una condizione favorevole e ci si incontra con i propri difetti. È lì che si incontra la fatica del migliorare la propria mente. Occorre sapere qual’è la situazione che si vive, riconoscere le situazioni che incontriamo e quello che appare nella nostra mente. In quel momento possiamo intervenire per migliorare la nostra mente. Non possiamo rimuovere la fatica dell’incontrare le difficoltà e fare solo cose gradevoli come recitare mantra e preghiere. Ci sono grandi lama che vengono e ci conferiscono queste iniziazioni con om, ah, hum, non ci possono trasformare senza il nostro impegno. Se bastasse questo saremmo tutti trasformati. Non ci troveremmo in questo stato.

Quando si imposta una domanda ci sono tanti sottintesi e non è detto che io riesca a capire tutto quello che c’è a monte delle domanda. Si rischia di non comprendere.

È importante formulare delle domande, poi ognuno deve trovare la propria risposta.

La cosa importante è il trovare la risposta alla propria domanda. Non è importante la risposta che ci danno altri. I dubbi vanno chiariti all’interno di sè.

D: Anche se il chiarimento viene dal maestro?

R: è importante, certo. Però la cosa importante è essere ricettivi rispetto alla risposta che arriva. La cosa ce deve accadere è questo baleno nella propria mente in cui ci diviene chiara la soluzione, la risposta. Per esempio, nella formazione classica, nei monasteri c’è tanto dibattito, si dedica tanto tempo alla formulazione delle domande e delle risposte. Se ci si trova in queste discussioni di dibattito in cui alcuni ricevono le domande fatte da altri, ognuno parla nella propria prospettiva, per cui ci sono diverse rappresentazioni dello stesso tema. È benefico trovarsi in queste situazioni in cui vengono formulate domande a diverse persone che rispondono con enfasi diverse. Queste sono importanti, di grande beneficio. Ma questo non è di per sé sufficiente. Quello che si deve cercare è il proprio accertamento con una mente valida e incontrovertibile.

D: La mente sottilissima è una base per le menti grossolane? Ci possono essere due prospettive nello stesso continuo? Una conflittuale e una della mente sottilissima.

R: In termini realistici, la mente estremamente sottile non è funzionante per cui la sua prospettiva non è esperita. Per chi ha attivato la mente estremamente sottile allora possiamo parlare di due prospettive, per cui ci sono due percezioni diverse della realtà, una grossolana e una molto sottile. Questo termine dharma, vuol dire anche migliore, porre rimedio, si riferisce alla propria mente. Per essere dei praticanti di dharma occorre che il miglioramento avvenga all’interno della propria mente. Deve riguardare se stessi. Fare questo tipo di considerazione serve perché soffriamo e ogni sofferenza dipende dalle nostre attitudini mentali. Non vorremmo soffrire, vorremmo essere felici, e invece soffriamo. Se c’è davvero la voglia di stare bene occorre rimediare alle cause della sofferenza che sono nella propria mente. Questo viene detto nei vari testi del lam rim che propongono il sentiero graduale fino all’illuminazione, oppure nei grandi trattati che raccolgono le parole del dharma, nei testi di lo gion, addestramento mentale. Tutti questi testi vanno recepiti e imparati senza che rimangano delle nozioni meramente intellettuali, devono divenire dei metodi per far avvenire la trasformazione della nostra mente. Senza entrare nei testi del tantra, nel sutra si presentano metodi per trasformare la mente in positivo che vanno messi in pratica. È proprio nei sutra che vengono date le istruzioni per intervenire sulla mente, i metodi per trasformare in meglio la nostra vita e il nostro essere. Nei tantra si parla di metodi sofisticati per lavorare su canali, venti, gocce sottili, sulla mente primordiale. Non vengono presentati i metodi per trasformare la mente che sono imprescindibili. Perché nei sutra si parla di questo e nei tantra no? Perché il tantra è un metodo successivo a quello presentato nei sutra.

Per prima cosa occorre quindi guardare ai discorsi del Buddha, i metodi per purificare la mente. Questo addestramento è la base per potersi poi dedicare successivamente ai metodi sofisticati presentati nel tantra.

Ci ritroviamo a dovere avere a che fare con noi stessi. Dobbiamo comprendere quali sono i nostri limiti. Potrebbe accadere di ricevere grandi iniziazioni, dei genan per la pratica delle divinità, poi si ricevono i commentari. Ci si trova carichi di impegni e si devono fare tante recitazioni quotidiane. Poi ci sono le pratiche dell’auto generazione come la divinità. Si diventa praticanti tantrici. Si devono avere le mala con i vari tipi di semi e varie attrezzature da praticanti. Poi però nella mente chissà cosa c’è. Non solo nella mente non ci sono i prerequisiti per la pratica tantrica, magari non ci sono neppure i requisiti per essere dei mahayana, e forse non ci sono neppure le caratteristiche per essere un praticante della liberazione individuale. Ci sono molte storie da narrare a questo proposito.

Tra queste quella di un monaco che non avendo fatto tutti i passaggi preliminari alla pratica del tantra si era dedicato direttamente alla pratica di Yamantaka, Dorge Gigce. Era così calato nell’assumere le sembianze della divinità, aveva fatto il ritiro di avvicinamento alla divinità, che ha un aspetto terrifico con gli occhi sbarrati. Quando si fa la pratica di auto generazione della divinità ci si cala nell’aspetto della divinità. Lui era rimasto con gli occhi sbarrati, in aspetto terrificante. In Tibet si va intorno al tempio pregando e recitando preghiere, tutti vanno, e c’erano vari cani nella zona. Questo andava in giro con questo sguardo che spaventava i cani che guaivano. Un giorno questo monaco fu chiamato da Kyabge Triciang Rinpoce, uno dei tutori dell’attuale Dalai Lama. Gli disse, bene fai la pratica di Yamantaka, ti identifichi molto bene nel suo aspetto. Però prima di fare queste pratiche bisogna porre le basi e meditare su amore e compassione. Con la successiva pratica di meditazione su amore e compassione riuscì ad avere un aspetto non terrifico, uno sguardo diverso. Questo per dire che quando non si ha una comprensione corretta del modo di fare le pratiche tantriche c’è il rischio di fraintendimenti e di insuccessi nella pratica. Vi sono anche altre storie.

Essendo impreparati alla pratica del tantra, privi della base apropriata, privi dei preliminari appropriati, anziché portare all’illuminazione queste pratiche ci possono fare rinascere come un essere con quella forma ma nel reame degli spiriti, come uno spirito. Se non c’è l’atteggiamento che vuole impegnarsi nel tantra per essere in grado di beneficare al più presto gli esseri senzienti si rischia di diventare uno spirito con quelle sembianze, così non si porta beneficio a nessuno, nemmeno a se stessi e inoltre si diventa nocivi per gli altri. Si dicono queste cose perché sono molti i casi in cui sono fraintendimenti. Per esempio nel caso della visualizzazione di se stessi come una divinità maschio e femmina in unione, o come divinità terrifiche. L’orgoglio divino di cui parla il tantra è l’opposto dell’afflizione orgoglio. Oppure l’attaccamento delle divinità che si mostrano in unione, serve come antidoto all’attaccamento ordinario. Se non si comprende correttamente si rischia di cadere in un atteggiamento opposto. Cosa sono gli ingredienti fondamentali perché le pratiche tantriche siano benefiche? Ci deve essere nella propria motivazione bodhicitta, l’interesse altruistico all’illuminazione. Eliminare tutte le negatività e ottenere tutte le realizzazioni. Poi ci deve essere la comprensione della vacuità, la

natura dei fenomeni. Queste due permettono che la pratica tantrica diventi di beneficio. Quando si parla di bodhicitta, di mente dell’illuminazione, ci si riferisce a un’attitudine spontanea non artificiale. Non c’è più la necessità di indurle un tale atteggiamento. Occorre avere superato la fase in cui è necessario indurre la mente dell’illuminazione in modo artificiale. Ci sono questi casi che ci riguardano. Si cerca di coltivare la propria mente, si cerca di meditare bodhicitta. Lasciando perdere i nostri cari e parenti con cui abbiamo relazioni complesse. Parlando di persone che conosciamo poco, anche la più piccola cosa ce le fa diventare insopportabili. Questo non ha nulla a che fare con bodhicitta. Però magari siamo convinti di stare meditando bodhicitta e invece non c’è neppure la più minuscola ombra di pazienza.

Non è questo il caso da seguire. Non è che bodhicitta è una cosa isolata dal resto del mondo. Bodhicitta per essere coltivata effettivamente deve avere vita, portata nella vita quotidiana. Questa meditazione di bodhicitta viene fatta per ottenere lo stato dell’illuminazione completamente qualificato per essere in grado di beneficare tutti gli esseri senzienti. Questo meditare bodhicitta è per gli altri, per essere in grado di beneficare tutti gli esseri, renderli felici.

Nella situazione in cui ci si sforza di essere dei meditatori ma non ci si riesce a sottrarre neppure delle conflittualità con i propri cari.

Appartenere al mahayana, sia in termini di sutra che di tantra.

Si fa distinzione tra il mahayana e l’hinayana. Il mahayana, il praticante mahayana è qualcuno che è sollecito nel portare beneficio agli esseri. Si può essere in grado di beneficare gli esseri quando almeno si è riusciti a smettere di fare loro del male. La pratica del veicolo hinayana invece è orientata alla propria liberazione personale, per cui l’impegno non è verso il beneficare tutti gli esseri senzienti, ma c’è comunque l’impegno a non danneggiarli. Se non si riesce a non danneggiare gli esseri senzienti non si può essere inclusi nella categoria dei praticanti mahayana, se non si è mahayana non si può essere dei praticanti del tantra. Se non si riesce a non danneggiare gli esseri non si è neppure dei praticanti hinayana. Su queste categorie a volte ci sono dei pregiudizi bizzarri. Questi nomi possono suscitare immagini di svalutazione di qualcuno -il piccolo veicolo- e valutazione dell’altro -grande veicolo. Non è questo il caso però. Non è che piccolo e grande qui si riferiscono al livello. Si riferiscono alla capienza mentale. Bisogna attribuire il giusto significato a questi termini. Piccolo veicolo va inteso nei termini dell’essere dedicati a tutto ciò che si riferisce alla propria liberazione individuale. È un obiettivo meno vasto di quello del grande veicolo che ha come obiettivo quello di aiutare tutti gli infiniti esseri senzienti.

In termini di formazione personale non si possono escludere dalla propria pratica i passaggi relativi al piccolo veicolo. Occorre iniziare ad avere la capacità di sottrarsi dalle cause della sofferenza. Non si può saltare direttamente nell’essere in grado di beneficare tutti gli altri. Che cosa è necessario per poi poter entrare nella pratica mahayana? Occorre avere compreso la realtà della morte e della transitorietà, occorre avere compreso gli svantaggi dell’essere coinvolti nel samsara, occorre avere compreso il funzionamento delle legge di causa ed effetto, il karma. E così via. Dopo avere impostato questo terreno di base si può proseguire e costruire una pratica effettiva mahayana. La pratica del tantra è un’espansione delle pratiche di base. Si diventa capaci di pensare al beneficio degli esseri senzienti e in seguito si può entrare nella pratica del tantra. Smettere di essere nocivi è un beneficio anche per noi stessi. Il fatto di non essere ancora riusciti a smettere di nuocere ci continua a procurare nemici. Molte persone che non ci apprezzano. Non solo altri nemici al di fuori dei propri cari, ci sono casi in cui si è nemici tra familiari, tra persone care. Ci sono casi in cui ci si è inimicati anche la persona cara. Accade che non avendo

eliminato la nostra nocività molte persone sono scontente di noi. Siamo nocivi con corpo, parola e mente e così non siamo apprezzati. Tutto questo va smesso. Tutta la difficoltà è nel disattivare queste attitudini. Occorre pensare per bene a questo. Pensiamo nel confronti di qualcuno che consideriamo ostile. Quando parliamo di questa persona con una persona che ci è cara, facciamo un elenco di aspetti negativi, di ragioni per cui quella persona non va bene. Non solo abbiamo questa modalità di elencare i difetti, ma andiamo anche a cercarli. Qua viene utilizzata la nostra intelligenza, per costruire questa immagine pessima della persona. Siamo contenti di poter definire in modo pessimo questa persona, elencandone i difetti con passione e impegno pensando di essere ascoltati e capiti. Siamo convinti che esibire questo pensiero negativo verso quella persona ci porterà vantaggio e lui ne verrà danneggiato. Viene descritto come un mostro. Ci costruiamo così un’immagine di quella persona in termini nocivi. La nostra capacità analitica può essere utilizzata in modo diverso.

Per esempio, quando raccontiamo di eventi, situazioni e fatti negativi di quella persona, mentre elaboriamo in questo modo, poniamoci piuttosto una domanda. Mentre raccontiamo quella persona sta peggiorando? La stiamo effettivamente danneggiando? Probabilmente non sta peggiorando, mentre noi si. La nostra mente si coinvolge in qualcosa che fa stare male, qualcosa di negativo. Quando ci caliamo in questo tipo di situazioni, ci troviamo in qualcosa di negativo che ci fa cadere in uno stato di negatività. Durante tutto questo processo di descrizioni, pensieri e ricordi negativi non stiamo bene. Se non ce ne accorgiamo chiaramente dipende da mancanza di consapevolezza. La questione ci riguarda perché quello che mettiamo in essere nel nostro fare non svanisce nel nulla, creiamo dinamiche ed energie che non svaniscono e in seguito avranno delle conseguenze. Dopo avere fatto questa narrazione negativa di quella persona, se la incontriamo in seguito non avremo un’attitudine piacevole, non avremo nessuna voglia di parlargli e di stare in sua presenza. Ci sarà un’attitudine interna in cui il pregiudizio della mente ci impedisce di credergli anche se sta dicendo qualcosa di vero. Il farci queste immagini negative degli altri, se con l’intento di ostacolarle o di fare loro del male, non ci porta oltretutto a ottenere quel risultato. Invece di sicuro accade che facciamo male a noi stessi. Portiamo la nostra consapevolezza a vedere quello che accade. Vediamo che in noi sorge un’atmosfera negativa che ci predispone alla sofferenza. Questo è quello che effettivamente accade. Si parla di atteggiamenti negativi della propria mente, di ragionamenti che siamo abituati a fare nei confronti degli altri. Questi atteggiamenti ci condizionano da molto tempo e per molto tempo. Dobbiamo vederli e abbandonarli. In altri casi potrebbe esserci un’indole non malevola. Parliamo qui di stati d’animo in cui ci si crogiola nel malessere e si reagisce con amarezza a tutti i problemi che si incontrano. Abbiamo intelligenza, dobbiamo addestrarla per riconoscere che nella vita ci può accadere di tutto. Cose belle, gradite, ma anche cose non belle e sgradite. Non possiamo dividerci e … non dobbiamo essere dipendenti dagli accadimenti, reattivi a ciò che accade. Non dobbiamo cercare di condizionare gli eventi esterni per avere l’uno ed evitare gli altri, dobbiamo invece addestrare la nostra mente in modo da riconoscere … Si parla di bontà d’animo, di mente positiva, di essere persone educate. Queste qualità non devono essere cercate in termini di forma ma soprattutto in termini di cuore e mente della persona. Uno può essere esternamente educato ma poi avere una mente non positiva. Il fatto di avere un atteggiamento positivo o negativo dipende dallo stato della mente e non dall’assetto fisico e dalla parvenza del proprio corpo. È importante essere persone posate con padronanza delle proprie espressioni fisiche, ma la priorità assoluta è sulla padronanza della propria mente.

Per quanto riguarda la gestione del proprio corpo. Potersi permettere di frequentare certi ambienti in cui si fanno certi esercizi, palestre in cui si accedono a sostanze per la salute del proprio corpo, unguenti per il proprio corpo, abbigliamenti che ci danno sembianze di certo tipo. Chi ha molto denaro si può permettere anche la scelta dei cibi che sono di maggiore beneficio. Il corpo senza dubbio ne trae beneficio. A livello mentale non occorrono grandi risorse per gestirla in modo positivo, lo possiamo fare tutti. Se guardiamo la storia, chi ha operato la trasformazione della propria mente in positivo, per lo più sono vissuti in povertà senza tanti agi materiali. Non è un problema avere denaro, non è questo per sé che fa la differenza. Anche se si riesce ad essere completamente infelici pur avendo tanto denaro e tante cose materiali.

Possiamo andare a studiare i testi e i trattati dove sono riportate le biografie di queste persone eccezionali che hanno ottenuto grandi risultati spirituali, e possiamo vedere che per lo più erano persone povere che hanno vissuto nella semplicità. Quante sono le persone ricche che si sono impegnati tanto nella pratica spirituale? Sono molto rari. Non solo nel buddhismo, ma anche nel cristianesimo, nell’induismo e così via. Se vogliamo giungere all’essenza del nostro essere, non sta nei beni materiali ma nelle proprie risorse interiori che sono inesauribili. Per esempio ci sono vari esseri che vivono nelle dimensioni divine, come Brahma, che vivono nel piacere. Per relativizzare il valore delle cose. Se mettessimo da una parte tutte le cose di valore degli esseri umani e dall’altro solo una delle due scarpe di Brahma, tutti i beni umani non arriverebbero a eguagliarne il valore. Se parliamo poi delle dimensioni che trascendono la mondanità il valore che troviamo è infinito,

inesauribile. A livello materiale una persona può apparire povera, con poche risorse, ha poco cibo, poche bevande, in una semplicità drastica, se però si dedica intensamente allo sviluppo delle qualità interiori, il suo investimento gli darà una ricchezza inesauribile. Tutti beni materiali e le ricchezze hanno un limite oltre il quale non si può andare. Non parliamo di un credito limitato, ma parliamo di tutte le risorse che sono limitate nell’estensione temporale. Quando moriamo non possiamo più accedere alle ricchezze di questa vita. Pensiamo a quanto viviamo con angoscia il problema delle risorse materiali, pensiamo a quanta preoccupazione investiamo in questa direzione, la fatica che facciamo per accumulare questo denaro che non sappiamo cosa ci potrà garantire. Siamo preoccupati e ci impegniamo in attività di vario tipo, lavoro, attività finanziarie, ecc. per occuparci di noi in modo da avere un certo standard garantito. Continuiamo a vivere con fatica questo impegno e l’angoscia di dovere abbandonare i nostri possedimenti. Dopo la morte questi beni, se ce ne sono, saranno spartiti tra i parenti che si litigano l’eredità. Magari uno ha vissuto solo e nessuno se ne curava. Al momento della morte tutti vanno al capezzale. Questo in riferimento all’investirsi per ottenere cose materiali che possono essere godute solo in questa vita. Invece le risorse sovra mondane, sono qualcosa che va al di là della spartizione tra mio e tuo, sono beni liberi di cui tutti possono usufruire. Non ci sono queste difficoltà in termini di proprietà. Cosa vuol dire acquisire le risorse sovra mondane? Vuol dire acquisire un livello di esistenza in cui tutto è automatico. Naturalmente si mangiano cose buone senza dover fare la spesa e così via, avere buoni vestiti senza fatica. Altri benefici sono che non si è condizionati dalla materia, dalle distanze. Si va a piacimento istantaneamente dove ci pare. Queste sono qualità che sono coltivate dalla propria mente addestrata. Abbiamo questa possibilità e man mano che coltiviamo la nostra mente siamo sempre più in pace e liberi. Per avere un beneficio così ampio occorre lavorare nella propria mente, non dobbiamo convincere altri, o impegnarci all’esterno.

Noi che viviamo qui in Europa, l’aumento del reddito nei vari paesi viene prospettato come un modo per avere risorse da destinare al benessere delle persone. Però sappiamo che tutto questo progresso è limitato. Possiamo vedere questi limiti perché notiamo che c’è infelicità nella mente pur vivendo in nazioni fortunate. Siamo molto infelici. Avere tutti questi beni, avere accesso ai vari prodotti ci permette di risolvere molte difficoltà ma non siamo ancora riusciti a risolvere la sofferenza della nostra mente. Questo va fatto ed è più importante. E questo progresso interiore lo dobbiamo cercare perché ci manca. Siamo squilibrati, investiamo tanto nel progresso esterno ma il nostro mondo interiore non è curato.

Dobbiamo potenziare le qualità interiori in modo che ci sia equilibrio e andrà tutto meglio. Parlo sempre di difficoltà che incontriamo nella nostra vita. Viviamo nella paura dei terroristi. Non è necessario avere timore dei terroristi. C’è questo allarme

verso il terrorismo. I veri terroristi li abbiamo nella nostra mente. Ci preoccupiamo troppo di quelli esterni e non ci curiamo di quelli interni che invece dovremmo temere. Gli esseri cambiano continuamente di ruolo. Quello che adesso è il terrorista x in un altra vita potrà essere la nostra madre, sorella, fratello, padre. Invece i terroristi dentro di noi non cambiano mai saranno sempre dei terroristi, ci faranno sempre del male. Sono dannosi da sempre ma noi li coccoliamo e li accudiamo. Ci siamo protetti i nostri odio, attaccamento, invidia, orgoglio, ecc. non ce ne siamo mai sbarazzati. Per altro in termini di chi può diventare terrorista all’esterno, chi diventa davvero nocivo nei confronti degli esseri sono sempre le afflizioni interiori che condizionano qualcuno a diventare nocivo per gli altri. Nel mio caso, io sono un tibetano. In quanto tibetano che ha vissuto il sopruso da parte dei cinesi potrei dire che i cinesi sono nemici. Però rinasciamo, fino alla morte viviamo in un corpo e poi rinasciamo. Nella prossima vita potrei anche diventare il figlio di un militare cinese. E allora che dirò? Ce l’avrò con i tibetani!

Questo è il significato dell’essere nel samsara in cui ci si trova in situazioni sempre diverse. Ma siamo costantemente dominati dalle afflizioni mentali che ci hanno condizionati a creare cause di sofferenza. Siamo continuamente catapultati da una situazione all’altra dove reagiamo senza scelta a quello che incontriamo. Questa sera non c’è tempo per le domande. Potreste avere delle domande le potete cullare nei vostri sogni e domani venite con le domande. Il tipo di domanda: qualunque. Io proverò a darvi delle risposte, scusate se no saprò rispondere. Ogni mattina quando iniziamo la nostra giornata e vogliamo darle una buona impostazione, non

dobbiamo preoccuparci di una buona colazione ma di avere una mente positiva, un buon cuore. Cominciamo dal versante dell’impostazione della nostra attitudine per far sì che il seguito sia positivo. Se invece ci preoccupiamo delle condizioni esterne, una buona colazione e così via, non c’è garanzia che la giornata sia positiva. Ci sono persone che si possono permettere condizioni eccellenti e però appena si mettono a tavola cominciano a litigare con i familiari. La condizione di felicità dipende totalmente dall’attitudine mentale. Se la mente è felice possiamo godere di ogni condizione esterna con piacere. Questo è perché abbiamo spesso esperienze di questo tipo in cui ci troviamo infelici pur in ottime condizioni esterne.

Il nostro investimento esagerato sulle condizioni esterne è fallimentare. Possiamo pensare che dal momento che abbiamo difficoltà se ci trasferiamo in altri luoghi o con altre persone i problemi si risolvono. In effetti se ci troviamo in nuovi luoghi o con nuove persone subito le cose sembrano andare bene e i problemi vecchi sembrano risolti. Ma dopo un certo periodo si ripresenteranno i problemi che pensavamo di avere risolto. Dobbiamo perciò capire dove sono effettivamente i problemi, la conflittualità si trova nella nostra mente che è predisposta al malessere. Sono i nostri atteggiamenti e la nostra incapacità ad affrontare le cose che ci fanno soffrire e incontrare problemi. Avere un buon atteggiamento è invece qualcosa di positivo che ci permette di affrontare con successo ogni situazione ed essere felici. Ci sono persone che vengono a Pomaia. Alcune vecchie conoscenze si fanno rivedere dopo un certo tempo. Una ragazza che ha una pettinatura un po’ particolare, all’inizio quando arrivò diceva che era fantastico stare in quel posto perché in ogni momento si possono ascoltare insegnamenti di dharma, siamo a casa dei maestri. È venuta un paio di giorni fa dicendo che adesso non ce la fa più e se ne deve andare. Prima era così entusiasta, adesso questo entusiasmo dove è finito? Questo è un fatto che porto come esempio, ma quanti di queste situazioni di entusiasmo volubile capitano anche a noi? In qualunque luogo ci troviamo, in qualunque situazione, se la mente non è impostata in un modo rivolto all’armonia e alla soluzione dei conflitti, sarà difficile che automaticamente l’armonia si presenti.

Siamo noi i creatori della pace e della felicità.

Questi pace e felicità non sono qualcosa che si presenta di colpo e si può creare in un attimo. Richiede un lavoro lungo, non bastano alcune settimane, occorre molto tempo. Ci sono tanti strati diversi nella nostra mente che sono causa della sofferenza. Si può lavorare man mano su strati sempre più profondi. Dobbiamo cominciare da quelli più grossolani perché una insoddisfazione e sofferenza di fondo non ci permettono di eliminare il condizionamento al soffrire a cui siamo abituati. Se riusciamo a intervenire almeno a questi livelli il nostro malessere si ridurrà. Accadono molte cose nella nostra mente per cui sgorga la sofferenza. Sono tante le condizioni per cui si soffre. Preoccupazione per il figlio che non va bene a scuola, tutte le varie situazioni in cui ci sentiamo a disagio. Abbiamo problemi con il capo sul posto di lavoro, con i nostri colleghi. E poi andiamo nell’intimo, la relazione con la persona amata, anche qui troviamo disagi e sofferenza. Tutte le condizioni di disarmonia ci portano malessere che dilaga nella nostra vita. Possiamo elencare molte cose che si sommano e ci inducono al malessere. Porto un piccolo esempio, un caso. Andiamo sulla questione dei figli che non studiano o non vanno bene a scuola. Siamo preoccupati per il suo futuro. Vivere con ansia questa situazione è funzionale al suo miglioramento? Non sarà utile per il suo miglioramento. Questo crogiolarsi nel malumore e nell’ansia non ci condurrà al miglioramento della condizione scolastica del figlio mentre ci porterà ad arrabbiarci. Dalla nostra bocca usciranno delle parole sgradevoli, o forse addirittura qualcuno potrebbe usare le mani. Le parole sgradevoli feriranno il figlio, tanto più se venisse percosso. In ogni caso l’amore per il genitore diminuirà o si perderà. A quel punto si entra in un circolo di emotività indistinta della mente negativa, tutto questo non sarà di beneficio per nessuno. Al figlio procura solo danno.

Questo non è per dire che il figlio è poverino e non ha fatto nulla. È certo che lui è responsabile del suo andare male a scuola. Occorre che ciascuno si assuma le proprie responsabilità in modo da poter procedere in modo positivo. Come figura educatrice avere un atteggiamento conflittuale nei riguardi del figlio che va male, è

controproducente sia perché non porta vantaggi al figlio, sia perché genera situazioni di disagio e malessere che oltretutto il figlio potrà introiettare e trasmettere ai propri figli. È importante come genitori avere un buon comportamento in modo che i figli possano imparare un buon modo di comportarsi.

Questo vale per i genitori e per le altre figure di riferimento come insegnanti e amici. La questione è essere consapevoli del fatto che come genitori si hanno responsabilità perché si condizionano gli altri. Quindi usare un linguaggio positivo è molto importante. Questo non toglie il fatto che a volte, senza ostilità e rabbia, sia importante imporsi con forza persuasiva.

È sempre l’esempio che condizione, molto più di quello che fanno le parole espresse. Bisogna mettere dei limiti anche con forza. L’esempio è quello che il figlio vede e quello da cui impara tantissimo. Se i genitori hanno comportamenti inadatti il figlio li apprende. In generale la figura della madre è importantissima, è molto gentile. I genitori ci hanno permesso di essere qui vivi, grazie alla loro gentilezza nei nostri confronti. Quando si è piccoli non ci si rende conto che è il caso di essere grati a padre e madre. Però c’è questa cura dei genitori che è fondamentale per i figli. Durante la fase della vita in cui siamo accuditi si assorbono gli esempi dei genitori. I genitori devono praticare con i figli. Sono un modo di applicare la pratica spirituale. Quello che succede a molti genitori, soprattutto le mamme con i figli piccoli, pensano di non avere tempo di praticare, di fare ritiri, di ascoltare insegnamenti. Quando ci si pronuncia in questi termini vuol dire che non si è capito cosa vuol dire pratica. Questo ci dice che tanti pensano che riuscire ad avere tempo per praticare vuol dire stare tranquilli senza nessun disturbo da parte di altri.

Invece l’occasione della pratica è proprio il confronto con le situazioni in cui la mente soffre, dove incontriamo problemi e disagio. La pratica spirituale, la coltivazione delle qualità interiori è funzionale alla creazione di pace e felicità.

Fare la pratica spirituale non significa un mero rilassamento. È importante rilassarsi e anche riposarsi. Riuscire ad affrontare queste situazioni in cui occorre darsi da fare per creare le cause della pace e della felicità non si può fare riposandosi. Tra l’altro accade che non si è in grado di riposarsi, non solo fisicamente. Uno che torna a casa tardi dopo una giornata di lavoro e si stende sul divano, fisicamente è fermo ma la mente è continuamente al lavoro ripensando alle cose e ai problemi della giornata. Quindi anche quando si è coricati e si dovrebbe essere a riposo i pensieri continuano a pullulare, anche durante il sonno la mente non si ferma mai. Accade di continuare a restare coinvolti nei pensieri e si dorme male e poco. E al mattino dopo occorre alzarsi per andare a lavorare. Quando si è poco riposati la mattina

si è molto vulnerabili e stanchi e si è in difficoltà a stare bene. La mattina si vive la fatica del corpo che non si è ben riposato per cui si è stanchi già al primo mattino. Si va al lavoro in queste condizioni e non si è felici, i nervi sono già tesi e basta poco per far scattare conflitto. Questo va avanti per mesi e per anni, senza pace. Ci si affligge nel corpo e nella mente con costanza e abbondantemente. Ci diamo degli spazi per riposare la mente? Probabilmente no. Spesso può succedere di avere un sonno sottile in cui la mente è continuamente in attività onirica con poco riposo. La possibilità di creare felicità viene dispersa e trascurata. Chi è a capo della produzione di pace e felicità? Ciascuno di noi lo è. Il portare avanti la propria vita non è un impegno facile, c’è bisogno di farsi venire in mente molte idee per risolvere i problemi che incontriamo. Quello dobbiamo fare è non usare troppa energia verso questi problemi. Certo dobbiamo usare la nostra intelligenza per risolvere i problemi che si presentano, ma lo dobbiamo fare utilizzando i pensieri che sono effettivamente adeguati alla soluzione del problema, mentre gli altri li dobbiamo abbandonare. Smettiamo di dare retta ai pensieri nocivi che non servono alla soluzione dei problemi. Teniamo invece attivo il pensiero positivo. Questo ci dà più spazio per il riposo e il benessere. L’intelligenza se usata nella direzione scorretta non è funzionale alla creazione di felicità. Se si lascia agire in modo selvaggio l’intelligenza che produce in modo caotico, riusciamo ad avere solo piccoli spazi ridotti di felicità e tanto malessere. Quando riusciamo a togliere spazio alla mente distruttiva, la nostra pace si allargherà e anche il nostro corpo avrà maggiore benessere. Uno andrà felice al lavoro, sarà felice quando mangia, sempre, grazie alla mente ben disposta e con un’attitudine aperta. Voglio parlare qualcosa del pensiero che non sa essere benefico. Prendiamo il caso delle relazioni uomo donna in cui ci sono sempre conflitti. È ovvio che ci sono conflitti perché abbiamo afflizioni mentali e siamo per questo predisposti ad avere problemi. Questo fatto deve essere considerato come un fatto che accadrà, lasciamoli scorrere, riduciamo l’ambito di questo coinvolgimento. Di solito invece non ci accontentiamo. Cosa pensiamo? Quella donna lì mi ha detto questa cosa. La donna invece pensa, quello lì mi ha detto quella cosa domani lo sistemo così. Da entrambi i lati si pianifica un attacco verso l’altro. Quando ci si imposta in questo modo riuscire a creare armonia diventa impossibile, il conflitto sarà sempre più acceso. Perché non si riesce a lasciare andare non si recuperano i momenti conflittuali e la tensione cresce sempre fino a che non ci si può più tollerare e ci si separa. Mi riferisco a quel pensiero in cui ci crogiola nel pensiero di risentimento, questo è completamente inutile e non è funzionale al benessere. Riportiamo al momento del conflitto acceso. Quando si è nel pieno del conflitto, soverchiati da emozioni e reattività, è difficile avere un pensiero lucido che vede chiaramente la situazione. Dobbiamo lasciare un po’ di spazio per lasciar raffreddare la situazione e poi ripensiamoci. Valutando gli errori che abbiamo fatto, cercando di capire come possiamo lasciare andare e non portare con noi questo peso che diventa difficile da

portare. Possiamo poi determinarci al momento dell’incontro ad avere un atteggiamento più positivo in modo che le cose procedano poi per il meglio. Questo tipo di elaborazione nei nostri rapporti intimi è molto importante perché è lì che incontriamo le situazioni più difficili da gestire. È lì che è difficile trovare le situazioni, dove si incontrano i reciprochi punti deboli ed è facile generare conflitto. È lì che dobbiamo capire come generare armonia. Dopo di che possiamo indirizzarci al sentiero spirituale e impegnarci nella generazione di bodhicitta e così via. Se non siamo in grado neppure di gestire correttamente la relazione con le persone vicine tutto il resto non ha possibilità di attuarsi.

Per quale ragione?

Non è che ci deve essere prima questo e poi quello. È che è lì dove ci imbattiamo nei difetti, nei nostri punti deboli ed è lì che applichiamo il nostro percorso spirituale. Di solito diamo sempre al colpa agli altri e non siamo capaci di vedere di nostri difetti. Così che l’altro si sente attaccato da qualcosa che non siamo neppure in grado di vedere. Gli altri sono feriti dalle nostre attitudini e modalità. Dobbiamo vedere quali sono gli atteggiamenti che feriscono l’altro e ridurli. Invece vediamo sempre i difetti altrui. Dobbiamo invece guardarci tanto dentro, è lì che si attualizza

la pratica spirituale, ed è nella relazione che incontriamo i nostri difetti. Possiamo cominciare a generare rinuncia e bodhicitta proprio nei confronti dell’altro. Il farsi carico della responsabilità della propria sofferenza e infelicità non toglie il fatto che esistono condizioni esterne. Ma la loro responsabilità è minima paragonata alla nostra gestione delle condizioni. Le condizioni esterne continuano a essere tali, ma la causa fondamentale di tutto quello che viviamo sta nella propria mente. Il nostro pensiero ha la responsabilità dominante. Per riuscire a ridurre la nostra sofferenza dobbiamo lavorare in primo luogo nel nostro interno. L’esempio è una piccola osservazione fatta nei nostri confronti. Per esempio qualcuno ci dice che non siamo una brava persona. Questa critica dura pochi istanti, noi abbiamo la responsabilità della gestione di quelle parole. La nostra gestione di solito è maldestra. Passeremo tutto il giorno a pensare a quello che ci è stato detto, faremo piani per evitare di incontrarla. Vivremo nel malumore per un tempo molto lungo. Ci permettiamo di vivere nel malessere e nella infelicità. La condizione esterna è durata un istante, invece il nostro atteggiamento dura molto. Quanto possiamo effettivamente intervenire sulle condizioni esterne?

Nel caso di qualcuno che ci insulta o ci dice qualcosa di sgradito come possiamo agire? Ci mettiamo in conflitto? La possibilità di averla vinta è poca. Dal punto di vista della prospettiva di riuscire a farcela. Da lì in poi se anche l’avessimo vinta le parole pronunciate scompaiono? Altre persone potrebbero dirci le stesse parole. Potremmo entrare in conflitto con altri in modo da eliminare le condizioni esterne. Ne arriveranno altre. Pensiamoci se riusciamo a gestire una situazione positivamente con la pazienza, avremo meno occasioni in cui saremo trainati nel

conflitto. Se invece abbiamo una mente reattiva che entra in conflitto queste condizioni prolifereranno. Ognuno è libero di dire quello che gli pare. Anche noi ci permettiamo di dire cose belle e brutte verso gli altri. C’è qualche ragione per cui noi possiamo farlo e gli altri non possono farlo nei nostri confronti? Non sarebbe giusto! La questione della mente che giudica il bene e il male di quello che fanno gli altri. Ci sono tantissimi eventi che non vanno bene, possiamo passare il nostro tempo a parlarne ma non serve. Dobbiamo invece porre l’attenzione verso le nostre afflizioni mentali. È lì che possiamo fare qualcosa. Se facciamo un buon investimento energetico avremo meno problemi e meno lavoro. Se uno si coinvolge in tutte le cose che vengono dette e che vede, saremo sempre invischiati in situazioni problematiche a causa della nostra mente giudicante. Il bodhisattvaciaryavatara propone un esempio. Supponiamo che tutto il terreno sia coperto di spine. Come facciamo per camminare? Un’ipotesi è quella di coprire tutte le spine con del cuoio. È un lavoro infinito, impossibile. Non è meglio indossare un buon paio di scarpe con una buona sola? La soluzione è così raggiunta, l’effetto è lo stesso che se avessimo coperto tutto il terreno con il cuoio

ma il lavoro è meno. Ancora una volta riportiamoci nel nostro mondo interiore. È lì che dobbiamo lavorare sul nostro modo di pensare in modo da avere successo. Dobbiamo avere noi cura di noi stessi. Non possiamo delegare questo compito ad altri perché siamo noi gli autori della nostra sofferenza e felicità. Per questo iniziamo al mattino. Andiamo al mattino, ci laviamo e facciamo quello che dobbiamo fare, ci spalmiamo di creme e profumi. Diamoci cinque minuti di meditazione tranquilla. A piacere, sul respiro per esempio senza giudizi. Poi impostiamo una motivazione positiva. La motivazione di base, minima, da impostare è: “da oggi, da questo momento, avrò una mente positiva e sarò corretto”. Poi facciamo colazione, andiamo al lavoro, mentre andiamo al lavoro siamo consapevoli. Osserviamo quelli che sono i pensieri che si presentano nella mente, quali sono le parole che la nostra bocca pronuncia, quali movimenti eseguiamo con il corpo. Durante tutta la

giornata osserviamo in questo modo. La sera torniamo a casa. Quello che andava fatto è stato fatto. Prima di andare a dormire possiamo dedicare qualche minuto alla meditazione. Rivediamo quello che è accaduto nella giornata. La mattina ci siamo impostati positivamente. Durante la giornata sono stato coerente con quella

impostazione. Farò così anche domani. Nel caso in cui non siamo riusciti ad essere coerenti con l’impostazione, per esempio abbiamo pronunciato parole negative nei confronti di qualcuno, abbiamo avuto atteggiamenti mentali negativi nei confronti di altri. Cerchiamo di determinarci a non ripetere lo stesso errore. Tutta questa operazione di impostazione al mattino e revisione serale può occupare cinque minuti e cinque minuti. Non occorre tanto tempo. Questa è una sorta di igiene mentale che previene ed elimina molte attitudini negative. Questo ci permette di diventare persone positive. Non solo si diventa positivi, ma ci si trova anche in una

crescente pace e felicità. Per questo riusciremo ad essere benefici per molte persone. Questo è fondamentale. Vorrei anche aggiungere una cosa per coloro che ricevono o hanno ricevuto iniziazioni. È una fortuna essere in presenza di grandi lama che ci danno iniziazioni. Pensiamo ci va lui, ci va lei, allora vado anch’io.

Non dobbiamo farlo per imitazione di altri. Dobbiamo sapere di che iniziazione si tratta e quali impegni sono previsti in seguito. Bisogna prendere una decisione prendendo atto se possiamo fare quello che è richiesto. Se si ritiene di non essere in grado di seguire quelle istruzioni, non per un mese o un anno -sono testimone di qualcuno che anche dopo molti anni di iniziazioni dove è prevista la recitazione del guru yoga in sei sessioni pur recitando solo una versione breve ne cerca una ancora più breve, non riesce a fare neppure quella breve recitazione più breve eppure va a cercare ancora altre grandi iniziazioni. Io dico che non ce n’è di più brevi. Lasciando perdere tutto il resto connesso con le iniziazioni, il semplice impegno di recitazione quotidiana è un problema. Prima di permetterci di andare a ripetere queste grandi iniziazioni cerchiamo di capire se possiamo permetterci gli impegni che ne conseguono. Man mano possiamo sentirci all’altezza e poi andare.

Siamo influenzati dagli altri. Non siamo superficiali e ascoltiamo solo gli altri, informiamoci personalmente, e ognuno deve fare i conti con se stesso. Poi permettiamoci di fare domande ai più vecchi che hanno studiato per tanto tempo o cercato di praticare da tanto tempo. Informiamoci su cosa e quanto è previsto da queste iniziazioni. Facciamo una buona ricerca e poi se riteniamo di essere all’altezza andiamo tranquillamente senza problemi. In generale in relazione alla quantità della pratica. Tanta pratica è buona cosa. Ma non è tanto importante la quantità quanto la qualità. Il rischio è che tante preghiere non vengano fatte in modo impeccabile. Poco ben fatto va bene. Questo ci dà una buona impostazione, ci dà l’abitudine a fare bene le cose. Diventa un’ottima abitudine.

D: Nel tantra si parla di una goccia indistruttibile che dimora nel nostro cuore e passa di vita in vita, questo può essere avvicinato al concetto di anima?

R: Il concetto cristiano di anima va tradotto in termini di caratteristiche, una cosa permanente e inalterabile. La coscienza non è permanente e inalterabile, è però eterna. La goccia indistruttibile non è lei che trasmigra di vita in vita. In termini tantrici è considerata come il contenitore della coscienza sottile che effettivamente procede nella vita successiva.

D: Avere sempre benevolenza con gli altri. Se durante il percorso di andare verso l’illuminazione si incontrano persone che hanno bisogno bisogna fermarsi per aiutarle? Così si rischia di non raggiungere la propria illuminazione? O al contrario se non ci si ferma non si ottiene il risultato?

R: Questa immagine della strada che porta all’illuminazione non è effettivamente il sentiero. Il sentiero è un’evoluzione interiore, non è una strada fisica in cui ci si può fermare. Non c’è problema nell’evoluzione interiore. Il praticante che è nel sentiero interiore e si imbatte in difficoltà, quello è un ottimo momento per la propria evoluzione. Non è un fermarsi è sempre un procedere. Questo pensiero altruistico dell’illuminazione è un tema di meditazione. Ma questa meditazione non è stare chiusi da qualche parte a pensarci. Meditazione vuol dire coltivazione. Quando ci si imbatte nell’esperienza reale è lì che si incontrano gli stimoli. Fare meditazione è importante. Possiamo distinguere tra sessioni formali, individuali, di coltivazione e sessioni non formali in cui ci si imbatte nelle situazione e in cui bisogna comportarsi

in sintonia con la meditazione. Questi due momenti devono essere in connessione. Nella vita comune si portano i risultati della meditazione formale, e nella sessione di meditazione vanno portati i risultati delle azioni compiute negli intervalli. Non è possibile stare sempre seduti in meditazione, per cui queste due devono essere in

connessione. È durante l’esperienza che si fa la pratica.

D: Negli insegnamenti, da un lato trovo dei consigli pratici e dall’altro gli aspetti religiosi che sembrano orientali. Questi due aspetti sono indissolubili o possiamo separarli?

R: Dipende dalle persone per alcuni vanno bene entrambi. Per altri no. Ci sono casi in cui grandi praticanti erano genitori con figli, per esempio Marpa. Milarepa era alla ricerca di questo grande maestro e lo incontrò mentre come contadino arava un campo. Qualcuno riesce a integrare tutto, altri invece riescono a fare solo alcune cose.

D: Per i casi bullismo nelle scuole si possono proporre meditazioni? E quali? Ton len, preziosa rinascita? Meditazioni senza riferimento alle tematiche prettamente buddhiste come la rinascita?

R: Non so. In effetti è difficile, sopratutto quando sono giovani. È difficile entrare in sintonia con persone già mature figuriamoci con i ragazzi. È importante, per poter effettivamente entrare nelle grazie di qualcuno e portarlo al beneficio, capire quali sono i suoi interessi. È un’impresa difficile. Questo essere predisposti al bullismo, alla violenza, all’aggressività deriva anche da tantissimi stimoli a cui siamo esposti quotidianamente, filma, videogame, ecc. Ora c’è una tendenza ad assorbire le informazioni visive e soprattutto il peggio. Nei film dove ci sono i venditori di droga,

ne fanno una rappresentazione accurata, fanno vedere grandi quantità di denaro che si muovono, quello che viene proposto in quei racconti, come un film che rappresenta la delinquenza, non viene percepito dal bambino con una mente critica, piuttosto impara a come fare il male. Per cui questo ci complica la vita e l’educazione diventa sempre più difficile e complessa. Il mercato però rende bene per cui i vari registi che propongono questi film pensano a far soldi, difficilmente qualcuno si propone di fare cose educative e benefiche per il pubblico. L’importante è il business, quello che viene comprato e venduto.

D: Vediamo che c’è molta povertà, addirittura a livello di sopravvivenza. In Birmania c’è stata questa giusta rivolta contro la dittatura. Come possono le persone che soffrono di fame evolversi verso una via spirituale?

R: Effettivamente anche questo dipende dalle persone. È raro che qualcuno possa fare addestramento spirituale in ambiti in cui mancano le necessità primarie. Però non è impossibile. C’era un monastero in Tibet, c’era un monaco anziano in quel monastero, era condannato a morte dai cinesi. E gli avevano puntato il fucile, quel lama anziano pronunciò un verso della guru puja in cui si chiede che tutte le negatività degli esseri maturino su se stessi chiedendo al lama l’ispirazione per poterlo fare. I praticanti riescono a elaborare qualsiasi situazione. Sono casi rari ma ci sono. Dipende dagli individui. Si può avere l’aspettativa che se uno è buddista è una brava persona. Ci sono esseri bravi o no, anche tra i monaci.

ATTENZIONE IL TESTO NON È STATO REVISIONATO NÉ CONTROLLATO POTREBBE CONTENERE ERRORI

fonte http://www.scenphen.it/testi/GhesceTenphel_20071026-28_introduzioneTantra.pdf che si ringrazia

 

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