La meditazione

bh6-2La meditazione

La meditazione (bhavana) è una ginnastica mentale: anziché addestrare i nostri arti, il nostro corpo fisico, si tratta di lavorare sulla mente. E’ un processo di disciplina mentale, mediante il quale si rende familiare la propria mente con un certo oggetto positivo – sia esteriore (come un’immagine) sia interiore (come la mente stessa o le sue qualità) – attraverso il pensare ad esso o il concentrarsi univocamente su di esso, allo scopo di sviluppare uno stato mentale controllato ed elevato. Si tratta dunque di abituare e familiarizzare (tib. sgom) la mente ad un determinato oggetto (ovviamente positivo), così che divenga tanto chiaro, vivido e presente da sembrare concreto: il che presuppone che bisogna riconsiderarlo ripetutamente. Non si tratta affatto di svuotare la mente, cioè nel bloccare o eliminare i pensieri. Si tratta di un lavoro di osservazione esteriore ed interiore il più possibile neutra ed oggettiva, una pratica di attenzione concentrata su ciò che accade nella mente, nel corpo e nel mondo.

La funzione della mente è di conoscere e sperimentare, è la consapevolezza stessa. Essa è di natura chiara e pertanto – di per sé, per sua essenza – rifletterebbe “ogni cosa che sperimenta” nel suo aspetto naturale, senza distorsioni, proprio come un lago calmo riflette le montagne che lo circondano; ma purtroppo la superficie di questo lago è spesso agitata e resa turbolenta dalle onde dei nostri avvenimenti mentali temporanei: gioie, ansietà, irritazioni, fantasie, aspettative, noia, preconcetti, opinioni, teorie. Questi fattori ci rendono ciechi alla realtà delle cose e quindi non riusciamo più a vederle che attraverso le lenti deformanti dei nostri gusti e pregiudizi. Il nostro compito, allora, sta nell’eliminarli, e ciò avviene mediante la meditazione : infatti, poiché le distrazioni e le concezioni errate sono create dalla nostra mente, è necessario utilizzare la mente stessa (e non fattori esterni) per sradicarle. Con gli occhi siamo in grado di vedere la faccia del nostro prossimo, ma non possiamo vedere i nostri stessi occhi, la nostra stessa faccia. Abbiamo bisogno d’uno specchio. Così, per conoscere l’interno di noi stessi dobbiamo far ricorso alla meditazione.

La meditazione è il mezzo, la tecnica o il metodo di lavoro per coltivare e sviluppare il potenziale della nostra mente così da trasformarla, cioè per renderla più realistica e positiva, risvegliando un livello molto sottile di coscienza da usare per scoprire direttamente e intuitivamente la natura delle cose. Prendere consapevolezza di ciò che siamo e dei nostri aspetti negativi ci permetterà di controllare le nostre azioni e di migliorare i nostri rapporti col mondo che ci circonda. Tale crescita spirituale porta gradatamente all’Illuminazione.

La pratica fondamentale è essere consapevoli di qualsiasi cosa stia accadendo nel momento presente. Praticare la meditazione non è fuggire dalle cose, ma essere proprio lì, testimoni del presente : un mezzo per scrutare la realtà più in profondità.

Non dobbiamo mettere niente davanti a noi per corrergli dietro. Anche quando meditiamo, forse stiamo correndo dietro a qualcosa : illuminazione, buddhità. Ma di

fatto, nel momento presente c’è tutto ciò che cerchiamo: l’unico momento che contiene la vita e l’Illuminazione è il momento presente. Il momento presente ci è offerto come porta per la vita, per la felicità e per l’Illuminazione, ma noi siamo abituati a credere che esse siano nel futuro, non adesso. Perciò la vera pratica è quella di essere veramente e completamente nel momento presente. Dobbiamo vuotarci di ogni aspettativa, così da avere la stessa ricettività della terra quando si apre – senza alcuna resistenza – accogliendo la pioggia che cade. Occorre nutrire consapevolezza in ogni momento della vita: se ci guardiamo attorno con consapevolezza, non siamo persi nel futuro o nel passato, nell’ansia o nel rimpianto, ma siamo svegli, capaci di entrare in contatto con la vita: con una foglia, con una persona, con una certa situazione. Spesso mangiamo il nostro pasto senza consapevolezza: abbiamo così tante cose a cui pensare, tante preoccupazioni e progetti, che mangiamo progetti e preoccupazioni e non mangiamo veramente il cibo. Non dovremmo invece mettere niente in bocca prima di averlo riconosciuto chiaramente ; e quando mastichiamo fagioli, assicuriamoci di masticare fagioli e non altre cose: siamo con i fagioli e gustiamo la loro presenza.

E’ il pensiero che ci impedisce di entrare veramente in contatto con ciò che vediamo o facciamo : bisognerebbe invece non fare alcuno sforzo, adagiarsi nel momento presente, arrendersi e lasciare andare la lotta – anche la lotta per diventare un Buddha. Ognuno ha la capacità di diventare una persona illuminata, perché quella potenzialità esiste come un seme sepolto nella nostra coscienza, ma siccome viviamo normalmente nella distrazione, quel seme non ha molte possibilità di essere innaffiato con la consapevolezza. Quando pratichiamo la consapevolezza, diamo una possibilità al Buddha che è latente in noi.

La consapevolezza ha inoltre il potere di trasformare ciò che è bello in qualcosa di ancora più bello (perché ce lo fa vivere ed apprezzare) e qualcosa di doloroso in qualcosa di meno doloroso (perché ci toglie le paure – che riguardano il futuro – o i pensieri che ricamano sulla sofferenza attuale).

La consapevolezza è uno dei 5 fattori mentali determinanti che prevengono la dimenticanza e il vagabondare della mente. Gli altri 4 sono l’aspirazione, la fede, la concentrazione e la saggezza. Mentre la concentrazione (samadhi) è una funzione mentale esclusiva, nel senso che si piazza su un oggetto (vi si focalizza come un raggio laser) ed ignora tutto il resto, la consapevolezza è una funzione inclusiva che racchiude ogni cosa e perciò è più vasta ed ampia della concentrazione : si pone dietro il fuoco dell’attenzione e guarda attraverso una lente ampia, pronta ad accorgersi di qualunque cambiamento avvenga. La consapevolezza non reagisce a quel che vede, essa semplicemente vede e comprende. Si è detto che la meditazione non è una fuga dal mondo, ma un mezzo per scrutare la realtà più in profondità. La sua funzione speciale è quella di riunire il mondo interiore e quello esterno, invece di rinunciare all’uno in favore dell’altro. Unità, universalità, infinito, vastità, informe, vacuità, immutabilità, atemporalità, eternità non vanno isolati dai loro poli opposti della diversità, individualità, forma, materialità, movimento, mutamento, sviluppo, trasformazione, perché la natura della realtà è l’inseparabilità di essi. E isolare l’aspetto che comunemente si ritiene positivo da quello negativo della realtà è un’astrazione puramente concettuale e teorica, come sarebbe il voler separare i due poli di un campo elettrico o di una calamita. L’unità è priva di significato senza la diversità, o l’infinito senza il finito: essi non si escludono a vicenda nè sono opposti inconciliabili, ma poli o aspetti inseparabili della medesima realtà. E’ il finito che dà significato all’infinito, poichè questo può esprimersi solo attraverso una forma finita. E viceversa: dove il finito è considerato a sè stante, senza riflettere l’infinito, diviene privo di senso e reca in sé i semi della morte. Proprio come gli oggetti possono esistere solo nello spazio e lo spazio può essere concepito solo in relazione con gli oggetti, così la forma e la vacuità si condizionano e si penetrano reciprocamente e coesistono inseparabilmente. Suñiata (vacuità) è appunto la relatività di tutte le cose e condizioni, in quanto nessuna esiste indipendentemente, ma solo in rapporto ad altre e, in ultima analisi, in rapporto all’intero universo.

La meditazione non consiste nell’aggiungere qualcosa allo stato naturalmente semplice, spazioso e quieto della mente. Non si medita qualche cosa nel senso di creare uno stato diverso che si aggiungerebbe alla mente com’è in se stessa. La pratica consiste nell’apprezzare ciò che noi siamo, invece di diventare qualcuno che noi non siamo. Questo sé ignorante ed illuso, così com’è, non è nient’altro che il sé illuminato: per cui, se rifiutiamo noi stessi (questo corpo e questa mente), allora rifiutiamo lo stesso veicolo che ci rivela il nostro autentico sé innato. Quindi, anziché cercare di eliminare l’illusione, dobbiamo essere semplicemente attenti a ciascun istante. Meditare vuol dire ritrovare lo stato naturale: la mente rimane senza distrazioni nella propria essenza, nel proprio modo d’essere, resta semplicemente distesa, spaziosa, limpida, non si perde in ricordi né in pensieri sul futuro e neppure s’inganna sulla realtà dei pensieri presenti. Rimane in uno stato di vigilanza, senza distrarsi, aperta verso se stessa, senza tensione.

La meditazione può essere formale o no.

La seconda si compie mentre ci si reca in ufficio, si svolge un lavoro puramente manuale, si è in autobus, ecc. : qui si porta un’attenzione concentrata a tutti i movimenti e – ancor prima – alle volizioni mentali che dànno origine ad essi. Ad es., circa l’azione del mangiare, si tratta di esser consapevoli di guardare il cibo, di metterlo nel piatto, di portare il cibo alla bocca, di masticare, gustare e inghiottire; e – se del caso – di prender nota mentalmente che c’è stato un periodo di distrazione.

Quella formale invece è fatta stando seduti nella posizione prescritta e nel luogo adatto, dedicando il proprio tempo espressamente e soltanto all’attività meditativa. La sessione di meditazione.

Una sessione di meditazione formale si articola nei preliminari, nella meditazione vera e propria e nella dedicazione dei meriti. La procedura più semplice può essere la seguente:

a) i preliminari

1. il posto :

si predispone il luogo, che dev’essere accogliente, tranquillo e pulito e preferibilmente sempre lo stesso. In esso si espone un’immagine sacra (ad es., di Buddha), davanti alla quale si dispongono le offerte: si può bruciare incenso o accendere una candela.

Le offerte si distinguono in:

a) esterne: servono per onorare un ospite degno di venerazione (in questo caso, la particolare divinità evocata nella meditazione o nella puja): acqua per i piedi, acqua da bere, fiori, incenso, luce, profumo, cibo (oggetti presenti concretamente sull’altare o simboleggiati da ciotole colme d’acqua pura) e musica (spesso rappresentata da una conchiglia o da due cembali) ;

b) interne: consistono nell’offerta simbolica della propria persona, rappresentata dalle sensazioni (piacevoli) sperimentate dai nostri 5 sensi:

– il visibile, simboleggiato da uno specchio ;

– il suono, simboleggiato da cembali ;

– il gusto, simboleggiato da cibi ;

– l’odore, simboleggiato da una conchiglia contenente profumi ;

– il tangibile, simboleggiato da una fascia di stoffa ;

c) segrete: consistono nell’offerta (mentale) delle 16 divinità femminili della gioia (divise in 4 gruppi : musica, danza, offerta e sensi), che simbolicamente indicano l’opportunità di generare la coscienza estatica (l’energia gioiosa) per la massima comprensione della Vacuità.

2. le prostrazioni e la posizione corretta.

Le prostrazioni – sia che si tocchi a terra con tutto il corpo o solo con testa, mani e ginocchia – sono un modo per esprimere devozione e superare l’orgoglio. Dopo aver fatto tre prostrazioni, si assume la posizione prescritta e cioè:

a) ci si siede comodamente su un cuscino ben imbottito e non soffice, con le gambe nella posizione del “loto completo” (ciascun piede è appoggiato – con la pianta rivolta verso l’alto – alla coscia dell’altra gamba) oppure nella posizione del “mezzo loto” (il piede sinistro è sul tappeto sotto la gamba destra e il destro è sulla coscia sinistra) oppure con tutt’e due i piedi sul tappeto a gambe incrociate . Si può stare anche seduti su una sedia: l’importante è che la colonna vertebrale sia dritta ed eretta e che si stia comodi;

b) le mani :

-tenere le mani abbandonate in grembo a 5 cm. sotto l’ombelico, con la destra sulla sinistra e con le palme verso l’alto e le dita allineate ; le punte dei pollici si toccano; –porre la mano sinistra distesa orizzontalmente sul grembo, con la palma verso l’alto, e la mano destra sul ginocchio destro, con le punta delle dita che toccano la

terra ;

–distendere orizzontalmente a terra entrambe le palme aperte, ai lati del corpo;

c) le braccia:

non van premute contro il corpo ma tenute lontano da esso alcuni centimetri e rilassate;

d) la schiena :

va tenuta dritta, ma non in tensione. Diversamente, se si fosse piegati in avanti, si proverebbe una sensazione di assenza di pensieri che poi degenera in opacità mentale; se fossimo inclinati indietro, avremmo una sensazione di vacuità che poi diventa orgoglio; se si fosse inclinati a sinistra, sentiremmo una felicità che poi si trasforma in desiderio.

e) gli occhi:

van tenuti chiusi (soprattutto se la mente è agitata) o, meglio, socchiusi con lo sguardo obliquo verso il basso in direzione della punta del naso (o di un punto immaginario posto a 4-8 dita da essa);

f) le mascelle :

sono rilassate e non serrate. La bocca è pure rilassata con le labbra unite leggermente ;

g) la lingua :

la sua punta tocca il palato alla radice degli incisivi ;

h) la testa :

il collo è piegato leggermente in avanti in modo da guardare il pavimento davanti a noi. Se la testa è tenuta troppo alta si ha distrazione ed agitazione ; se troppo bassa, si ha sonnolenza e torpore ;

i) il respiro :

non dev’essere né rumoroso né forzato, ma morbido e leggero. Per evitare l’eventuale distrazione derivante dalla vista di oggetti, dalla percezione di suoni, odori o sapori e dal contatto con oggetti tangibili, si devono numerare i vari respiri fino al 21° (contando inspirazione ed espirazione come uno) ;

3. la determinazione della durata :

all’inizio è bene fare regolarmente 10 o 15 minuti di meditazione stabilizzante ogni giorno o parecchie volte la settimana. Anche se talora non se ne ha voglia, si deve meditare lo stesso – sia pure per alcuni minuti soltanto. E’ bene stabilire in anticipo la durata della meditazione e non superarla anche se la concentrazione procede bene.

b) la meditazione vera e propria

1. la presa di Rifugio e la generazione di bodhicitta :

come per ogni azione che vogliamo compiere, anche per la meditazione dobbiamo avere una motivazione. Perché vogliamo meditare? Non certo per rilassarci o per avere semplicemente una pelle migliore o per ottenere la conoscenza della vera natura della realtà come antidoto alla nostra personale infelicità, ma per ottenere l’Illuminazione per poter aiutare gli altri a raggiungere la stessa meta. Prima di meditare dobbiamo riflettere sulla nostra motivazione, recitando la formula del Rifugio e della generazione di bodhicitta ;

2. eventuali preghiere successive :

se si ritiene, a questo punto si possono recitare le seguenti preghiere:

a) i “quattro stati mentali illimitati” (brahmavihara) o Quattro meditazioni incommensurabili, cioè l’amore/benevolenza, la compassione, la gioia simpatetica e l’equanimità:

Possano tutti gli esseri senzienti avere la felicità e la sua causa,

possano tutti gli esseri senzienti essere liberi dalla sofferenza e dalla sua causa, possano tutti gli esseri senzienti essere inseparabili dall’estasi priva di dolore, possano tutti gli esseri senzienti dimorare nell’equanimità libera dai pregiudizi, dall’odio e dall’attaccamento.”

b) la sintesi della “puja o preghiera dei 7 rami” :

questa puja è una pratica che serve per purificare la mente dalle impronte negative

al fine di raggiungere la comprensione intuitiva, specialmente della Vacuità.

Procura l’accumulazione di molti meriti.

Le 7 parti o “rami” sono :

1. la prostrazione o saluto o omaggio,

2. le offerte,

3. la confessione delle nostre negatività,

4. l’ammirazione e gioia per le virtù e i meriti propri e altrui,

5. la supplica ai Buddha, ai bodhisattva e al nostro guru di vivere a lungo,

6. la richiesta agli stessi di dare insegnamenti sul Dharma per noi e per tutti gli esseri senzienti;

  1. la dedica dei meriti al beneficio di tutti gli esseri senzienti.

    Quella riportata è la forma mahayana.

Quella tantrica è la seguente:

  1. confessione delle nostre negatività,

  2. rallegrarsi delle azioni positive nostre ed altrui,

  3. promessa di raggiungere il “bodhicitta assoluto” (cioè la Vacuità),

  4. presa di Rifugio nei Tre Gioielli,

  5. promessa di raggiungere il “bodhicitta di desiderio”,

  6. e il “bodhicitta d’impegno”,

dedica dei meriti.

c) l’ “offerta del mandala” :

3. l’ oggetto di meditazione.

Può essere un’idea (ad es., il concetto di impermanenza) o un’immagine : in questo caso si guarda la statua o il dipinto del Buddha o dello Yi-dam, poi quando si medita lo si visualizza occupandosi dapprima della sua forma generale e quindi dei particolari, passando dalla testa ai piedi. L’oggetto va visualizzato a un 30 cm. di distanza e all’altezza degli occhi o dell’ombelico, se non è diversamente prescritto (ad es., al disopra della testa del meditante). La mente o coscienza è aldilà di forma, colore, tempo o tangibilità, e allora come può essere connessa con un luogo (ad es., essere portata in un chakra)? la mente non può essere localizzata, nel senso di essere contenuta in un luogo ristretto. In realtà, quando “mettiamo” la mente su qualche cosa, concentriamo l’attenzione: creiamo immagini nella mente (cioè visualizziamo qualcosa) o dirigiamo l’attenzione su un oggetto dei sensi. Quando concentriamo la mente su qualcosa, l’oggetto della concentrazione influisce sulle qualità della coscienza, e di conseguenza nel corpo avvengono dei cambiamenti. Le qualità che sorgono nella coscienza sono influenzate dai fenomeni dell’esperienza: ad es., se andiamo in un luogo tranquillo ed attraente, questo ambiente materiale influisce beneficamente sullo stato della coscienza; e se visitiamo un posto lugubre, ci sentiamo a disagio e diciamo che esso ha una “cattiva energia”. Ciò vale anche per l’interno del nostro corpo: ad es., se si visualizza il giusto numero di petali di un chakra al posto giusto e col colore giusto, il potere della mente influisce su quel punto energetico e ne è a sua volta influenzata.

Un altro oggetto su cui focalizzare la mente è il nostro respiro, seguendone coscientemente il moto alterno di inspirazione ed espirazione; oppure la nostra stessa mente. La respirazione è il più immediato dei processi fisiologici che possono rappresentare contemporaneamente il divenire (e quindi l’impermanenza della realtà) e la funzione del vuoto (condizione necessaria del divenire stesso). La meditazione che pratica l’attenzione alla respirazione permette:

di ottenere un risultato efficace dal punto di vista fisiologico (ad es., il rallentamento o la regolarizzazione del ritmo respiratorio) e dal punto di vista psicologico (ad es., calmando il flusso dei pensieri e delle emozioni);

di diventare sempre presenti, costantemente attenti a tutto ciò che ci accade e a tutto quello che si fa.

Si può anche guardare a vuoto nello spazio che si trova davanti a noi tenendo gli occhi aperti senza rivolgere la mente su nessun oggetto né pensiero.

In altri tipi di meditazione il praticante genera la mente in un particolare stato, per es. la meditazione sull’amore, in cui si sviluppa amore all’interno della mente.

La meditazione può essere stabilizzante oppure analitica, come si dirà nell’apposito paragrafo. Comunque, la mente e il corpo devono essere rilassati e a proprio agio : per rilassarsi mentalmente, si decide con fermezza di lasciarci alle spalle (per i pochi minuti della meditazione) tutti i nostri problemi oppure si ricorda un luogo o un’esperienza piacevole e serena; per rilassarsi fisicamente, prima di sedersi si può salterellare su e giù, scuotendo le braccia abbandonate lungo i fianchi. Ma rilassati non significa addormentati : bisogna avere una presenza mentale, stare attenti e vigili, prendendo nota mentalmente di qualsiasi pensiero e sensazione sorga nella nostra mente, ma senza seguirli (commentandoli o compiacendosene o rammaricandosene) e senza lasciarsi coinvolgere da questi. Il principale centro d’attenzione dev’essere sempre l’oggetto di meditazione, che dobbiamo cercare di mantenere senza distrazioni – scartando tutti gli altri pensieri (positivi o negativi che

siano). Infatti, nel corso di una sessione di meditazione si alternano 3 stati mentali: • concentrazione : essa conduce la mente all’arresto dei pensieri e ad uno stato di assorbimento (anziché di analisi) in cui si sperimenta la tranquillità. Si giunge così a

una condizione di calma mentale;

consapevolezza : questo stato – in cui la facoltà di analisi è molto potenziata – ci permette di riconoscere le sensazioni, i pensieri, le volizioni e le percezioni come movimenti all’interno dello spazio mentale, movimenti che vanno visti come transitori, insoddisfacenti e insostanziali. Si giunge così a una visione profonda circa la natura del movimento e pertanto a vedere le cose così come sono;

contemplazione: qui si ha una presenza costante della natura primordiale della mente (vuota, luminosa ed infinita) e la calma o il movimento della mente stessa non sono né afferrati né respinti.

4. Inconvenienti e rimedi

Durante la sessione di meditazione possono insorgere alcuni problemi, quali la dispersione e la mollezza mentale: la prima è una forma di distrazione che deriva dall’attaccamento o dall’avversione verso un certo oggetto, la seconda è una scarsa intensità di concentrazione dovuta al fatto che la mente è priva di forza e potenza e soggetta a sonnolenza o torpore. Ora, pur concentrando la maggior parte delle facoltà mentali sull’oggetto di meditazione, si deve utilizzare una parte della mente per sorvegliare ciò che si fa: la vigilanza spia l’apparire di eventuali ostacoli alla meditazione stessa.

Così, per eliminare i seguenti problemi vi sono appositi rimedi:

A) distrazione:

a. mediante la prontezza e la vigilanza della mente, si tronca immediatamente alla radice ogni pensiero distraente nel momento stesso in cui sorge : è questa l’inibizione del processo del pensiero;

b. non si reagisce ai pensieri, nel senso che quando ne sorge uno si riconosce che è semplicemente un pensiero, il gioco della mente simile a un’immagine sullo specchio, e lo si lascia scorrere senza cercare di inseguirlo, di afferrarlo o d’analizzarlo. Si lascia che i pensieri si dissolvano da se stessi come una fila di personaggi che marciano sulla scena d’un teatro senza mai fermarsi ; e si ritorna a concentrarsi sull’oggetto di meditazione;

B) agitazione ed eccitazione:

a. ci si concentra sul respiro;

b. si visualizza una piccola sfera di luce nera che, diventando pesante, scende dal cuore verso il basso lungo l’avadhati, esce dal corpo ed entra all’interno della terra attraverso una fenditura;

C) sonnolenza e torpore:

a. si raddrizzano la schiena e la testa, tenendo gli occhi socchiusi guardando il pavimento ;

b. si visualizza una piccola sfera di luce bianca che lungo l’avadhati sale dal cuore, passa dalla testa ed esce sopra di noi, guizzando nel cielo verso l’alto, dove si fonde con il vasto spazio vuoto (oppure la seguiamo con la mente, la collochiamo lontano nello spazio al disopra della nostra testa e ci concentriamo su di essa);

D) malessere fisico, tensione o dolore:

a. ci si concentra rapidamente su ogni parte del corpo (partendo dalla testa ed arrivando ai piedi) e si immagina che la tensione o il dolore si dissolva;

b. si respira profondamente e lentamente, immaginando che la tensione o il dolore

abbandonino il corpo ad ogni espirazione;

c. si immagina che tutte le parti all’interno del petto, della testa, delle braccia e delle gambe si dissolvano gradualmente e diventino vuoto; e la pelle diventi una membrana di luce molto sottile che racchiude questa spazio vuoto. Quindi ci si concentra su questa sensazione del corpo vuoto come un palloncino;

d. si cambia posizione ;

E) visioni e sensazioni strane:

se meditando appaiono ad es. globi di luce o si prova la sensazione che il corpo si dilata o si restringe o che la mente fluttua fuori del corpo, ci si deve limitare ad osservare tali situazioni senza aggrapparsi ad esse o rifiutarle, ma lasciandole andare e venire a loro piacimento.

c) la dedica finale

Prima di alzarsi al termine della meditazione è bene dedicare l’energia positiva, che abbiamo sviluppato, al raggiungimento della meta che ci siamo prefissi con la motivazione. Diversamente, i meriti così accumulati verrebbero dispersi con il primo scatto d’ira o con la prima arrabbiatura a cui andassimo soggetti.

La formula può essere semplicemente :

“”Dedico tutti i meriti acquisiti al beneficio di tutti gli esseri senzienti””, oppure:

“”Grazie ai meriti acquisiti possa io raggiungere lo stato di Buddha e guidare ogni essere senziente – senza eccezioni – in quello stato. Possa il supremo gioiello di bodhicitta che non è sorto ancora, sorgere e crescere; e possa quello che è già sorto non diminuire ma aumentare sempre più””.

Le distinzioni della meditazione.

Tutte le tecniche meditative possono raggrupparsi in 2 tipi fondamentali :

meditazione stabilizzante e meditazione analitica.

http://www.samtencholing.eu/wp-content/uploads/2009/02/14-il-triplice-addestramento.pdf

 

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