Kirti Rinpoche: Lam Rim

Ven. Ghesce Kirti Tsenshab Rinpoche

Insegnamenti conferiti a Graz, Austria settembre 1999 dal Ven. Ghesce Kirti Tsenshab Rinpoche sul tema: Lam Rim, il percorso graduale per l’illuminazione. Appunti ed editing del Dott. Luciano Villa, di Alessandro Tenzin Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto Free Dharma Teachings del Centro Sangye Cioeling di Sondrio, il cui nome è stato conferito da Sua Santità il Dalai Lama, per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Traduzione dal tibetano in inglese di Peter Roberts.

Kirti Tsenshab Rinpoche

Questi insegnamenti, che in tibetano costituiscono il Lam-Rim, rappresentano le istruzioni del percorso graduale per l’illuminazione. Proprio negli insegnamenti del Buddha troviamo questo Percorso Graduale: sono innumerevoli insegnamenti, dati a diverse persone in base alle loro differenti capacità. A causa di queste, fu proposto questo percorso graduale d’insegnamenti. Il nome di questo percorso graduale, il Lam-Rim, è stato coniato da Atisha nel suo testo “Lampada per il sentiero dell’illuminazione”.

Il termine Lam-rim è composto da due parole. La prima: Lam, significa i mezzi, il percorso o la via. Questa la possiamo osservare esteriormente, come un tragitto esteriore o un percorso, come i diversi modi di andare in una città o un villaggio, che possiamo raggiungere con metodi diversi: in auto, a piedi e così via. Ma, proprio come esistono diversi tipi di percorsi esterni o modi per andare da qualche parte, ci sono dei diversi livelli, delle diverse fasi, anche internamente, in termini di modi di illuminazione. Gli individui che seguono il sentiero verso l’illuminazione, necessitano dapprima di formulare la motivazione di procedere su questa strada. Esistono in proposito diversi metodi, come quando nell’ambiente esterno, se si sta costruendo una strada, la si può realizzare in un modo lineare o, talvolta, in un modo più energico, come quando si devono attraversare delle montagne o delle scogliere e così via. Come nella costruzione di una strada esterna, così nella formazione interiore, nel creare la motivazione, nell’avventurarsi nel sentiero verso l’illuminazione ci sono approcci diversi al fine di superare l’attaccamento, l’avversione e l’ignoranza nella mente.
A questo proposito, ci sono diversi tipi di esseri e ci sono vicende di diverso tipo e diversi stati d’animo, e tutti questi devono essere trasformati. Ci sono quelli molto forti, menti molto intrattabili, quelli con una forte rabbia, quelli dominati dall’orgoglio e così via. Tutti questi devono essere trasformati. Pertanto abbiamo queste diverse fasi o livelli del percorso per la trasformazione degli stati delle menti degli esseri. Abbiamo quindi, in questo percorso verso l’illuminazione, tre livelli o fasi che possiamo paragonare a dei livelli d’istruzione. C’è un livello iniziale, quello delle scuole primarie, poi c’è un livello medio ed infine c’è l’università. In questo stesso modo, nel percorso verso l’illuminazione, individuiamo tre successivi livelli per la trasformazione della mente. In questo modo troviamo questi tre diversi livelli del percorso in base a tre diversi tipi o livelli di capacità.

Entrando nel sentiero inferiore ed applicandosi per apprenderlo, si passa poi al percorso di livello intermedio, quindi si sarà in grado di entrare nella via superiore. È come nel precorso educativo, in cui si parte dai livelli inferiori, per raggiungere quelli intermedi per poi essere abilitati ad entrare nel livello superiore. Così, i primi due livelli si presentano come propedeutici al terzo. Addestrando la mente nei livelli inferiori ed intermedi, si è poi in grado d’entrare nel sentiero verso l’illuminazione superiore. Quindi, questi due livelli iniziali sono indispensabili, occorre realizzarli per fare in modo d’essere in grado di entrare nel più livello elevato.

Abbiamo il percorso per la persona meno dotata, equivalente al livello inferiore del sistema di istruzione, quindi sul sentiero per l’illuminazione troviamo il livello per l’individuo intermedio, che si può paragonare alla fase centrale della formazione. Infine c’è il percorso per l’individuo con la più alta capacità, è equivalente alla nostra università nella formazione esterna. Ne discendono questi tre livelli del percorso verso l’illuminazione.

Entrando nel sentiero inferiore ed applicandosi per apprenderlo, si passa poi al percorso di livello intermedio, quindi si sarà in grado di entrare nella via superiore. È come nel precorso educativo, in cui si parte dai livelli inferiori, per raggiungere quelli intermedi per poi essere abilitati ad entrare nel livello superiore. Così, i primi due livelli si presentano come propedeutici al terzo. Addestrando la mente nei livelli inferiori ed intermedi, si è poi in grado d’entrare nel sentiero verso l’illuminazione superiore. Quindi, questi due livelli iniziali sono indispensabili, occorre realizzarli per fare in modo d’essere in grado di entrare nel più livello elevato.
Possiamo anche dividere questi tre livelli del percorso verso l’illuminazione in due soli livelli. Possiamo considerare i primi due, quello inferiore e quello intermedio, costituenti il livello degli Hinayana: nell’insegnamento del Buddha ci sono questi due yana o modi. C’è il Mahayana e Hinayana, rispettivamente il veicolo maggiore ed il veicolo minore.

Così è il percorso dell’individuo con limitate capacità ed il percorso dell’individuo di attitudini intermedie formano l’Hinayana o yana minore. Mentre il percorso dell’individuo con maggiori capacità è l’equivalente del Mahayana. Così, i due livelli inferiori del percorso sono come un sentiero preliminare per l’ingresso nel Mahayana e sono indispensabili, e vanno praticati sia a livello dell’individuo dalle capacità limitate sia di quello dalle qualità intermedie per quindi praticare il percorso dell’individuo dalle attitudini più elevate.
Quindi abbiamo questi due yana o sentieri, il Mahayana e l’Hinayana, il percorso maggiore e quello minore. Ed il motivo per cui alcune persone sono seguaci del veicolo maggiore o minore, non è un qualcosa che dipende da quanto è grande il suo corpo, in altre parole se sono persone grandi o piccole, o quanto il loro aspetto è gradevole o meno. Ma dipende dal loro modo di pensare. Se qualcuno è interessato al conseguimento della felicità ed alla liberazione per se stessi, allora sta seguendo il veicolo minore, l’Hinayana. Chi sta seguendo il Mahayana, il veicolo maggiore, ha una visione molto più vasta, non pensa solo al proprio benessere, ma a quello di tutti gli altri esseri nello spazio, e sta pensando di liberar tutti questi esseri, e non solo se stesso. Di conseguenza, queste persone sono chiamati i praticanti della grande via a causa del loro modo di pensare, che di per sé è molto grande e vasto.
In termini di motivazione degli individui dall’attitudine minore, significa che vogliono essere liberi dalla sofferenza e raggiungere la felicità. Ma non stanno pensando solo a questa vita, perché questo è un qualcosa che fanno gli esseri ordinari, ma stanno pensando di eliminare la sofferenza in una vita futura, al raggiungimento della felicità in una vita futura, di poter, in altre parole, ottenere una buona rinascita in una vita futura. Questa è quindi la motivazione di un individuo dalle capacità limitate o inferiore. Inoltre, l’individuo dalle attitudini intermedie, pensa che, anche se è in grado di realizzare una buona rinascita, rinascerebbe ancora all’interno del samsara e, pertanto, anche se avesse conseguito un’esistenza più alta, non sarebbe libero dalla sofferenza. Pertanto, l’individuo di livello intermedio ha come obiettivo la liberazione, la liberazione dal samsara. Infine, l’individuo più elevato è quello che pensa sì alla liberazione dal samsara, ma pensa a lui stesso come a una sola persona, mentre tutti gli altri esseri sono innumerevoli. Se l’obiettivo è di eliminare la sofferenza, allora si dovrebbe pensare di eliminare la sofferenza di tutti gli altri esseri e non solo per se stessi, che rappresentiamo uno solo. È questa la motivazione dell’individuo più elevato.

Ci sono molti livelli diversi di sofferenza e disagio. Ed è al fine d’eliminarli che ci sono diversi livelli di pratica e di apprendimento, proprio come nel processo d’istruzione, dove si percorrono diversi livelli di apprendimento, grazie ai quali si è in grado d’eliminare alcuni problemi e difficoltà. In questo modo si procede attraverso i livelli degli individui inferiori a quelli intermedi, fino a quelli più elevati e attraverso questi si è in grado d’eliminare gradualmente tutti i diversi livelli di sofferenza. Quindi, una volta che si ha raggiunto questo livello elevato e conclusivo, si ha eliminato tutto ciò e si è in grado di essere di grande vantaggio per gli esseri.

E similmente, dopo aver completato solo il primo e secondo livello, gli individui del livello inferiore ed intermedio (quindi proprio come a scuola, dove apprende moltissimo nel primo e secondo livello di studi), a quel punto non si è in grado di eliminare una grande quantità di sofferenza, ma solo alcuni livelli iniziali di sofferenza ma lo è seguendo il percorso del praticante più elevato, il Mahayana: in questo modo si raggiunge la conclusione che tutto ciò è possibile raggiungendo l’illuminazione. E questo si chiama il percorso graduale per l’illuminazione: chang-chub lam-rim. La prima parola è chang-chub, un termine per indicare l’illuminazione. In sanscrito è disponibile anche il termine Buddha, parola che viene tradotta in tibetano come san-gye. Sang-gye e chang-chub, entrambi hanno sostanzialmente lo stesso significato, cioè che tutte le qualità e tutta la felicità sono stati raggiunti e tutta la sofferenza è stata eliminata. Quindi, seguendo queste fasi e portandoli alla loro conclusione, raggiungiamo la conclusione del percorso del Mahayana, il conseguimento dell’illuminazione, l’eliminazione di tutte le sofferenze, dei problemi e delle difficoltà, realizzando tutte le buone qualità e la completa felicità. Questo si ottiene attraverso seguendo questo percorso. Per questo è chiamato il percorso graduale per l’illuminazione: questo stato di realizzazione e di eliminazione.
In questo insegnamento sono contenute le varie fasi del percorso e per questo è chiamato il percorso graduato per l’illuminazione. E questo è un qualcosa destinato a trasformare lo stato della nostra mente. Possiamo infatti avere uno stato travagliato e difficile della mente che deve essere trasformato in un atteggiamento positivo. Abbiamo bisogno di eliminare la sofferenza e le difficoltà, e lo facciamo attraverso queste diverse fasi del percorso, proprio come nel mondo esterno esistono diversi di viaggiare. C’è una strada lungo la quale si va in macchina e poi c’è la ferrovia. E c’è anche la possibilità di volare in aereo, dove non c’è una strada reale che segue un percorso, ma c’è ancora l’abilità e la capacità che consentono alle persone di volare in aereo. E analogamente a questi tre diversi tipi di viaggio che ti permettono di andare più forte e più veloce, allo stesso modo ci sono questi modi diversi nel percorso verso l’illuminazione. Lo scopo di tutti questi è di essere in grado di trasformare la mente.
Quindi ci sono questi diversi livelli di sentiero per l’illuminazione e ci sono gli insegnamenti del Dharma per ognuno di questi livelli. Ci sono molti aspetti, molti punti per i diversi tipi di insegnamenti ed a ogni livello, e non ci sarebbe il tempo per dare una spiegazione su tutti questi punti. Lo si può riassumere in termini di ciò che viene chiamato: i tre aspetti principali del percorso. E questi tre aspetti principali sono: prima l’allontanamento dal samsara, in secondo luogo la bodhicitta, l’aspirazione, la motivazione per l’illuminazione, e la terza la visione, la perfetta visione. Gli ultimi due di questi, la motivazione di bodhicitta e la visione perfetta, appartengono al Mahayana, la via più alta. L’allontanamento dal samsara appartiene all’Hinayana, il sentiero minore. In questo percorso, osserviamo il samsara e riconosciamo che la sua natura è sofferenza e che questa sofferenza pervade tutti del samsara. E ‘come un grande oceano di sofferenza in cui sono tutti immersi. Se guardiamo anche solo gli insetti, come si mangiano tra loro, l’insetto più piccolo divorato da quello più grande e questo da un altro insetto più grande ancora e così via, si può vedere che vi è sofferenza e disagio anche nei luoghi più minuscoli. Poi possiamo guardare luoghi più grandi, città o paesi od il mondo, e ovunque troviamo questa sofferenza. E riconoscendo la sofferenza, che è la natura del samsara, allora sorge il desiderio di lasciare, per abbandonarla. Così sviluppiamo questa motivazione di voler essere liberati dal samsara.

Ci sono molti diversi livelli di sofferenza, diversi livelli di difficoltà e non si può eliminarli tutti contemporaneamente, si deve procedere alla loro eliminazione per fasi.  Al fine di eliminare la sofferenza di una certa persona, si deve eliminare la sofferenza del livello sottostante.  Dopo aver eliminato un livello di sofferenza, si potrebbe poi eliminare il successivo, più alto livello di sofferenza e quindi procediamo progressivamente, per fasi graduali.E, quando si elimina un livello di disagio o di sofferenza, si raggiunge poi il corrispondente livello di felicità. In questo modo ci sono livelli successivi di felicità da raggiungere. Pertanto, abbiamo questo percorso graduale o lam-rim in cui in successione si eliminano dei livelli di sofferenza per raggiungere i corrispondenti livelli di felicità.
È in questo modo che indirizziamo la mente verso il Dharma. E, per trasformare la mente verso il Dharma, abbiamo la necessità di avere un amico spirituale o guida spirituale che ci dirà, se vogliamo raggiungere la pace e la felicità: allora questo è il percorso, il modo in cui si deve procedere per il suo raggiungimento. Oppure, se procedi in questo modo troverai questo tipo di sofferenza e questo tipo di disagio. Quindi, in principio, per volgere la mente verso il Dharma ed essere incoraggiati a seguire il Dharma, si deve apprendere, si devono ricevere degli insegnamenti. Quindi, all’inizio l’allievo ascolta, sente gli insegnamenti ed avendoli sentiti li contempla, al fine di comprenderli. Quindi si comincia ascoltando e contemplando gli insegnamenti, ma, per acquisire certezza in ciò che si è sentito e capito, bisogna meditare. Quindi ci sono questi tre stadi: ascoltare gli insegnamenti, contemplandoli e meditando, il che trasforma positivamente la mente.
Per lo sviluppo di questa motivazione di voler ottenere la liberazione dal samsara, dapprima dobbiamo riconoscere la sofferenza, per poi ricevere gli insegnamenti da un amico o guida spirituale. Questi fattori formano l’incoraggiamento esterno a seguire il Dharma e per avere la mente rivolta al Dharma. Ma esiste anche quello che viene chiamato l’incoraggiamento interno della mente ad essere rivolta al Dharma. E questo è la contemplazione della morte, perché essendo nati significa che dobbiamo morire. Così, pensiamo alla morte ed a ciò che può accadere dopo la morte, alla sofferenza potremmo sperimentare nella vita futura, pensando a ciò che dobbiamo fare per impedirlo. Il che agisce da incoraggiamento interiore per trasformare la propria mente verso il Dharma. Ognuno sta per morire e tutti sanno che stanno per morire, ma in genere pensiamo che non è ancora giunta l’ora di morire. E quando uno è felice, non si dà molto pensiero della morte. Ma abbiamo bisogno di contemplare la morte e l’impermanenza, pensando che la morte è inevitabile, e che può venire in qualsiasi momento, e che è imprevedibile. È in questo modo che la contemplazione della morte e dell’impermanenza agisce come un forte incoraggiamento interiore per trasformare la propria mente verso il Dharma.
Al fine di sviluppare questa motivazione, di voler ottenere la liberazione dal samsara, è bene contemplare la sofferenza. E attraverso la contemplazione della sofferenza che si intende ottenere la liberazione. Shantideva disse che senza questa sofferenza non ci sarebbe il conseguimento della pace. Attraverso la contemplazione della sofferenza, vedendo tutti i diversi tipi di sofferenza e quindi considerando che tipo di sofferenza proveremo in futuro, ci determiniamo a seguire la strada dell’eliminazione della sofferenza. Seguendo questo percorso graduale diminuisce pian piano e s’eliminano tutte queste sofferenze. Proprio come durante gli studi, se non ci si applica, si pensa che tutto sarà difficili ed arduo, col risultato di tanta sofferenza, mentre se ci si impegna si riuscirà ad imparare a leggere e così via. E seguendo tali livelli di apprendimento si dovrebbero allora eliminare queste difficoltà e disagi. Allo stesso modo, mossi dalla consapevolezza della sofferenza, si segue il percorso per il raggiungimento di questo stato di pace e di eliminazione delle sofferenze per tappe graduali.
Nella vita umana ci sono molte cose cui dobbiamo pensare, tante cose che possiamo pensare. Si può facilmente pensare a certe cose, ma, al fine di sviluppare la motivazione a raggiungere la liberazione dal samsara si deve contemplare la sofferenza: tutta questa sofferenza e le difficoltà che si possono incontrare nel samsara.

Ed è attraverso questa consapevolezza che si entrerà in queste fasi di pratica che ci liberano dalla sofferenza. Se incontriamo la sofferenza senza averne consapevolezza, per quindi entrare nella pratica di eliminare e ridurre la sofferenza, non si sarà allora in grado di eliminala, non essendo in grado di superare la sofferenza. Quindi è importante fin dall’inizio, contemplare la sofferenza, ed è per questo motivo che era proprio la sofferenza la prima cosa che il Buddha ha insegnato, quando ha iniziato i suoi insegnamenti a Varanasi. Così ha insegnato la verità della sofferenza, e quindi la contemplazione della sofferenza è come la via di accesso al Dharma. Così per prima cosa dobbiamo iniziare dalla contemplazione della sofferenza.
Il secondo dei tre aspetti principali del sentiero è la motivazione di 
bodhicitta. Questo è stato insegnato negli insegnamenti buddisti di grandi maestri come l’antidoto che elimina la sofferenza e permette di raggiungere la felicità: è come amrita, nettare, che porterà uno ogni felicità. È come un farmaco che può eliminare ogni tipo di sofferenza, ovviamente, a patto di sviluppare la motivazione di bodhicitta. E ‘attraverso la motivazione di bodhicitta che il Buddha ha iniziato il cammino, è a causa della motivazione bodhicitta che ha conseguito l’accumulazione di meriti per innumerevoli eoni. Tutto questo è stato fatto per avere la motivazione bodhicitta, per raggiungere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri. Infine il risultato, il raggiungimento della buddhità, che si verifica grazie alla motivazione bodhicitta.

Il maestro Chandrakirti, nel suo testo Madhyamakavatara, o L’Ingresso nella Via di Mezzo, descrisse come i Buddha ed i Bodhisattva siano emersi dalla bodhicitta. Che il Buddha, che è il supremo tra tutti gli esseri, colui che è in grado di realizzare il sommo e perfetto beneficio per tutti gli altri esseri, che questo Buddha, questo Buddhità, questo fine ultimo, è nata dall’aver sviluppato la motivazione di bodhicitta, che che è la fonte della Buddhità e dei Buddha.
Al fine di sviluppare la motivazione di bodhicitta, pensa prima a come tua madre in questa vita ti ha curato e tutta la bontà che ti ha dimostrato. Poi pensa come tutti gli esseri siano stati tue madri, come tutti gli esseri ti hanno dimostrato quella bontà. Ed così che matura la buona motivazione di voler portare la felicità a tutti gli esseri. Questo è un modo per sviluppare bodhicitta. Un altro è in termini di numero. Pensa che tutti gli altri esseri sono innumerevoli, mentre tu sei un solo individuo ed il desiderio di raggiungere la felicità ed essere liberi dalla sofferenza è lo stesso per tutti gli esseri. Quindi, vogliamo portare la felicità a tutti gli esseri e liberare tutti gli esseri dalla sofferenza: stiamo raggiungendo una motivazione molto forte, una motivazione molto potente. Questo è un qualcosa di grande da realizzare. Considerando che farlo per un solo essere, come per se stessi, non è un obiettivo molto grande, sviluppa quindi la motivazione di bodhicitta, augurando di portare la liberazione a tutti gli esseri. La si può sviluppare attraverso questi due modi.
Così, pensa tutti gli esseri come la tua mamma, prendi l’esempio della tua madre in questa vita. Pensa attraverso quali grandi difficoltà e disagi si è presa cura di te con amore ed affetto. E pensa alla bontà che tua madre ti ha dimostrato in questa vita, pensa a quanto ha fatto per te la tua madre della tua vita precedente, a quanto amore ed affetto ti ha dato, e poi anche nella vita prima di quella e la vita prima e così via. Hai avuto tutte queste madri per tutte le vite precedenti, in modo che non si può dire che non vi è alcun essere che non è stata tua madre in una vita precedente. Pertanto, considera tutti gli esseri come figli di quella stessa madre, la propria madre in questa vita, e sviluppa questa motivazione di compassione e di amore verso di loro. Quindi questo è un metodo, un metodo che è stato insegnato da Maitreya, in cui si considerano tutti gli esseri come figli della stessa madre in questa vita.
Un secondo metodo per lo sviluppo di questa motivazione è di pensare alla gentilezza di tutti gli esseri. Considera tutti gli esseri gentili, ugualmente gentile come il Buddha, nel senso che il Buddha ha insegnato il sentiero per l’illuminazione, il percorso per raggiungere la felicità e liberarsi dalla sofferenza. Egli ha insegnato che tutti gli esseri sono gli stessi, così mostrano la stessa cortesia. Ad un certo livello, siamo in grado di mangiare il cibo grazie alla dedizione di altri esseri. In questo modo tutti gli esseri sono gentili con noi e ci forniscono cibo. Inoltre dobbiamo i vestiti che indossiamo agli sforzi di altri esseri. E abbiamo una casa in cui vivere, grazie agli sforzi di altri esseri. In questo modo dipendiamo dalla gentilezza degli esseri in termini della nostra vita ordinaria. Non basta, questa dipendenza continua anche in termini di pratica del percorso: se non ci fossero gli altri esseri non ci sarebbe nessuno verso cui poter praticare la generosità con e così via. Così si è effettivamente in grado di accumulare davvero un buon karma grazie agli altri esseri. Sono in grado di praticare e seguire il percorso e raggiungere la meta grazie all’esistenza di altri esseri. In questo modo pensa come gli esseri hanno una grande gentilezza verso di te e verso ciascuno.
Shantideva, il Maestro Shantideva, disse che la pratica del Dharma la dobbiamo al Buddha ed agli esseri, è attraverso il Buddha che siamo è in grado di praticare il Dharma. Ma è anche grazie agli altri esseri che possiamo praticare il Dharma. Quindi, in termini della propria pratica e della realizzazione del Dharma, il Buddha e gli esseri sono gli stessi, sono uguali in quanto permettono di realizzarla. E, se dimostriamo rispetto per il Buddha, perché attraverso di lui siamo in grado di praticare e realizzare il Dharma, non vi è alcuna ragione per cui non dovremmo mostrare rispetto per gli esseri. Perché, attraverso di loro, siamo anche in grado di praticare e realizzare il Dharma.
Così l’individuo più elevato s’indirizza verso questo secondo dei tre aspetti principali del sentiero: lo sviluppo di bodhicitta. Se siamo dei praticanti, è positivo fare qualcosa a vantaggio di una sola persona, ma è meglio se lo facciamo per due o tre persone, ma è ancora più potente se lo stiamo facendo per molte persone. Questo è la potente buona azione: impegnarsi a fare il bene per il bene di molti esseri. E con la motivazione di bodhicitta esprimiamo la pratica per il bene di tutti gli esseri nello spazio. Questa è una motivazione molto potente, è la motivazione di vera bodhicitta, è la vera motivazione di vera bodhicitta. Ed al fine di acquisirla, s’impegna volontariamente in queste pratiche per sviluppare la bodhicitta.
Questo è il secondo dei tre aspetti principali del sentiero, mentre il terzo è la corretta visione, la visione vera, la visione della vacuità. Questo punto di vista della vacuità significa che, per quanto riguarda i fenomeni, se li osserviamo profondamente, li vediamo come dipendenti da un nome. Tutti questi diversi fenomeni esistono per il nome che è stato assegnato loro. Essi non hanno un’esistenza separata o indipendente dalla loro denominazione. Per avere la corretta visione, occorre vedere tutti i fenomeni in questo modo. Questa visione della vacuità è un qualcosa che si sviluppa, che diventa sempre più profondo e sempre più profondo. Non è una sorta di vuoto come quello contenuto in una ciotola o in un vaso, nulla di simile. È rendendosi conto di come agisce questa denominazione dei fenomeni, come si verifica, e come la percezione dei fenomeni dipenda da ciò.
La visione corretta della vacuità ci porta a comprendere il sé, o meglio la sua mancanza. Il sé equivale al ‘me’ o al ‘mio’ o alle ‘mie cose’? E, se guardiamo, analizziamo e pensiamo: ‘questa è la mia testa’, ‘le mie braccia’, ‘le mie gambe’. Esaminiamo queste cose e chiediamoci: “sono io, sono loro il ‘me’ o sono solo parti di me stesso? E osserviamo per vedere se c’è il sé in termini di qualche tipo di forma o se questo è riconoscibile in aspetti o parti. Se non riusciamo a trovare questo in termini di forma, in quel momento si penserà: “beh, I’io è la mia mente. Poi guardiamo la mente per vedere se tale è di per sé, o se questa è solo una sorta di parte. In questo modo l’osserviamo per cercare di trovare un preciso ‘io’ o ‘sé’, che non sia solo un aspetto o una parte o qualcosa che sia mio.
Quindi, in questo consiste l’esame del proprio sé, il sé concepito come l’individuo che guarda la propria mente ed il proprio corpo. 
Poi guardiamo anche ciò che è chiamato il sé dei fenomeni, quelle cose che tu pensi siano tue, la ‘tua casa’, ‘le mie cose’, fino alle mie montagne, i miei fiumi e così via. Ma, se le esaminiamo, ci rendiamo conto della mancanza del sé dei fenomeni. Questo non significa sostenere che non esiste nulla, ma si tende a pensare che queste sono cose che possono esistere indipendentemente dalla loro denominazione, che, in realtà, esistono proprio quelle cose cui ha dato un nome, che abbiano una qualche esistenza indipendente di loro, a parte la loro denominazione. Se così esaminiamo i fenomeni ci renderemo conto che non esiste il sé dei fenomeni, ma la vacuità dei fenomeni.
In questo modo esaminiamo la natura del sé di fenomeni e, quindi, comprendiamo ciò che viene chiamato lo scambio di sé stessi con gli altri. È quindi normale pensa a se stessi come molto importanti, come i più importanti ed agli altri come meno importanti. Si pensa a se stessi per il rapporto del proprio corpo con la mente.

Ma è lo stesso per ogni singolo essere, loro sono il sé, sono ‘l’io’ ed il ‘mio’. Quindi noi non siamo l’unico ‘mio’ od ‘io’ che esiste. Per ogni essere c’è un ‘io’ ed un ‘mio’. Così si dovrebbe vedere che non c’è davvero alcuna differenza tra se stessi e tutti gli altri esseri e, pertanto, si dovrebbe cambiare la propria motivazione, in modo che, invece di considerare se stessi come più importanti, sono tutti gli altri esseri ad essere più importanti. Ed invece d’essere gli altri meno importanti, siamo noi stessi a diventare meno importanti. Così, questa analisi della natura dei fenomeni aiuta, facilita a conseguire la visione.
Questi sono i tre aspetti principali del percorso. In primo luogo vi è il desiderio di raggiungere la liberazione dal samsara, che rappresenta l’incoraggiamento ad entrare nella pratica del Dharma. Dopodiché si passa allo sviluppo della motivazione di bodhicitta, il desiderio di portare tutti gli esseri alla liberazione. Per poterci riuscire dobbiamo possedere la saggezza della grande visione, la visione della vacuità. Questi sono i tre aspetti principali del sentiero e Shantideva li paragonò all’essenza del latte. Se si dispone di latte, al suo interno vi è una essenza. È possibile farne emergere l’essenza nello stesso modo in cui se si sbatte la panna si può ottenere il burro. In questo modo questi tre aspetti principali del sentiero sono come la stessa quintessenza del percorso graduale.
Tutto ciò è una descrizione di questi tre aspetti principali del sentiero, tanto estesa, quanto il tempo lo permette.

Fonte, che si ringrazia http://www.shedrupling.at/KC/eng/eng_spir/2.html

 

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