Ghesce Ciampa Ghiatso: Il Sutra del Cuore

Ghesce Ciampa Ghiatso: Meditare vuol dire rendere la propria mente familiare con l’oggetto su cui si medita. Se meditiamo sulla compassione questo significa che stiamo familiarizzando la nostra mente con la compassione.

Ghesce Ciampa Ghiatso: Meditare vuol dire rendere la propria mente familiare con l’oggetto su cui si medita. Se meditiamo sulla compassione questo significa che stiamo familiarizzando la nostra mente con la compassione.

Ghesce Ciampa Ghiatso: Introduzione al Sutra del Cuore

Insegnamenti conferiti dal venerabile Ghesce Ciampa Ghiatso presso il Centro Studi Cenresig di Bologna nell’ottobre 1996.Traduzione dall’inglese di Annamaria De Pretis. Trascrizione di Gianna Calabria. Revisione di Francesco La Rocca, Annalisa Lirussi, Joan Nicell.

IL SUTRA DEL CUORE DELLA VITTORIOSA PERFEZIONE DELLA SAGGEZZA

Così una volta udii.

Il Bhagavan dimorava a Rajghir, sulla montagna Picco degli Avvoltoi, assieme a un vasto sangha di monaci e a un vasto sangha di bodhisattva. In quell’occasione il Bhagavan era assorbito nel samadhi sulle categorie dei fenomeni chiamato ‘percezione profonda’. Contemporaneamente, il bodhisattva mahasattva arya Avalokiteshvara stava applicandosi proprio nella pratica della profonda perfezione della saggezza, e vide anche i cinque aggregati come vuoti di un’intrinseca natura. Poi, tramite il potere del Buddha, il venerabile Shariputra così disse al bodhisattva mahasattva arya Avalokiteshvara: “Come deve addestrarsi ogni figlio del lignaggio che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza?”

Così egli parlò, e il bodhisattva mahasattva arya Avalokiteshvara rispose allora al venerabile figlio di Sharadvati: “Shariputra, ogni figlio o figlia del lignaggio che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza dovrebbe applicarsi in essa nel seguente modo, apprendendo correttamente e ripetutamente anche i cinque aggregati come vuoti di un’intrinseca natura. La forma è vuota, la vacuità è forma, la vacuità non è altro che forma e la forma non è altro che vacuità. Allo stesso modo sono vuoti sensazioni, discriminazioni, fattori di composizione e coscienze.

Similmente, Shariputra, tutti i fenomeni sono vacuità; sono privi di caratteristiche; non sono prodotti e non cessano; non sono contaminati e non sono privi di contaminazioni; non diminuiscono e non crescono.-perciò, Shariputra, nella vacuità non c’è forma, né sensazione, né discriminazione, né fattore di composizione, né coscienza. Non c’è occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente. Non ci sono forme visive, né suoni, né odori, né sapori, né oggetti tangibili, né fenomeni; e neppure il costituente dell’occhio e così via, fino ad includere il costituente della mente e il costituente della coscienza mentale. Non c’è ignoranza, né estinzione dell’ignoranza, fino ad includere anche vecchiaia e morte, ed estinzione della vecchiaia e della morte. Similmente, non c’è sofferenza, origine, cessazione e sentiero; non c’è saggezza suprema, né ottenimenti, e neppure mancanza di ottenimenti.

Perciò, Shariputra, poiché non c’è ottenimento, i bodhisattva si basano e dimorano nella perfezione della saggezza, le loro menti senza più oscurazioni e senza paura. Essendo completamente andati al di là di ogni errore, raggiungono il punto finale, il nirvana. E, affidandosi alla perfezione della saggezza, è evidente che tutti i buddha dimoranti nei tre tempi si sono anche completamente risvegliati all’insorpassabile, perfetta e piena illuminazione.

Perciò il mantra della perfezione della saggezza, il mantra della grande conoscenza, il mantra insorpassato, il mantra uguale a ciò che non ha eguali, il mantra che pacifica completamente tutte le sofferenze, dal momento che non è falso dovrebbe essere conosciuto come vero.

Si proclama il mantra della perfezione della saggezza:

TAYATHA GATE GATE PARAGATE PARASAMGATE BODHI SVAHA

Shariputra, è in questo modo che il bodhisattva mahasattva dovrebbe addestrarsi nella profonda perfezione della saggezza”. Quindi il Bhagavan riemerse da quel samadhi ed elogiò il bodhisattva mahasattva arya Avalokiteshvara dicendo: “Ben detto, ben detto, figlio del lignaggio, è proprio così! È proprio così! Si dovrebbe praticare la perfezione della saggezza proprio come tu hai mostrato; ne gioiscono perfino i tathagata!”

Quando il Bhagavan ebbe così parlato, il venerabile figlio di Sharadvati, il bodhisattva mahasattva arya Avalokiteshvara, l’intera assemblea attorno a loro, assieme al mondo degli dei, uomini, semidei e gandharva, esultarono e porsero alte lodi alla parola del Bhagavan.

Tradotto dal tibetano all’inglese dal ven. Ghelong Thubten Tsultrim (George Churinoff) l’8 Marzo 2001 e dall’inglese all’italiano a cura di Fiorella Rizzi nell’aprile 2001. Il testo radice riportato all’interno del commentario in corsivo fa riferimento alla versione utilizzata dal traduttore durante gli insegnamenti.

Ghesce Ciampa Ghiatso

Generiamo una corretta motivazione, il desiderio di ottenere l’illuminazione per poter beneficiare tutti gli esseri senzienti, nessuno escluso. Le azioni diventano positive o negative a seconda della motivazione che si ha nel compierle. Se l’azione sorge da una motivazione positiva è, per la persona che la compie, costruttiva, mentre se nasce con intenti negativi risulterà essere dannosa.

La motivazione è quindi estremamente importante.

Nella nostra vita quotidiana, al mattino, appena svegli, dovremmo cercare di generare una motivazione corretta, ad esempio possiamo pensare: “Qualunque cosa farò oggi, possa essere di beneficio per gli esseri viventi”. Iniziare con questa attitudine farà sì che le azioni che compiremo nella giornata saranno positive. Ognuno di noi desidera essere felice mentre nessuno desidera soffrire e avere problemi. Per questa ragione dobbiamo porre le cause per il nostro benessere e felicità; senza di esse non possono verificarsi nemmeno gli effetti desiderati. Ciò che porta a dei buoni risultati è dunque una motivazione positiva verso tutte le persone che incontriamo, il cercare di avere un buon cuore, donare calore umano ed esprimere un atteggiamento mentale di amorevole gentilezza. È utile che ci motiviamo ad avere benevolenza nelle nostre relazioni; così facendo avremo sempre qualcosa da donare, potremo condividere la felicità. Per la stessa ragione dobbiamo anche prendere in considerazione il modo in cui ci presentiamo agli altri, per esempio è meglio non avere un volto cupo perché questo crea disagio in chi ci sta intorno; questo può essere facilmente sperimentato nella vita di tutti i giorni. Noi stessi dobbiamo diventare uno strumento per dare benessere alla mente altrui. Penso che questo sia molto importante. Inoltre dobbiamo sforzarci di coltivare la pazienza nella nostra mente. Non è facile farlo e nemmeno possedere questa qualità, ma è importante applicarsi specialmente quando abbiamo delle difficoltà. Se cercheremo di sviluppare la pazien-za di sicuro avremo dei risultati positivi. Nelle nostre relazioni familiari è necessario usare tolleranza unitamente ad amorevole gentilezza. Se ci sono dei figli è indispensabile dare loro del calore umano, un sentimento di benevolenza, di gentilezza; a volte i bambini vanno cullati, tenuti stretti al nostro cuore. Dobbiamo comunicare questa energia nella mente dei nostri figli. Nell’ambito familiare dobbiamo cercare inoltre di essere gradevoli e di non avere un atteggiamento critico. Le critiche all’interno della famiglia non servono mentre creare una buona relazione può permettere ai nostri figli di crescere bene, rilassati. Con armonia e rispetto reciproco si vive molto meglio, si è molto più rilassati e felici. Se invece c’è disarmonia e abbiamo sentimenti di odio, astio o vi è rabbia, allora quando si torna a casa la sera e ci si ritrova insieme si prova disagio e viene a mancare la gioia di essere in famiglia e di potersi reincontrare. La ragione di questo malessere è da ricercarsi esclusivamente nella nostra mente, nel nostro atteggiamento mentale irritato, di ostilità, di rabbia. Sono questi fattori mentali che creano malessere e sofferenza.

Oggi insegnerò il Sutra del Cuore, la Prajnaparamita. Comprendendo l’essenza di questo sutra, nella nostra mente si svilupperà la saggezza, la comprensione della natura finale di tutto ciò che esiste.

Tutti i fenomeni hanno due tipi di natura: convenzionale e ultima o assoluta. La natura convenzionale si riferisce alla funzione che i fenomeni svolgono. Ad esempio, la natura convenzionale della nostra mente è quella di conoscere gli oggetti con chiarezza. Per natura la nostra mente è limpida, chiara e conosce gli oggetti. Ora è oscurata dalle afflizioni mentali che sono però eliminabili. Una volta purificata potrà manifestare la sua natura pura di limpido conoscitore. La mente non ha un’esistenza concreta, indipendente, autonoma, ma è interdipendente ed esiste in relazione ad altro, a cause e circostanze. Infatti in certi momenti abbiamo un certo umore e in altri cambiamo stato d’animo. Al mattino possiamo svegliarci depressi, poi diventare agitati oppure felici, poi possiamo arrabbiarci e successivamente ritornare di nuovo tranquilli. Se qualcuno si rivolge a noi dicendoci:“Come sei carino, gentile” avremo un certo stato d’animo; se poi ci sentiamo insultare: “Sei cattivo, pessimo” ancora una volta la nostra mente muterà, sentiremo subito emergere qualcosa in noi che ci turba e ci arrabbiere-mo, l’espressione stessa del nostro volto cambierà. Questo succede perché la nostra mente è interdipendente, cambia improvvisamente a seconda di cause e condizioni. Se fosse autonoma, a sé stante, non dipendente da cause e condizioni, allora sarebbe immutabile, avremmo sempre lo stesso tipo di mente, di umore,

lo stesso stato d’animo, statico come una roccia, qualunque cosa succedesse la nostra mente non muterebbe. Dicevamo che ciascun fenomeno esistente ha due tipi di natura, convenzionale e ultima. In questo sutra si parla direttamente della natura ultima dei fenomeni cioè della loro vacuità o shunyata, e indirettamente si espone la realtà della natura convenzionale.

NAMO GURU MANJUGOSHAYA

BHAGAVATI PRAJNAPARAMITAHRIDAYA (sansc.)

Bchom ldan ‘das ma shes rab jyi gha rol tu phyin pa’i snying po (tib)

CIOM DEN DE MA SCE RAB CHI PA ROL TU CIN PE GNING PO (fonetica)

Il Sutra del Cuore inizia con una lode di omaggio a Manjushri: Rendo omaggio al Maestro Manjushri.

Guru è un termine sanscrito e significa ‘maestro spirituale’. È composto da due sillabe: gun, che si riferisce alle ‘qualità eccellenti’, e rup che vuol dire ‘forma’, ‘consistente’. Quindi possiamo dire che la parola guru vuol dire “dalle qualità consistenti”. (Nota – Gu è una contrazione di gun e significa ‘qualità’, ru significa ‘pesante’ o ‘pieno’, guru quindi qualifica una persona come ‘piena di qualità’, ‘appesantita dalle qualità’. Cinquanta stanze di devozione al Guru – Ghesce Ciampa Ghiatso – Centro Ewam, Firenze. La sillaba gu di guru viene dalla parola sanscrita gun che significa ‘qualità’, mentre ru viene da rup che significa ‘pesante’. Quindi la parola sanscrita guru significa ‘persona con qualità pesanti’. Una pioggia di nettare inesauribile – Ghesce Ciampa Ghiatso – Istituto Lama Tzong Khapa, Pisa).

Manju vuol dire ‘mente soffice’,‘morbida’, quindi ‘pulita, purificata, separata dalle emozioni perturbatrici’. (Nota – Per quanto riguarda Manjugoshaya, manju significa ‘morbido’ e si riferisce alle qualità della mente e gosha invece si riferisce alle qualità della parola e vuol dire ‘melodioso, intonato’, ya vuol dire ‘a’, namo significa ‘mi prostro’, dunque ‘Mi prostro al guru Manjushri’. C’è una traduzione letterale e una del significato; prima abbiamo fatto la traduzione del significato, quella letterale è: “Prostro maestro Manjushri a”. Commentario al Guru yoga in sei sessioni – Ghesce Ciampa Ghiatso – Istituto Lama Tzong Khapa, Pomaia, Pisa). Gosha si riferisce alla ‘parola dotata di sessantaquattro qualità positive’ di un essere illuminato e ya vuol dire ‘A’, quindi: rendo omaggio al Maestro Manjushri. In questo testo viene posta l’enfasi sulla saggezza. Manjushri è la divinità che rappresenta la mente di saggezza di tutti gli esseri illuminati. Viene rappresentata nell’aspetto di una divinità in quanto la coscienza di un Buddha non è percepibile dagli esseri ordinari. Vi sono svariate divinità, cioè rappresentazioni della mente illuminata, che indicano le diverse qualità dei Buddha e che possiamo osservare in dipinti. Questo Buddha tiene nella mano destra una spada che taglia il nostro ego. La nostra saggezza può tagliare la nostra ignoranza che si aggrappa all’io. La saggezza va sviluppata, e per fare questo è necessario comprendere il significato della vacuità.

Segue il titolo del sutra nella lingua originale, il sanscrito.

Bhagavati (san.) indica il Buddha, colui che ha delle realizzazioni elevate, prajna la ‘saggezza suprema’, paramita vuol dire ‘perfezione’, quindi ‘ Saggezza perfetta’, la ‘Perfezione della Saggezza, hridaya vuol dire significa ‘cuore’. Quindi vi è il titolo in tibetano che ne è l’esatta traduzione. Ora analizziamo la parola bagavati. (Nota – Il significato di questi (appellativi) viene spiegato brevemente: poiché ha distrutto (ciom) i quattro demoni, poiché è dotato dei quattro corpi e delle cinque saggezze supreme (den) e poiché ha trasceso (de) l’esistenza ciclica e il nirvana, è chiamato Bhagavan (ciom den de). Una pioggia di nettare inesauribile – Ghesce Ciampa Ghiatso – Istituto Lama Tzong Khapa, Pisa). In tibetano questo termine viene tradotto con due parole ciom e den. Ciom vuol dire ‘sconfitto’, ‘distrutto’, e den vuol dire ‘dotato’, ‘che possiede’. Che cosa è stato sconfitto, distrutto? Sono stati distrutti i quattro mara o demoni. Con demone ci si riferisce a qualcosa che fa del male, che è nocivo.

Ora vediamo chi sono questi quattro demoni.

  1. Primo: gli aggregati contaminati;

  2. Secondo: le afflizioni mentali, (o distorsioni, difetti mentali);

  3. Terzo: la morte;

  4. Quarto: i figli degli dèi o, in sanscrito devaputra.

Ora esaminiamo il primo punto: gli aggregati contaminati.

Il nostro corpo, essendo composto da aggregati contaminati, è considerato un demone. Infatti, fino a quando non ce ne sbarazzeremo, avremo sempre dei problemi, della sofferenza. Esso può ammalarsi per varie cause e quindi procurarci sofferenza, oppure farci soffrire per il caldo o per il freddo, per la fame, per la sete. Possiamo dire che c’è sempre qualcosa in relazione al corpo che ci crea disagio. Inoltre, dobbiamo lavorare intensamente e questo ci affatica, ci stanca, e per quale ragione facciamo tutto questo? Perché dobbiamo prenderci cura del nostro corpo, siamo al suo servizio. Pare proprio che sia così, se ci pensate attentamente è proprio così. Per averne cura siamo costretti a dipendere da molte cose. Dobbiamo nutrirlo, coprirlo, quindi comprargli degli abiti, dargli una casa, perviaggiare dobbiamo avere dei mezzi di trasporto. Poi, con il passare degli anni, questi problemi si aggravano, proviamo più dolore, abbiamo varie preoccupazioni per il nostro invecchiamento, ad esempio il viso si riempie di rughe. Quando si è anziani capita di cadere nel sedersi perché mancano le forze, e questo ci fa soffrire.Tutto questo succede perché abbiamo un corpo, se non ci fosse non ci sarebbero le rughe e i capelli bianchi, i dolori, la difficoltà nei movimenti. Ci sono molteplici problemi e disagi che dobbiamo sperimentare poiché abbiamo un corpo contaminato. Queste sono le ragioni per cui lo si considera un demone. Possiamo però usarlo in maniera eccellente poiché esso può diventare molto più prezioso della gemma che esaudisce qualunque desiderio. Se possedessimo tale gioiello, potremmo ottenere qualcosa di materiale, ma non potrebbe farci ottenere realizzazioni interiori. Invece, tramite questo nostro corpo umano, possiamo impegnarci in modo da ottenere scopi temporali, per esempio un certo benessere materiale, e ultimi. La nostra mente ha grande intelligenza. Abbiamo assistito ad una notevole evoluzione sul piano materiale grazie allo sviluppo della scienza e della tecnologia. In questi tempi vi sono moltissime cose che si possono fare con estrema facilità per il beneficio degli esseri e questo grazie alla mente umana. Gli scienziati hanno ideato i progetti, poi li hanno messi su carta e quindi li hanno realizzati creando nuovi prodotti. Ogni anno ci sono sempre numerose nuove invenzioni. Da un punto di vista ultimo la nostra mente può condurci all’illuminazione, allo stato di buddha. Se osserviamo il calendario vediamo che ad ogni giorno è associato il nome di un santo; tutti loro sono stati esseri umani ordinari e solo in seguito sono diventati tali. Inoltre sul calendario non appare alcun santo animale, e questo fa capire che se anche avessimo un corpo forte come quello di un elefante ma limitato nell’intelligenza, non potremmo compiere le attività dei santi. In passato ce ne sono stati numerosi, sono nati in questa famiglia umana, hanno sviluppato le qualità di questo corpo fino a divenire esseri realizzati. Anche noi, se ci impegnassimo con sforzo autentico nella pratica, se praticassimo in armonia agli insegnamenti degli esseri illuminati, che siano buddhisti o di altre tradizioni religiose, comunque, potremmo davvero ottenere delle realizzazioni e diventare dei santi, dei bodhisattva. Si possono utilizzare diversi termini ma il loro significato essenziale è uguale. Per esempio, la mano con le dita chiuse nella lingua italiana si chiama pugno e in tutti i paesi del mondo c’è un termine diverso per dire pugno, ma il significato è lo stesso. Il pugno dipende dalle cinque dita della nostra mano e non è una o due, ma tutte e cinque le dita piegate; viene indicato con un diverso termine a seconda dei popoli ma è la stessa cosa, svolge la stessa funzione. Allo stesso modo sentiamo parlare di buddha, di bodhisattva, di esseri realizzati o di santi, ma per tutti il significato è quello di uomini che hanno sviluppato le proprie qualità interiori. Quindi questo corpo, da un certo punto di vista ci è di danno ma, da un altro punto di vista, ci è di grande aiuto. Dobbiamo utilizzarlo per ottenere dei buoni risultati. Vediamo il secondo demone: le afflizioni mentali (o distorsioni, difetti mentali). Dobbiamo capire bene il significato di mente principale e di fattori mentali; tra questi ultimi vi sono i difetti mentali. I nostri difetti mentali sono dei demoni veri e propri. Si potrebbe pensare che questi vivano solo in qualche particolare luogo, che si tratti solo di esseri dalle qualità negative, ma i demoni pericolosi risiedono nella nostra mente negativa. Questi sono i veri demoni perché sono ciò che ci danneggia veramente, ci crea problemi, ci fa soffrire, rende infelice la nostra mente. La causa principale del nostro malessere è l’esistenza delle nostre afflizioni mentali. Riflettiamo su quando ci arrabbiamo o quando siamo gelosi: in quel momento, come ci sentiamo? Cosa proviamo? Abbiamo fatto tutti questa esperienza, tutti sappiamo come questi difetti mentali siano disturbanti, quanto ci turbino permeando la nostra mente di malessere, di infelicità. Se cerchiamo dentro di noi scopriremo che i nemici effettivi, i veri demoni, sono dentro la nostra mente, sono cioè le nostre distorsioni e afflizioni mentali, e che gli altri esseri umani non sono dei nemici reali, ma che non ce ne rendiamo conto. Non riconosciamo i nemici che risiedono nella nostra mente e di continuo individuiamo il nemico in qualcosa di esterno a noi. Incolpiamo una persona o una circostanza sfavorevole e a loro attribuiamo la responsabilità del nostro malessere. Invece di comportarci così, dovremmo sforzarci di riconoscere i fattori mentali distruttivi e responsabili della nostra sofferenza. Quando qualcuno ci critica o ci maltratta, indirizziamo queste critiche ai nostri difetti mentali! Penso che non sia un bene criticarsi a vicenda, in particolare all’interno dei rapporti di coppia. Anziché biasimare il nostro compagno, è molto meglio criticare le distorsioni della nostra mente, l’attaccamento e l’odio che sono in noi e che non sono di alcun beneficio. Questo deve essere il nostro modo di utilizzare la critica e per fare questo dobbiamo sforzarci di avere il dominio della nostra mente. Quando il nostro compagno si arrabbia e si rivolge a noi con parole sgradite, significa che è dominato dalla rabbia ed è privo di controllo. Non ha il potere della propria mente ed è sopraffatto dalle afflizioni. Dobbiamo impegnarci per sconfiggere le afflizioni della nostra mente. Quando la mente è quieta, lo è perché non c’è il tumulto delle afflizioni mentali. Il fattore principale nei rapporti in famiglia è l’armonia, ciò che crea pace, e tutto ciò risiede nella nostra mente, pertanto dobbiamo trasformarla, proteggerla dal demone delle afflizioni mentali che richiamano anche i demoni esterni. Voglio raccontarvi una storia realmente accaduta in Nepal. Un uomo al fine di danneggiare un vicino, portò la foto di questi con un’offerta ad un mago. Il mago, che accettò il denaro e guardò la fotografia, era un sadhu induista che conosceva la magia nera. Compì il rituale con la foto capovolta, mettendoci sopra una statua di Krishna e poi recitò dei mantra. L’uomo verso il quale era rivolto il maleficio cominciò a stare male. I suoi parenti vennero a sapere di questo sadhu e, trovatolo, andarono da lui. Il sadhu mostrò loro a foto e gli raccontò che gli avevano dato del denaro per compiere il maleficio. I parenti lo pregarono di cessarne l’effetto offrendogli altro denaro. Questi accettò e li assicurò che entro un mese il loro parente avrebbe ricominciato ad avere le forze. Così avvenne, dopo un mese l’uomo cominciò a stare meglio, ricominciò a ridere e a parlare con la moglie, ad occuparsi dei figli, e nel giro di un anno era completamente guarito. Questo per dirvi come la mente possa diventare un demone. Il terzo demone è la morte, ci toglie la vita. Interrompe la relazione che c’è tra il corpo e la mente. Ci danneggia, è il nostro più grande problema. La più grande angoscia e sofferenza è quella della morte ed è per questo che viene considerata un demone. Ad esempio, una coppia con un rapporto armonioso, rispettoso, vorrebbe poter continuare a vivere insieme per sempre, ma la morte separale persone. Ad un incontro segue sempre una separazione. Il separarsi è inevitabile, non si potrà restare per sempre insieme. Può accadere oggi oppure più avanti, ma prima o poi ci dovremo separare. Dobbiamo accettare questa idea. Siamo nati soli e moriremo soli. Quindi possiamo anche vivere soli pensando che vi è il vantaggio di essere più liberi. L’ultimo dei quattro demoni, devaputra, fa parte delle negatività esterne, dei deva invidiosi. Questi deva invidiosi vedendo qualcuno felice, cercano di interferire, mandano energia negativa. La mente che la riceve cade sotto il loro influsso negativo e l’armonia della famiglia viene a mancare. Si dice che i devaputra possano inviare cinque tipi di frecce. Possiamo ricevere un’energia di confusione, di attaccamento, di odio, di orgoglio oppure possono far sorgere invidia. Quando cadiamo sotto il loro influsso, le nostre afflizioni mentali vengono potenziate e così proviamo, per esempio, un fortissimo attaccamento. Può accadere che sebbene amiamo il nostro compagno, a causa di questo attaccamento perdiamo la testa per un’altra persona che dobbiamo assolutamente avvicinare. Questa persona ci appare bellissima, proviamo una fortissima attrazione e pensiamo di essercene innamorati. Così facendo creiamo disarmonia nella coppia fino ad arrivare alla separazione e al divorzio. Iniziamo il nuovo rapporto, ma dopo poco tempo la nostra mente cambia ancora e questa persona che prima ci appariva così bella ora non ci dà più la stessa impressione e cerchiamo di tornare insieme alla compagna o compagno precedente. Possiamo proteggerci da questi influssi negativi rafforzando la nostra mente con la pratica spirituale e affidandoci agli esseri realizzati con fede profonda. Anche comprendere il significato della vacuità e meditare su di esso ci protegge da queste influenze.

Ho dato un esempio circa l’influsso creato per il potenziamento dell’attaccamento, ma questi demoni possono danneggiarci anche in altri modi. Ad esempio, manifestandosi nell’aspetto del nostro Maestro, di Buddha Sakyamuni o nell’aspetto di Gesù. Con questo aspetto, possono darci dei consigli nocivi e noi, cadendo nell’inganno, arriviamo a compiere azioni dannose. Ora vi racconto la storia di un meditatore tibetano che viveva nella zona chiamata Jan. Da tre anni era in ritiro e meditava la pratica tantrica di Vajrayoghini. Un giorno ebbe una splendida visione del Buddha vestito con i tre abiti monastici. L’apparizione gli disse: “Domani mattina, all’alba, vai oltre quella collina; lì troverai una giovane donna che tiene nella mano destra un coltello ricurvo e nella sinistra un cappio. Quella donna è in realtà Vajrayoghini. Appena la vedi abbracciala e fai l’amore con lei così che potrai ottenere l’illuminazione”. Il meditatore credette a questa visione e a quanto dettogli. Quindi la mattina dopo si alzò prestissimo e fece la sua sessione di meditazione. Si recò oltre la collina e nella foresta incontrò una donna che nella mano destra teneva un coltello ricurvo che le serviva per tagliare la legna per il fuoco e nella mano sinistra aveva una cordicella per legare la fascina di legna. Il monaco la vide e subito l’assalì. Sebbene la donna gridasse di non essere Vajrayoghini il monaco insistette. Era stato un inganno di Devaputra. Il monaco fece l’amore con lei rompendo i suoi voti monastici. Rimase insieme alla donna e per mantenersi cominciò il lavoro del taglialegna. Ebbero dei figli ed egli non ebbe più tempo per meditare, doveva lavorare e occuparsi di loro. Questi sono solo alcuni esempi di come si possa venire danneggiati da questi demoni. La parola Bhagavan vuol dire ‘che ha sconfitto’, cioè che ha annientato i quattro demoni e che possiede le sei qualità di moralità, saggezza, compassione, potere o energia, un corpo perfettamente glorioso e perseveranza entusiastica. Queste sei qualità sono sempre presenti nei bhagavan. Paramita in sanscrito ha più significati: primo, principale, supremo, prajna vuol dire ‘saggezza’ quindi Prajnaparamita significa ‘saggezza suprema’. Paramita significa anche ‘che ha trasceso’, ‘che è andato al di là’, infatti para vuol dire ‘oltre, al di là’ e mita vuol dire ‘andata’, quindi ‘andata oltre, al di là’, al di là del ciclo vizioso dell’esistenza condizionata, nel nirvana, nella liberazione. Hridaya vuol dire ‘cuore, essenza’. Ci sono svariati testi sulla Perfezione della Saggezza e quello che andremo a studiare è il cuore o l’essenza. Ve ne è poi una forma estremamente concisa composta di una sola lettera: la A.

La lettera A rappresenta la vacuità, la natura di tutto ciò che esiste, di tutti i fenomeni, vuoti di esistenza intrinseca. La non esistenza intrinseca di tutti i fenomeni viene indicata con tre termini: vacuità, mancanza di segni e mancanza di desideri. Anche nel nostro alfabeto la A è un triangolo. I tre angoli rappresentano le tre porte per la liberazione. La vacuità è l’oggetto principale dell’insegnamento della Perfezione della Saggezza. La perfezione della saggezza può essere divisa in quattro aspetti: perfezione della saggezza naturale, perfezione della saggezza scritturale dei sutra, perfezione della saggezza che è un sentiero e perfezione della saggezza che è il risultato cioè la saggezza perfetta risultante.

Anche la natura finale di tutti i fenomeni può essere chiamata perfezione della saggezza”

Rivediamo i suoi quattro aspetti:

  1. perfezione della saggezza naturale o perfezione della saggezza che è la natura dei fenomeni;

  2. esposizione scritturale della perfezione della saggezza;

  3. perfezione della saggezza sentiero o degli stadi di sviluppo della nostra mente verso l’illuminazione di cui fanno parte: il sentiero dell’accumulazione, della preparazione, della visione, della meditazione, del non più apprendimento;

  4. il risultato finale o perfezione della saggezza risultante.

Meditare vuol dire rendere la propria mente familiare con l’oggetto su cui si medita. Se meditiamo sulla compassione questo significa che stiamo familiarizzando la nostra mente con la compassione. Una volta che saremo diventati familiari con l’oggetto di meditazione, non ci sarà più bisogno di sforzo e questo sorgerà spontaneamente. Dobbiamo iniziare creando nella nostra mente un’attitudine che desidera che tutti gli esseri siano liberi dalla sofferenza e dalle sue cause e fare in modo che essa diventi parte integrante del nostro pensiero, della nostra mente. All’inizio ciò sarà possibile solo per un brevissimo tempo, perché saremo subito distratti da altri pensieri che ci faranno perdere la concentrazione sull’oggetto di meditazione. A quel punto occorre rigenerare ‘l’oggetto’ mentale di meditazione o ricreare quell’attitudine e mantenerla per il maggior tempo possibile. Coltivando la meditazione sulla compassione per esempio, diverremo familiari con essa e spontaneamente, ogni volta che entreremo in contatto con un qualsiasi essere vivente, avremo questo tipo di attitudine mentale nei suoi confronti. Attualmente siamo familiarizzati con il desiderio, con l’attaccamento, e ogni qualvolta entriamo in contatto con un oggetto che risulta essere gradevole per i nostri sensi, immediatamente, spontaneamente, sorge in noi attrazione e proviamo attaccamento. Grazie alla meditazione potremo avere una simile esperienza con la compassione che diventerà un sentimento spontaneo. Quando meditiamo sulla vacuità, sulla non esistenza intrinseca di tutti i fenomeni, dobbiamo cercare di avere un’immagine mentale di questa e cercare di mantenerla nella nostra mente così che diventi familiare. La meditazione può essere anche visualizzazione. In tal caso, per esempio, immaginiamo diversi aspetti di un buddha. Nella pratica del tantra si arriva a visualizzare se stessi nell’aspetto di divinità, potendo per esempio assumere le sembianze di Tara oppure di Avalokiteshvara, il Buddha della Compassione. I cristiani potrebbero immaginare davanti a loro Gesù o Madre Maria. Anche in questo caso, avuta una chiara immagine della divinità, dobbiamo cercare di mantenerla. Questo è, in breve, il significato di meditazione. Per sviluppare la quiete mentale o calma concentrata (shiné) si potrebbe anche immaginare un oggetto a noi familiare come il volto di una persona, del nostro compagno per esempio, e focalizzare la nostra mente su questa immagine. Potrebbe risultarci più facile. In effetti dei meditatori indiani, dei sadhu, hanno dato queste istruzioni per sviluppare la concentrazione perché per certe persone è più semplice mantenere chiarezza e stabilità su immagini familiari. Abbiamo dato una spiegazione generale del titolo e ora cerco di entrare nel testo vero e proprio.

Così udii. Una volta il Bhagavan sedeva sul Picco dell’Avvoltoio nei pressi della città di Rajghir, insieme ad una grande assemblea di monaci ed a una grande assemblea di bodhisattva. In quell’occasione il Bhagavan era assorto in una particolare concentrazione meditativa degli innumerevoli aspetti dei fenomeni denominata la profonda apparenza o illuminazione”

Questo testo chiamato Sutra del Cuore rievoca una speciale riunione. Infatti Dag vuol dire ‘io’, tö pa equivale a ‘ho udito’, du cig na vuol dire ‘una volta’, quindi ‘Una volta ho udito il Sutra del Cuore dal Maestro eccellente il Bhagavan Buddha Sakyamuni’. Il significato di Bhagavan è ‘colui che ha distrutto o sconfitto i quattro mara ed è dotato delle sessantaquattro qualità della parola illuminata’. Il luogo eccellente sopra citato, Rajghir, è chiamato ‘Picco dell’Avvoltoio’ o ‘la Montagna degli avvoltoi’. In quel luogo il Buddha era circondato da una schiera di discepoli tra cui degli arya e dei bodhisattva, esseri che hanno realizzazioni elevate. Il termine sanscrito arhat (ndr.: tib. ciom den de) indica coloro che hanno sconfitto il nemico delle afflizioni e delle distorsioni mentali (o nemico effettivo, interiore). Buddha Sakyamuni era assorto in una meditazione sugli infiniti aspetti dei fenomeni chiamata ‘profonda apparenza’. Era assorto in meditazione sulla vacuità. Allora, cosa accadde in quel contesto? Non posso parlarvene in dettaglio ma solo brevemente. Cominciamo con il significato della parola bodhisattva: bodhi vuol dire ‘illuminazione’,‘sattva’ in sanscrito vuol dire ‘essere, individuo’. Il bodhisattva è un essere che ha ottenuto la mente di bodhi, bodhicitta o attitudine protesa verso l’illuminazione.

Questa può essere di due tipi: convenzionale e ultima. La bodhicitta convenzionale è l’attitudine straordinaria di ottenere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri e la bodhicitta ultima è una mente che riconosce la natura vuota dei fenomeni o la loro non esistenza intrinseca, a sé stante, compreso il Buddha, la buddhità, la mente dei quattro corpi illuminati. Infatti neanche la buddhità ha un’esistenza a sé stante, anch’essa è vuota di un’esistenza propria.

Il Buddha era assorto nella meditazione sulla vacuità e questo vuol dire che aveva realizzato la bodhicitta ultima. I grandi bodhisattva possiedono entrambi i tipi di bodhicitta. Per grandi bodhisattva intendiamo gli arya bodhisattva dal sentiero della visione in poi che hanno la realizzazione diretta della vacuità. Un arya bodhisattva è in grado di avere l’esperienza o percezione diretta della vacuità, conosce l’esistenza reale di tutti i fenomeni delle quattro verità. “Allo stesso tempo anche il nobile Avalokiteshvara, il bodhisattva mahasattva, stava contemplando perfettamente la pratica profonda della perfezio-ne della saggezza, percependo perfettamente la vacuità di esistenza inerente dei cinque aggregati”. Qui vediamo che Avalokiteshvara è in realtà un buddha che si manifesta nell’aspetto di un bodhisattva come il figlio spirituale più vicino al Buddha. Si dice che il Buddha abbia otto figli spirituali e uno di questi è Avalokiteshvara; gli altri sono bodhisattva come Manjushri e Vajrapani. Quindi Avalokiteshvara è un buddha, un essere completamente illuminato, il buddha della compassione, ma convenzionalmente può essere anche chiamato bodhisattva, e questo perché egli ha assunto in passato l’aspetto di bodhisattva mostrandosi come discepolo del Buddha. Ha dato un esempio perfetto del modo in cui si deve praticare. Arya in sanscrito vuol dire nobile, quindi il nobile Avalokiteshvara. Arya Avalokiteshvara in tibetano si traduce Pagpa Cenresig (ndr: tib. pagpa è l’equivalente del termine sans. arya). Cen vuol dire ‘occhi’, sig vuol dire ‘che osserva, che guarda’, e si riferisce alle qualità eccellenti dell’illuminato. Cenresig è il buddha della compassione e si mostra con mille occhi che vigilano giorno e notte. La sua attenzione è rivolta alla maturazione degli esseri. Cenresig sa quando un essere è pronto alla crescita spirituale e interviene al momento opportuno. Il testo continua osservando che i cinque aggregati sono vuoti di esistenza intrinseca. A questo punto Shariputra si rivolge all’arya bodhisattva Avalokiteshvara e gli pone delle domande che emergono grazie al potere della concentrazione del Buddha: “Quindi, per il potere del Buddha, il venerabile Shariputra si accostò al nobile Avalokiteshvara e gli chiese: in che modo deve procedere un figlio di nobile lignaggio, un bodhisattva, che voglia intraprendere la pratica della profonda perfezione della saggezza?”

Cioè come dovrebbe praticare, come dovrebbe coltivare la profonda saggezza della vacuità? E la risposta di Cenresig fu:“Il nobile Avalokiteshvara rispose con queste parole al venerabile Shariputra: Oh Shariputra qualsiasi figlio o figlia di nobile lignaggio che desidera intraprendere la pratica della profonda perfezione della saggezza, dovrebbe contemplare perfettamente in questo modo: per prima cosa dovrebbe comprendere chiaramente e a fondo che i cinque aggregati sono vuoti di qualsiasi natura intrinseca”.

Sono indicati i due stadi verso l’illuminazione, il sentiero dell’accumulazione e quello della preparazione. Figlio o figlia di nobile lignaggio si riferisce ai bodhisattva, esseri che hanno realizzato la grande compassione, rivolti verso l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti e che per tale ragione si chiamano figli di Buddha. Il Buddha ha dato insegnamenti affinché nella nostra mente si generi questa attitudine di bodhicitta, la mente che desidera ottenere l’illuminazione per poter beneficiare tutti gli esseri. Anche noi dobbiamo cercare di coltivarla visto che siamo interessati agli insegnamenti del Mahayana o Grande Veicolo. Dobbiamo sviluppare questo atteggiamento di responsabilità universale, cioè responsabilità verso noi stessi e verso tutti gli altri. Anche comunemente, nella vita politica di tutti i giorni, tra la maggioranza e la minoranza la prima è considerata più importante. Dobbiamo cercare di ridimensionare il nostro ego e provare a svilupparci, ad essere maggiormente aperti agli altri, avere per loro cura e attenzione in quanto qualunque nostro problema ha come causa fondamentale l’egoismo e l’aggrapparsi all’io. Per ‘aggrapparsi all’io’ si intende aggrapparsi a un qualcosa che ci sembra intrinsecamente esistente. Questa apparenza mentale è la radice di tutte le altre afflizioni e distorsioni mentali. Continuiamo a vagare in circolo nell’esistenza ciclica e la causa principale di tutto ciò è l’ignoranza. Dobbiamo eliminare proprio questo tipo di ignoranza relativa al modo di esistere dei fenomeni. Come possiamo fare ad eliminare l’ignoranza che è in noi? Questo è possibile grazie alla meditazione sulla vacuità di esistenza intrinseca dei cinque aggregati che sono: l’aggregato della forma, quello delle sensazioni, quello della discriminazione, poi dei fattori di composizione e infine della coscienza. Una ragione per la quale i cinque componenti psicofisici sono chiamati aggregati è per sottolineare che non siamo un tutt’uno inscindibile, una massa unica. L’aggregato della forma riguarda tutti gli oggetti dei cinque sensi: visivi, uditivi, olfattivi, gustativi e tattili. Per quanto riguarda gli oggetti visivi, questi possono essere forme e colori. Consideriamo l’esistenza di una qualsiasi forma visiva: esiste indipendentemente, di per se stessa, a sé stante? Poniamoci questa domanda e cerchiamo di capire ciò che va negato, confutato. Se analizziamo con attenzione vediamo che nella nostra percezione c’è qualcosa in più che, malgrado non esista, ci appare esistente. Questo qualcosa è l’oggetto della negazione, cioè l’oggetto percepito dalla nostra ignoranza. Dobbiamo individuarlo con chiarezza per poi realizzare che non esiste. Per fare ciò, dobbiamo avere una sua chiara immagine. Possiamo infatti avere una chiara immagine mentale anche di un qualcosa che non esiste. Per esempio, possiamo avere l’immagine mentale di come potrebbero essere delle corna sulla mia testa anche se non esistono. Se abbiamo un’idea di cosa si intenda per ‘corna’ e di come sarei io se le avessi sul suo capo, siamo anche in grado di dire, osservando, che in realtà esse non ci sono. Lo stesso ragionamento vale ad esempio per la coda. Potremmo chiederci cosa vuol dire averla e quindi constatare che non c’è una coda solo sapendo cosa essa sia. Dunque, prima di tutto, quando si parla di vacuità, occorre individuare l’oggetto di negazione, questo è il primo passo, cioè comprendere cos’è che non esiste. All’immagine della materia che esiste aggiungiamo qualcosa che non esiste e che è l’oggetto di negazione. Per esempio: questa tazza esiste e può svolgere la funzione di contenere del tè. È possibile bere del tè o un’altra bevanda con questa tazza. Posso versarci un liquido e usarla per bere, però non c’è una tazza di per se stessa, dal suo lato, indipendente e a sé stante. ‘Tazza’ è una convenzione, è un fenomeno che esiste in dipendenza da qualcos’altro, quindi non è come la percepiamo. Una tazza isolata, separata, indipendente, non esiste. Dunque ciò che si nega della tazza è il suo esistere in maniera intrinseca, a sé stante, mentre la tazza esiste. Lo stesso discorso vale per il nostro io. Convenzionalmente io esisto. Proviamo a cercare dove possa trovarsi questa identità. L’io è forse la forma? Credo di no. Qualcuno potrebbe chiedervi:“Ma l’io è materia, tu sei un oggetto visivo e tangibile?” La risposta è che comunque il nostro io non è fisico, non è materiale. Allora proviamo a ricercare l’io nell’aggregato delle sensazioni. Queste emergono dalle relazioni con gli oggetti di piacere, di disagio o indifferenza. Allora chie-diamoci: “Io sono la sensazione di piacere? Io sono il dolore? Io sono l’indifferenza?” La risposta è che io non sono nessuna di queste sensazioni. I nostri componenti psicofisici, i nostri aggregati, non hanno una esistenza separata, a sé stante, indipendente, e nemmeno la nostra identità, il nostro io, ha una esistenza indipendente, a sé stante, intrinseca. Allora perché il nostro essere psicofisico viene distinto in cinque componenti? Perché il Buddha l’ha diviso in cinque componenti chiamati aggregati? Ha parlato della forma o aggregato fisico, materiale e separatamente della coscienza primaria, la mente principale, chiamata aggregato della coscienza.

 

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