Dagri Rinpoche: Introduzione al Buddhismo

Ven. Dagri Rinpoche Sabato al Centro Sabsel Thekchok Ling di Genova.

Ven. Dagri Rinpoche Sabato al Centro Sabsel Thekchok Ling di Genova.

Insegnamenti del Ven. Dagri Rinpoche Sabato 11 febbraio 2012 al Centro Sabsel Thekchok Ling di Genova, sul tema: Introduzione al Buddhismo. Appunti ed editing del Dott. Luciano Villa, Graziella Romania e dell’Ing. Alessandro Tenzin Villa nell’ambito del Progetto Free Dharma Teachings del Centro Sangye Cioeling di Sondrio, il cui nome è stato conferito da Sua Santità il Dalai Lama, per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Traduzione dal tibetano in italiano e revisione parziale di Anna Maria De Pretis.

Ven. Dagri Rinpoche

Ci troviamo tutti in uno stato di sofferenza ed è ciò di cui vorremmo sbarazzarci. Questo stato è prodotto da cause. E ciò che è prodotto, la sofferenza, è al centro della nostra attenzione. Il Buddha si è impegnato per illustrarci come farci uscire dalla sofferenza, almeno dalla sofferenza grossolana, per farci uscire dagli stati delle rinascite sfavorevoli. Ma quel che più importa è il superamento definitivo della sofferenza, del ciclico divenire della sofferenza, verso il nirvana, appunto quanto insegnato dal Buddha. Per quanto riguarda le caratteristiche dell’onniscienza o della conoscenza esaustiva, questa è la conoscenza che permea tutte le necessità, tipologie e caratteristiche degli esseri, una comprensione totale, siamo un’infinita di esseri. Senza discriminazione tra buddisti e non, il Buddha è costantemente a disposizione di tutti gli esseri perché è sempre a disposizione per risolvere la sofferenza di tutti gli esseri e non solo su questo pianeta, ma in miliardi di mondi. Proprio perché la questione della sofferenza è un problema universale, perciò la compassione e l’interessamento dei Buddha è completo ed universale. In ogni mondo c’è la disponibilità di essere recepiti dei Buddha, come accadde su questo pianeta 2500 anni fa, quando diede il suo primo insegnamento ad un gruppo di 5 discepoli cui conferì il suo primo insegnamento delle Quattro nobili verità, che rappresenta la base del suo insegnamento ed è considerato il sigillo del Buddha.

Nella formulazione delle Quattro nobili verità, descrisse la sofferenza come percepita dagli esseri superiori o dei nobili. Questa è la nobile verità della sofferenza, dell’origine, della cessazione e della cessazione. È la realtà come percepita dagli esseri superiori arya che percepiscono la realtà cosi come è, in opposizione all’essere ordinario, non ancora consapevole della vera realtà. È la realtà percepita dagli esseri superiori. La Prima nobili verità è la sofferenza e le sue cause. La Seconda nobile verità è quella del cambiamento, da molti considerata una non sofferenza. Perciò la sofferenza va compresa, e, per eliminarla, va attivato il sentiero. Conosciamo la sofferenza del dolore, la sofferenza più grossolana, quella ovvia, per cui nessuno vorrebbe soffrire. Conosciamo gli stati grossolani della sofferenza, ce ne sono che crediamo piacere, e sono la sofferenza del cambiamento. Ma è incompreso lo stato causato da karma e klesha determinato da ignoranza ed afflizioni mentali, è questa la sofferenza strutturale o pervasiva o di strutturazione. Una volta conosciuta la realtà alla predisposizione alla sofferenza, occorre capire la sorgente della sofferenza, che va abbandonata: karma e klesha, in alter parole, tutte le attivata controproducenti motivate dalle illusioni o distorsioni mentali. Sono tutti gli stati di una mente ottenebrata che per la loro caratteristiche danno adito a turbamento e disagio, creando cosi turbamenti mentali. Proprio perché desideriamo la felicita dobbiamo esaudire questo compito che ci porta a disintossicare la ns mente dalla sofferenza, da eliminare 1 volta per tutte. Perciò la cessazione coincide con la liberazione definitiva. E’ assolutamente possibile trovare la felicita, disattivando in modo radicale i meccanismi della sofferenza, determinati da karma e klesha, dove non c’ libertà. Dove quel che proviamo piacevole, è solo temporaneo, perciò e’ solo sofferenza. Dobbiamo tendere allo stato in cui tutte queste catene sono spezzate. Perché’ e’ lo stato di libertà da karma e klesha che ci libera da meccanismi dettati da distorsioni ed illusioni.

Per quanto riguarda il Buddha Dharma, come espresso dal Buddha, per la sua realizzazione occorre fiducia, ma non solo: è fondamentale, affinché venga recepito nella sua pienezza, la sua comprensione, la ricerca, l’analisi, la familiarizzazione. L’attendibilità di ogni asserzione deve essere verificata da ognuno, il che ci deve permette di assumere la responsabilità del nostro essere e del nostro divenire: a partire della comprensione che alla base c’è una distorsione cognitiva, una confusione che ci impedisce la comprensione della vera realtà, il cui ottenimento coincide con lo stato di arat o di distruttore del nemico. E si tratta di una prerogativa posseduta da ognuno di noi. Si tratta di mettersi in gioco, d’impegnarci in questo commino. Per attivare il metodo della liberazione dalla sofferenza, dobbiamo inoltrarci sul sentiero, nella verità del sentiero come comprensione della realtà cosi come è, della realtà che i fenomeni sono interdipendenti. Che la si riconosca o meno, le cose stanno cosi. Che le conosciamo o meno, le cose sono di quel tipo di natura. Quindi, sono della natura dell’interdipendenza. Ed il sentiero è liberatorio perché ha la capacita di eliminarla una volta per tutte. Fondamentale è quindi coltivare il sentiero che ha appunto la capacita di liberarci dal samsara. Ed è quanto il Buddha ci insegnò 2500 anni fa: comprendere il divenire ciclico, il vagare senza senso, comprendere che altrimenti saremmo prigionieri di informazioni distorte. Il sentiero va conosciuto ed applicato in modo mirato, per cui l’acquisizione dell’onniscenza dipende dalla nostra capacità di intervento mirato rispetto alla comprensione del sentiero della vera realtà.

L’interdipendenza fu proposta solo dal Buddha, come metodo indirizzato alla eliminazione definitiva ma, per uscir dal meccanismo del samsara è molto importante uscire dal mondo della interdipendenza, perché questa permea le relazioni, anche in termini di commercio, di successo per il nostro sostentamento, nel nostro mondo è un dato di fatto l’interdipendenza, di cui dobbiamo prendere atto. La sofferenza samsarica è quella del nascere, invecchiare, ammalarsi, morire e rinascere.

La nominalità: i genitori sono tali perché hanno avuto dei figli. Non lo sarebbero altrimenti. Per quanto riguarda i semi. Il seme è la causa del germoglio, ma a sua volta ne è anche 1’effetto. E’ causa di quanto successivamente produrrà, ma è effetto di quanto prodotto. Non esiste i1 seme che sia causa effetto di per se, ma in quanto produce delle azioni degli effetti ed e’ a sua volta prodotto da cause. A seconda dei casi, il seme è nominabile come causa o come effetto. Il fiore, per la sua nominabilità, diciamo: quello è un fiore, con le sue parti, petali e gambo. Ma dov’è’ il fiore? I suoi componenti, il gambo, i petali ecc sono solo delle parti, nominate, ma non sono il fiore, sotto ricerca, con 1a mente che vuole localizzare il fiore, che è fatto di varie parti, tutto ciò è il fiore. Ma cos’è’ esattamente il fiore? Il colore, il profumo, tutto ciò che determina la sua nominalità, dov’è? Parliamo d’interdipendenza, di relatività di fattori od azioni, per cui consideriamo un qualcosa o qualcuno bello o brutto, per definirlo buono o sgradito. Così, anche il Buddha, il completamente purificato, cosi anche il Buddha è diventato tale in quanto ha abbandonato di tutto ciò che è impuro.

Anche lo spazio non è a sé stante, anche esso non e’ un assoluto a se stante.

Anche noi, anch’io sono un essere nominale, anche se mi credo tale, non prodotto ma non è vero. Non ci sono parti non prodotte. Dove risulto prodotto tutto in un pezzo? Non lo sono nemmeno nel naso. Ci sono cinque componenti psicofisiche su cui siamo nominati, cosi come c’è una continuità dell’essere su cui possiamo essere nominati. Pare che i giapponesi abbiano un modo d’identificarsi rispetto al loro naso. C’è un qualcosa che esiste non in modo relativo, a sé stante, che non dipenda da altro? Il fatto che io sia prodotto lo è per cause e condizioni, il che fa si che esista. Perciò è assemblato o composto, ed è impermanente. Tutto ciò che è contaminato è della natura della sofferenza. Tutto ciò che è contaminato da karma e klesha, in definitiva tutto ciò che e’ contaminato è della natura della sofferenza. Tutto ciò che è composto è impermanente, tutto è interdipendenza, vuoto di realtà a sé stante. Il nirvana è pace e trascendimento della sofferenza: è la pace definitiva. Impermanenza, precarietà è un qualcosa di cui siamo tutti consapevoli, ma non di quella sottile. Non c’è nulla che stia fermo. È la caratteristica del cambiamento stesso. È fondamentale comprendere l’interdipendenza, è fondamentale comprendere la realtà dell’essere delle cose.

Amore e compassione sono fondamentali nel veicolo universale del Mahayana. Sono l’essenza dei nutrimenti che fanno il benessere. Per poterci permettere gli agi della vita moderna, qualunque cosa sia d’interesse al nostro piacere, questo non è garantito e sicuro, ma è limitato. È molto importante non ritenere che quelle sono il soddisfacimento del nostro benessere: quelle sono distrazioni, sospensioni della sofferenza. Sono le nostra qualità interiori, che ci sia felicita o meno nella nostra mente. E’ il nostro mondo interiore che fa la differenza. Perciò e’ molto importante il nostro rafforzamento interiore, perché e’ dal nostro interno che scaturiscono tutti i disagi. Il lavoro di fondo che garantisce il nostro benessere e’ la comprensione ed il superamento della sofferenza. Penso che dobbiamo ampliare la nostra familiarità ad amare e vivere con compassione e, proprio per questo, per il suo superamento dobbiamo comprendere gli stati disagevoli in cui manca la consapevolezza della natura delle cose e dell’attaccamento. Per poterli disattivare occorre comprendere l’interdipendenza, la conoscenza che disattiva tutti i meccanismi di sofferenza. E’ un intervento risolutivo che ci porta a comprendere la realtà. Tuttavia, occorre prima intervenire contrapponendo caso per caso, opponendo amore e compassione alla collera ad esempio, stati frustranti caratterizzanti eventi ed esperienze, condizionando in modo positivo quel che scatta nella nostra mente.

La benevolenza, l’amore e la compassione sono le doti da coltivare, perché sono gli amici gentili, il supporto incalzante, le guide spirituali, le qualità interiori che meritano il riconoscimento di amici spirituali su cui fare affidamento in qualsiasi momento, proprio perché cerchiamo di affrancarci dai meccanismi della sofferenza. Lo spirito altruistico all’illuminazione è sempre benefico, garantisce sempre la felicità immediata ed a lungo termine per sé e gli altri, sono il perno portante di tutta la nostra esistenza, e quando la si raggiunge si diventa i vittoriosi, si consegue la santità, il servizio collettivo promosso dalle qualità interiori.

Gioiamo per questa opportunità eccezionale di aver sviluppato quest’impegno alla motivazione, alla vita altruistica. Perciò dobbiamo sviluppare grande gioia. Abbiamo avuto poco tempo a disposizione, perciò mi auguro che portiate avanti ciò che e’ benefico, coltivando tutte le qualità benefiche della benevolenza e dell’amore, riconoscendo tutte le afflizioni mentali della nostra mente. Coltivando le qualità positive, ma comprendendo la collera e la necessità di placarla con l’amore e la compassione. E che per poter coltivare la gioia occorre neutralizza i difetti delle qualità negative, perciò occorre dare continuamente energia all’amore ed alla compassione.

Dalla comprensione dell’interdipendennza dipende il nostro benessere. L’avere una mente afflitta da distorsioni e’ il territorio da conoscere, riflettendo e meditando sul sentiero e grazie agli insegnamenti di qualificati maestri come Ghesce Tenzin Tenphel, particolarmente qualificato e disponibile. Abbiamo quindi queste condizioni favorevoli per il miglioramento del nostro essere, attraverso l’ascolto, la riflessione e la meditazione. E’ molto importante un lavoro collaborativo per poter aver successo

Sabsel è un nome di grande auspicio e significato che vi contraddistingue e che pertanto vi deve spronare a continuare per il beneficio di tutti gli esseri e personalmente vi sono accanto con tutte le mie preghiere.

Dagri Rinpoche, è la reincarnazione di Pari Dorje Chang, uno dei grandi Ghesce di Lhasa, che fu il maestro di molti lama, tra cui Lama Yeshe. Dagri Rinpoche è nato in Tibet nel 1958. E ‘cresciuto durante la Rivoluzione Culturale del 1966-1976. Dopo la sua fuga dal Tibet nel 1982 ha studiato per 17 anni la filosofia buddista ed ha ricevuto il grado di Geshe Lharampa (il titolo più elevato rilasciato dalle università monastiche di tradizione tibetana ). La storia della sua vita dimostra che un Tulku che vive in condizioni difficili può ancora restare fedele al suo ideale di servire gli altri ed essere un esempio per loro. Infatti, dopo il suo riconoscimento come Tulku, non fu in grado di andare al suo monastero perché,nel frattempo, era stato distrutto dai cinesi. Rimase quindi in casa di suo padre ed imparò a leggere, scrivere e studiò la matematica e la lingua tibetana. Più tardi frequentò una scuola regolare fino ai 15 anni , continuando ad aiutare il padre accudendo pecore e mucche. Poi i cinesi aprirono una miniera di carbone vicino alle montagne. Egli fu imprigionato e costretto ai lavori forzati. Molti tibetani morirono in quel luogo. La maggior parte della gente era analfabeta, ma sapeva che lui era il reincarnato Dagri Tulku, perché era molto conosciuto in quella zona. Avevano molta fiducia in lui ed egli divenne il loro insegnante. La sera, dopo il lavoro, insegnava loro a leggere e scrivere. In seguito lavorò in campo amministrativo, perché, nel frattempo, aveva imparato il cinese e la contabilità. Solo dopo cinque anni gli fu permesso di andare a Lhasa, dove vivevano molti vecchi monaci. Essi non potevano soggiornare nei loro monasteri. Incontrò l’ex abate di Sera Jhe in segreto e da lui prese i voti. Negli anni Ottanta, dopo i cambiamenti nella politica cinese, i monaci di Sera Jhe, gli chiesero di andare in India. Molte persone raccolsero soldi per il suo viaggio. Gli fu molto difficile ottenere un passaporto e dovette aspettare due anni prima di poter partire. Solo dopo la sua fuga in India divenne un monaco novizio “.

Dagri Rinpoche è vicino sia a Sua Santità il Dalai Lama, sia a Lama Zopa Rinpoche e insegna sutra e tantra in tutti i centri FPMT del mondo.

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