Ghesce Ciampa Ghiatso: Gli otto dharma mondani 3

Ghesce Ciampa Ghiatso: Dobbiamo compiere un’attenta analisi per comprendere quali siano i comportamenti che portano risultati positivi e quali, invece, provocano danno a noi stessi e agli altri. Così facendo, diventerà fondamentale per noi riuscire a sconfiggere la collera e praticare la pazienza, poiché comprenderemo che non c’è alcun risultato positivo nel lasciarsi sopraffare da essa, mentre sviluppando la pazienza ne deriveranno molti benefici.

Ghesce Ciampa Ghiatso: Dobbiamo compiere un’attenta analisi per comprendere quali siano i comportamenti che portano risultati positivi e quali, invece, provocano danno a noi stessi e agli altri. Così facendo, diventerà fondamentale per noi riuscire a sconfiggere la collera e praticare la pazienza, poiché comprenderemo che non c’è alcun risultato positivo nel lasciarsi sopraffare da essa, mentre sviluppando la pazienza ne deriveranno molti benefici.

Insegnamenti conferiti dal ven. Ghesce Ciampa Ghiatso su COME SCONFIGGERE LE ‘OTTO PREOCCUPAZIONI MONDANE’ presso il Centro Studi Cenresig di Bologna nel novembre 1985.

Ven. Ghesce Ciampa Ghiatso: L’odio o collera

Il nostro compito più importante è quello di ridurre le nostre afflizioni mentali e sviluppare le potenzialità e gli aspetti positivi della nostra mente. Vi sono vari oggetti verso cui rivolgiamo la nostra collera. Ci si può arrabbiare con se stessi, con gli altri o addirittura nei confronti di oggetti materiali. A volte ci arrabbiamo persino con la penna perché non scrive! In realtà non vi è alcun motivo per arrabbiarsi, perché si tratta di un oggetto inanimato che non ha nessuna intenzione o volontà di danneggiarci; anche prendersela con se stessi è privo di senso e, del pari, prendersela con gli altri risulta inutile e dannoso. Poiché la collera è la principale causa di disturbo della nostra pace mentale e fisica, dobbiamo impegnarci a eliminarla applicando i relativi antidoti. Vi sono molte meditazioni per eliminare la collera, come quella sull’amore e sulla compassione o sulla pratica della pazienza. Possiamo intanto chiarire che l’amore non ha niente a che vedere con l’attaccamento. Il termine amore viene molto usato quando in realtà si dovrebbe utilizzare il termine attaccamento. Provare amore significa desiderare per tutti gli esseri pace, armonia e felicità. Compassione invece significa desiderare che essi siano liberi da problemi e sofferenze. Che cosa significa allora meditare sull’amore? Significa sviluppare il desiderio che tutti gli esseri, nessuno escluso, abbiano la completa felicità. Questa attitudine indebolirà naturalmente la rabbia, divenendone un valido antidoto. Quando si cade sotto l’influsso della rabbia verso una persona, sorge spontaneo il pensiero di volerla danneggiare, se non direttamente, almeno in maniera indiretta, e si gioirà ogni qual volta questa si troverà in una brutta situazione: questo è proprio il modo di agire della collera. L’antidoto diretto da applicare a questa attitudine è l’amore; sviluppandolo, infatti, sorgerà apprezzamento e interesse per quella stessa persona, di conseguenza si genererà spontaneamente compassione nei suoi confronti e, comprendendone la sofferenza, anche il desiderio di liberarla da essa. Contro una forte rabbia, che è veramente svantaggiosa e va eliminata, questo è il miglior antidoto.

Il secondo antidoto da opporre alla rabbia è la pratica della pazienza, che può essere classificata in tre tipi.

Il primo tipo è la capacità di accettare la sofferenza senza far sorgere il pensiero di vendicarsi di qualcuno che ci danneggia. È molto importante sviluppare una corretta attitudine, capace di accettare la sofferenza che continuamente incontriamo. Quando siamo immersi nei problemi non dovremmo disperarci, la preoccupazione non aiuta di certo a risolverli. Invece di deprimerci o di arrabbiarci, dato che questa reazione non ci è di alcun aiuto, sarebbe utile cercare con attenzione se esiste un metodo per risolvere la situazione. Rimanere preoccupati senza cercare una soluzione non porterà di certo a risolvere il nostro problema. La cosa migliore è pensare che non siamo i soli a soffrire per quella determinata condizione, ma che tante persone devono affrontare una situazione simile alla nostra. Riflettendo attentamente, ci renderemo conto che molte persone vivono difficoltà di gran lunga maggiori delle nostre. Se poi confrontiamo le sofferenze che devono sopportare gli animali con quelle degli esseri umani, vedremo che le loro sono molto più pesanti. Pensiamo ad esempio alla condizione delle formiche, che rischiano costantemente di essere schiacciate, o ad altri animali che per poter sopravvivere sono costretti ad uccidere; il ragno è uno di questi e per sopravvivere ha dovuto sviluppare una grande abilità nell’uccidere altri insetti. Questi esseri, oltre ad avere difficoltà maggiori delle nostre, non hanno alcuna capacità di affrontarle e risolverle. È nostro compito riuscire a sviluppare un’attitudine mentale che sia in grado di accettare le avversità senza scoraggiarsi.

Il secondo tipo di pazienza è quella che accetta tutte le difficoltà del praticare

il Dharma. Tra gli studenti accade abbastanza spesso che, incontrando ostacoli, abbandonino lo studio. Ciò avviene per mancanza di determinazione, mentre chi pratica la pazienza di affrontare le varie difficoltà potrà arrivare in fondo al corso di studi e ottenere i risultati attesi.

Mettendo in pratica gli insegnamenti che abbiamo ricevuto, non dobbiamo arrenderci alle prime difficoltà, ma impegnarci nel superarle a mano a mano che si presentano, incrementando in tal modo le nostre qualità. Dobbiamo individuare chiaramente quali siano le attitudini che risolvono i nostri problemi e le nostre sofferenze e quali invece ne portino solo di ulteriori. Quando incontriamo delle difficoltà nel nostro cammino spirituale, dobbiamo affrontarle con forza e determinazione ed esercitare la pazienza.

Il terzo tipo di pazienza è rinunciare a vendicarsi del male che abbiamo subito da altri. Se noi riceviamo un calcio e subito lo restituiamo, in realtà non restituiamo il dolore che il calcio ci ha procurato. Inoltre, così facendo, verremo colpiti nuovamente per poi reagire ancora una volta con violenza, e tutto questo, in realtà, creerà maggior dolore anziché diminuirlo. Agendo in tal modo, aumentano sia il dolore fisico sia la sofferenza mentale a causa della rabbia. Seguendo questa catena di azioni e reazioni si può innescare un’escalation che in casi estremi può portare a rovinare la propria vita.

Se qualcuno ci insulta o ci parla duramente, il rispondergli con altre offese non sarà di alcun beneficio. L’unico modo per appianare la situazione sarà quello di sorridergli, scusarsi e dirgli che è certamente colpa nostra; in questo modo praticheremo anche l’amore nei suoi confronti. Un altro modo per risolvere bene il conflitto è meditare sulla pazienza fino a vedere l’altro come il nostro maestro di pazienza o come il nostro migliore amico, qualcuno che ci dà l’occasione di praticarla, a cui essere quindi grati di tale opportunità. Se saremo in grado di pensare in questo modo, diverremo ottimi praticanti della pazienza. Ora voglio raccontarvi la storia di un monaco tibetano. Questo monaco diceva che si stava impegnando nella pratica della pazienza. Un giorno, mentre meditava seduto nella posizione del loto, gli si avvicinò un altro monaco e gli chiese: “Cosa stai facendo lì seduto?” e lui rispose:“Sto meditando sulla pazienza”. L’altro gli disse: “Davvero stai meditando sulla pazienza?”, e questi annuì. Allora il monaco, con fare provocatorio, continuò: “Beh, se stai meditando sulla pazienza, mangiati questa cacca!”. Il monaco in meditazione si alzò immediatamente per colpire al volto il suo compagno. Questi, allora, ridendo, gli disse: “Sei davvero un grande meditatore sulla pazienza!”. Ci sono molti praticanti che credono o che dicono di praticare la pazienza, però quando incontrano l’effettivo oggetto verso il quale applicarla non ne sono capaci. In realtà essa va esercitata prima a livello mentale, poi, quando interviene qualche fattore esterno che potrebbe farci arrabbiare, dobbiamo semplicemente cercare di evitare che sorga la rabbia nella nostra mente. Il limitarsi a dire che si sta praticando la pazienza non può risolvere nessun problema.

Lo stesso dicasi per la pratica della moralità: il solo dire che si pratica la moralità non è sufficiente. Vi sono praticanti che sostengono di praticare la moralità, ma quando incontrano un oggetto di attaccamento la loro pratica va a pezzi. Quando si incontra un oggetto molto bello si iniziano a compiere varie azioni al fine di poterlo ottenere, si pensa magari di rubarlo o in quale modo appropriarsene. Se si ruba, si infrange la pratica della moralità.

Le tre azioni di moralità del corpo sono:

  1. non uccidere,

  2. non rubare,

  3. non avere una condotta sessuale scorretta.

Se incontriamo un oggetto che ci provoca un forte attaccamento e ci asteniamo dal rubarlo, in quel momento stiamo praticando la moralità. È facile praticare la moralità se non si incontrano oggetti che possono scatenare il desiderio. Chi ha preso i cinque precetti dei laici, ha il voto di non bere alcolici. Se qualcuno gli offre del vino e questi, con la consapevolezza dei propri precetti, lo rifiuta, in quel momento pratica la moralità. Quando non c’è alcool vicino a lui, allora non vi è alcun pericolo di infrangere il voto preso.

Per ritornare al nostro argomento, questo esempio è stato fatto per ribadire che dobbiamo praticare la pazienza proprio quando incontriamo l’oggetto della nostra collera.

Dobbiamo compiere un’attenta analisi per comprendere quali siano i comportamenti che portano risultati positivi e quali, invece, provocano danno a noi stessi e agli altri. Così facendo, diventerà fondamentale per noi riuscire a sconfiggere la collera e praticare la pazienza, poiché comprenderemo che non c’è alcun risultato positivo nel lasciarsi sopraffare da essa, mentre sviluppando la pazienza ne deriveranno molti benefici.

Tutti noi abbiamo afflizioni mentali. In alcuni predomina l’attaccamento, in altri la collera, e questo è dovuto alle cause che sono state poste in essere nelle vite passate. Vi sono bambini che sin da piccolissimi hanno l’istinto di uccidere animali e altri, invece, che non ce l’hanno. Questo a cosa è dovuto? E ancora, perché vi sono bambini che non vogliono mangiare la carne e altri invece a cui piace moltissimo? A volte attitudini nettamente diverse si verificano all’interno di una stessa famiglia: tra due fratelli, uno può essere portato alla pratica religiosa mentre l’altro la disprezza totalmente.

Quando viviamo una situazione difficile, anziché cercarne le cause all’esterno, dando la responsabilità a qualcuno che ci sta vicino, dovremmo ricercarne l’origine dentro di noi. Dovremmo cercare di avere una visione introspettiva nell’analisi dei nostri problemi, poiché la loro principale fonte è all’interno della nostra stessa mente. Noi sottostiamo al potere della mente, che è a sua volta controllata dal potere delle afflizioni mentali, per cui la radice di tutti i problemi sono proprio queste ultime. Ciò che dobbiamo fare, quindi, è controllare la nostra mente; in questo modo soggiogheremo le sue imperfezioni. Questo è l’unico modo per risolvere i problemi!

 

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