Ghesce Tenzin Tenphel: Come meditare 1

Ven. Lama Ghesce Tenzin Tenphel: La pazienza è considerata il migliore addestramento. Senza questo addestramento tutti gli altri sono molto difficili.

Ven. Lama Ghesce Tenzin Tenphel: La pazienza è considerata il migliore addestramento. Senza questo addestramento tutti gli altri sono molto difficili.

1 – Seminario del Ven. Lama Ghesce Tenzin Tenphel: COME MEDITARE

Insegnamenti del mattino di sabato 28.04.12 del Ven. Ghesce Tenzin Tenphel al Centro Studi Tibetani Sangye Cioeling di Sondrio. Appunti ed editing dell’Ing. Alessandro Tenzin Villa, del Dott. Luciano Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto Free Dharma Teachings, per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Traduzione dal tibetano in italiano di Sebastiano Sforza.

Nella nostra società c’è sempre più interesse verso la meditazione. Nel Buddhismo la meditazione è spiegata semplicemente come un processo di familiarizzazione della mente con stati mentali che producono felicità e riducono il disagio e la sofferenza, sviluppando la soddisfazione più profonda. Il Lama ci istruirà alle tecniche basilari dei vari tipi di meditazione (concentrativa, analitica e visualizzazione) in modo di avvicinarci alla nostra profonda saggezza innata. Oltre alle risposte a queste domande fondamentali, apprenderemo dal gran Lama i metodi per trasformare i pensieri e le attitudini negative e come creare una mente gioiosa e positiva, con sessioni di meditazione guidate dal Lama. Questo seminario è il 2° modulo “Introduzione alla meditazione” che, con altri 13, compongono il ciclo “Alla scoperta del Buddhismo”.

Ven. Lama Ghesce Tenzin Tenphel

Cerchiamo di generare una buona motivazione, altruistica e, se non ci riusciamo, quanto meno di non nuocere agli altri. Perché si pone l’accento su una condotta positiva?

Un atteggiamento altruistico è auspicabile, perché dovremmo essere grati agli altri, in quanti essi hanno benevolenza nei nostri confronti. Il nuocere, poi si ritorce contro di noi, tramite un comportamento negativo ci creiamo dei nemici. E’ chiaro che occorre riflettere, per riuscire effettivamente a comprendere che tutti gli esseri senzienti sono degni di gratitudine. Se non riflettessimo, magari, può risultarci difficile pensare che, persino i nostri genitori, siano degni di gratitudine.

L’argomento di oggi tratta la meditazione, però questi aspetti ricorrono molte volte nella meditazione.

Vi sono molti tipi e condizioni di meditazione, col termine meditazione, ciò che viene inteso non è sedersi in maniera rilassata e svuotare la mente, non è questo il concetto principale di meditazione!

Questo è un aspetto da comprendere. Sia in famiglia, sia sul luogo di lavoro, se abbiamo una sensazione di infelicità, qualcuno potrebbe pensare: vado a meditare per distogliermi da questa sensazione opprimente. Questo sarebbe un vero errore. Perché è sbagliato? Perché con le persone ci dobbiamo stare, dobbiamo convivere: è la nostra realtà. Perciò non dobbiamo fuggire in nessun luogo isolato, perché dobbiamo stare con gli altri!

Il principale obiettivo della meditazione è quello di cercare di far sorgere nel nostro continuum mentale una felicità, una pace interiore. Nel momento in cui si riesce in questo, questa pace mentale ci seguirà ovunque, con qualsiasi persona siamo e ovunque andremo: allora potremo essere sereni! È possibile realizzare la pace interiore nel nostro continuum mentale. Ma questa pace mentale non è possibile acquistarla in un negozio, non è possibile fabbricarla, né farcela prescrivere da un medico, ma bisogna maturarla attraverso la pratica e lo sviluppo mentale.

Il nostro obiettivo è la serenità e la pace, e non desideriamo soffrire. Nella realtà quotidiana, nonostante questo desiderio, incontriamo molta sofferenza, a volte incontriamo qualche momento di felicità, ma dura poco e non è così stabile. Come mai i pochi momenti felici sono tanto effimeri? Perché i nostri scarsi momenti di felicità sono instabili.

Come mai desideriamo la felicità e continuiamo a vedere molta sofferenza?

Se osserviamo bene, siamo sempre molto orientati verso l’esterno, difficilmente analizziamo i nostri errori senza proiettarli sugli altri. Siamo portati a dire: se gli altri non ci facessero del male saremmo felici!

Tutte le condizioni esteriori, che sono con cause del nostro essere infelici, sono piene di difetti. Migliorare, perfezionare la realtà esteriore è un processo senza fine. Se noi cercassimo di trovare la felicità all’esterno: questo si rivelerebbe un obiettivo praticamente impossibile. È arduo cambiare la realtà fuori di noi, c’imbarcheremmo in un compito quasi impossibile! Ora, quando parliamo di un percorso mentale, parliamo di un percorso di trasformazione, ma non è un qualcosa da cambiare all’esterno, per trasformazione si intende un percorso per cercare di trasformare il proprio continuum mentale, non tanto la realtà esterna.

Quando si parla di meditare, sorge questo intento di cercare di meditare sulla bodhicitta, sulla vacuità, sulla grande compassione e così via. Atisha, vedi http://www.sangye.it/altro/?cat=14, quando arrivò in Tibet, disse: “Non ci sono dei grandi bodhisattva che non abbiano meditato sulla compassione”.

Senza compassione è impossibile che vi siano dei bodhisattva. I Tibetani invece credevano che fosse possibile che ci fossero. Questo perché loro pensavano di meditare e produrre così la mente di bodhicitta. Ma, poi di fatto, quando incontravano gli altri, litigavano e creavano problemi. Nella loro mentre meditavano la bodhicitta e credevano di essere dei bodhisattva. Questi tipi di bodhisattva non esistono. Quindi, meditare in questo modo è sbagliato.

Per questo è bene orientarsi verso lo studio dei significati della dottrina. Innanzitutto occorre orientarsi verso la mente, capire le condizioni e partire da uno sviluppo di questa per poter raggiungere una reale meditazione.

Ecco che parliamo di meditare: perciò nella sessione di meditazione utilizziamo un pensiero positivo. Nelle fasi in cui non meditiamo, siamo invece immersi in un sacco di pensieri e preoccupazioni. Questi pensieri negativi, finiamo per trasferirli anche nei momenti della nostra quotidianità: occorre quindi dimostrarsi prudenti in questi momenti in cui non si medita. Ipotizzare d’avere semplicemente un’attenzione solo durante la meditazione, e non per tutto il resto del tempo, è scorretto dal punto di vista del sentiero.

Innanzitutto, non abbiamo poi così tanto tempo per meditare, al massimo abbiamo la capacità di stare una mezz’ora e poi ci si assopisce. Ma, non è tanto importante il tempo, quanto la qualità della meditazione. Perché si dice di essere prudenti durante la meditazione ed anche durante la fase in cui non si medita?

Perché, se noi, durante la fase in cui non meditiamo, non portiamo attenzione: ecco che si creano le condizioni per sviluppare le afflizioni mentali. Perché dalle preoccupazioni possono facilmente insorgere degli stati d’infelicità.

Nelle fasi in cui non si medita è facile avere molti pensieri, da qui s’originano molte concettualizzazioni, stati di infelicità possono sorgere più facilmente: e questo non ci permette di avere felicità. Anche perché qualsiasi condizione che noi incontriamo ci mette in difficoltà e ci dà preoccupazione, il che non ci serve per aiutare noi stessi. La preoccupazione non risolve i problemi, ma li peggiora, perché non li risolve, ma fa peggiorare la situazione: perciò è un ulteriore stato mentale che ci nuoce. Nel nostro obiettivo di cercare di produrre felicità, serenità, le preoccupazioni minano la nostra capacità di meditazione. Facendo in questo modo, non solo blocco il percorso, ma indebolisco la chiarezza mentale ed, in ultima analisi, vanifico anche la meditazione.

Nel momento in cui noi incontriamo qualcuno, è facile dire che quella persona è negativa, che questa parla male, che si presenta sfavorevolmente, che è sgarbata, che non ci piace, e via dicendo. Quando andiamo in auto è facile che, vedere un’altra auto che ci sorpassa, ci faccia arrabbiare. Questa, di per sé, è una piccola cosa, sembra un nonnulla, ma accumulando quella, quell’altra e così via, arriviamo al punto di dover soggiacere a grandi situazioni di tensione ed infelicità. Nel nostro obiettivo d’ottenere maggiore pace mentale questa proviene soprattutto da questi momenti, di cui non abbiamo interesse, ma che formano il nostro substrato di serenità.

Incontriamo invece molte condizioni sfavorevoli rispetto a quelle che possono essere le nostre aspettative. Abbiamo il desiderio d’incontrare persone buone, senza difetti, che corrispondono esattamente alle nostre aspettative. Ma è pura utopia, è praticamente impossibile che la realtà corrisponda ai nostri desideri. Quando nei sutra si parla che è possibile diventare un Buddha in tre interminabili eoni, questa è una condizione molto più realizzabile che incontrare queste persone. Quindi, è bene non continuare a cercare questa perfezione all’esterno, in quanto non arriverà mai, ma una perfezione la possiamo trovare all’interno della nostra mente. Poniamoci l’importante obiettivo di sviluppare la nostra mente, a partire dalle condizioni più minute; modificando la nostra mente a partire dalle piccole cose. Modificando ed agendo sulle piccole cose, ma gradualmente, progressivamente ed ininterrottamente, a poco a poco giungiamo a modificare la nostra vita, sviluppando così, gradualmente, la pazienza. Col risultato d’andare dovunque, con la capacità d’affrontare tante e svariate situazioni. Siamo in grado di affrontare le piccole difficoltà della vita quotidiana? Il che rappresenta la base per poter cambiare, trasformare qualsiasi situazione. Altrimenti, vivendo a contatto con gli altri, continueremo a pensare negativamente, per staccarci magari da qualcuno con la speranza d’imbatterci in qualcun altro di migliore, ma finendo invece per ricadere nelle stesse dinamiche, provando quindi le stesse infelicità della situazione precedente.

Ora vi invito a fare una breve meditazione rispetto a quanto è stato detto.

Siamo riusciti nell’intento di trovare felicità mentale? Almeno un barlume? La meditazione è tale solo se è di beneficio.

La meditazione dovrebbe basarsi sulla riflessione, ci dovrebbe portare a quelle che sono le condizioni reali dove ci troviamo. La riflessione, che dobbiamo realizzare, deve portarci alla reale condizione in cui ci troviamo: tra progressi e ricadute. Nella realtà esterna i conflitti sono una cosa naturale. Ci sono sì delle trasformazioni, ma non affidabili. A volte, sorge magari un momento di litigio, per poi riappacificarsi, ma poi possono esserci migliaia di contesti in cui si ricade in queste situazioni di alti e bassi. Quindi, è impossibile effettivamente trasformare questa realtà esterna, realizzare un cambiamento reale. Ma, nonostante queste considerazioni, non rinunciamo ad impegnarci per realizzare delle effettive trasformazioni della realtà esterna, ad imprimerle un vero cambiamento. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che, se mettiamo infatti troppa enfasi nel cercare di mutare la realtà esteriore, c’imbarchiamo in un’impresa impossibile, cadendo in continue frustrazioni, in quanto otterremo una sofferenza che non finisce mai.

Alcune persone, quando dico loro che i conflitti esterni non hanno fine, e d’altra parte mi sentono proporre l’altruismo, di pensare agli altri: può sembrare strana questa proposta? Quindi un approccio altruistico, ma in che modo? Come si realizza questo altruismo? Solo pensando di essere altruisti, e poi, quando si incontra l’altra persone, si incomincia a litigare, e così via? Questo è naturalmente errato. L’altro estremo è sviluppare una mente altruistica, ma restare passivi verso quelli che sono i difetti degli altri. In questo caso credo che sviluppare la mente altruistica equivale a volutamente ignorare i difetti, anche macroscopici, degli altri, restando così passivo di fronte alle negatività della vita. No, così non va!

Ecco che, di fatto, è vero che sono presenti difetti anche nelle altre persone, è difficile trovare persone senza difetti. Ma, in che modo facciamo questa distinzione tra chi è positivo e chi è negativo?

La nostra distinzione è spesso in corrispondenza ai nostri desideri. Se la persona si comporta in accordo alle nostre aspettative la giudichiamo positivamente, altrimenti no.

E’ per questo che è bene dare enfasi al proprio cambiamento interiore, tramite il quale è possibile generare un vero altruismo, che si astiene dal nuocere gli altri.

Vi sono molte persone che realizzano del beneficio per gli altri, ad esempio: vi sono persone che aiutano, donano, e lo fanno effettivamente. Questo ha un ritorno anche per se stessi, questo atto di dono viene facilmente infranto dalla rabbia. A volte, nel momento in cui doniamo, ci aspettiamo anche un ritorno. Anche questo naturalmente non è un dono reale. Anche in Tibet vi sono molte condizioni di questo tipo. Anche in Tibet, nel momento in cui i tibetani ricevano dei doni, ci sono questi tipi di relazioni.

Così come è sbagliato pensare o, peggio, dire: “Mi stai dando troppo poco. Non hai rispetto, perché dandomi così poco, significa che per te non valgo nulla”.

A volte, per qualcuno è una sorte di business, è una compravendita. In questo modo non si ottiene un vero beneficio per gli altri e, quindi, com’è che si giunge a questo?

Soprattutto cercando di direzionarsi verso un vero e proprio sviluppo mentale. Il nostro obiettivo è quello di ottenere maggiore pace e serenità mentale e, per poter fare questo, dovremo stare attenti a non dare troppa forza al nostro approccio esterno, perché questo ci fa perdere l’occasione di muoverci all’interno. Lasciamo stare la realtà esteriore, il corpo rispetto alla mente è di nuovo più all’esterno, per cui, se diamo troppa enfasi al corpo, abbiamo molte difficoltà.

Anche il corpo non è poi così buono, nel senso che ci procura numerose difficoltà, questo non vuol dire che non dobbiamo cercare di padroneggiare il nostro corpo. E’ chiaro che muoversi verso l’esterno significa avere amici, relazioni e cosi via. L’intento del controllo mentale non è separarci da queste realtà, bensì di portare attenzione, quindi, al modo in cui agiamo. Ora, abbiamo visto che, nella vita è bene portare attenzione, ed essere prudenti rispetto alle piccole condizioni con cui ci rapportiamo in ogni istante.

Ogni istante è un potenziale istante di infelicità. Quella pace che noi auspichiamo si allontana, e non riusciamo a crearne i presupposti. Questo lavoro è molto più alla portata, che non lo studio della prajnaparamita, della vacuità, dell’impermanenza sottile. Tutti obiettivi che non sono nemmeno possibili, se non si fa questo lavoro. Se non si parte da qua, nella vita non si riesce a fare dei reali progressi.

Ecco quindi che è buono avere una base di studio, ma affrontare poi temi quali la vacuità, la bodhicitta etc…vi sono molte persone che studiano queste cose e sono esperte di queste, ma in pochi riescono a praticare una trasformazione. Questo non vuol dire che queste persone non sappiano meditare, ma non hanno interesse verso queste piccole cose, non hanno interesse e non cambiamo queste piccole cose.

L’approccio graduale parte da esseri piccoli, medi e grandi che partono nel sentiero. Un approccio più piccolo si considera quella che è una realtà ordinaria, si cerca di trasformare le difficoltà di questa vita per poter affrontare le vita successiva, poi vi è il punto di vista medio ed ecco che si arriva a quello grande. Però, se si parte da quello grande, senza aver trasceso quella che è la condizione ordinaria, allora non ci si arriva in realtà a quello grande. Passare alla bodhicitta, alla grande compassione ed alla vacuità senza aver trasformato il punto di vista ordinario è impossibile. Il punto di vista più difficile da trasformare è quello ordinario, se riusciamo a trasformare questo andare al secondo terzo grado è più facile. Qual è l’approccio mentale che dovremmo avere, l’intenzione effettiva? Occorre essere consapevoli che ci vuole tempo, occorre investire tempo e non lasciare il cammino, non abbandonarlo.

Essere attenti, prudenti nella vita in cui ci troviamo, nel contesto familiare, lavorativo. Non dovremo continuare a rimanere in questo stato d’infelicità, pensare che esistono molte condizioni in cui ci ritroviamo ad incontrare condizioni sfavorevoli alle nostre aspettative. Questo può succedere in ogni momento. Una mente che desidera superare il samsara, di emersione definitiva, senza questa è impossibile che noi abbiamo una mente di grande compassione, in questo modo la nostra pratica sparisce. Quindi per quanto noi meditiamo non è di beneficio.

Quindi, all’inizio ci deve essere questa riflessione del nostro punto di vista ordinario, se non vi è questa partenza, non è possibile qualche altro punta di vista superiore, in realtà molti su questo approccio sbagliano.

Facciamo 10 minuti di meditazione riflettendo giorno per giorno, nel momento in cui ci troviamo, nei nostri luoghi in cui noi viviamo, e cerchiamo riportare la mente ai pensieri negativi, e analizziamo il motivo e la necessità che abbiamo di utilizzarli, che beneficio effettivamente ha questo tipo di pensiero.

Spesso sorge un tipo di pensiero che mi fa dire: a me questa persona non piace. Bisogna portare attenzione, perché questo tipo di frase ci porta a non farci piacere a molte persone. Siccome vi sono molte persone, i momenti in cui incontriamo possibilità di spiacevolezza sono molteplici, per cui è bene prestare attenzione. Spetta a noi il cambiamento, l’impegno a cambiare questo atteggiamento. Realizzare un cambiamento interiore, non parliamo tanto della persona esterna – che sia positiva o negativa, ma trasformare il nostro pensiero da negativo a positivo.

Di fatto noi abbiamo all’interno della nostra mente l’idea che questa persona è negativa, quest’altra è positiva e così via. Ma risulta veramente difficile capire che questa persona è positiva, negativa e così via. Di fatto, questo giudizio, dunque riguarda quella persona, non è un qualcosa che interessa a noi. Nel momento in cui noi stiamo male, perché di la vi è una persona negativa, ecco che il problema diventa nostro, non tanto suo. Di fatto, è vero che vi sono molte concause delle varie sofferenze esterne, però il produttore principale, come concausa, sta nel nostro continuum mentale. La parte principale di blocco della sofferenza è innanzitutto la causa principale interna, mentale. Anche perché la realtà dei problemi non esterni, non ha fine. Analizzando, ci sono molte persone che hanno già ottenute la buddhita, ma non è che siano finite le persone negative. Queste persone hanno ottenuto completamente dei risultati, quali la pazienza, ma questo non significa che siano scomparse le persone negative, per cui, riuscire ad ottenere completamente la pazienza, non significa che scompaiano i nemici esterni.

Quando si dice che per aver sviluppato completamente la pazienza abbiamo bisogno delle relative persone esterne che si arrabbiano, per potere avere questa. Realizzare la pazienza, non vuol dire che spariscono le persone negative, anzi non si parla di pazienza senza di queste. Se noi riflettiamo bene le occasioni di pratica della pazienza sono molteplici e numerosissime. Non è che abbiamo bisogno necessariamente d’una persona che ci offenda, basta un pensiero negativo per farci perdere l’occasione della pazienza. Anche quando noi abbiamo difficoltà, la nostra mente si incupisce, ecco che non abbiamo più occasione per praticare la pazienza. Quella mente che produce negatività e sofferenza, quella è la base poi per la rabbia.

Anche perché, per quanto riguarda gli addestramenti, la pazienza è considerata il migliore addestramento. Senza questo addestramento tutti gli altri sono molto difficili. Per la pazienza occorre bloccare la scontentezza. Per cui, quando abbiamo incontrato una difficoltà, oramai l’abbiamo incontrata, ulteriori preoccupazioni su questa, ormai sono inutili. La nostra caratteristica è l’intelligenza, per cui, ovunque andiamo, dovremmo usare questa nostra caratteristica. Non solo dovremmo utilizzarla una volta, ma abituarci ad utilizzarla sempre. Noi ci abituiamo ad utilizzare la nostra intelligenza, ecco che questo diventa un qualcosa che ci appartiene, e, attraverso delle ragioni valide, ci preoccupiamo laddove non serve. La preoccupazione non fa sì che la situazione si risolva. Anche senza pensare ad un tempo senza inizio, se guardiamo quando abbiamo utilizzato la preoccupazione, cercando di capire se di fatto è riuscita a risolverci qualcosa, di fatto scopriremo che ci ha solo fatto stare in una continua infelicità. Tutta la felicità che sperimentiamo dipende dal fatto di non essere stati padroni della nostra mente. Nel momento in cui incontriamo una difficoltà, ecco che sopra questa nascono numerosi dubbi, pensieri e così via. Di fatto, quando pensiamo a queste cose, non ci pensiamo solo un minuto, ma ore ed anche giorni.

Il fatto che sorga questa difficoltà, se ci pensiamo è possibile che accada. Di fatto, se paragoniamo la difficoltà, l’utilizzo dei pensieri mentali e distorto dà molte più difficoltà. Cerchiamo di trasformare il nostro atteggiamento mentale, quindi diminuite le nostre difficoltà mentali. Nel momento in cui abbiamo difficoltà mentali può non esserci fine a questo. Ed ecco che, se le realtà esterne non hanno fine, anche il corpo non trova fine ai problemi. Se noi ci pensiamo bene, per quanto riguarda la mente, le preoccupazioni possono non avere fine. Se pensiamo al corpo, è caratterizzato dal fatto che i suoi problemi non hanno fine! Se vai dal medico ti proibisce di mangiare zuccheri, grassi e ti propone altre restrizioni. La natura del corpo è questa. Quindi che bisogno c’è di preoccuparsi? Intendo dire: preoccuparsi eccessivamente. In quanto le preoccupazioni sembrano proprio non aver mai fine. È forse la natura del corpo quella di doversi continuamente preoccupare? Pensando così, possiamo sviluppare la nostra mente per gradi, sentendoci così più contenti e decisamente avviati verso il cammino della felicità, sentendoci sopratutto di beneficio per gli altri esseri. Può essere che non vi sia fine ai problemi esterni, però otteniamo una pace interna.

Ed ecco che, nel momento in cui lasciamo stare quelle che sono le cause esteriori, possiamo invece controllare la nostra mente e bloccare le nostre preoccupazioni. Attraverso questa esperienza noi poi possiamo essere di beneficio a molte altre persone.

Domanda. I tempi sono cambiati e le parole del Buddha sono state riscritte o cambiate, il che non può forse essere all’origine d’infinite interpretazioni rispetto al contenuto originario?

Ven. Lama Ghesce Tenzin Tenphel. Molti sono gli approcci al pensiero del Buddha. Ma la garanzia prncipale risiede nel fatto che gli insegnamenti siano in accordo con le condizioni reali dell’esistenza oggi le perone sono portate a credere non per fede, ma per motivazioni valide. Perciò il pensiero del Buddha risulta estremamente valido. Proprio per questo molti scienziati sono molto attratti da questi testi, non perché hanno fede in Buddha.

Domanda. Come possiamo riuscire a coltivare la pazienza? Come posso riuscire a non farmi coinvolgere rispettoa chi non ascolta?

Ven. Lama Ghesce Tenzin Tenphel. L’addestramento alla pazienza non è facile. Quando ci arrabbiamo, abbiamo già perso la chiarezza e siamo già caduti nella confusione. Quindi, cerchiamo di non arrabbiarci..la pazienza non sorge in un istante, ma lentamente e gradualmente: addestrandoci e familiarizzandoci gradualmente. Nell’addestramento è bene iniziare da soggetti verso cui non abbiamo motivo d’arrabbiarci, addentrandoci in campi dove è più facile essere pazienti. Ad esempio: mi posso arrabbiare se qualcuno mi supera in auto o se la chiave non gira nella serratura. Focalizzando l’interesse verso questi piccoli contesti, avremo più tempo per rilassarci. Non arrabbiandoci, la nostra rabbia inizierà a diminuire. Si tratta d’un passaggio importante, perché quanto più ci arrabbiamo, tanto più ci ricadremo, facendo così incrementare la nostra rabbia. Se riusciremo a non arrabbiarci in un piccolo contesto, potremo trasferire questa nostra capacità a situazioni più importanti. Ma attenzione: non tenete repressa la rabbia, il che è uguale se non peggio che manifestarla apertamente.

Domanda. Una sensazione di tristezza, come di un’occasione persa. È un sentimento che mi sorge spesso coi figli. È un po’ come la rabbia? Di fronte agli altri, la mente mi si incupisce e s’intristisce non mi sembra coretto agire in quel modo. È utile considerare tutti questi aspetti? Anche se non provo una reazione forte, con la cupezza e la tristezza, non pongo forse le condizioni per generare rabbia in un secondo momento?

Può accadere che, stando con gli altri, se mi sento infelice, anche loro si rattristino e quindi nuoccio loro. Ma è solo un potenziale che può svilupparsi. Si dice infatti che se si sta con qualcuno che è sempre scontento, si possa col tempo fare altrettanto, ma sta a noi esercitare la presenza mentale. La mente ha una natura transitoria, per cui può essere cambiata.

 

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