Ghesce Tenzin Tenphel: Come meditare

Ven. Lama Ghesce Tenzin Tenphel: La pazienza è considerata il migliore addestramento. Senza questo addestramento tutti gli altri sono molto difficili.

Ven. Lama Ghesce Tenzin Tenphel: La pazienza è considerata il migliore addestramento. Senza questo addestramento tutti gli altri sono molto difficili.

Insegnamenti “Come Meditare” del 28-29.04.12 del Ven. Ghesce Tenzin Tenphel al Centro Studi Tibetani Sangye Cioeling di Sondrio. Appunti ed editing dell’Ing. Alessandro Tenzin Villa, del Dott. Luciano Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto Free Dharma Teachings, per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Traduzione dal tibetano in italiano di Sebastiano Sforza.

Nella nostra società c’è sempre più interesse verso la meditazione. Nel Buddhismo la meditazione è spiegata semplicemente come un processo di familiarizzazione della mente con stati mentali che producono felicità e riducono il disagio e la sofferenza, sviluppando la soddisfazione più profonda. Il Lama ci istruirà alle tecniche basilari dei vari tipi di meditazione (concentrativa, analitica e visualizzazione) in modo di avvicinarci alla nostra profonda saggezza innata. Oltre alle risposte a queste domande fondamentali, apprenderemo dal gran Lama i metodi per trasformare i pensieri e le attitudini negative e come creare una mente gioiosa e positiva, con sessioni di meditazione guidate dal Lama. Questo seminario è il 2° modulo “Introduzione alla meditazione” che, con altri 13, compongono il ciclo “Alla scoperta del Buddhismo”.

Ven. Lama Ghesce Tenzin Tenphel

Cerchiamo di generare una buona motivazione, altruistica e, se non ci riusciamo, quanto meno di non nuocere agli altri. Perché si pone l’accento su una condotta positiva?

Un atteggiamento altruistico è auspicabile, perché dovremmo essere grati agli altri, in quanti essi hanno benevolenza nei nostri confronti. Il nuocere, poi si ritorce contro di noi, tramite un comportamento negativo ci creiamo dei nemici. E’ chiaro che occorre riflettere, per riuscire effettivamente a comprendere che tutti gli esseri senzienti sono degni di gratitudine. Se non riflettessimo, magari, può risultarci difficile pensare che, persino i nostri genitori, siano degni di gratitudine.

L’argomento di oggi tratta la meditazione, però questi aspetti ricorrono molte volte nella meditazione.

Vi sono molti tipi e condizioni di meditazione, col termine meditazione, ciò che viene inteso non è sedersi in maniera rilassata e svuotare la mente, non è questo il concetto principale di meditazione!

Questo è un aspetto da comprendere. Sia in famiglia, sia sul luogo di lavoro, se abbiamo una sensazione di infelicità, qualcuno potrebbe pensare: vado a meditare per distogliermi da questa sensazione opprimente. Questo sarebbe un vero errore. Perché è sbagliato? Perché con le persone ci dobbiamo stare, dobbiamo convivere: è la nostra realtà. Perciò non dobbiamo fuggire in nessun luogo isolato, perché dobbiamo stare con gli altri!

Il principale obiettivo della meditazione è quello di cercare di far sorgere nel nostro continuum mentale una felicità, una pace interiore. Nel momento in cui si riesce in questo, questa pace mentale ci seguirà ovunque, con qualsiasi persona siamo e ovunque andremo: allora potremo essere sereni! È possibile realizzare la pace interiore nel nostro continuum mentale. Ma questa pace mentale non è possibile acquistarla in un negozio, non è possibile fabbricarla, né farcela prescrivere da un medico, ma bisogna maturarla attraverso la pratica e lo sviluppo mentale.

Il nostro obiettivo è la serenità e la pace, e non desideriamo soffrire. Nella realtà quotidiana, nonostante questo desiderio, incontriamo molta sofferenza, a volte incontriamo qualche momento di felicità, ma dura poco e non è così stabile. Come mai i pochi momenti felici sono tanto effimeri? Perché i nostri scarsi momenti di felicità sono instabili.

Come mai desideriamo la felicità e continuiamo a vedere molta sofferenza?

Se osserviamo bene, siamo sempre molto orientati verso l’esterno, difficilmente analizziamo i nostri errori senza proiettarli sugli altri. Siamo portati a dire: se gli altri non ci facessero del male saremmo felici!

Tutte le condizioni esteriori, che sono con cause del nostro essere infelici, sono piene di difetti. Migliorare, perfezionare la realtà esteriore è un processo senza fine. Se noi cercassimo di trovare la felicità all’esterno: questo si rivelerebbe un obiettivo praticamente impossibile. È arduo cambiare la realtà fuori di noi, c’imbarcheremmo in un compito quasi impossibile! Ora, quando parliamo di un percorso mentale, parliamo di un percorso di trasformazione, ma non è un qualcosa da cambiare all’esterno, per trasformazione si intende un percorso per cercare di trasformare il proprio continuum mentale, non tanto la realtà esterna.

Quando si parla di meditare, sorge questo intento di cercare di meditare sulla bodhicitta, sulla vacuità, sulla grande compassione e così via. Atisha, vedi http://www.sangye.it/altro/?cat=14, quando arrivò in Tibet, disse: “Non ci sono dei grandi bodhisattva che non abbiano meditato sulla compassione”.

Senza compassione è impossibile che vi siano dei bodhisattva. I Tibetani invece credevano che fosse possibile che ci fossero. Questo perché loro pensavano di meditare e produrre così la mente di bodhicitta. Ma, poi di fatto, quando incontravano gli altri, litigavano e creavano problemi. Nella loro mentre meditavano la bodhicitta e credevano di essere dei bodhisattva. Questi tipi di bodhisattva non esistono. Quindi, meditare in questo modo è sbagliato.

Per questo è bene orientarsi verso lo studio dei significati della dottrina. Innanzitutto occorre orientarsi verso la mente, capire le condizioni e partire da uno sviluppo di questa per poter raggiungere una reale meditazione.

Ecco che parliamo di meditare: perciò nella sessione di meditazione utilizziamo un pensiero positivo. Nelle fasi in cui non meditiamo, siamo invece immersi in un sacco di pensieri e preoccupazioni. Questi pensieri negativi, finiamo per trasferirli anche nei momenti della nostra quotidianità: occorre quindi dimostrarsi prudenti in questi momenti in cui non si medita. Ipotizzare d’avere semplicemente un’attenzione solo durante la meditazione, e non per tutto il resto del tempo, è scorretto dal punto di vista del sentiero.

Innanzitutto, non abbiamo poi così tanto tempo per meditare, al massimo abbiamo la capacità di stare una mezz’ora e poi ci si assopisce. Ma, non è tanto importante il tempo, quanto la qualità della meditazione. Perché si dice di essere prudenti durante la meditazione ed anche durante la fase in cui non si medita?

Perché, se noi, durante la fase in cui non meditiamo, non portiamo attenzione: ecco che si creano le condizioni per sviluppare le afflizioni mentali. Perché dalle preoccupazioni possono facilmente insorgere degli stati d’infelicità.

Nelle fasi in cui non si medita è facile avere molti pensieri, da qui s’originano molte concettualizzazioni, stati di infelicità possono sorgere più facilmente: e questo non ci permette di avere felicità. Anche perché qualsiasi condizione che noi incontriamo ci mette in difficoltà e ci dà preoccupazione, il che non ci serve per aiutare noi stessi. La preoccupazione non risolve i problemi, ma li peggiora, perché non li risolve, ma fa peggiorare la situazione: perciò è un ulteriore stato mentale che ci nuoce. Nel nostro obiettivo di cercare di produrre felicità, serenità, le preoccupazioni minano la nostra capacità di meditazione. Facendo in questo modo, non solo blocco il percorso, ma indebolisco la chiarezza mentale ed, in ultima analisi, vanifico anche la meditazione.

Nel momento in cui noi incontriamo qualcuno, è facile dire che quella persona è negativa, che questa parla male, che si presenta sfavorevolmente, che è sgarbata, che non ci piace, e via dicendo. Quando andiamo in auto è facile che, vedere un’altra auto che ci sorpassa, ci faccia arrabbiare. Questa, di per sé, è una piccola cosa, sembra un nonnulla, ma accumulando quella, quell’altra e così via, arriviamo al punto di dover soggiacere a grandi situazioni di tensione ed infelicità. Nel nostro obiettivo d’ottenere maggiore pace mentale questa proviene soprattutto da questi momenti, di cui non abbiamo interesse, ma che formano il nostro substrato di serenità.

Incontriamo invece molte condizioni sfavorevoli rispetto a quelle che possono essere le nostre aspettative. Abbiamo il desiderio d’incontrare persone buone, senza difetti, che corrispondono esattamente alle nostre aspettative. Ma è pura utopia, è praticamente impossibile che la realtà corrisponda ai nostri desideri. Quando nei sutra si parla che è possibile diventare un Buddha in tre interminabili eoni, questa è una condizione molto più realizzabile che incontrare queste persone. Quindi, è bene non continuare a cercare questa perfezione all’esterno, in quanto non arriverà mai, ma una perfezione la possiamo trovare all’interno della nostra mente. Poniamoci l’importante obiettivo di sviluppare la nostra mente, a partire dalle condizioni più minute; modificando la nostra mente a partire dalle piccole cose. Modificando ed agendo sulle piccole cose, ma gradualmente, progressivamente ed ininterrottamente, a poco a poco giungiamo a modificare la nostra vita, sviluppando così, gradualmente, la pazienza. Col risultato d’andare dovunque, con la capacità d’affrontare tante e svariate situazioni. Siamo in grado di affrontare le piccole difficoltà della vita quotidiana? Il che rappresenta la base per poter cambiare, trasformare qualsiasi situazione. Altrimenti, vivendo a contatto con gli altri, continueremo a pensare negativamente, per staccarci magari da qualcuno con la speranza d’imbatterci in qualcun altro di migliore, ma finendo invece per ricadere nelle stesse dinamiche, provando quindi le stesse infelicità della situazione precedente.

Ora vi invito a fare una breve meditazione rispetto a quanto è stato detto.

Siamo riusciti nell’intento di trovare felicità mentale? Almeno un barlume? La meditazione è tale solo se è di beneficio.

La meditazione dovrebbe basarsi sulla riflessione, ci dovrebbe portare a quelle che sono le condizioni reali dove ci troviamo. La riflessione, che dobbiamo realizzare, deve portarci alla reale condizione in cui ci troviamo: tra progressi e ricadute. Nella realtà esterna i conflitti sono una cosa naturale. Ci sono sì delle trasformazioni, ma non affidabili. A volte, sorge magari un momento di litigio, per poi riappacificarsi, ma poi possono esserci migliaia di contesti in cui si ricade in queste situazioni di alti e bassi. Quindi, è impossibile effettivamente trasformare questa realtà esterna, realizzare un cambiamento reale. Ma, nonostante queste considerazioni, non rinunciamo ad impegnarci per realizzare delle effettive trasformazioni della realtà esterna, ad imprimerle un vero cambiamento. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che, se mettiamo infatti troppa enfasi nel cercare di mutare la realtà esteriore, c’imbarchiamo in un’impresa impossibile, cadendo in continue frustrazioni, in quanto otterremo una sofferenza che non finisce mai.

Alcune persone, quando dico loro che i conflitti esterni non hanno fine, e d’altra parte mi sentono proporre l’altruismo, di pensare agli altri: può sembrare strana questa proposta? Quindi un approccio altruistico, ma in che modo? Come si realizza questo altruismo? Solo pensando di essere altruisti, e poi, quando si incontra l’altra persone, si incomincia a litigare, e così via? Questo è naturalmente errato. L’altro estremo è sviluppare una mente altruistica, ma restare passivi verso quelli che sono i difetti degli altri. In questo caso credo che sviluppare la mente altruistica equivale a volutamente ignorare i difetti, anche macroscopici, degli altri, restando così passivo di fronte alle negatività della vita. No, così non va!

Ecco che, di fatto, è vero che sono presenti difetti anche nelle altre persone, è difficile trovare persone senza difetti. Ma, in che modo facciamo questa distinzione tra chi è positivo e chi è negativo?

La nostra distinzione è spesso in corrispondenza ai nostri desideri. Se la persona si comporta in accordo alle nostre aspettative la giudichiamo positivamente, altrimenti no.

E’ per questo che è bene dare enfasi al proprio cambiamento interiore, tramite il quale è possibile generare un vero altruismo, che si astiene dal nuocere gli altri.

Vi sono molte persone che realizzano del beneficio per gli altri, ad esempio: vi sono persone che aiutano, donano, e lo fanno effettivamente. Questo ha un ritorno anche per se stessi, questo atto di dono viene facilmente infranto dalla rabbia. A volte, nel momento in cui doniamo, ci aspettiamo anche un ritorno. Anche questo naturalmente non è un dono reale. Anche in Tibet vi sono molte condizioni di questo tipo. Anche in Tibet, nel momento in cui i tibetani ricevano dei doni, ci sono questi tipi di relazioni.

Così come è sbagliato pensare o, peggio, dire: “Mi stai dando troppo poco. Non hai rispetto, perché dandomi così poco, significa che per te non valgo nulla”.

A volte, per qualcuno è una sorte di business, è una compravendita. In questo modo non si ottiene un vero beneficio per gli altri e, quindi, com’è che si giunge a questo?

Soprattutto cercando di direzionarsi verso un vero e proprio sviluppo mentale. Il nostro obiettivo è quello di ottenere maggiore pace e serenità mentale e, per poter fare questo, dovremo stare attenti a non dare troppa forza al nostro approccio esterno, perché questo ci fa perdere l’occasione di muoverci all’interno. Lasciamo stare la realtà esteriore, il corpo rispetto alla mente è di nuovo più all’esterno, per cui, se diamo troppa enfasi al corpo, abbiamo molte difficoltà.

Anche il corpo non è poi così buono, nel senso che ci procura numerose difficoltà, questo non vuol dire che non dobbiamo cercare di padroneggiare il nostro corpo. E’ chiaro che muoversi verso l’esterno significa avere amici, relazioni e cosi via. L’intento del controllo mentale non è separarci da queste realtà, bensì di portare attenzione, quindi, al modo in cui agiamo. Ora, abbiamo visto che, nella vita è bene portare attenzione, ed essere prudenti rispetto alle piccole condizioni con cui ci rapportiamo in ogni istante.

Ogni istante è un potenziale istante di infelicità. Quella pace che noi auspichiamo si allontana, e non riusciamo a crearne i presupposti. Questo lavoro è molto più alla portata, che non lo studio della prajnaparamita, della vacuità, dell’impermanenza sottile. Tutti obiettivi che non sono nemmeno possibili, se non si fa questo lavoro. Se non si parte da qua, nella vita non si riesce a fare dei reali progressi.

Ecco quindi che è buono avere una base di studio, ma affrontare poi temi quali la vacuità, la bodhicitta etc…vi sono molte persone che studiano queste cose e sono esperte di queste, ma in pochi riescono a praticare una trasformazione. Questo non vuol dire che queste persone non sappiano meditare, ma non hanno interesse verso queste piccole cose, non hanno interesse e non cambiamo queste piccole cose.

L’approccio graduale parte da esseri piccoli, medi e grandi che partono nel sentiero. Un approccio più piccolo si considera quella che è una realtà ordinaria, si cerca di trasformare le difficoltà di questa vita per poter affrontare le vita successiva, poi vi è il punto di vista medio ed ecco che si arriva a quello grande. Però, se si parte da quello grande, senza aver trasceso quella che è la condizione ordinaria, allora non ci si arriva in realtà a quello grande. Passare alla bodhicitta, alla grande compassione ed alla vacuità senza aver trasformato il punto di vista ordinario è impossibile. Il punto di vista più difficile da trasformare è quello ordinario, se riusciamo a trasformare questo andare al secondo terzo grado è più facile. Qual è l’approccio mentale che dovremmo avere, l’intenzione effettiva? Occorre essere consapevoli che ci vuole tempo, occorre investire tempo e non lasciare il cammino, non abbandonarlo.

Essere attenti, prudenti nella vita in cui ci troviamo, nel contesto familiare, lavorativo. Non dovremo continuare a rimanere in questo stato d’infelicità, pensare che esistono molte condizioni in cui ci ritroviamo ad incontrare condizioni sfavorevoli alle nostre aspettative. Questo può succedere in ogni momento. Una mente che desidera superare il samsara, di emersione definitiva, senza questa è impossibile che noi abbiamo una mente di grande compassione, in questo modo la nostra pratica sparisce. Quindi per quanto noi meditiamo non è di beneficio.

Quindi, all’inizio ci deve essere questa riflessione del nostro punto di vista ordinario, se non vi è questa partenza, non è possibile qualche altro punta di vista superiore, in realtà molti su questo approccio sbagliano.

Facciamo 10 minuti di meditazione riflettendo giorno per giorno, nel momento in cui ci troviamo, nei nostri luoghi in cui noi viviamo, e cerchiamo riportare la mente ai pensieri negativi, e analizziamo il motivo e la necessità che abbiamo di utilizzarli, che beneficio effettivamente ha questo tipo di pensiero.

Spesso sorge un tipo di pensiero che mi fa dire: a me questa persona non piace. Bisogna portare attenzione, perché questo tipo di frase ci porta a non farci piacere a molte persone. Siccome vi sono molte persone, i momenti in cui incontriamo possibilità di spiacevolezza sono molteplici, per cui è bene prestare attenzione. Spetta a noi il cambiamento, l’impegno a cambiare questo atteggiamento. Realizzare un cambiamento interiore, non parliamo tanto della persona esterna – che sia positiva o negativa, ma trasformare il nostro pensiero da negativo a positivo.

Di fatto noi abbiamo all’interno della nostra mente l’idea che questa persona è negativa, quest’altra è positiva e così via. Ma risulta veramente difficile capire che questa persona è positiva, negativa e così via. Di fatto, questo giudizio, dunque riguarda quella persona, non è un qualcosa che interessa a noi. Nel momento in cui noi stiamo male, perché di la vi è una persona negativa, ecco che il problema diventa nostro, non tanto suo. Di fatto, è vero che vi sono molte concause delle varie sofferenze esterne, però il produttore principale, come concausa, sta nel nostro continuum mentale. La parte principale di blocco della sofferenza è innanzitutto la causa principale interna, mentale. Anche perché la realtà dei problemi non esterni, non ha fine. Analizzando, ci sono molte persone che hanno già ottenute la buddhita, ma non è che siano finite le persone negative. Queste persone hanno ottenuto completamente dei risultati, quali la pazienza, ma questo non significa che siano scomparse le persone negative, per cui, riuscire ad ottenere completamente la pazienza, non significa che scompaiano i nemici esterni.

Quando si dice che per aver sviluppato completamente la pazienza abbiamo bisogno delle relative persone esterne che si arrabbiano, per potere avere questa. Realizzare la pazienza, non vuol dire che spariscono le persone negative, anzi non si parla di pazienza senza di queste. Se noi riflettiamo bene le occasioni di pratica della pazienza sono molteplici e numerosissime. Non è che abbiamo bisogno necessariamente d’una persona che ci offenda, basta un pensiero negativo per farci perdere l’occasione della pazienza. Anche quando noi abbiamo difficoltà, la nostra mente si incupisce, ecco che non abbiamo più occasione per praticare la pazienza. Quella mente che produce negatività e sofferenza, quella è la base poi per la rabbia.

Anche perché, per quanto riguarda gli addestramenti, la pazienza è considerata il migliore addestramento. Senza questo addestramento tutti gli altri sono molto difficili. Per la pazienza occorre bloccare la scontentezza. Per cui, quando abbiamo incontrato una difficoltà, oramai l’abbiamo incontrata, ulteriori preoccupazioni su questa, ormai sono inutili. La nostra caratteristica è l’intelligenza, per cui, ovunque andiamo, dovremmo usare questa nostra caratteristica. Non solo dovremmo utilizzarla una volta, ma abituarci ad utilizzarla sempre. Noi ci abituiamo ad utilizzare la nostra intelligenza, ecco che questo diventa un qualcosa che ci appartiene, e, attraverso delle ragioni valide, ci preoccupiamo laddove non serve. La preoccupazione non fa sì che la situazione si risolva. Anche senza pensare ad un tempo senza inizio, se guardiamo quando abbiamo utilizzato la preoccupazione, cercando di capire se di fatto è riuscita a risolverci qualcosa, di fatto scopriremo che ci ha solo fatto stare in una continua infelicità. Tutta la felicità che sperimentiamo dipende dal fatto di non essere stati padroni della nostra mente. Nel momento in cui incontriamo una difficoltà, ecco che sopra questa nascono numerosi dubbi, pensieri e così via. Di fatto, quando pensiamo a queste cose, non ci pensiamo solo un minuto, ma ore ed anche giorni.

Il fatto che sorga questa difficoltà, se ci pensiamo è possibile che accada. Di fatto, se paragoniamo la difficoltà, l’utilizzo dei pensieri mentali e distorto dà molte più difficoltà. Cerchiamo di trasformare il nostro atteggiamento mentale, quindi diminuite le nostre difficoltà mentali. Nel momento in cui abbiamo difficoltà mentali può non esserci fine a questo. Ed ecco che, se le realtà esterne non hanno fine, anche il corpo non trova fine ai problemi. Se noi ci pensiamo bene, per quanto riguarda la mente, le preoccupazioni possono non avere fine. Se pensiamo al corpo, è caratterizzato dal fatto che i suoi problemi non hanno fine! Se vai dal medico ti proibisce di mangiare zuccheri, grassi e ti propone altre restrizioni. La natura del corpo è questa. Quindi che bisogno c’è di preoccuparsi? Intendo dire: preoccuparsi eccessivamente. In quanto le preoccupazioni sembrano proprio non aver mai fine. È forse la natura del corpo quella di doversi continuamente preoccupare? Pensando così, possiamo sviluppare la nostra mente per gradi, sentendoci così più contenti e decisamente avviati verso il cammino della felicità, sentendoci sopratutto di beneficio per gli altri esseri. Può essere che non vi sia fine ai problemi esterni, però otteniamo una pace interna.

Ed ecco che, nel momento in cui lasciamo stare quelle che sono le cause esteriori, possiamo invece controllare la nostra mente e bloccare le nostre preoccupazioni. Attraverso questa esperienza noi poi possiamo essere di beneficio a molte altre persone.

Domanda. I tempi sono cambiati e le parole del Buddha sono state riscritte o cambiate, il che non può forse essere all’origine d’infinite interpretazioni rispetto al contenuto originario?

Ven. Lama Ghesce Tenzin Tenphel. Molti sono gli approcci al pensiero del Buddha. Ma la garanzia prncipale risiede nel fatto che gli insegnamenti siano in accordo con le condizioni reali dell’esistenza oggi le perone sono portate a credere non per fede, ma per motivazioni valide. Perciò il pensiero del Buddha risulta estremamente valido. Proprio per questo molti scienziati sono molto attratti da questi testi, non perché hanno fede in Buddha.

Domanda. Come possiamo riuscire a coltivare la pazienza? Come posso riuscire a non farmi coinvolgere rispettoa chi non ascolta?

Ven. Lama Ghesce Tenzin Tenphel. L’addestramento alla pazienza non è facile. Quando ci arrabbiamo, abbiamo già perso la chiarezza e siamo già caduti nella confusione. Quindi, cerchiamo di non arrabbiarci..la pazienza non sorge in un istante, ma lentamente e gradualmente: addestrandoci e familiarizzandoci gradualmente. Nell’addestramento è bene iniziare da soggetti verso cui non abbiamo motivo d’arrabbiarci, addentrandoci in campi dove è più facile essere pazienti. Ad esempio: mi posso arrabbiare se qualcuno mi supera in auto o se la chiave non gira nella serratura. Focalizzando l’interesse verso questi piccoli contesti, avremo più tempo per rilassarci. Non arrabbiandoci, la nostra rabbia inizierà a diminuire. Si tratta d’un passaggio importante, perché quanto più ci arrabbiamo, tanto più ci ricadremo, facendo così incrementare la nostra rabbia. Se riusciremo a non arrabbiarci in un piccolo contesto, potremo trasferire questa nostra capacità a situazioni più importanti. Ma attenzione: non tenete repressa la rabbia, il che è uguale se non peggio che manifestarla apertamente.

Domanda. Una sensazione di tristezza, come di un’occasione persa. È un sentimento che mi sorge spesso coi figli. È un po’ come la rabbia? Di fronte agli altri, la mente mi si incupisce e s’intristisce non mi sembra coretto agire in quel modo. È utile considerare tutti questi aspetti? Anche se non provo una reazione forte, con la cupezza e la tristezza, non pongo forse le condizioni per generare rabbia in un secondo momento?

Può accadere che, stando con gli altri, se mi sento infelice, anche loro si rattristino e quindi nuoccio loro. Ma è solo un potenziale che può svilupparsi. Si dice infatti che se si sta con qualcuno che è sempre scontento, si possa col tempo fare altrettanto, ma sta a noi esercitare la presenza mentale. La mente ha una natura transitoria, per cui può essere cambiata.

Ven. Lama Ghesce Tenzin Tenphel

Qual è il soggetto principale che trattiamo? Trattiamo la mente e il fatto che tutti noi desideriamo la felicità e rifuggiamo dalla sofferenza. Siamo sotto l’influsso negativo delle varie emozioni, per esempio il desiderio e l’attaccamento. Pertanto da esse siamo sospinti, perdendo il controllo di queste forze mentali. Quindi perdiamo la nostra libertà di muoverci perché siamo sotto l’effetto di queste forze disturbanti. Occorre una capacità mentale per vagliare le forze disturbanti come negative. Siamo convinti che, in realtà, alcune di queste emozioni siano positive, come il desiderio e l’attaccamento, siamo convinti che ci porti a sperimentare felicità.Mentre, la rabbia sentiamo che, in qualche modo, ci protegge, quindi non arriviamo a vedere al 100% che queste emozioni sono al 100% nocive per la nostra felicità.

Da un certo punto di vista, consideriamo questi elementi come positivi e come effettivamente utili. La rabbia, pensiamo che sia uno strumento importante per proteggerci, se vediamo un nemico, la rabbia ci prepara ad affrontarlo, e ci chiediamo anche, come faremmo ad affrontare un nemico senza questa spinta data dalla rabbia? Solo per costruire le condizioni favorevoli quante difficoltà affrontiamo. Non solo affrontiamo molte difficoltà, ma siamo convinti che, tramite l’ottenimento di quell’oggetto, potremo ottenere la felicità. Per cui, sappiamo che la vera sorgente di soddisfazione non sono gli ottenimenti materiali. Questi non sono sufficienti per portare soddisfazione alla propria mente. Se fosse effettivamente così, con l’aumentare delle proprie ricchezze, si potrebbe effettivamente raggiungere la completa felicità, dovremmo vedere le persone ricche completamente felici e soddisfatte. Invece vediamo che si creano molte difficoltà ed addirittura ci sono persone agiate che non riescono nemmeno a dormire.

E anche al giorno d’oggi, dei ricercatori vedono che non è solamente una realtà esteriore a portarci alla felicità interiore. Alcuni si interessano a meri processi cerebrali ed altri si interessano anche all’esistenza di una mente. La felicità non può esistere in oggetti esteriori, in quanto questi per loro natura hanno una loro instabilità. Per cui, alcuni ricercatori sono d’accordo che se non si riesce a creare delle cause positive, è difficile ottenere una felicità della mente. E questo non è un discorso puramente di dharma ma è una realtà che si può constatare.

E’ stato fatto un esperimento in un’università americana, ed hanno studiato delle persone che portavano avanti una meditazione sulla compassione, hanno fatto delle visite mediche ed hanno visto che, specialmente la pressione sanguigna si stabilizzava di seduta in seduta. Se non vi è un lavoro mentale, per quanto noi abbiamo delle risorse esterne, queste non ci possono aiutare. E questo è un discorso in generale, poi possiamo andare in ognuno di noi e vedere se quando siamo mossi da desiderio ed attaccamento questo ci dia più risultati di felicità o più risultati di sofferenza. Quando parliamo di desiderio ed attaccamento seguono i 5 sensi e possiamo constatare se da questi viene una reale soddisfazione o no. E penso proprio che sia difficile constatare che portano a soddisfazione. Sulla base del desiderio ed attaccamento sorgono poi molti desideri di rabbia, gelosia, una mente che desidera nuocere e così via.

Quindi è bene provare ad analizzare quali sono gli effetti di desiderio ed attaccamento nel nostro continuum mentale. Quello degli svantaggi è il piatto che pesa di più, pesantemente di più. Ecco che possiamo comprendere che questi eventi mentali non sono poi così producenti.

Per esempio, prendiamo l’effetto verso i figli, che comunemente consideriamo positivo. Spesso è un amore legato alla condotta del figlio stesso ed è comunque legato all’attaccamento. Lo stesso vale per le relazioni tra marito e moglie, tra coppia, in quanto si trasforma facilmente in non amore, lasciando il posto al desidero ed attaccamento. Se fosse realmente affetto o amore nei confronti nell’altra persona, allora non dovrebbe essere un amore che guarda alla condotta dell’altra persona, ma guarderebbe solamente alla persona. Se cambia e si muove in maniera altalenante, è più facile che sia attaccamento. Ora parliamo del desiderio ed attaccamento, in quanto, in preda a questi, sorgono poi anche tutti gli altri difetti mentali, come rabbia e così via. Quindi, diventa importante essere prudenti rispetto a questa tendenza. Di fatto è esattamente l’opposto, un amore che sia vero, anche se noi vogliamo avere amici, mossi da desiderio ed attaccamento, magari all’inizio avremo qualche amico, poi è più facile che si allontanino.

Potete proprio riflettere anche voi sulla vostra esperienza, se ripensate a persone che hanno un forte attaccamento è molto difficile relazionarsi con loro, nel momento in cui abbiamo persone distaccate, oneste è più facile che siano circondate da molti amici. Nel momento in cui abbiamo una mente positiva, stabile, il fatto di avere o non avere amici va bene uguale. Quando abbiamo una mente negativa, che si abbiano o non abbiano amici, si sta male comunque. Questo ricordo fu riportato da un intervista al Dalai Lama, oltre ad essere interessante, è vero. Si può notare che nelle grandi città, dove ci sono molte persone, per contro senso c’è un maggiore senso di isolamento tra le persone, perché manca un senso di fiducia. Se noi andiamo invece nei villaggi, allora c’è meno senso di isolamento. Molto strano, da dove viene questo problema? Sicuramente non è per la quantità di persone, quindi non deve essere altro che un atteggiamento mentale. In generale, bisogna trovare una pace mentale che vada al di là della presenza o meno delle persone.

Questo è un qualcosa che possiamo vedere dalla nostra esperienza di vita. Di fatto il desiderio ed attaccamento non ci ha reso così felici. Si segue un desiderio, poi un altro, ci si muove dall’oggi al domani, da un desiderio a un altro. Se continuiamo a riflettere in questo modo, cominciano ad esserci chiari quelli che sono gli svantaggi delle emozioni negative e l’effettiva negatività di queste.

E’ chiaro che in questo processo dell’analisi degli svantaggi è bene non mettere troppo accanimento su questo percorso, perché, soprattutto per coloro che non hanno ancora introspezione, c’è il pericolo che sorga sofferenza. Quindi, nel momento in cui ci rendiamo conto che la nostra analisi è troppo coinvolta, è meglio mollare un po’ la presa, e fare un percorso graduale.

Quando sono stato a Firenze all’università c’erano filosofi, medici etc…Mi hanno invitato a parlare per diverse ore e siamo arrivati a parlare di desiderio ed attaccamento. Quindi, c’era chi parlava che per diminuire l’attaccamento è bene meditare sugli aspetti negativi del corpo, era un medico. Allora ho risposto che non basta meditare una volta, occorre meditare molte volte. Non solo questo, è importante meditare ed utilizzare questa tecnica sugli aspetti impuri del corpo. E chiederci se questa attrazione sessuale ci da più felicità o sofferenza, molto probabilmente in ultima analisi è la seconda. Questo non significa eliminare i rapporti sessuali, chiaramente per i laici, ma non esagerare, non buttarsi o proiettarsi troppo su questo punto. Di fatto, spesso gli scontri e la mancanza di amore tra coniugi e coppie deriva da questo. Se riflettiamo bene, qualsiasi tipo di desiderio ed attaccamento, se lo analizziamo nelle due conseguenze positive e negative, troveremo che soprattutto dà condizioni di infelicità.

Quindi, ecco che quando si parla di meditazione, di meditare, ecco che non si tratta di meditazione solo verso oggetti che sono obiettivi molto elevati. Si tratta di meditare anche sulla sofferenza, di un processo di familiarizzazione, di abitudini salutari.

Quando parliamo di meditazione non parliamo di un evento sporadico, ma si parla di un continuare a riproporre la meditazione nella nostra quotidianità, e questo ci porta gradualmente a far sorgere nel nostro continuum quelli che sono i percorsi virtuosi.

Ora, quando parliamo del desiderio ed attaccamento, abbiamo visto un antidoto, ad esempio quello del corpo, di vederne gli aspetti sgradevoli. Però, se analizziamo la mente, scopriamo che è distorta, non è una mente affidabile, non è una misura esatta. Non è una mente stabile, che è di supporto alla nostra condizione, proprio perché per sua natura non è una mente stabile. Nel momento in cui abbiamo desiderio ed attaccamento, non possiamo ottenere vera felicità. Se abbiamo desiderio ed attaccamento, è impossibile che vi sia reale meditazione, reale realizzazione ed un calmo dimorare.

Quindi, abbiamo visto che il problema più grosso che abbiamo, è quello che la mente non è controllata, quindi, è impossibile che noi otteniamo un calmo dimorare ed una reale pace interiore. Quindi, nel cercare il vero responsabile, ecco che il vero responsabile è proprio il desiderio e l’attaccamento. Come viene presentato nei testi, la concentrazione univoca, il samadhi, vi sono tanti tipi di concentrazione univoca, che corrispondono poi a un percorso di pulizia di queste emozioni negative, quale desiderio ed attaccamento, che viene classificato per le varie grossolanità. Per l’ottenimento della concentrazione meditativa, il lavoro è quello di ridurre desiderio ed attaccamento. Con desiderio ed attaccamento, la stabilizzazione meditativa è impossibile.

Facciamo 10 minuti di meditazione sui vantaggi e svantaggi del desiderio ed attaccamento.

Abbiamo due tipi di meditazione: analitica e stabilizzante. La meditazione analitica significa analizzare, usare il ragionamento ed è molto utile perché ci permette di chiarire le condizioni sulla base delle quali dobbiamo lavorare.

Ora quando parliamo del desiderio ed attaccamento non è un percorso esclusivo per i monaci. Milarepa e Marpa hanno ottenuto l’illuminazione ed il secondo era sposato. Per cui, il problema è il desiderio ed attaccamento, quindi, è un percorso che può essere portato avanti sia da laici che da monaci. Quando si parla di pratica, l’enfasi è l’ottenimento di una maggiore serenità, di una pace interiore, di una maggiore felicità. Il perché non troviamo la pace, è perché siamo in preda ad emozioni negative, quali desiderio ed attaccamento, ed il percorso è uguale per laici e monaci.

Ven. Lama Ghesce Tenzin Tenphel

Indirizziamo la motivazione verso un atteggiamento altruistico.

La motivazione per ascoltare questi insegnamenti è di cercare di aiutare gli altri. Noi tutti non desideriamo soffrire ed invece desideriamo essere felici. Nel desiderio di non soffrire incontriamo molte sofferenze. Soprattutto siamo mossi da una mente egoistica, che ha pensato solo a se stessi e poco agli altri, una mente non lungimirante, non di vaste vedute, concentrata unicamente su di sé e sulle proprie piccole difficoltà. Per questo motivo, se siamo troppo concentrati su sé stessi, non si ottiene ciò che si desidera.

La nostra sofferenza, in relazione a quella degli altri, è infinitamente più piccola. Allora non avremo questa sensazione di soffrire, che la nostra sofferenza sia importante, ma comprenderemo che la nostra veduta è piccola. Ora abbiamo questa intenzione di cercare di indirizzare altruisticamente verso gli altri o, per lo meno, d’astenerci dal nuocere. La mera pratica non è sufficiente. Quindi, occorre nel processo di addestramento una continua riflessione sulle ragioni valide, non basta una volta, occorre continuamente ritornare su questi concetti per ottenere una chiarezza maggiore ed accertare la necessità ed i vantaggi di questo percorso. Ecco che, gradualmente, si può ottenere una mente positiva e ridurre questa fissazione egoistica che continua ad afferrarsi al proprio punto di vista limitato.

Ora, quando noi parliamo di un beneficio e degli altri che ci danno effettivamente un beneficio, innanzitutto consideriamo il beneficio che ci proviene dagli altri, riceviamo questo aiuto che proviene dagli altri. Nel momento in cui siamo ammalati sono gli altri a darci dei medicinali, ad accudirci come infermieri e medici. Quando pensiamo agli altri come persone che ci nuocciono come persone che ci imbrogliano, litigano con noi e così via, ci sono questi aspetti che ho detto precedentemente da considerare.

Normalmente senza una riflessione accurata, questo modo di vedere le cose è che esiste questa categoria di beneficio, ma normalmente le consideriamo come un danno. Proprio perché la vita non è così certa, così stabile, così sicura. Questa categoria che normalmente consideriamo come un danno, può essere un beneficio, anche maggiore dell’altra categoria. Più situazioni affrontiamo, più siamo in grado di affrontare le difficoltà, più situazione difficili conosciamo, più facciamo esperienza di queste. Se guardiamo anche dal punto di vista dell’azione negativa fatta da queste persone, accumulano negatività, però di fatto danno a noi un beneficio.

Anche dal punto di vista buddhista del karma, in queste occasioni in cui incontriamo persone che ci nuocciono maturiamo queste cause, per cui diventa un’occasione di consumare la negatività posta in passato, e, se riflettiamo bene, in questi momenti possiamo anche porre le basi di karma positivo per il futuro. Non solo, se guardiamo anche dal punto di vista della persona che accumula negatività, col risultato di portarci beneficio, vi è un sacrificio da parte di questa persona che accumula negatività, per cui dovremmo esserle ancora più grati.

Di fatto abbiamo l’addestramento alla pazienza, per poter realmente addestrarci alla pazienza occorrono delle persone che ci nuocciono, per cui il reale maestro alla pazienza è il nemico. Se non ci fossero persone che ci nuocciono e ci mettono alla prova, in tal senso non sarebbe possibile l’addestramento alla pazienza. Questa è una cosa, la seconda è che senza l’addestramento alla pazienza non vi è altra possibilità. Il più difficile tra i vari addestramenti è proprio quello alla pazienza. E’ il più difficile ed il più importante. E’ difficile, ma lasciandolo stare non è che diventa più facile, diventa più facile gradualmente, utilizzando passo passo questo addestramento. Quindi, qualsiasi sia la difficoltà che noi incontriamo, occorre avere una mente paziente, se non si riesce ad addestrarsi in questo modo, non è possibile avere felicità e serenità.

Ora parliamo di meditazione e come meditare. La meditazione non è semplicemente di stare immobili e svuotare la mente. La meditazione è per scoprire come funziona la nostra coscienza mentale. Vedere effettivamente gli effetti che noi abbiamo, quando siamo presi dagli eventi o trattati male, quando abbiamo reazioni immediate. Se non c’è questo, non c’è nemmeno la capacità di meditare. E’ lì che dobbiamo lavorare, sviluppare la nostra pazienza e quindi la nostra mente.

Quindi è bene non perdere l’affetto, l’amore verso queste persone di cui abbiamo identificato un comportamento negativo, perché dall’altra parte vi è una persona mossa da un’oscurazione. Per cui, dobbiamo fare la distinzione tra individuo e comportamento dello stesso. Se, effettivamente, riusciamo a fare questa differenza nell’incontro con qualsiasi essere, non vi è una base per potersi arrabbiare. Riuscire a fare questa distinzione è veramente molto importante. Questo tipo di divisione, di discriminazione è funzionale sia alla pazienza che alla pratica della stessa, sia alla pratica dell’amore verso gli esseri. Ora abbiamo visto che è importante modificare questo punto di vista, l’addestramento è totalmente direzionato sulla trasformazione dei nostri pensieri. Nella comprensione è più facile, poi, nel contesto effettivo, non riusciamo a produrre questo punto di vista, quindi applichiamo immediatamente ciò che abbiamo compreso. Come facciamo a produrre questa pazienza? Lo possiamo fare per gradi, quindi partendo dai piccoli contesti, fino a che la nostra capacità mentale aumenterà, fino ad ottenere una coscienza che abbia una certa qualità.

Il punto chiave dell’addestramento è quello di essere molto prudenti rispetto a ciò che noi pratichiamo ed a ciò che si può arrivare quotidianamente. Se non riusciamo a trovare dei mezzi abili per uscire da questa infelicità, giorno dopo giorno questa aumenta e diminuisce la nostra capacità di affrontare i problemi. Questo ci indebolisce molto la mente e quindi è veramente difficile riuscire a direzionarsi verso dei presupposti per educare la propria mente, meditare e così via. Quindi, portare attenzione è molto importante.

Ora, possiamo anche riflettere in questo modo: vi sono molte persone con desideri diversi, se ammettiamo questa possibilità, ci formiamo una consapevolezza, una coscienza maggiore, ed ecco che immediatamente la difficoltà è minore. In aggiunta a questo, semplicemente il fatto che accada questa realtà abbiamo una riduzione delle difficoltà ed una maggiore possibilità di essere sereni. Dovremmo anche essere prudenti rispetto all’utilizzo del nostro pensiero, nel momento in cui esageriamo con i pensieri discorsivi, aumentiamo questo chiacchiericcio interiore che ci porta al dubbio, bisogna essere prudenti rispetto al continuo rielaborare continuamente le cose. Ora, noi non desideriamo la sofferenza, e ci ritroviamo a permanere in questa, se osservassimo le condizioni esterne, queste hanno una possibilità di procedere o meno verso la sofferenza, e questo ha a che fare con la nostra coscienza mentale. Il vero responsabile diretto della sofferenza che si manifesta siamo noi stessi. Le cose esterne sono un aspetto minore. La maggior parte della sofferenza è quella creata dalla nostra stessa mente. Si potrebbe ottenere la liberazione solamente con la liberazione di coloro che nuocciono? Molti esseri hanno ottenuto la liberazione nonostante abbiano prodotto cause negative, perché la liberazione si ottiene bloccando la negatività. Quando si parla di liberazione non si parla di liberazione dalle persone che ci nuocciono, si parla di liberazione che sta nel proprio continuum mentale. Il fatto di incontrare difficoltà, persone positive e negative dipende dal procedere della nostra coscienza, dalla spinta dal karma, da cause e difetti.

Per quanto riguarda l’addestramento effettivo, è un addestramento che viene fatto per se stessi, dalla propria mente.

Nel momento in cui non guardiamo ai difetti ed ai problemi, che stanno nel nostro continuum mentale, non possiamo purificare nulla. Con il passare del tempo, se si insiste, si vedono molti difetti che possono essere purificati. Piano piano, aumenta anche la capacità di vederne altri e, quindi, questo processo continua in maniera funzionale e positiva. Allora non vi è la possibilità di innescare questo lavoro interiore. Bisogna essere prudenti a non ricadere in questi difetti e, piano piano, riuscire a purificarli, fino che riusciamo ad avere una coscienza pulita da questi. Buddha Sakyamuni, il primo consiglio che ha esposto è che occorre prendere coscienza della sofferenza. Vi sono molte categorie della sofferenza. Nel momento in cui queste non vi sono e c’è una sensazione di serenità, allora questo è un segno di non conoscere bene la sofferenza. Perché, di fatto, queste preoccupazioni economiche, del corpo, sono tutte legate a qualcosa di impermanente, non sono stabili. Non sono sicure, né stabili, né affidabili, per questo, naturalmente, mutano in delusioni. Noi abbiamo desiderio di non avere sofferenza, questo non è sufficiente, abbiamo questo tipo di mente che desidera non avere queste sofferenze. Questo tipo di mente che non desidera la sofferenza, proprio per questo motivo non è di grande qualità. Questo tipo di mente non è di qualità in quanto si affida a delle condizioni inaffidabili di potenziale superamento della sofferenza. Proprio per la natura di questi aspetti: che non sono affidabili, stabili e sicuri. Nel momento in cui ho ottenuto lavoro, questo può cambiare nel giro di un mese, il corpo deperisce, per cui non vi è reale possibilità di andare al di là di queste sofferenze.

Questo tipo di mente, che non desidera la sofferenza, non è di grande qualità. Nello studio del lam rim vi è un elenco dettagliato dei vari tipi di sofferenze. Finché si arriva poi al punto di vista intermedio della realtà, in cui si arriva all’analisi che qualsiasi condizioni del ciclo esistenziale, in realtà, non è affidabile. Questa è la nostra base di partenza, quindi, il primo passo è riconoscerlo come inaffidabile, per quello che è. Da lì è possibile fare un reale percorso della nostra coscienza mentale, quindi, partire da queste per attuare un addestramento reale. Quando parliamo di addestramento parliamo di un addestramento affrontato con gradualità. Qual è l’aspetto principale? Cominciare a prendere consapevolezza dei difetti della nostra coscienza, partendo da quelli più grossolani. Piano piano, possiamo riuscire a riconoscere quelli più sottili, fino a riuscire a riconoscere quelli sottilissimi. Il che ci porta poi gradualmente anche ad avere più capacità di vedere quelli degli altri.

Ora, quando parliamo della meditazione, non parliamo di un qualcosa che contempla solo queste esistenza. Questo percorso deve essere portato avanti con la nostra intelligenza e la nostra capacità mentale. Nel momento in cui analizziamo, visto che dedichiamo ore di lavoro per un progetto a lungo termine, ce ne vorrebbero almeno una o due. Di fatto, per le necessità di questa vita lavoriamo 8 ore al giorno, perché è utile, e spesso diciamo che non riusciamo a meditare. Questo è un segno di non riuscire a vedere le priorità. E’ per questo che viene data enfasi allo studio. Nel momento in cui comprendiamo realmente quale sia l’addestramento, allora avremo a disposizione 24 ore al giorno per addestrarci, altrimenti, avremo sempre la sensazione che vi sia un altro luogo particolare, speciale, da dedicare all’addestramento.

Questo è un punto importante, se noi abbiamo questa sensazione che ci voglia uno spazio specifico per la meditazione, allora, ecco che dopo 8 ore di lavoro siamo già stanchi per pensare che servirà un’altra ora da dedicare all’addestramento. Abbiamo detto che nel momento in cui si sa cosa sia effettivamente l’addestramento, abbiamo la possibilità di praticare 24 ore su 24. Allora la nostra mente sarà sempre con noi, sia che lavoriamo o meno, ovunque siamo, e pensiamo: la nostra mente è con noi. Già il fatto di portare attenzione verso il nostro pensiero, questo è già un passo verso questo tipo di addestramento.

Bisogna cercare di essere il più possibile consapevoli dei nostri addestramenti, dei nostri pensieri, sviluppare questa capacità di ricordare di essere consapevoli, quindi utilizzare dei mezzi abili per correggere queste tendenze mentali, fino a diventare gradualmente esperti nel ricordo e nella consapevolezza. In qualsiasi attività della giornata, così riusciamo a portare a frutto il nostro addestramento. Possiamo fare l’addestramento anche la notte. Questa è una spinta che ci fa indirizzare i pensieri anche per la nuova giornata ed ecco che l’addestramento si continua 24ore su 24.

Piano piano, questo sforzo dà dei risultati di abitudine. Questo ci permette di diminuire le difficoltà. E’ facile che la nostra mente abituata negativamente, è facile che aggiunga pensieri discorsivi laddove già ci sono delle difficoltà. Allora la sensazione di negatività e sofferenza diventa maggiore. Procedendo in questo modo, chiunque incontriamo e ovunque siamo, riusciremo ad addestrarci, col risultato, non di andare col broncio in giro, ma col sorriso.

Dedicare un 5 minuti a meditare sulle sofferenze, porta la mente al desiderio che chi ne è afflitto sia separato dalle sofferenze.

Gli esseri che diventano oggetto della nostra compassione: ve ne sono di molti tipi. Quelli che sono poveri, ammalati, bisognosi e via dicendo: in questo contesto è più facile. Diverso è sviluppare compassione per persone molto ricche, molto potenti: questo è più difficile. Questi contesti: famosi, ricchi e potenti sono realtà temporanee, come sono maturate le condizioni che permettono loro di usufruire di queste condizioni favorevoli, che sono temporanee e sono un prodotto del passato. Così, come maturano le condizioni favorevoli, diminuiscono anche la cause che poi permettono a questi di ritrovarsi di nuovo in tale condizioni. Da un altro lato, questi esseri che hanno raggiunto questi stati favorevoli, non è che siano poi così felici, hanno anche loro numerosissime cause di infelicità. Alcuni devono proteggere la propria vita, proteggere i propri beni che non sono poi così stabili. La persona ricca ha numerosi vestiti, ma la scelta del vestito diventa molto complessa e sofferente. Se ne prende uno, non ne sono proprio convinti e ci si sente di non avere il vestito adatto, e si avverte magari imbarazzo e sofferenze solo per il vestito. Una volta sono andato ad un incontro con Vincenzo Tallarico con persone famose e ricche e mi è stato dato questo consiglio: di non parlare del donare, perché questo poteva essere un problema. Perché magari queste persone possono pensare che l’intento di questo monaco è di prendere soldi. E, di fatto, questo è un segno che vi sono difficoltà mentali, e, più si è ricchi, più vi sono difficoltà mentali.

Nel momento in cui abbiamo un’automobile, quante difficoltà abbiamo? Di fatto non è che siano le ricchezze, le risorse, a creare sofferenza, ma siamo noi a crearla.

 

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