Ghesce Tenzin Tenphel: La saggezza che realizza la vacuità

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel: Prima d'addormentarvi, meditate per alcuni minuti. Riflettete sui vostri pensieri.

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel: Prima d'addormentarvi, meditate per alcuni minuti. Riflettete sui vostri pensieri.

Insegnamenti del Ven. Ghesce Tenzin Tenphel al Centro Studi Tibetani Sangye Cioeling di Sondrio il 3 4 dicembre 2016 sul tema “La saggezza che realizza la vacuità ed il sorgere dipendente. Appunti ed editing del Dott. Luciano Villa, revisione di Graziella Romania nell’ambito del Progetto Free Dharma Teachings, per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Ci scusiamo per ogni errore ed omissione.

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel 03 dicembre 2016

Generiamo l’attitudine positiva, non solo per ascoltare questi insegnamenti, ma in quella consapevolezza che è necessaria per qualsiasi atteggiamento nella nostra giornata. Qualsiasi azione condotta con una motivazione positiva ci è di grande aiuto per cancellare molte sofferenze, lo scopo della motivazione positiva è di cambiare il nostro modo di pensare e, se riusciamo a cambiare la nostra mente ordinaria, avremo molti meno problemi.

Nel Buddhismo ci sono molti aspetti e pratiche sia fisiche, che verbali e mentali. Ed il controllo della nostra mente ci sarà di grande aiuto per avere meno problemi.

Se pratichi bene a livello mentale, anche le pratiche del corpo e della parola se ne gioveranno, perché le pratiche della mente sono le più importanti.

Shantideva http://www.sangye.it/altro/?cat=15 nel suo Bodisattvacharyavatara o”Via allo stile di vita del Bodhisattva” disse: “Se proteggiamo la nostra mente, forse non servono altre attività col corpo e la parola”. Se ci siamo familiarizzati con la pratica di proteggere la mente, non solo probabilmente non ci sarà bisogno delle altre pratiche, ma il nostro cammino verso la felicità sarà estremamente agevolato. È fondamentale porre l’accento sull’importanza della pratica con la mente, che si pratichi o meno il Dharma, il che è importante per tutti i tipi di persone.

Siamo degli esseri umani, dotati di notevole intelligenza, che, tuttavia, dovremmo sfruttare per la pratica di coltivare la mente virtuosa, in tal modo eliminiamo molte emozioni negative.

Perché poniamo l’accento sul modo corretto di pensare? Sul comportamento corretto della mente?

In ogni caso, nella nostra vita quotidiana incappiamo in problemi e conflitti, pur non graditi, ma è estremamente importante che, a questo punto, siamo in grado di controllare la mente. Vivendo in questo mondo samsarico, riusciamo a cancellare tutti i nostri problemi? Non penso che sia possibile. Non abbiamo una soluzione per eliminare tutti i problemi del mondo. Non avendo soluzioni esterne, l’unica soluzione rimasta è di lavorare con la nostra mente. Ma non è detto che tutti i problemi si cancellino avendo un comportamento mentale giusto, ma, gestendo la mente, avremo senz’altro meno problemi. Così la nostra mente sarà più sollevata. Così insistiamo, nel Buddhismo, nel modo giusto di pensare, nel pensare correttamente.

La saggezza che realizza la vacuità ed il sorgere dipendente. Questi sono gli argomenti odierni.

Cos’è la saggezza della vacuità? È la saggezza della vacuità!

Dobbiamo essere consapevoli della nostra mente e delle nostre azioni mentali. Altrimenti, se la nostra mente non è correttamente indirizzata, non c’è modo di far sorgere la saggezza. Far crescere la saggezza della vacuità dovrebbe rendere gioiosa la propria mente, anche quella di chi non genera la saggezza della vacuità, che non ha certo l’intenzione di dibattersi in problemi mentali. Anzi, desidera una mente di felicità.

Distinguiamo quindi un percorso graduale: 1) avere un idea generale del significato della vacuità; 2) cos’è il sorgere dipendente; 3) come si genera la saggezza che li genera, che produce questi due fenomeni.

Devo quindi darvi un’idea generale delle Quattro scuole filosofiche http://www.sangye.it/altro/?p=1229 1) Vaibashika, 2) Sautantrika, 3) Cittamatra, 4) Madiamika. Nella Cittamatra si parla molto della vacuità ma in modo diverso della Madiamika. Nelle prime due non si usa la parola vacuità. Il nostro significato di Dharma è che ha un origine, la sua origine è il Buddha storico Siddharta, http://www.sangye.it/altro/?p=4742 che dopo l’illuminazione disse: “Ho ottenuto la realizzazione della vacuità come l’essenza del nettare, ma non è il momento giusto per parlare di quest’argomento a tutti”. Perciò il suo primo insegnamento fu sulle Quattro Nobili Verità. Quando parlò della vacuità, abbiamo la saggezza suprema, come spiegato nel testo “Terreni e sentieri estesi”, in cui si dice che, per raggiunger l’illuminazione, occorre sia la saggezza suprema che accumulare meriti. Ma la realizzazione della saggezza suprema è molto difficile e, per riuscirci, dobbiamo aver bisogno d’un gran sostegno, consistente nell’accumulo di meriti, senza i quali non potremo avere l’accumulo della vacuità. Quando parliamo d’accumulo di meriti, parliamo di protezione della nostra mente. Più la mente medita, più è disponibile alla realizzazione della vacuità. La vacuità è un argomento peculiare della scuola filosofica Prasangika. Ed avendolo compreso, sarete in grado di discernere il significato della vacuità secondo le varie scuole. Quindi, ora parlerò del significato della vacuità secondo la scuola Prasangika.

Cos’è la vacuità per i Prasangika? È la mancanza d’esistenza per sua propria caratteristica, la mancanza d’esistenza per suo proprio lato, è la mancanza d’esistenza intrinseca. Quindi sarebbe difficile che dipenda d’altri fattori, poiché i fenomeni esistono in dipendenza da altre condizioni, non esistono di per sé, sono quindi vacui o privi d’esistenza per propria caratteristica. Abbiamo, da un lato, la relazione dipendente e, dall’altro, la mancanza di esistenza inerente o intrinseca. Poiché un fenomeno dipende da altri, è vacuo dal dipendere dal suo lato. Poiché non esiste dal suo proprio lato, o di per sé, è chiaro che esiste come sorgere dipendente.

Esiste dipendendo da altri? Si, a diversi livelli. I fenomeni esistono in dipendenza da altri, il che lo possiamo esporre in diversi modi. A livello molto grossolano, a livello visivo il nostro vivere dipende dagli altri, in tutto dipendiamo dagli altri, senza gli altri non potremmo vivere. Tutto dipende dagli altri, dagli altri fenomeni e da altre persone. Vedendo ciò, gli altri, allora, sono molto gentili per noi. Perciò dobbiamo essere riconoscenti, contraccambiare la loro gentilezza, aiutarli, essere beneficio di loro, e, se non possiamo aiutarli, almeno non li dobbiamo danneggiare.

Tutto ciò scaturisce dal sorgere dipendente.

Perciò nel Buddhismo, prima abbiamo la visione a liv filosofico, la visione corretta del sorgere dipendente, della vacuità, è la teoria, quindi la pratica: di non danneggiare gli altri. Come realizzare la pratica di non danneggiare sulla basa del sorgere dipendente? Anche nella pratica della pazienza dipendiamo dagli altri! Anche nella moralità, nell’etica. Così dobbiamo astenerci dalle non virtù di corpo, parola e mente. Il che dipende dagli altri. Il corpo dalla rinascita migliore per praticare la moralità è in questo mondo Jambudiva, qui possiamo rubare, uccidere, commettere azioni sessuali scorrette, perciò abbiamo la possibilità di praticare la moralità. La azioni sessuali scorrette non sono una chiusura verso il sesso, ma indicazioni per una vita sana nel modo giusto. Altrimenti non ci sarebbe una prole e l’umanità s’estinguerebbe. E non ci sarebbe stato il Buddha storico il Principe Siddharta nè il Dalai Lama e nemmeno noi. Ciò che è negato è ciò che è scorretto, il che significa che la moralità dipende dagli altri.

Su questa base ci sono da aggiungere le pratiche della generosità. Anche per migliorare noi stessi dipendiamo dagli altri, se fossimo più consapevoli, ci sarebbe tutto più chiaro. Allora, in quella condizione, quella persona che si comporta negativamente ci da la possibilità di praticare la pazienza, di correggerci. Cosi comprendiamo come la nostra pratica dipende dal sorgere dipendente, dalla interazione con gli altri senza creare danni.

Nel termine tibetano Tendel, o relazione dipendente, sono inclusi molti fenomeni relativi alla legge del karma, o di causa ed effetto. Tutti i fenomeni dipendono dal loro karma, positivo o negativo. La relazione dipendente è il tramite, la catena di trasmissione della causa positiva o negativa nelle loro ricadute. Quindi, approcciandoci a diversi campi, capiamo cosa significa relazione dipendente, così capiamo cosa significa la vacuità d’esistenza indipendente. Prima di capirla su un fenomeno specifico, dobbiamo capire come tutti i fenomeni esistono in dipendenza da altri fenomeni. Quindi, dobbiamo comprendere la vacuità di tutti i fenomeni. Ma non dobbiamo avere la presunzione di realizzare la vacuità di tutti i fenomeni, perché non abbiamo la capacità di abbracciare tutti i fenomeni. Quando cerchiamo di capire la vacuità su una sola persona, come essa è vacua, poiché non esiste di per sé, dal proprio lato. Quando avremo capito ciò, avremo anche capito la vacuità di tutte le persone. Non c’è bisogno di capire la vacuità di ciascuno degli abitanti dell’universo, basta comprendere la vacuità di una sola persona, perché questa è la caratteristica di tutti gli esseri. Tendel, la relazione dipendente, http://www.sangye.it/altro/?p=5026 è molto importante, perché, se la comprendi bene, ti sarà di gran beneficio per comprendere la vacuità.

Meditiamo sul sorgere dipendente: la nostra vita dipende da altre persone, da altri fenomeni, condizioni, il nostro nutrimento, economia. Pensiamo come siamo dipendenti, ciascuno di noi, dagli altri.

Quando pensiamo al sorgere dipendente, a vari livelli di profondità, riusciremo a comprendere meglio la vacuità, come presentata dalla scuola Madyamika Prasangika. Anche nelle prime tre scuole e nela quarta ci sono due Madyamika, tutte queste parlano di relazione dipendente, ma non come presentata dalla Prasangika, esse non capiscono la vacuità come presentata dai Prasangika. Se si avesse il desiderio di realizzare il sorgere dipendente sarebbe necessario capire come la espongono le altre scuole. Ognuna deve confutare l’oggetto di negazione, perciò ciò che va negato va conosciuto. Nella prima, la Vaibashika si confuta un oggetto di negazione diverso dalla seconda e così con la terza. Quindi, diversi livelli di negazione o di confutazione ci aiutano a capire la relazione dipendente o vacuità. Possiamo andare anche oltre la concezione del significato di relazione dipendente delle prime due scuole, per andare alla Prasangika. Possiamo avere una certa comprensione grossolana della vacuità secondo i Madyamika.

In una grande conferenza tra le tre università di Sera, Ganden e Drepung, si decise di creare un dottorato sulla Madiamika, sulla Abisamayalamkara, sul Nadre o Pramanavartika http://www.sangye.it/altro/?p=7077 o cognizione valida, comunque occorre che prima i monaci terminino i loro studi di Ghesce, che è già un dottorato. Solo dopo aver terminato gli studi a livello di Ghesce si può proseguire con gli studi sulla Abisamayalamkara e Pramanavartika.

L’Abisamayalamkara è un testo complesso da considerarsi come un testo madre, così l’altro campo, la Madyamika si sviluppa come Via di Mezzo. Col Vinaya vengono dati i precetti ai monaci. Con la Pramanavartika sviluppiamo la velocità mentale. La “Tesoreria” o lo studio della fenomenologia, è di gran ausilio nell’avere una gran conoscenza sui fenomeni.

Rabbia, la nostra infelicità, i nostri difetti mentali.

Vi consiglio di trovarvi all’incirca una volta la settimana per discutere su questi argomenti, così quello che comprende uno si trasmette agli altri.

Domanda. Cosa porta la comprensione della vacuità nella vita quotidiana? Ven. Ghesce Tenzin Tenphel. Quando c’è la comprensione della vacuità, questa ci porta a ridurre il nostro attaccamento. Non solo, quando abbiamo la comprensione della vacuità, abbiamo la comprensione dei fenomeni in termini veri.

Approfondiamo la visione nella scuola Prasangika: la vacuità del sé della persona e dei fenomeni. Perché ci sono due mancanza del sé: della persona e dei fenomeni? Pur essendo due categorie diverse, non c’è differenza sull’oggetto di negazione.

Come sono le differenze tra le due concezioni: quella che si aggrappa al sé della persona e quella si aggrappa al sé dei fenomeni?

La concezione del sé della persona è quella che concepisce la persona come esistente dalla sua parte, autoesistente, mentre la concezione del sé dei fenomeni è quella che li concepisce come esistenti di per sé, dalla loro parte. Quindi un pensiero esiste, secondo questa concezione, di per sé.

Quando parliamo dei fenomeni, sono diversi dalla persona, che possiede i Cinque Aggregati: forma, sensazioni, discriminazione, formazioni mentali, coscienza. L’aggregato della coscienza è un fenomeno, e, quando questa coscienza percepisce il fenomeno come esistente inerentemente, la si riconosce come una coscienza erronea.

Cos’è la persona? È chi vuole la felicità e non la sofferenze. Un essere è già una persona. Perché è un individuo, che muore, prende rinascita, ed è la stessa persona che non vuole sofferenze ma la felicita, quindi vuole il Nirvana. Questa forma seduta sul trono vestita di giallo è la persona? O no? La figura che vedete, dite: vedo il lama. Ma andando oltre, diventa più complesso. Quest’oggetto che vedete davanti a voi: è o non è la persona? Quest’oggetto, il lama che vediamo, non è la persona.

Questa è la risposta giusta. Perché?

Perché vediamo solo la forma della persona. Un persona è un fenomeno astratto, composto ma non associato.

Perché, quando entriamo in dettaglio, dobbiamo dividere i fenomeni funzionanti in 4 categorie: 1) materia, 2) forma, 3) coscienza, 4) fenomeni composti ma non associati a questi primi.

La coscienza è uno stato di chiarezza e percezione.

Se mettiamo da parte la forma e la coscienza, dov’è la persona? Non c’è, perché il lama, nel nostro esempio, non è la sua forma e nemmeno la sua coscienza. Comunemente diciamo la mia forma, il mio corpo, il che indica che la forma non è la persona: c’è una separazione. Quando cerchiamo di riconoscerlo, incontriamo una difficoltà perché la forma non è il corpo.

Ad un certo punto moriamo e lasciamo il nostro corpo, quindi il corpo vecchio viene lasciato indietro, ma il corpo prende un’altra rinascita.

Ci sono persone estranee al buddhismo che da piccoli si ricordano della loro vita precedente. Se il corpo fosse la persona, sarebbe difficile prendere un nuovo corpo. No, la persona continua, rinasce e si ricorda della sua vita precedente. Se fosse la persona, ci sono dei focomelici, individui che nascono senza un arto, gli mancano uno o più arti, tuttavia hanno comunque sviluppata la loro intelligenza. Al contrario, ci sono dei casi in cui il corpo è normale ma con deficit intellettivi.

Perché la coscienza non può essere la persona?

Non esiste una sola coscienza, ma sei coscienze: visiva, olfattiva, gustativa, tattile, uditiva fino alla coscienza mentale. Le prime cinque sono coscienze sensoriali, quindi le coscienze sensoriali non sono le persone. Per una scuola non buddista c’è solo una coscienza, perché quando abbiamo una casa con molte finestre, è abitata da una persona, che può affacciarsi da molte finestre, ma è sempre la stessa persona. Nelle scuole buddhiste vi sono diverse asserzioni, per alcuni la coscienza mentale è la persona, è una coscienza mentale illustrativa che viene accettata come persona. Ma per la Madiamyka Prasangika, la più elevata, la coscienza mentale può essere sia un cognitore non valido che valido, quindi, può essere, rispettivamente, sia concettuale che percettore diretto valido, quindi, nel caso del cognitore concettuale non valido può essere una coscienza errata.

Quindi, la persona non è la coscienza mentale errata, né la cognizione valida è la persona, né è la parte concettuale, né è la percezione diretta. Vedendo questi diversi aspetti della coscienza è molto difficile indicare qual’è la persona. Non è nessuna delle cinque coscienze sensoriali né la coscienza mentale. Abbiamo tolto tutte le possibilità, quindi la persona non sono gli aggregati e la forma non è la coscienza. La persona esiste, quindi, solo come mera imputazione sulla base d’imputazione. Quindi la Prasangika è d’accordo nel riconoscere convenzionalmente la persona, che soffre, tuttavia quando cerchiamo queste concezioni convenzionali, non le troviamo. La persona esiste, ma convenzionalmente. La forma è la persona? No, perché quando la cerchiamo, non la troviamo. Né la forma, né la coscienza sono la persona. Per la Prasangika la persona esiste solo come mera imputazione.

Ad esempio, consideriamo Luca che è qui di fronte a noi: appena nato non era ancora Luca, era un bel bimbo, ma i genitori gli diedero un nome, il nome che i genitori hanno attribuito al suo corpo non è ad esso intrinseco.

Non lo è la forma della persona, né lo è la coscienza, ma lo è solo sulla base dell’imputazione, ma questa persona ci fa capire di dipendere molto dai fattori d’imputazione. La persona dipende dagli aggregati, ma gli aggregati non esistono di per sé, come persona. La persona ci appare grazie all’apparenza dei suoi aggregati. Ma essi, la base d’imputazione, non sono mai la persona. Ma la persona dipende dalla sua base imputazione, dagli aggregati. La persona non esiste di per sé. L’apparenza dell’aggregati della persona ci fa pensare alla persona, il che ci porta a pensare ai suoi aggregati. Quindi la persona non esiste di per sé. Sulla base della persona ed il fenomeno, l’oggetto di negazione è uguale, ovvero la mancanza del sé inerente, autonomamente esistente, la mancanza della loro esistenza intrinseca, la mancanza del sé della persona e dei fenomeni.

Ma è più facile realizzare il non sé della persona, quindi si realizza la mancanza del sé dei fenomeni.

L’oggetto di negazione del sé della persona e dei fenomeni sono uguali, ma, poiché la persona è realizzata tramite l’apparenza aggregati sulla base della persona è più facile realizzare mancanza sé persona. Non dimentichiamo che l’oggetto di confutazione in entrambi i casi è l’esistenza intrinseca, è l’esistenza dal suo proprio lato. La persona non esiste dalla sua propria parte, non dipende dal sé, né dai suoi aggregati, quindi la persona non esiste per sua propria natura. Gli aggregati esistono dal loro lato, di per sè? Gli aggregati sono il corpo fisico? Ma esso non è nato così sin dall’inizio. Questo corpo grossolano non è stato sempre così dalla sua nascita. All’inizio erano solo semi del padre e ovulo madre e da lì, dalla loro unione s’è formato il corpo che via via è cresciuto, ed è cresciuto sempre più, attraverso molti momenti, a partire dal corpo della madre, e dalle cure materne nell’infanzia ed adolescenza. In questo corpo non esiste alcuna particella esistente di per sé, dal proprio lato. Questo tipo d’analisi buddhista è molto simile alla ricerca scientifica. Questa analisi graduale trova simpatie nella scienza attuale. Tutto lo sviluppo della fisica è basato sul reale.

Meditiamo sul fatto che, se cerchiamo una persona, non la troviamo intrinsecamente.

È questo un argomento non particolarmente facile da far rimanere nel nostro continuum mentale.

Prima cerchiamo di realizzare come una persona non esiste dal suo proprio lato, di per sé, quindi realizziamo la mancanza del sé dei fenomeni.

In generale, la persona è anche ed è già un fenomeno.

Ma, nel contesto della mancanza del sé, è diversa la persona differenziata dal contesto della persona-fenomeno.

La mancanza del sé della persona e del fenomeno non sono né la persona né il fenomeno in generale, ma sono entrambi diversi.

La mancanza sé persona è comune a tutte persone, ma, parlando della mancanza del sé di un fenomeno, questa non può comprendere la mancanza del sé di tutti i fenomeni.

Quel fenomeno, in quel contesto, può includere tutti i fenomeni, esclusa la persona ed i fenomeni non composti.

La concezione del sé della persona e dei fenomeni.

Tra le due: quale si genera prima nel nostro continuum mentale?

Nel nostro continuum mentale prima si genera l’aggrapparsi al sé dei fenomeni. Tra la persona e l’aggregato, a noi appare prima l’aggregato. Vediamo prima l’aggregato, come, ad esempio, il corpo di Luca. Quindi, si genera prima la concezione che si aggrappa al sé dei fenomeni, e poi a quello della persona. Mentre è l’opposto per quanto riguarda la realizzazione della loro mancanza.

Il sorgere dipendente è un soggetto molto vasto, distinguibile in relazione di causa effetto, così come la legge del karma, che sono accettate da tutte le scuole filosofiche buddhiste.

L’ignoranza è la causa iniziale dell’universo samsarico ed occorre molta concentrazione per la sua realizzazione.

Il secondo aspetto è che la relazione dipendente è tale in quanto dipendente dalle sue parti, anzi, da molte parti. Ed anche questi aspetti sono accettati da molte scuole buddhiste.

Il terzo aspetto è la relazione dipendente come mera designazione: la peculiarità della scuola Prasangika.

Per comprendere la Madiamika occorre avere una buona comprensione delle altre scuole filosofiche buddhiste.

Domanda. Cosa s’intende per perdono? Cosa si deve sentire dentro per un vero perdono, non solo espresso verbalmente?

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel. Sono molto d’accordo che il perdono deve venire dal cuore. Chi ha commesso una nefandezza deve trovare sollievo chiedendo perdono col cuore e chi riceve la richiesta deve darlo col cuore.

Domanda. Ma il mio problema è come sentirlo davvero dentro il perdono.

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel. Quando ti chiedono di perdonare, se non riesci a sciogliere il nodo, devi impegnarti a farlo, altrimenti, tutto diventa difficile, perché, più dura il nodo, più continua il dolore, la sofferenza. È meglio lasciar andare completamente, il che è già una grande lezione ed in futuro dobbiamo essere in grado di gestire qualsiasi situazione, in qualsiasi momento la nostra mente dev’essere in grado di gestire qualsiasi situazione. È meglio avere molto respiro nelle nostre cose e, quest’attitudine, è necessaria per ciascuno di noi, e, se la mente non è pronta, non è in grado d’affrontare momenti difficili.

Domanda. La vacuità è l’interdipendenza del dolore? Perché, finché si affrontano concetti astratti è un conto, ma, quando si va sul personale, è tutto difficile.

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel. Se già si pensasse al sorgere dipendente, alla vacuità, non si dovrebbero provare momenti difficili, ma nella vita ci sono sempre dei malesseri ma ciò non è un gran problema. Ad esempio, pensiamo a quando ci chiediamo: “Perché proprio a me?” Da qui in poi il dolore si farà sempre più grande fino a schiacciarci. Dobbiamo imparare a pensare positivamente. Se sappiamo il modo corretto, il modo positivo di pensare, allora il problema non sorge. Non penserò mai: mi è successo questo, perché? Cosa ho fatto di male?

Domanda. Quel che vediamo come dolore, in realtà è stato un dono, questo è il pensiero positivo.

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel. Cosa posso fare, se non sviluppare pensieri positivi? Se non posso cambiare fuori, posso però cambiare me stesso. Se mi arrabbio ad ogni semaforo rosso, mi arrabbierò sempre. Pensiamo invece che è normale che il semaforo diventi rosso.

La quarta categoria sono i fenomeni composti, ma non associati a questi primi.

Domenica 04.12.16

Sviluppiamo la motivazione ideale, quella altruista per beneficiare tutti gli esseri, altrimenti, pensiamo perlomeno di non nuocere. Perché dobbiamo avere queste due possibilità di motivazione: 1) d’aiutare tutti gli essei e, perlomeno, 2) di non danneggiare. Perché tutti desiderano la felicita e non desiderano la sofferenza. Perciò, per trovare la felicita, dobbiamo essere d’aiuto, e dobbiamo mantenere sempre la mente positiva, essendo sempre d’aiuto. Dalla nostra parte non dovremmo mai danneggiare gli altri, che sono già oberati da tante sofferenze. Da parte nostra come dobbiamo praticare? Dobbiamo prodigarci per alleviare le loro sofferenze, non per aumentarle.

La motivazione dev’essere praticabile, dobbiamo quindi generare la motivazione positiva, basata sulla ragione e sul cuore, con una motivazione data da mente positiva di continuare la vita.

Sua Santità il Dalai Lama dice sempre che si deve introdurre le persone al significato vero nel Dharma, facendoci capire cosa veramente è: la cessazione, il nirvana vero http://www.sangye.it/altro/?p=3084.

Come si raggiunge?

Una volta introdotta la vera cessazione, si passa a spiegare la pratica per raggiungere questo stato http://www.sangye.it/altro/?p=3647. La comprensione della vacuità ci permette di comprendere più facilmente la vera cessazione, si quella della Terza che ci proietta alla Quarta Nobile Verità http://www.sangye.it/altro/?p=3785. Sua Santità il Dalai Lama dedica molto tempo ad illustrare la vacuità, il che sembra un po’ strano. Ma non lo è. Sua Santità il Dalai Lama è convinto che, se si comprende la vacuità, ci si può liberare dai problemi che ci assillano, che affliggono l’umanità nella vita di tutti i giorni.

Ma prima dobbiamo sapere cos’è la vera cessazione http://www.sangye.it/altro/?p=457.

Cos’è il Dharma, sì quello vero, quello da conoscere? È un rituale professato dai lama con tamburi e le trombe? È quello delle offerte, delle prostrazioni, della recitazione di molti mantra, delle circumdeambulazioni attorno agli stupa, è la recitazione di preghiere.

La risposta è si e no.

Perché questo è solo parzialmente dharma.

Il Buddha è la guida, il Dharma è il rifugio effettivo ed il Sanga i compagni spirituali. Proprio perché il il Dharma è il rifugio effettivo o cessazione vera di tutte le sofferenza, la vera identità è il Dharma.

Perché il Dharma è considerato il rifugio effettivo, perché grazie alla cessazione vera ci possiamo liberare dalle sofferenza, e facciamo la pratica del Dharma per liberarci dalle sofferenza.

Perché dobbiamo incamminarci verso la vera cessazione?

È la cessazione solo un sostantivo semplice? No, è una gradazione di diverse oscurazioni, è la cessazione d’ogni afflizione, della sofferenza. Di cessazione vera ce ne sono molti tipi: dalle oscurazioni, dalle afflizioni, dall’oscurazione oggettiva alla conoscenza, l’ultima cessazione è l’eliminazione dei veli all’onniscienza. Eliminando ciascuna afflizione, procediamo di cessazione in cessazione verso l’onniscienza. Ma il metodo più efficace è sradicare la radice delle afflizioni, che si ottiene con la realizzazione della vacuità. Una volta raggiunta si è effettivamente sulla strada della cessazione vera. L’ignoranza che oscura la realtà è la radice d’ogni afflizione e, per eliminarla, dobbiamo sviluppare la saggezza che realizza la vacuità, è l’ignoranza della vera realtà della vacuità della realtà. Questa ignoranza è la radice d’ogni afflizione, perché quando ne siamo avvinti, da lì sorgono le nostre attitudini inappropriate: attaccamento, odio, invidia, gelosia. Dal che si evidenzia il ruolo radice dell’ignoranza. Da lì nasce il karma negativo, dal karma negativo nascono molte sofferenze. Cos’è l’ignoranza? È un fattore mentale che percepisce qualsiasi fenomeno come esistente per sua propria natura: è questa la caratteristica dell’ignoranza! Il che è ovviamente errato, perché l’oggetto, persona od aggregato non esiste come viene percepito, non esiste di per sé, perciò l’ignoranza è ciò che va eliminato, perché l’ignoranza ci fa credere che i fenomeni esistono di per sé.

Poiché i fenomeni non esistono come vengono percepiti, perciò nel lungo termine questa concezione va abbandonata. Questo cognitore non valido diventa chiaro quando ci rendiamo conto di non esistiamo come veniamo percepiti. Questa cognizione errata è senza fondamento. Perché, se l’oggetto percepito dall’ignoranza fosse valido, man mano che lo si percepisce dovrebbe diventare più chiaro, ma non è cosi, perché diventa più oscuro. Dall’alta parte abbiamo la saggezza che percepisce la realtà, i fenomeni che non esistono di per sé, dal loro proprio lato, e più la osserviamo e l’approfondiamo, ci rendiamo conto che è vera. Analizzando e scoprendo che gli oggetti non esistono di per sé, diventiamo sempre più certi che siano cosi. Abbiamo da un lato l’ignoranza che percepisce i fenomeni come esistenti dalla loro parte e, dall’altra, la saggezza che li percepisce come dipendenti e transitori, ed analizzando ci rendiamo conto che è solo quella della saggezza la percezione valida. Quando si intensifica l’aspetto della saggezza, l’altro aspetto dell’ignoranza decresce, più consolidiamo la saggezza più decrementa, s’elimina l’ignoranza, che non ha nessun aspetto valido nel lungo termine, ma nemmeno nel presente, mentre il lato saggezza, analizzando, diventa sempre più certo, sgretolando cosi l’ignoranza. Avendo molti tipi d’afflizione, abbiamo anche molti livelli di saggezza, che eliminano diversi livelli d’afflizione. Dal lato dell’ignoranza abbiamo le afflizioni, mentre da quello della saggezza abbiamo l’antidoto, quindi, man mano che progrediamo, eliminiamo tutti i livelli di oscurazioni, promuovendo sempre più quelli di saggezza. Abbiamo cosi l’oggetto da abbandonare prodotto dall’ignoranza e l’antidoto della saggezza, grazie al quale possiamo raggiungere la liberazione dalle afflizioni, grazie all’antidoto possiamo raggiungere diversi livelli di saggezza ed alla fine raggeremo la liberazione finale, la cessazione vera, la vacuità. Innanzitutto possiamo libearci dalle sofferenza, dalle sue cause, dalla radice delle sofferenza, l’ignoranza, ed esserne liberi. Quindi, essendo consapevole di potermi liberare dalla sofferenza, allora decido che posso iniziare la pratica di liberarmi dalle cause della sofferenza. Altrimenti, non farei nulla, perché, anche se dovessi impegnarmi, non potrei mai liberarmi dalle sofferenza. Invece, conoscendo che la strada verso la liberazione è aperta, posso decidere di percorrerla. Per realizzare una pratica effettiva posso riflettere sulle sofferenza.

Perché?

Se non riflettiamo bene sulle nostre sofferenze, non possiamo generare il desiderio di liberarcene. Comunque, questo che abbiamo è un desiderio istintivo. Ma, spesso, non lo esprimiamo nel modo corretto. Piochè le sofferenze ci accompagnano nella nostra vita, come il dolore e le malattie, pensiamo, giungiamo a pensare che dobbiamo praticare. Altrimenti, nessuno farebbe alcunché, perché sarebbe tutto più facile. I tre aspetti della sofferenza sono: 1) la sofferenza del dolore o la sofferenza della sofferenza, 2) la sofferenza del cambiamento, 3) la sofferenza onnipervasiva o da fattori di composizione. Nessuno vuole la prima: la sofferenza della sofferenza, il dolore. Come pure nessuno desidera la seconda: la sofferenza del cambiamento. Ma non siamo molto preparati rispetto a riconoscere ed a liberarci dalla terza: la sofferenza onnipervasiva. Ma anche la anche la sofferenza del cambiamento ha la capacità d’attrarre, perché nel mondo samsarico, siamo tutti alla ricerca della sofferenza del cambiamento, del piacere effimero samsarico. Finché non desideriamo di liberarci effettivamente dalla sofferenza del cambiamento non potremo raggiungere la cessazuine, eliminando la sofferenza. Perché la sofferenza del cambiamento è quella del piacere temporaneo, quindi dobbiamo liberarci dal piacere effimero momentaneo, il produttore della sofferenza del cambiamento. Abbiamo quindi tre tipi sofferenza: 1) sofferenza della sofferenza, 2) la sofferenza del cambiamento, 3) la sofferenza pervasiva. Tutti consideriamo la seconda come un piacere da accettare, e non riusciamo a liberarcene, e sappiamo invece che dobbiamo liberarcene per eliminare queste sofferenza. Generare la mente di eliminazione dalla seconda sofferenza è positivo, ma dobbiamo generare anche la mente che desidera eliminare la terza sofferenza: quella pervasiva. Finché non si genera la mente che desidera eliminare la terza sofferenza, non è possibile eliminare la sofferenza. Ci sono poi molti aspetti in ciascuna di queste tre categorie. Nel http://www.sangye.it/altro/?p=603 Lamrim di Lama Tzong Khapa http://www.sangye.it/altro/?p=1654 si dice che: avere il desiderio di liberarci dalla sofferenza del dolore è positivo ma non è eccellente perché anche gli animali lo condividono. Se si vuole veramente raggiungere il nirvana si deve voler raggiungere la liberazione da tutte e tre le categorie di sofferenza. Esistono pratiche non buddhiste dei grandi saggi della tradizione indiana che vorrebbero anch’essi eliminare la sofferenza del cambiamento, ma non la terza categoria, la sofferenza dei fattori di composizione onnipervasivi. E, per liberarsi dalla sofferenza, occorre generare la mente che desidera liberarsi da tutti e tre i livelli di sofferenza, sopratutto dalla terza categoria di sofferenza. Cos’è la terza categoria o dei fattori di composizione od onnipervasiva? Significa essere sotto il potere delle afflizioni, perciò è pervasiva, in quanto, chiunque esiste nei tre reami samsarici, è permeato da questa classe di sofferenza. La sofferenza dei fattori di composizione pervasiva, che comprende i tre reami samsarici (del desiderio, della forma, senza forma), è un altro esempio per farci capire meglio quali sono i nostri aggregati contaminati. Cosa significa? I nostri aggregati sono contaminati per il nostro karma ed afflizioni, e non parliamo solo d’aggregati fisici o grossolani. Nei reami senza forma, gli esseri non hanno gli aggregati fisici contaminati perché non possiedono l’aggregato della forma, il corpo fisico, ma possiedono tutti gli altri aggregati fino alla coscienza.

Meditiamo, analizzando quale tipo di mente abbiamo per liberarci dalle sofferenza. Ma da quali tipi di sofferenza vogliamo liberarcene: la prima, la seconda o la terza? Se vogliamo liberarci solo dalla prima, la sofferenza della sofferenza o del dolore, dobbiamo renderci conto che non è sufficiente, perché dobbiamo liberarci anche dalla seconda e dalla terza. Ed eliminando solo questo prima sofferenza non possiamo andare avanti, quindi dobbiamo verificare quale desiderio abbiamo rispetto alle altre sofferenze.

Terminata la meditazione, verifica quale intendimento abbiamo realizzato per essere liberi dalle sofferenza e da quale classe di sofferenza. Quanto più pura sarà la nostra motivazione di liberarci dalle sofferenza, tanto più forte sarà il nostro grado di realizzazione.

Noi stessi, se non abbiamo la voglia di liberarci dalle nostre sofferenze, come possiamo generare il desiderio di liberare tutti dalla sofferenza? Il mio parere è di iniziare a liberarci innanzitutto dalla prima classe di sofferenza, quella del dolore, il che è abbastanza ovvio. Quando vediamo dei malati, con forti sofferenze, allora ci è più facile esprimere il desiderio che possano star bene, che siano privi di sofferenze, mentre, se vediamo dei sani, non generiamo la sensazione che si possano liberare dalla sofferenza. Se riflettiamo maggiormente sulle nostre sofferenze del dolore e cambiamento, ci farebbe crescere e generare maggiore consapevolezza delle necessità di liberare noi stessi e gli altri dalla sofferenza. Solo se siamo consapevole delle nostre stesse sofferenze manifesteremo il desiderio di liberarcene e comprenderemo come sono sorte le sofferenze della sofferenza. Capendo che sono sorte da una loro causa. Così comprenderemo che possiamo eliminare le cause della sofferenza, eliminando l’ignoranza. Se non facciamo nulla per eliminare la sofferenza, allora questo desiderio non nascerà mai nel nostro continuo mentale. Più analizzeremo l’evoluzione della nostra sofferenza ed afflizioni, più saremo determinati ad eliminare l’ignoranza, cosi comprendendo che le sofferenze vengono dalle afflizioni ed, a loro volta, dall’ignoranza. E, spinti dalle afflizioni, compiamo molte azioni negative, in questa e nelle prossime vite, con conseguenze negative su questa e le prossime vite. Quindi, se vogliamo interrompere questa catena, dobbiamo eliminare ignoranza.

La nostra meditazione sull’analisi della sofferenza deve farci crescere, deve farci fare un cambiamento in meglio. Sapendo che la sofferenza crea impronte indelebili per questa vita ed in quelle future, dobbiamo capire quali sofferenze incontriamo nella nostra vita e quali persone incontriamo che ci impediscono di realizzare i nostri desideri positivi, con la conseguenza che in noi aumentano le afflizioni. Ma dobbiamo renderci conto che esse dipendono dalla nostra mente negativa, quindi dobbiamo ridurre le afflizioni. Quando siamo più consapevoli, analizzando le nostre sofferenze, comprendiamo che ci sono cose non volute e non desiderate, che derivano dal nostro karma negativo delle vite passate. Se non blocchiamo questo karma negativo, poniamo un ipoteca negativa sulle vite future, quindi dobbiamo bloccarle. Il karma non compiuto non ha prodotto effetti negativi, ma le sofferenze che proviamo ora dipendono dal nostro karma negativo del passato. Quindi, dobbiamo proteggere la nostra mente, osservandola, scrutandola. Se riusciremo a proteggerla, osservandola bene, allora non cadremo sotto il poter dell’odio, dell’attaccamento, dell’invidia, della presunzione, dell’arroganza, cosi non avremo conseguenze negativa sulle vite future. Se non facciamo nulla per il bene della nostra mente, se la lasciamo libera, senza esercitare alcun controllo, allora la mente sarà indirizzata verso la negatività. Questi pensieri negativi si perpetueranno nel futuro, perché da tempo senza inizio abbiamo maturato l’attitudine ad aggrapparci alle cose, l’attitudine all’attaccamento, che, quando siamo insoddisfatti, diventa quindi l’attitudine all’odio. Si tratta di posizionare innanzitutto la mente in una situazione neutrale. Ma, quando parliamo di protezione della mente, va fatta in base al livello di ciascuno. Perché ognuno ha un livello mentale diverso: alcuni hanno una mente acuta, altri mediocre, altri ancor meno capace. Quindi, se tutti seguissero la stessa strada, non per tutti andrebbe bene, perché certi hanno più abilita e più controllo di sè, anche per la maggior parte delle persone al mondo sarebbe motivo di riflessione.

Occorre sapere come agire nelle diverse situazioni, senza troppa rigidità, altrimenti si creano ostacoli, perché non tutti sono uguali, né sono consapevoli della loro reazione. Si deve sapere come proteggere la mente, con saggezza, come comportarsi in ogni situazione nei diversi momenti. Non dobbiamo pensare, in questa meditazione, a quel che fanno gli altri, ma a quello che noi pensiamo e facciamo. Altrimenti, saremo condizionati dal comportamento degli altri. Dobbiamo proteggere la nostra stessa mente dal comportamento di noi stessi e degli altri, nella misura in cui ci facciamo condizionare dalle azioni altrui.

Quando proteggiamo la nostra mente dobbiamo essere consapevoli di non avere grandi aspettative, perché, in quanto principianti, ci dobbiamo accettare nello sviluppo mentale, cosi la mente non si chiude in sé, si amplia, spazia accettando gli altri, così la nostra mente si amplia sempre più.

Ascoltando gli insegnamenti di Dharma possiamo essere felici, avere meno conflitti nella nostra mente e, capendo meglio, la mente può essere più felice. Tuttavia, essendo poco addestrato, posso cadere nel pessimismo, pensando che la mia mente non si sviluppa, anzi rimane bloccata, allora cosa è bene fare? L’obiettivo è d’avere una visione ampia, estesa, a lungo termine, con una mente spaziosa e coraggiosa, potente, aperta in modo da rendere più sicura la nostra strada. Si tratta d’avere flessibilità mentale, una mente calma. Quando non si è saggi nel pensare, si diventa troppo rigidi, chiusi in sé: è importante sapere come saper affrontare le diverse situazioni. Lo scopo d’avere una calma, costante, potremo conseguirlo a lungo termine, in modo graduale, conseguendo una mente aperta sempre più. È molto importante iniziare il nostro cambiamento interiore da ciò che riteniamo che ci risulti più facile, lasciando al dopo quello più difficile. Così affineremo le nostre abilità di pensiero, con conseguente più sviluppo mentale, più saggezza, così avremo la possibilità di generare la rinuncia, l’emergenza definitiva, il secondo http://www.sangye.it/altro/?p=489 Aspetto Principale del Sentiero, la mente altruistica, ed il terzo degli Aspetti Principali del Sentiero: la vacuità.

Così raggiungeremo i nostri scopi, ma senza fretta, con calma, ma senza procrastinare, ma anche senza stressarci.

Così vi ho illustrato i miei consigli

Domanda. La prima sofferenza, la sofferenza della sofferenza, è solo fisica od anche mentale?

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel. Lo sono entrambe, le tre classe di sofferenza hanno ricadute negative sia fisiche che mentali.

Colophon

Questa prima bozza d’appunti, a cura del Dott. Luciano Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Programma Free Dharma Teachings per il beneficio di tutti gli esseri senzienti, sui preziosi insegnamenti del Ven. Ghesce Tenzin Tenphel, è da ritenersi provvisoria, quindi lacunosa, con possibili errori, nonché imperfezioni, anche rilevanti, e non rappresenta affatto una trascrizione letterale delle parole che il Ven. Ghesce Tenzin Tenphel espresse direttamente o tradotte dal tibetano in italiano da Lotzava Sherab Sherpa, ma semplicemente un limitato spunto di riflessione.

 

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