Ven. Gheshe Tenzin Tenphel: L’arte buddista di saper morire

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel: Cosa ci porta a deprimerci rispetto ad un problema? È pratico? È funzionale?

 Insegnamenti del Ven. Gheshe Tenzin Tenphel al Centro Tara Cittamani di Padova 7–8.12.02 sul tema: “L’arte buddista di saper morire”. Le potenzialità e le ricchezze della rinascita umana. Acquisizione di consapevolezza. La natura della mente. Trasformare la nostra mente. La perseveranza.

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel

Il tema principale dell’incontro di questo fine settimana sarà l’esaminare quelle che sono le potenzialità e le ricchezze insite nella rinascita umana, per poter rivalutare la nostra vita. Lama Tsong Khapa scrive: “Questa base preziosa della nascita umana è di maggior valore di una gemma che esaudisce i desideri”.

Questo dovrebbe essere un punto di riflessione nel senso che in questa rinascita, che metaforicamente viene comparata ad una pietra preziosa che può esaudire qualsiasi desiderio, c’è grandissima ricchezza. In generale, quando si prospetta l’incamminarsi in un percorso spirituale, si tratta di adottare uno stile di vita e di stili di vita fondamentalmente ce ne sono di due tipi: uno virtuoso e uno non virtuoso.

Ora, in entrambi i casi, durante la nostra vita possiamo commettere degli errori. Questi errori possono essere commessi per via dell’ignoranza; disconosciamo quelle che sono le meccaniche della realtà e quindi, in qualche modo, commettiamo degli errori. Altre volte, sebbene si conoscano le varie dinamiche, per via di abitudini passate, commettiamo comunque gli stessi sbagli. In ogni caso la conoscenza è estremamente importante perché è sulla base di essa, sulla base dell’aprire l’occhio della nostra mente sul mondo, che possiamo limitare i nostri errori e possiamo agire in modo più congruente alla realtà. Da quando l’uomo ha cominciato a interagire con se stesso e con il mondo, cerca di apportare sostanziali cambiamenti alla natura e all’ambiente. Ciò viene identificato come progresso finalizzato ad aumentare il benessere. Paradossalmente, sebbene il livello di progresso materiale sia arrivato ad un punto di grande tecnologia, il proporzionale benessere o la proporzionale felicità che dovrebbe derivarne non è equilibrato, non è congruente. Siamo manchevoli di un progresso mentale interiore che possa andare di pari passo, che possa essere proporzionato, equilibrato, al progresso materiale; ed è questo scompenso, questo disequilibrio che produce una grande abbondanza di alta tecnologia esterna; poiché, però, questo progresso corrisponde ad una immaturità interiore il risultato è che non siamo felici, non siamo soddisfatti.

Ecco quindi che se ci proponessimo di equilibrare questi due ambiti, un ambito prettamente materiale, fisico, più tangibile del nostro individuo e dell’ambiente in cui viviamo con un benessere e un progresso interiore, di mente e di cuore, allora veramente si potrebbe giungere alla completezza dell’essere umano. Se si potessero portare questi due progressi ad un livello equiparabile, allora l’interazione tra la materia e lo spirito potrebbe aver luogo.

La ragione per la quale l’essere umano si è spinto ad arricchire il mondo materiale e quindi utilizzare, controllare, dominare e far progredire il mondo esterno-materiale è per assicurarsi una maggiore felicità, un maggiore comfort che naturalmente potesse indurre un maggior benessere interno, una maggiore felicità interiore. E per quale motivo tutto ciò non è corrisposto ad un’educazione, ad una fioritura del nostro mondo interiore che potesse considerarsi equiparabile al progresso esterno!? È semplicemente per il fatto che l’utilizzo, il dominio e l’interazione con il mondo esterno è molto più istintivo, naturale, poiché esso è oggetto dei nostri sensi. La mente, seppur esistente, esula dal nostro elementare campo di indagine. Non riusciamo effettivamente a carpire l’entità della nostra mente in un modo altrettanto automatico come facciamo con gli oggetti a noi esterni, con ciò che possiamo vedere, toccare, gustare, sentire, ascoltare. Per questo la mente non ha avuto quella attenzione che avrebbe dovuto avere.

E’ per il fatto che l’essere coscienti della nostra mente e il coltivarla in modo opportuno sono operazioni piuttosto difficili da attuarsi, che il progresso materiale ha avuto da secoli questo grande slancio, ottenendo risultati estremamente rilevanti. In realtà la grande tecnologia che abbiamo ottenuto nel mondo materiale dovrebbe essere d’aiuto per comprendere meglio il paradosso: malgrado si sia riusciti ad organizzare, strutturare la vita in un progresso materiale di grande risonanza, di grande importanza, non siamo però riusciti ad ottenere uno stato di soddisfazione quanto meno decente.

Appare dunque un’incongruenza: sembra che tanta più tecnologia, tanto più benessere “esterno” riusciamo a costruire, tanto più vuoto, tanta più insoddisfazione viviamo nel nostro mondo interiore. Ci sono sempre più persone insoddisfatte che lamentano problemi mentali, poco dominio mentale, poca ricchezza interiore in modo sproporzionato a quanto sia invece il progresso esterno.

Ed è da questo paradosso che dovremmo ricominciare a rivalutare il nostro indirizzo, cioè l’orientamento dell’essere umano; per quanto giustificato nel ricercare un benessere esterno, l’uomo dovrebbe quanto meno riequilibrarsi ricercando un progresso interno. Ecco perché è importante coltivare la nostra mente.

E’ talmente assorbente il nostro orientamento verso l’esterno che, in realtà, se ci riflettiamo bene, durante le ventiquattro ore la nostra mente è continuamente occupata a creare strategie e moduli di comportamento – mentali, fisici e verbali – per poter assicurare un maggior benessere esterno. Anche alla sera, poco prima di coricarsi, gli ultimi pensieri sono ancora rivolti a come vivere meglio la nostra vita “esterna”. Ventiquattro ore al giorno il nostro orientamento, la nostra direzione è verso l’esterno. È un’estroversione piuttosto che un’introversione.

Sarebbe molto più auspicabile se perlomeno una piccola porzione del nostro impegno fosse diretto verso l’interno, fosse dedicato al coltivare un ambiente mentale più salubre. Questo avrebbe un effetto anche nel nostro modo di agire. Quindi, ironicamente, tanto più ci isoliamo dal coltivare un mondo interno più salutare, tanto meno saremo efficaci rispetto a quello che è il nostro obiettivo da sempre, quello di essere più felici con ciò che esiste fuori da noi. C’è quindi bisogno di un equilibrio, di un bilanciamento di questi due aspetti della nostra vita; quantomeno cercare di aprire una finestra sulla nostra mente e dedicare un po’ di tempo a coltivarla. Per essere più pratici, osservate la vostra vita quotidiana e guardate quale proporzione delle vostre sofferenze si deve alla vostra mente, quanto si deve alle varie dinamiche mentali. Pensate a quanto delle varie angosce, paure, sofferenze, disagi che avvertite durante la giornata si origina da dentro di voi. Quanto c’è, quanto viene prodotto dalla mente nell’interagire con una situazione difficile, quanto la mente crea, quanta angoscia, impotenza, paura, rabbia la mente può creare rendendo ancora più gravosa quella situazione e quindi amplificando paradossalmente la difficoltà già esistente in termini oggettivi!

Guardate nella vostra giornata e vedrete quante volte la vostra mente scappa dal vostro controllo, entra in strategie di pensiero abituali, istintive; queste creano, amplificano dolore, maggiore tensione; alterano uno stato equilibrato, lucido della mente e questo vi induce sbagli, vi fa commettere errori di comportamento con le altre persone, nel lavoro ecc. Tutto ciò deriva dal fatto che la mente non è coltivata ed educata. Fino a quando la nostra mente non è educata seguirà il flusso abituale,

ancestrale, di comportamenti non sempre congruenti ed efficaci. Il cambiamento comincia quando voi vi rendete conto della sofferenza che viene indotta da questa ineducazione mentale, da questa analfabetizzazione. Nel momento in cui ci rendiamo conto di quanto la poca educazione mentale crea problemi, rabbia, invidia, gelosia, facendoci dominare da stati mentali di poca efficacia e di grande oscurazione; quando cominciamo a comprendere la profondità e l’ampiezza di questa sofferenza, di questo malessere indotto da una mente poco educata, allora il nostro programma di trasformazione comincia poiché gli stati della nostra mente sono assolutamente gestibili.

Una cosa che viene data per scontata dalla maggior parte delle persone è che quello che accade è quello che è. In realtà non è quello che è, ma è quello che è sempre successo, ma non per questo deve ripetersi di nuovo. La mente instaura delle strategie, adotta dei meccanismi che sono dovuti ad un certo passato, ad un certo background. La mente è assolutamente gestibile e trasformabile. Se si tengono a mente questi due fattori: uno, il fatto che una mente disorganizzata, diseducata, crea problemi e l’altro, che l’educazione è assolutamente possibile, plausibile ed è assolutamente legittimo poterla adottare, allora il nostro programma, il nostro cammino, il nostro percorso spirituale, ha inizio.

Per esempio: la rabbia. La rabbia è uno degli stati mentali che più evidentemente crea malessere, perché induce poca lucidità, fa agire in un modo irrazionale, spesso è la causa per degenerare rapporti con voi stessi e con gli altri. Nel momento in cui vi rendete conto dello spettro di danno che viene causato dalla rabbia, allora vi potreste chiedere fino a quando volete sopportare questo, fino a quando cioè tollererete che la rabbia domini la vostra vita e quindi induca ripetutamente dolore e causi danno e malessere. La rabbia non è un evento unico e originale che accade in una particolare giornata o in un anno della nostra vita; è una condizione che per via delle situazioni viene quasi automaticamente a generarsi. Questo fattore mentale, questo stato emotivo, crea danno ogniqualvolta viene a generarsi. Fino a quando vogliamo sperimentare questo malessere?

La rabbia che ha questa entità di oscurazione inizia con un’alterazione mentale che annebbia la lucidità della mente e rappresenta una risposta emotiva al dolore; il punto è che questo tipo di risposta oscurante non viene di per sé ad evaporare; questa strategia non viene abbandonata dalla mente, viene anzi riprodotta ogni volta che sopraggiunge quello stimolo particolare.

Quindi, l’unico futuro che ci aspetta è che la persona collerica diventerà sempre più collerica, la persona che ha rabbia diventerà sempre più rabbiosa e così via. La rabbia non ha una modalità di autoesaurimento. È un continuo ripetere la stessa strategia che può dar adito solo al rafforzarsi della stessa dinamica, non certo ad un indebolimento. Il risultato di questo è che le persone che si sono abituate, che hanno fatto propria una strategia di grande collera, di grande rabbia, si arrabbiano, si adirano per nulla; basta semplicemente che inciampino su un sasso e subito se la prendono in un modo assolutamente feroce. La rabbia, essendo una strategia abituale da molto tempo, prende il sopravvento in un modo automatico e molto veloce. La rabbia, ripeto, darà adito ad un unico risultato, che è quello di incrementarsi. Ci si abituerà quindi alla collera e la mente farà propria questa dinamica, questa modalità di azione. E la rabbia in realtà, come altri fattori di poca efficacia, si appropria di uno spazio mentale e proprio questo suo appropriarsi riduce la nostra libertà. Nel momento in cui la nostra mente è sotto l’influenza della rabbia, la rabbia ci sottrae una libera decisione, ci sottrae una libera scelta; quello che noi dovremmo cercare di fare è cercare gradualmente di togliere il campo d’azione a questo tipo di attitudine. La rabbia, la collera è solo un tipo di modalità, è solo un tipo di strategia che la mente ha adottato come risposta ad un determinato stato. Ma è solo un esempio.

Ci sono stati di angoscia, di paura, di depressione, c’è l’invidia, c’è la gelosia. Gli stati di depressione o gli stati di infelicità mentale ad esempio, sono anch’essi i risultati di un particolare percorso che la mente ha adottato; dovremmo cominciare ad essere più coscienti della procedura che la mente adotta per poter raggiungere paradossalmente il risultato di sentirsi infelice e l’essere coscienti di questo comincia dal capire quanto possa essere vano questo lavorio della mente.

Cosa ci induce a reagire con infelicità, con depressione, con un sentimento di incapacità, di mancanza di autostima, ad una determinata situazione? Cosa ci porta a deprimerci rispetto ad un problema? È pratico? È funzionale? È produttivo sentirsi in quel modo davanti ad una situazione di oggettiva difficoltà? Normalmente non fa altro che amplificare il problema e immobilizzarci rispetto, magari, ad una possibile risoluzione.

Così anche l’invidia non solo non è produttiva ma non ha fine, nel senso che possiamo sentirci legittimati ad essere invidiosi rispetto a qualcosa o a qualcuno e

questo naturalmente ci crea tensione, ci crea difficoltà. Ora la domanda che ci dobbiamo porre è: fino a quando vogliamo essere invidiosi? L’invidia che sentiamo adesso verso una determinata persona o situazione non si esaurirà nel momento in cui quella situazione viene ad esaurirsi perché l’invidia avrà bisogno solo di un altro stimolo, magari una differente frequenza, dopodiché si genererà di nuovo; così per tutta la vita fino a quando l’invidia non diventa più una dinamica propria e riusciamo a scinderci da essa. Quindi, per quanto possiamo concludere un’azione che ci ha prodotto invidia, sarà semplicemente questione di tempo prima di incontrarne un’altra. Queste sono tutte condizioni, sono tutti stati che principalmente ci causano oscurazione, poca lucidità, malessere e ci inducono azioni che spesso, essendo altrettanto oscurate, sono abbastanza maldestre.

Quello che dovremmo proporci è dunque capire quanto sia ampio lo spettro di malessere indotto da queste strategie abitudinarie della mente e adottare un modo per poter neutralizzarle acquistando una maggiore libertà di scelta, un ambiente mentale di più grande salute.

Molto pragmaticamente: tutti noi vogliamo la felicità e non vogliamo la sofferenza. Non vogliamo la sofferenza eppure siamo estremamente abili a crearcela da soli; non abbiamo bisogno di condizioni esterne per stare male, anche se fossimo dentro una stanza insonorizzata, la nostra mente troverebbe il modo di creare dolore. E’ veramente strano. Cerchiamo la felicità e vogliamo evitare la sofferenza eppure è come se fossimo programmati per crearci dolore anche se non ci sono le

condizioni esterne. Ora pensateci, riflettete su quanto dolore, su quanto malessere viene creato da una diseducazione mentale; quanto poco siamo versati nel nostro ambito interiore, quanto poco sappiamo maneggiare la nostra mente e anzi, viceversa, quanto questi vari meccanismi si impadroniscono di noi; spesso sono meccanismi maldestri che danno adito a dolore in un modo assolutamente involontario e quindi sfuggono al nostro controllo, semmai si abbia avuto una volontà di controllarlo o se mai si sia stati coscienti di poterlo fare.

Pensiamo a quanto malessere viene indotto dall’attaccamento, dal fatto di ricercare spasmodicamente una situazione, una persona o un oggetto e essere incredibilmente attaccati a questo, naturalmente nutrendo delle aspettative che nella maggior parte dei casi sono infondate. Oppure quanto malessere viene generato dalla rabbia e da questo esagerare i difetti e l’intollerabilità rispetto ad una determinata situazione, una persona o un oggetto e quanto questo amplifichi il dolore, crei maggiore alterazione. Se riuscite a fare un conteggio immaginario, vedrete come questa somma di malessere, di disagio sia effettivamente la proporzione maggiore di dolore che voi avete comparata alle difficoltà che quotidianamente, da un punto di vista oggettivo, sensoriale, avete dal mondo.

Se la proporzione è maggiore nel senso che la nostra mente, a prescindere da quelle che sono le condizioni e le difficoltà esterne, crea dolore, crea danno, allora è venuto probabilmente il momento di assumere maggiore coscienza e di scegliere ambienti mentali più efficaci, creando “una dieta mentale” più salubre…. ne va della nostra vita, nel senso che la nostra vita non è altro che tempo. La vita è anni e gli anni sono mesi, giorni, ore, minuti, secondi. In realtà non è che voi vivrete una vita, la state già vivendo. Il consumarsi del tempo è la vita, è il vivere la vita.

Quindi la qualità con la quale voi vivete il vostro tempo, cioè vivete i minuti, le ore, i giorni, è in realtà la qualità della vostra vita. Non ci sarà un’altra vita che vivrete separatamente dal passare del tempo. Magari ci fosse ma non c’è. Desidererei tornare ad avere 15 anni ma per quanto lo possa desiderare non posso tornare ad averli e sarebbe molto più auspicabile vivere i miei 15 anni così come i 30 o i 40 nel modo migliore affinché poi non ci si debba pentire. Il fattore che determina la qualità del nostro vivere la vita, quindi del passare del tempo, è con quanta coscienziosità e con quanta abilità lo si faccia e questo ha molto a che vedere con la qualità della nostra mente, con l’ambiente della nostra mente.

Noi avremmo tutte le possibilità per poter gestire la nostra vita, il nostro tempo in modo più opportuno traendone maggior beneficio, vivendo in un modo molto più felice e sereno e questo perché siamo senzienti.

Una delle cose che contraddistingue la natura umana da altre forme di vita è il fatto che in qualche modo utilizziamo la nostra mente in un modo e a volte lo facciamo in maniera intelligente; il fatto è che abbiamo la potenzialità di poterlo fare sempre, avremmo cioè la potenzialità di capire dai nostri errori e quindi apportare dei cambiamenti per un maggiore benessere.

Questo poter adottare delle strategie migliori è una delle più grandi risorse dell’essere umano comparate ad altre forme di vita. Allora è questo in realtà che può rendere questa vita preziosa quanto un gioiello che esaudisce i desideri. Il gioiello che esaudisce i desideri è nelle vostre mani; non è qualcosa di intrinsecamente dovuto all’esistere come esseri umani. Voi potete essere degli esseri umani e non essere assolutamente preziosi per voi stessi; potete diventare delle gemme per voi stessi e la cosa che determina la preziosità o la mancanza di valore è che voi sappiate gestire la vostra vita per darvi più felicità ed essere più sereni. Quindi in realtà, quando si dice che la vita è preziosa – abbiamo cominciato

questo incontro con una citazione che dice: “la vita umana è preziosa più di un gioiello che esaudisce i desideri”– è perché con il tempo che voi avete a disposizione (che è ciò che costituisce la vostra vita umana dotata di facoltà peculiari che sono privilegi dell’essere umano) potete effettivamente vivere ogni giorno, ogni ora, ogni anno come dotati di un gioiello che esaudisce i desideri.

D’altro canto se non si vive con questo tipo di coscienza, se non si è coscienti del fatto che si può veramente trarre molto da questa vita e invece si lascia che la vita scivoli via dalle dita in un modo non curante, allora effettivamente questo gioiello lo si spreca e si ha semplicemente tempo.

Pensateci bene: non dico tutti ma buona parte degli esseri umani non considera la propria vita, cioè il tempo che costituisce la vita, prezioso quanto una gemma.

La persona si dispera di più se perde del denaro piuttosto che il proprio tempo! La preziosità per la maggior parte delle persone non sta nel proprio tempo, e ciò sebbene il denaro sia solamente un fattore che da la possibilità di utilizzare il proprio tempo in un modo saggio, niente di più. La maggior parte delle persone, invece, attribuisce un valore intrinseco al denaro molto più elevato di quello che attribuisce al proprio tempo, alla propria vita. E questo è uno degli aspetti più ncongruenti e paradossali degli esseri umani. Fin quando non vedremo il tempo, i minuti, la nostra vita come qualcosa di importante allora l’importanza e il valore li attribuiremo a cose che così importanti non sono.

Vi faccio una domanda: secondo voi è più importante meditare cinque minuti, “perdere” cinque minuti di meditazione per migliorare la propria mente o perdere 100 euro? Ci scommetto che dareste via i cinque minuti per i 100 euro. E sapete che cosa succede? Che cinque minuti si aggiungono a cinque, e cinque a cinque e vi scorre via la vita. Così alla fine avete i cento euro ma avete perso la vita. Il punto è che disgraziatamente è difficile poter sondare la difficoltà con cui questa vita è venuta a crearsi; diamo cioè per scontato che stiamo vivendo. Non ci rendiamo conto di quanto difficile sia nascere in questo modo, nascere cioè come essere umano con queste facoltà. In realtà la vita umana è così difficile da acquisire e così facile da distruggere.

Ora, quella che noi chiamiamo vita umana è dotata di diciotto caratteristiche. Queste diciotto caratteristiche vengono in generale nominate come otto stati di libertà e dieci stati di ricchezza vedi http://www.sangye.it/altro/?p=2546 .

Per quanto riguarda gli stati di libertà si tratta di esaminare come questa nostra nascita e questa nostra vita prescinda da otto stati di condizionamento che circoscrivono le nostre attività di crescita. Ci sono quattro tipi di condizioni, che sono condizioni non umane, sono condizioni del Samsara o esistenza ciclica in cui eventualmente potremmo prendere rinascita e che assolutamente circoscrivono, nel senso che proibiscono in modo assoluto il proprio progresso interiore. Non danno la possibilità di poter progredire per varie condizioni. Ci sono invece altre quattro condizioni che sono proprio insite nell’essere umano; fanno parte della nascita nel regno umano e circoscrivono il poter operare per acquisire maggiore libertà interiore. Queste sono quindi otto condizioni: quattro umane e quattro non umane dalle quali, se si ha questo tipo di rinascita umana, se si ha cioè quella che viene chiamata una preziosa rinascita umana, si è liberi. Quando si è liberi da queste otto condizioni si ha un raggio abbastanza ampio di libertà da queste condizioni di circoscrizione, di limitatezza. D’altro canto queste sono solo otto caratteristiche. Ce ne sono altre dieci che sono invece condizioni di ausilio, di supporto, rispetto al proprio progredire interiormente. Queste dieci caratteristiche si dividono in cinque condizioni dovute all’esterno o all’ambiente e cinque condizioni invece proprie. Queste dieci condizioni al contrario delle otto precedenti non solamente sono situazioni di libertà, di spazio, di movimento, ma sono anche degli strumenti che possono essere utilizzati per il proprio progresso interiore, per la propria felicità e benessere mentale.

Il fatto di possedere queste otto libertà e dieci ricchezze è ciò che contraddistingue una rinascita da una preziosa rinascita umana. La preziosità sta nel fatto che queste diciotto caratteristiche danno la possibilità di emanciparsi da uno stato di sofferenza, da uno stato di dolore e di ascendere a livelli di maggiore libertà, di maggiore benessere. Il fatto che si possiedano o meno queste diciotto caratteristiche è una questione personale, basta cioè semplicemente conoscerle ed esaminare se noi le possediamo o meno.

Ora questi stati della mente, queste emozioni, come l’attaccamento, la rabbia, l’invidia, la gelosia, non sono degli eventi estemporanei e casuali. Sono il risultato di un combinarsi di condizioni e quindi la reazione della mente ha una particolare meccanica; proprio per questa sua istintiva dinamica di reazione è qualcosa che si instaura naturalmente nella mente. Non pensiamo quindi che questi siano fatti occasionali che non tendono a ripetersi, anzi, sono strategie che la mente fa proprie e che tenderà a generare continuamente e sempre più profondamente causeranno malessere.

La capacità con la quale riusciamo ad emanciparci da questa poca libertà, dal grande condizionamento delle emozioni disturbanti come la collera, l’attaccamento, la gelosia, l’invidia, è il nostro pensare, è il nostro utilizzo della mente. Dobbiamo acquisire coscienza e controllo di questi processi ed emanciparci da questi altrimenti per propria natura tali stati non evaporano, non si estinguono da soli. Si deve apportare un cambiamento per propria volontà.

Il processo o il cammino di cambiamento comincia con una presa di coscienza, cioè con il fattore della consapevolezza, della coscienza delle nostre attività, delle nostre azioni, sia che siano azioni mentali – cioè le nostre dinamiche mentali – sia che siano le espressioni verbali – quindi il modo in cui agiamo attraverso la parola – o le nostre attività fisiche – quindi il modo in cui il corpo si esprime, ciò che compie.

Acquisire coscienza e consapevolezza del nostro modo di agire mentalmente, verbalmente e fisicamente è una condizione sine qua non per dar adito a questa trasformazione. Ed è attraverso la consapevolezza e la presa di coscienza che ci rendiamo conto in un modo più intimo, più intelligibile, di quelle che sono le dinamiche più o meno volontarie che si vengono ad instaurare nella mente, il modo attraverso il quale, fisicamente e verbalmente, si esprimono e ciò a cui danno adito.

Una presa di coscienza, una maggiore, profonda e ampia consapevolezza ci fa rendere conto di come e perché si vengano a generare certi stati emotivi e in che modo poi questi inducano ad azioni, a cosa queste azioni poi portino e quale sia il risultato di questo nostro interagire saggio o maldestro con il mondo e con noi stessi. E’ attraverso questa consapevolezza che possiamo notare queste varie dinamiche e quindi decidere di apportare un cambiamento o meno, cercando di sottrarci all’influenza di questi stati di oscurazione poco efficaci, promuovendo al contrario degli stati di maggiore lucidità, di maggiore salute, di maggiore benessere che diano adito a congruenti attività.

Acquisizione di consapevolezza

Questo processo di acquisizione di consapevolezza deve essere assolutamente graduale; è inopportuno proporsi di poter cambiare le cose dal giorno alla notte perché sostanzialmente la mente ha una natura organica così come il nostro corpo e quindi si de-programma gradualmente, così come altrettanto gradualmente si è programmata ad avere strategie o modalità di comportamento.

Quindi è utopico pensare che proprio per la nostra fretta, dal giorno alla notte il nostro comportamento, fisico, mentale e verbale deve cambiare. Il cambiamento ci può e ci deve essere ma deve essere attuato sulla base di un ritmo graduale in accordo alle nostre capacità attuali. Questo significa che ci dobbiamo proporre degli obiettivi che siano congruenti alle nostre capacità.

Dobbiamo all’inizio cercare di sottrarci o di diminuire l’influenza dei difetti mentali, delle emozioni disturbanti, nel limite delle nostre capacità perché naturalmente se esageriamo non riusciamo ad ottenere quell’obiettivo, e anzi molto facilmente abbandoniamo quel tipo di motivazione.

Se invece ci proponiamo degli obiettivi che siano alla nostra portata, che siano quindi ragionevoli e congruenti alle nostre capacità allora gradualmente nel momento in cui otteniamo questi obiettivi e diventiamo versati in quel tipo di metodo e acquisiamo quella capacità, questa può essere estesa gradualmente. E aggiungendo capacità su capacità riusciamo ad avere maggiore controllo, eventualmente il totale controllo della nostra mente, acquisendo una completa libertà d’azione.

È importante anche valutare la ripetitività quasi involontaria del proporsi di questi stati emotivi perché se comprendiamo il loro effetto dannoso sulla nostra pace, sulla nostra serenità, sulla nostra lucidità, chiarezza, gioia, vediamo anche il loro riproporsi continuamente. Ci renderemo conto che o prendiamo la decisione di cambiare- quindi approntiamo una trasformazione, adottiamo un metodo che possa portare ad un cambiamento definitivo, irreversibile. Oppure c’è un automatico, perverso riprodursi di queste strategie, di questi stati e modalità mentali.

Ora come al solito, lascio spazio alle domande perché c’è tanto da spiegare e quindi potrei prendere tutto il tempo ma credo che sia più produttivo cominciare ad essere più interattivi. Sapere quali sono i vostri dubbi per calibrare il modo di insegnare a quelle che sono le vostre esigenze. Il motivo per il quale lascio spazio a domande è che questo contribuisce ad un utilizzo raziocinante della vostra mente. È importante che creiate dei quesiti e riflettiate su quanto è stato spiegato perché Buddha stesso quando dava gli insegnamenti diceva “non date per scontato che quello che dico io sia giusto, ci dovete arrivare. Il mio imbeccarvi sulla realtà delle cose non produce un effetto come potrebbe prodursi se voi stessi arrivaste a quelle risoluzioni, a quelle comprensioni. Quindi è importante utilizzare la vostra mente. Se arrivate a comprendere che quello che vi ho detto è parzialmente o totalmente di beneficio, allora siete al punto giusto per poterlo utilizzare. Nel caso in cui invece non sentite sia di beneficio non c’è alcuna funzione nell’adottare quello che ho detto. Questo per stimolarvi a ragionare perché è appunto attraverso il vostro ragionamento che riuscite a svelare dei dubbi, a chiarire dei dubbi che magari prima erano oscurati, poco lucidi.

Domanda “Quando si sente una persona estremamente negativa ci si deve chiedere: posso esserle d’aiuto o la elimino?”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel.

Io consiglierei l’aiuto. Ma il punto vero esula dalla domanda. Perché il punto importante non è la prospettiva dell’altra persona ma la propria, cioè: a cosa mi porta l’eliminare questa persona? Che cosa apporta a me, quanto cambio io, quanto beneficio effettivo traggo dall’eliminare quella persona? Non ce ne sarà forse un’altra che mi darà fastidio? Non ci può essere la possibilità che altre sorgano? Io ad esempio potrei avercela con i cinesi. I cinesi sono venuti e hanno raso al suolo il mio paese. Allora io ho due scelte: posso prendermela e quindi desiderare di eliminarli uno ad uno, ma è piuttosto difficile; o mi propongo di eliminare tutti quelli che non mi gratificano dalla faccia della terra oppure forse cerco di cambiare io affinché non abbia quella aspettativa. Cerco di cambiare affinché non sia così esasperatamente urgente di non essere danneggiato o di non essere gratificato. Cioè la prospettiva è differente: le persone ci risultano dannose o moleste perché partiamo dal presupposto di essere difesi e autogratificati. Noi ci vogliamo gratificare e non vogliamo essere danneggiati; abbiamo questa magari legittima pretesa, per cui quello che accade sulla base di questo modus vivendi, o modalità di cognizione, è che quelli che non ci gratificano sono persone che ci danneggiano. Abbiamo pertanto due scelte: o ci proponiamo di eliminare tutti quelli che non ci gratificano, perché eliminato uno ce ne sarà un altro, eliminato quello ce ne sarà un altro, oppure si ricerca quale sia la chiave di volta che ci porta a vedere le cose in quel modo. Quale sia effettivamente la ragione per la quale questa o quella persona ci sta dando fastidio. Non sarà qualcosa che abbiamo noi dentro! È forse più produttivo cercare di cambiare quello che mi fa reagire in quel modo, quello che mi fa veramente soffrire, piuttosto che eliminare, fare tabula rasa di quello che è l’esterno anche perché se fosse possibile bene, ma è abbastanza utopico che si riesca a eliminare tutto quello che ci può dare fastidio. Forse è meglio agire all’interno e cambiare quel qualcosa che fa in modo che quella cosa ci dia fastidio. In questa prospettiva è piuttosto difficile che io mi proponga di eliminare i cinesi; a parte che sono molti, ma è molto più produttivo se io capisco la ragione del perché io ho avversione, da dove sorge questa avversione. E’ l’avversione che mi fa star male; non è il fatto che ci siano due miliardi di cinesi viventi al mondo ma è il fatto che io ho avversione, che io ho rabbia.

Nel momento in cui elimino questa oscurazione mentale, ci sono due miliardi di cinesi ma questo non rappresenta più un problema. Allora a quel punto posso anzi sostituire questo ipotetico problema, che è la rabbia, l’avversione, lo sdegno, con degli stati mentali più salutari come la comprensione, l’amore, la saggezza anche nei confronti dei cinesi e a quel punto i beneficiati siamo due. Io perché sto meglio e loro perché sicuramente ricevono più beneficio piuttosto che se andassi là con un kalascnikov. Possiamo scegliere l’altra soluzione, come un DVD, spariamo ad uno ma ne arrivano altri due, facciamo fuori anche quei due?

C’è un incongruenza tra il nostro modo di voler risolvere le cose e il modo in cui le cose vengono risolte. E qual è invece il punto di volta che ci sfugge? È che se eliminiamo il nemico interiore è finita. Poi non abbiamo più nemici fuori.

Domanda Per nemico interiore cosa intende?”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel.

Proprio quello che ho detto prima.

Domanda Volevo concentrarmi sul concetto di sofferenza: non crede che la sofferenza a volte possa essere produttiva? Cioè il fatto che si soffra possa in realtà far capire che certe azioni che hai fatto sono sbagliate. In quel caso la sofferenza può essere considerata una cosa positiva e non negativa?”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel.

Perfetto. La sofferenza è un problema ma anche qualità. E la qualità principale della sofferenza è il dar adito a volerla risolvere. Il fatto di star male è una qualità. Visto che partiamo dall’assioma di non volerlo, questo ci stimola a cambiare per fare in modo che questo non ci sia più. La qualità che io vedo, e che è fondamentale, è quella che spinge ad una soluzione.

Domanda Allora non crede che anche la rabbia sia produttiva a questo punto?. La rabbia verso qualcosa che non va bene, la rabbia verso qualcosa che non ti piace possa essere a quel punto produttiva?

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel.

Se fosse una mossa intelligente, si. Hai dato per scontato che la rabbia ti elimini quel problema. Se lo eliminasse, si. Per risolvere quel problema non c’è bisogno di alterarsi, non c’è bisogno di generare rabbia. Per eliminare un problema non è imprescindibile la rabbia. Per esempio, un genitore molto spesso pensa che sia produttivo e legittimo arrabbiarsi con il proprio figlio perché quello è il modo attraverso il quale il figlio ascolta.

Ma ci sono due cose. Una: è proprio sicuro che il fatto che il genitore si alteri, si arrabbi, che sia proprio quello il fattore che determina che il figlio non faccia più quell’errore? Se è il fatto di arrabbiarsi verso il figlio, se è quello il fattore che libera il figlio dall’errore, come mai c’è la possibilità che lo rifaccia di nuovo? In più, spesso, si apprende di più quando la mente è tranquilla e in generale la rabbia non pone mai tranquilla la persona davanti. Parlando invece dalla prospettiva del genitore, fino a quando si vuole arrabbiare, cioè si è posto un limite? Anzi quello che accade è che il genitore genera non volutamente una strategia, una modalità, che vincola quella attività del figlio al suo stato emotivo di rabbia. E ogniqualvolta il figlio commetterà quell’errore non c’è alternativa, lui si arrabbia. E vedo in questa meccanica un problema. Il fatto che tanto più il figlio commette quell’errore, tanto più il genitore si arrabbia. Vedo i problemi aumentare non risolversi.

(Andrea Cappellari. Se posso fare un inciso, perché talvolta qualcosa può sfuggire. Vedete, nel Tibetano, il generarsi della rabbia non è qualcosa di volontario. Si utilizza il verbo svegliarsi, alzarsi, manifestarsi. Cioè, il genitore volontariamente non si arrabbia, è arrabbiato, subisce la rabbia. Vi faccio questo inciso per farvi capire che la rabbia non è qualcosa che si genera volutamente, è il risultato di una strategia involontaria. Vi sto dicendo questo, scusate se intervengo, perché in realtà c’è saggezza in tutte e due le domande. Come occidentale capisco il perché della domanda. Perché dobbiamo scindere. Una cosa è un atteggiamento severo e un’altra è l’essere rabbioso. Una persona, pur essendo dominato dalla rabbia può essere assolutamente indifferente come atteggiamento esterno. La rabbia domina. L’atteggiamento severo è qualcosa di dovuto. La rabbia è un problema perché il genitore non comanda, non domina la rabbia, non è un’energia che fa nascere funzionalmente a quello che deve fare. La rabbia sorge non è che la persona la fa sorgere. Allora bisogna fare la distinzione tra quello che è l’utilizzare la severità anche estrema e quello che invece è essere dominati da uno stato mentale emotivo. Questo è il punto. Gheshe-La ha detto “se fosse produttivo farsi dominare dalla rabbia, bene”. Il problema è che il postulato di base è incrinato. Quando tu sei dominato non controlli più, non puoi dirigere quello che stai dicendo.)

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel.

Quanto può essere produttivo? Finché il bambino è piccolo gli si urla e per l’apparenza e l’aspetto di severità, finché è piccolo, non reagisce. Ma cosa accade se dopo anni di rabbia, quando è un po’ più grosso, al primo istante di rabbia non ti ascolta più? A quel punto la strategia è inutile, non ti serve più. Magari ti sei arrabbiato vent’anni, diciotto anni, e non ti serve più perché non hai più quell’effetto che volevi. Anzi forse hai triplicato i problemi.

Ora con questo non vi sto dicendo che il modello è quello del genitore permissivo. Sto dicendo che il genitore deve avere il controllo su di sè, cioè il genitore deve avere libertà dai difetti mentali. Nel momento in cui è libero dai difetti mentali è libero anche di avere un atteggiamento permissivo o severo, molto severo anche.

Però è libero dal difetto mentale, non è dominato dal difetto mentale. Anche perché il figlio è naturalmente, istintivamente, dominato dal difetto mentale; e allora….ci si mette a far la gara a chi è più dominato dai difetti mentali? Tra l’altro, se il genitore è libero dal difetto mentale e adotta in modo congruente alla situazione atteggiamenti permissivi, comprensivi o severi accade che quando il figlio è grande avrà appreso naturalmente non solamente le modalità di comportamento ma anche il contenuto, cioè avrà assorbito la comprensione, la saggezza. Quando diventerà adulto sarà quella la modalità di comportamento che attuerà. Perciò sarà rabbioso e ottuso come lo è stato il genitore oppure sarà saggio e calibratore come è stato il genitore; questo perché il bambino è una spugna, prende quello che riceve.

E quindi la struttura di un giovane è molto nelle mani del genitore, è una piena responsabilità del genitore e non solo nella modalità di educazione ma soprattutto nel vero contenuto. Che cosa c’è nella mente del genitore quando parla con il proprio figlio o quando agisce con il proprio figlio? Si assorbono tutti e due: sia quello che c’è sia come lo si esprime.

Domanda. E il figlio? Se il genitore ha l’autorità di esercitare la rabbia, cosa deve fare il figlio? Qual è la prospettiva del figlio?”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel.

Che ci pensi il figlio. Non scommetterei nulla su un risultato positivo di un discorso o di un’azione di un genitore dominato dalla rabbia. Il problema principale di tutti, sia con se stessi che con gli altri, è il disconoscere, è il non sapere. Allora, il non conoscere se stessi, nel caso del genitore, nel caso del figlio, è un grosso problema. E non conoscere ciò che reciprocamente si fa anche questo è un problema. Se ci sono molti segreti da parte del figlio verso il padre o viceversa da parte del padre verso il figlio, ci possono essere dei problemi perché le due menti non interagiscono sulla base di una conoscenza chiara, sono oscurate. Ci sono molte parti oscure dalla parte del figlio e dalla parte del padre, per cui siccome i nostri comportamenti sgorgano da ciò che conosciamo se conosciamo una parzialità della realtà l’uno dell’altro, i nostri comportamenti, le nostre azioni, saranno altrettanto parziali e ipoteticamente maldestre.

Domanda Volevo tornare un attimo sul concetto di quello che è la negatività fuori da noi”. Negatività che può essere di una persona, di un fatto, di una situazione, ma anche di uno stato generale di cose. Negatività in senso lato. Allora, mi sta bene l’idea di consapevolezza, di educare la mente a cambiare prospettiva. D’altra parte, però, c’è il rischio di diventare troppo passivi. Se mi educo troppo a cambiare prospettiva, a farmi accettare certe situazioni, non perché sono negative ma perché dico se cambio prospettiva non sono più negative, rischio di diventare troppo passivo e di approvare uno stato di cose che non sta bene. Non va bene eliminare però dico che ci sarà una via di mezzo per essere propositivo e per cambiare certe realtà. Quindi il rischio di cambiare troppo spesso prospettiva, di essere troppo duttili, potrebbe essere a mio avviso pericoloso. Secondo me esiste la mezza strada; cambio prospettiva però ad un certo punto cerco anche di cambiare quella realtà o di intaccare quella realtà”.

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel.

Bravo. È un bel pensare. Ma tra la nostra mente e quello che accade fuori di noi c’è una grande relazione, c’è un grande vincolo. Gran parte di quello che noi vediamo, gran parte delle nostre percezioni non sono in realtà obiettive, hanno molta parzialità. E la proporzione con la quale la nostra modalità di cognizione del mondo viene a strutturarsi, viene a crearsi, è molto più spesso dovuta alla mente che a quello che accade fuori. Cioè, c’è molta più soggettività in quello che vediamo che oggettività. Per essere pragmatici, non tutte le persone che non ti piacciono non piacciono anche a me. Spesso la stessa persona può essere odiata da uno e amata dall’altro. Questo è segno, sintomo, del fatto che noi vediamo ciò che la nostra mente vuole farci vedere. Non vediamo quello che è fuori, ciò che appare alla mente – il fatto che questa persona sia odiosa e che deve essere eliminata – non è oggettivo. È un nostro modo di percepire non è un modo di esistere. Quindi l’assioma decisivo è che noi non vediamo quasi mai come stanno le cose fuori. Ed è qui che vi troverete d’accordo: il punto è che il processo interiore non serve a fare in modo che tutte le cose ci risultino piacevoli ma serve a fare in modo che tutte le cose ci appaiano così come sono. Quello che stiamo cercando di fare non è quello di mettere un paio di occhiali rosa alla mente ma è quello di togliere gli eventuali filtri che la mente ha, perché la mente veda come sono effettivamente le cose.

Per farvi capire in modo molto pratico ed elementare quanto noi siamo interattivi con l’esterno: appena cambia il tempo, noi spesso ci ammaliamo. Questo dovrebbe sottolineare quanto siamo così permeabili e interdipendenti con quello che avviene all’esterno, fuori di noi. E quello che cercavo di sottolineare è che l’osservazione del mondo esterno è indispensabile così come imprescindibile è l’osservazione della mente, del mondo interno. Ci dovrebbe essere un equilibrio, non chiudere le porte con l’esterno per guardare solamente dentro, ma fare in modo che ci sia un bilanciamento, un equilibrio, tra questo univoco e unilaterale esame del mondo esterno e una completa cecità di quello che avviene dentro. Cioè che ci sia un equilibrio, una comparazione tra le due cose.

E per concludere, tanto più la natura della mente è libera da queste oscurazioni, da questi difetti, da questi modi percipiendi molto soggettivi, tanto più vede in modo oggettivo le cose che ci sono fuori. Tanto più la mente è libera, lucida e trasparente, tanto meglio vede quello che esiste fuori. Perché in realtà tutto quello che esiste dipende dal nostro interagire con la mente.

(Andrea Cappellari: Gheshe-la ha detto solo questo ma visto che ci sono 25 anni di filosofia dietro capisco cosa lui sta dicendo. Lui sta dicendo: tutto quello che esiste fuori dipende da un operare mentale, tutto quello che appare alla mente dipende da come la mente funziona. Un neurobiologo ve lo spiegherebbe nel senso che tutto quello che accade fuori non è altro che la traduzione che il cervello fa di impulsi che riceve. Quindi, voi il colore lo vedete ma il colore che vedete non esiste fuori dove voi lo vedete. Il colore rosso non è mai esistito dove voi lo vedete. È il modo in cui il vostro cervello traduce gli impulsi che il nervo ottico ha ricevuto dall’esterno. Il colore rosso non esiste così come non esiste il quadrato, la sfera, così come non esiste il caldo e il freddo. È il modo in cui il nostro sistema nervoso traduce questi impulsi esterni. Per cui in realtà il mondo che noi pensiamo sia lì fuori è qua dentro, e lo è sempre stato. Da un punto di vista un po’ più maneggevole, tutto quello che voi vedete, tutto quello che voi sentite, ha molto a che fare con la mente. Perché la mente agisce, interagisce con questo.)

Domanda Ma a questo punto bisogna un po’ distinguere tra mondo esterno e mondo interno. Perché se si parte dalla distinzione del mondo esterno e del mondo interno e dell’importanza di entrambi i mondi per crescere, per poter fare un proprio cammino, un evoluzione e poi mi dice che in realtà il mondo esterno non esiste perché noi lo vediamo esattamente come lo elaboriamo allora a questo punto posso pensare che l’invasione dei cinesi nel Tibet è un modo di vedere le cose, non è realtà. A questo punto mi domando dov’è il mondo esterno? Perché è una contraddizione secondo me. O c’è o non c’è. Se si tratta dell’importanza dell’interazione tra i due mondi, e io sono più che convinta di questo, cioè che sono fondamentali tutti e due e sono della stessa importanza entrambi, bisogna fare molta attenzione alle conclusioni a cui si arriva, perché mi sembra un po’ una contraddizione”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel. Il mondo esterno c’è ed è elaborato dalla mente. C’è. Voi ad esempio mi state guardando tutti. E quando mi vedete dite: “lui è Gheshe-la. Eppure, quello che voi vedete non è mica Gheshe-la. È il corpo di Gheshe-la. E quello che voi vedete è un vestito di Gheshe-la. E allora non c’è Gheshe-la? Si, che c’è. È quello che voi avete denominato. È una denominazione.

(Andrea Cappellari: Gheshe-la ha detto due cose, in modo molto sintetico: il mondo esterno c’è ed è elaborato dalla mente. Le due cose non sono contraddittorie. Prima ho sentito che tu avevi detto: “ma se è elaborato dalla mente allora non c’è. Se è tutto una mente, allora non c’è”. Gheshe-la ha detto: il mondo esterno c’è ed è elaborato dalla mente).

Domanda Si ok. Allora nella soluzione dei problemi esisteranno degli aspetti che sono esterni a noi che devono per forza interagire con qualcosa di interno a noi”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel.

Si, esatto. Nella risoluzione dei problemi bisogna sempre tener presente che

c’è l’esterno altrimenti se si pensa che è solamente un ambiente mentale in toto allora non esiste la risoluzione dei problemi perché i problemi non ci sono esternamente. Non è così, le cose ci sono. È il nostro modo di vedere che è leggermente differente. Le cose ci sono ma è come le vediamo che deve essere in qualche modo lavorato.

Domanda Si, io intendevo dire che la convenzione è indispensabile. Se io non ho un linguaggio convenzionale non comunico con gli altri. Il mio ponte tra me e gli altri viene interrotto. La convenzione è normale che ci sia, se no non comunico con gli altri. Non è che io sia negativa.”

(Andrea: Il discorso di Gheshe-la non è negativo nè positivo. Gheshe-la è molto pragmatico, il Buddismo è molto pragmatico.)

Domanda Generalizza molto secondo me.”

(Andrea Cappellari: scusa, ti contraddico io. L’esame che ha fatto è stato molto specifico, pragmatico e pratico. Ha detto: voi mi vedete? E non c’è stato nessuno che ha detto: no. Tutti ti vediamo. E sapete che sono Gheshe-la? e tutti avete detto: si. E dov’è Gheshe-la? E tutti avete detto: è qua. E poi Gheshe-la ha detto: no, qua c’è un corpo)

Domanda Ma infatti per convenzione si intende il corpo, e nel corpo la mente. La mente la conosci..”

(Andrea Cappellari: questo è molto generale. Gheshe-la è pragmatico, non ha teorizzato, È partito dalle vostre percezioni. Ha detto: che cosa vedete? Gheshe-la. E allora ha detto: trovatemelo. Questo è un corpo e questi sono dei vestiti. Quello che sto cercando di farvi capire non è che Gheshe-la ha ragione e lei ha torto. Non è questo. Quello che sto cercando di farvi capire è che la direzione, l’orientamento di Gheshe-la è essere conciso e pratico. Vuole farvi riflettere su un paradosso. Quello che Gheshe-la voleva farvi capire non è la teoria che sta dietro al paradosso, ma il paradosso. Voi vedete Gheshe-la ma lì dove lo vedete non c’è. È un paradosso, non si tratta di filosofare. Non c’è niente qui che sia Gheshe-la. Gheshe-la ha detto: dov’è Gheshe-la? Qui c’è quello che si chiama Gheshe-la, cioè il nome. Quindi sebbene voi lo vediate, Gheshe-la è una denominazione, che è vero, è esattamente come hai detto tu, è una convenzione. Quello che volevo farvi capire non è che lei sia in errore e lui nel giusto o il contrario ma il fatto che Gheshe-la in un modo molto pragmatico voleva far vedere il paradosso percettivo. La nostra modalità di cognizione alla quale appare qualcosa pur se quel qualcosa così come appare non esiste. Questo è il paradosso. Alle volte il modo di parlare dei Lama è finalizzato a far fibrillare le nostre cognizioni, è scuotere quello che noi diamo per scontato come valido).

La natura della mente

I metodi che possiamo usare per trasformare la nostra mente, per diventare un essere migliore, sono sicuramente molti, però si fondano tutti su un esercizio costante e ben organizzato. L’organizzazione di questo processo che trasforma la nostra mente si basa su un fondamentale criterio che è quello di motivare le proprie azioni e poi dedicarle.

Il trasformare la nostra mente non è un metodo così casuale ma utilizza una modalità. Questa modalità è porsi un obiettivo e perseguire questo obiettivo motivandosi e poi concludere la nostra azione indirizzando o concludendo o sigillando questa azione con una dedica.

Questi due poli devono essere sempre presenti a prescindere dalla nostra capacità di applicarci in questa trasformazione mentale. Prescindendo dal livello spirituale in cui siamo ora, comunque la nostra pratica si diversificherà nelle sue varietà, nei suoi metodi ma si basa comunque su questi due temi. E’ un postulato, un assioma importante, quello per cui tutto deve essere motivato, quindi dobbiamo prendere coscienza e consapevolezza di quelli che sono gli indirizzi che diamo alla nostra mente.
In altre parole, fino ad ora la nostra mente ha indirizzato le nostre azioni ma non c’era una coscienziosità nel modo in cui la mente stessa veniva indirizzata. Sarebbe importante invece assumere il controllo di come indirizzare la propria mente perché questo è un motore di azioni molto importante. Quindi costruire delle motivazioni, creare degli obiettivi, è estremamente importante. Una volta che abbiamo completato il nostro risultato o stiamo comunque incamminandoci per ottenere quel risultato, bisogna rivalutare continuamente qual è la congruenza delle nostre attività; è importante mantenere una coscienziosità continua, quotidiana, per vedere se le nostre attività sono congruenti con quel tipo di indirizzo che ci siamo proposti. Questo ha a che vedere con il rivalutare le nostre azioni quotidiane al termine della giornata per vedere, nel caso in cui ci sia stata incongruenza, cioè si sia agito in un modo che esula da quelli che erano i nostri propositi, di prenderne atto e cercare di reindirizzare le nostre azioni per il giorno seguente; nel contempo deve anche implicare che se le nostre azioni sono state congrue, allora ci congratuleremo con noi stessi.

Può sembrare banale ma in realtà la mente si trasforma attraverso questi canali, cioè motivandosi e dandosi degli obiettivi chiari e poi rivalutando, riconsiderando e correggendo la congruenza e l’incongruenza delle proprie azioni al termine di ogni giorno. E se si fa questo coerentemente a quelle che sono le nostre capacità individuali, avremo sicuramente dei risultati, riusciremo gradualmente e quotidianamente a correggere i nostri errori per non caderci più. Diamo una certa irreversibilità a questa correzione. Sicuramente andremo verso un miglioramento definitivo. Dobbiamo prendere atto del fatto che per una naturale predisposizione, la nostra mente crea continuamente attività ed è difficile che si riesca a fermare. La mente anche nel momento in cui non deve lavorare, continuamente opera, crea pensieri, emozioni.

Il punto è che abbiamo questa inclinazione ad un lavorio continuo della mente. Questo lavoro, quest’opera, questo modus operandi della mente non è indirizzato, non ci siamo mai presi cura di indirizzarlo in un modo selezionato e quindi accade che per questa abitudine la nostra mente opera di continuo e in un modo automatico e molto spesso un po’ maldestro.

Quindi abbiamo moltissimi stati emotivi durante la giornata, stati di collera, di gelosia, di invidia, di attaccamento, di pace, di serenità per poi ricadere nuovamente in stati di ansia, di paura, di depressione, di angoscia, di aspettativa. È un continuo ribollire di attività mentali di cui abbiamo poco controllo. Il processo interiore incomincia quando iniziamo a prendere atto di questo lavorio continuo. Istituiamo un’attività di osservazione della mente rispetto alla sua propria attività e quindi generiamo maggiore consapevolezza rispetto a questo continuo lavoro della mente. Ed è nel momento in cui ci rendiamo conto della valenza di questo ribollire che comprendiamo come alcuni stati mentali siano efficaci, produttivi, coerenti e congruenti con la realtà, ed altri, per la maggior parte, siano invece oscuranti, creino tensione, siano incongruenti con la realtà come la rabbia, la collera, l’attaccamento e questi appunto danneggiano.

Nel momento in cui prendiamo atto di questo continuo modus operandi della mente e poi in secondo luogo ci rendiamo conto della differente qualità di questo continuo muoversi della mente, allora a quel punto, in modo molto naturale, fluido e istintivo la mente sceglierà le strategie migliori. Sarà la mente stessa che opererà una selezione di questo continuo lavoro e proprio per sua salvaguardia, per un moto di sopravvivenza, cercherà le modalità e le strategie che sono più salutari, creerà da sola un ambiente mentale molto più salubre. Però la ragione per la quale questo non è mai avvenuto è che in generale non abbiamo mai istituito un ruolo di consapevolezza, siamo per la maggior parte del tempo inconsci di quello che avviene nella nostra mente, dalla mattina fino alla sera.

Ora quello che accade tra l’altro in questo processo di riconsiderazione delle nostre attività interiori, delle nostre attività mentali, è anche quello di comprendere la natura del substrato dalla quale si formano questi vari stati emotivi. Cominciando ad osservare la mente si tocca la sua entità, ci si rende conto di quale sia la sua natura e si capisce che la mente ha una natura che prescinde dalla confusione, dall’alterazione, dalla tensione, da quelli che sono definiti i fattori disturbanti o difetti mentali.

La natura della mente di per sé è chiara, limpida, stabile, serena; gli stati come la collera, l’attaccamento, l’invidia e la gelosia sono increspature di questa superficie, sono come delle alterazioni di questa superficie ma non sono l’entità della superficie, cioè non sono l’entità della mente.

Una prova di questo è il fatto che, in generale, quando siamo più attenti a questi processi mentali, a questi eventi psichici e psicologici, ci rendiamo conto che la collera, l’odio, il risentimento, la bellicosità, l’attaccamento, il desiderio, la gelosia, l’invidia, la competizione e l’orgoglio nel momento in cui sorgono e vengono a manifestarsi, per la loro intensità, prendono il sopravvento sulla mente, sugli altri aspetti più controllati della mente; quello che accade è che si sperimentano stati di angoscia, di paura, di tensione. Il fatto che noi stessi sperimentiamo dolore o malessere più o meno intenso quando questi stati mentali vengono a prodursi nel nostro ambiente mentale è un segno del fatto che non sono congrui alla nostra vera natura. In generale quando due cose della stessa natura si incontrano c’è armonia.

C’è disarmonia quando ci sono due cose che non si rispecchiano, non sono speculari l’una con l’altra e quindi non possono essere integrate. Questo è un sintomo del fatto che questi stati di collera, ecc.. non fanno parte della natura della mente, sono assolutamente avventizi, sono temporanei.

Questa loro temporaneità, questo loro essere scindibili dall’entità della mente è in realtà il fattore che ci dovrebbe far capire la possibilità di liberarci da questi stati. Questi stati sono assolutamente combinati, sono dovuti alla combinazione di cause e condizioni la cui presenza dà adito a questi stati emotivi, ma questi non fanno parte della natura della mente.

Questo conferma che quando una persona è in collera in realtà è dominato dalla collera, non è collerico, non è una persona la cui natura è la collera.

Molto spesso le persone convenzionalmente parlando dicono “questa persona ha della rabbia ma è la sua natura”. Non è vero, la sua natura non è quella di avere la rabbia, così come la sua natura non è quella di avere il desiderio, o di essere orgogliosa, o gelosa o invidiosa, non è la sua natura. In quel momento quel difetto mentale sta oscurando la sua natura ma la sua vera natura non è quella. La sua vera natura, la vera natura di tutti è quella di avere, di essere una mente chiara, limpida e conoscitrice che non ha niente a che vedere con quegli stati di grande opiccola oscurazione indotti da questi stati temporanei di alterazione mentale.

Questo significa che per quanto una persona sia abituata a farsi dominare da un determinato difetto mentale, proprio per la natura di temporaneità di questo difetto mentale, proprio per la sua entità di scindibilità dalla natura stessa della mente, la persona può recuperare uno stato di equilibrio, può cioè eliminare, diminuire, il difetto mentale attraverso un processo graduale di deprogrammazione di quella abitudine e può ristabilire uno stato di serenità, di limpidezza che è proprio della mente.

Sebbene la natura della nostra mente sia questa, cioè sia quella di chiarezza, limpidezza e conoscenza, al momento è oscurata da queste increspature, da questi difetti mentali, da questi stati emotivi che adombrano questa limpidezza della mente.

Naturalmente, tanto più forte sarà la presenza, tanto più profonda, cronica è l’abitudine del sorgere di questi difetti mentali, tanto meno chiarezza avremo. Perché i due sono indirettamente proporzionali: più intensa è l’attività del difetto mentale tanto meno limpida è la nostra mente. Sono mutuamente escludenti, discordi questi aspetti. Accade quindi che, sebbene intimamente desideriamo tutti felicità chiarezza, limpidezza, trasparenza, leggerezza, gioia, per l’incoscienza dei nostri processi mentali, non conosciamo la nostra mente, non sappiamo come funziona. Per questa ignoranza non comprendiamo la valenza di un certo tipo di dinamica opposto ad un altro, quindi è difficile che possiamo comprendere gli effetti di un certo stato piuttosto che di un altro. Per il fatto che non sappiamo come poter dominare o gestire questi stati, accade che per la maggior parte del tempo la nostra mente è dominata da essi. Questi stati, queste emozioni sono istintive, sono semplicemente ciò che si è installato e che continua a riprodurre lo stesso programma. Questa deprogrammazione ad un certo punto diventa un’esigenza. Quando si comincia a capire la propria mente e si vede quanto sia importante che la mente venga depurata da questi stati mentali che non fanno parte della sua natura per poter accedere a quella che è la natura chiara della propria mente allora si comprende la necessità di fare questo e ci si rende conto che il processo deve avvenire in un modo graduale. Gradualmente la propria mente deve aprirsi manifestando quella che è la sua natura di chiarezza, sostituendosi a quelli che sono cronici stati di confusione, cronici stati di alterazione dovuti ai difetti mentali.

Il processo inizia quando ci si rende conto di quanto questo sia importante, sia necessario; quando ci si rende conto del fatto che il 95% delle nostre capacità, il 95% delle nostre potenzialità sono occultate da questo stato cronico di poca gestibilità della nostra mente, dal fatto che siamo cronicamente oscurati da questi stati; allora diventa necessario questo lavoro e ciò che accade è che cominciamo a dare un’altra scala di valori alla nostra vita.

Guardate quanta attenzione diamo quando andiamo a comprare un orologio. Andiamo in un negozio di orologi e quanta attenzione diamo al modello – indipendentemente da quanto sia importante per noi l’acquisto. In media guardiamo il modello, se sta bene, se ci piace, quanto costa, il colore, se funziona, la marca, se è di moda, ecc. Considerate l’attenzione e il tempo che viene consumato per selezionare legittimamente o non legittimamente l’acquisto di un orologio e pensate che in fin dei conti ci dura tre, quattro, sei, otto, dieci anni; l’orologio per quanto possa servirci lo guardiamo due o tre volte al giorno. Pensate quanto tempo dedichiamo a questo e quanto poco tempo dedichiamo alla mente; la mente ci accompagna per tutta la vita da quando nasciamo a quando moriamo e ci accompagna anche per le esistenze successive. Pensate al tempo che dedicate all’acquisito di un orologio e al tempo che dedicate a coltivare la vostra mente. E se capite l’importanza di uno e dell’altro allora vi renderete conto che uno è più importante.

Partendo dal presupposto che niente è impossibile, basta solamente cominciare a capire quale sia la priorità del nostro orientamento, del nostro lavorio, operare e poi tenere conto che tutto si può fare; la mente si può trasformare e può dar adito a grandi risultati.

Ora, tenete presente la direzione, l’orientamento, che è quello di coltivare la propria mente e non perdetela di vista perché i metodi sono tanti; ci si può perdere nella ricchezza di metodi che si possono impiegare, nella ricchezza di metodi spirituali che si possono impiegare perché sono molto affascinanti. Ma se si perde di vista il proposito principale che è quello di domare la propria mente, di coltivare la propria mente, allora ci si perde.

Prescindendo da quale sia il metodo che impieghiamo, la cosa più difficile è domare la propria mente, cioè rendere la propria mente gestibile. Sapete perché? Sono famosi i ritiri spirituali di uno, due, tre anni e spesso le persone che lo fanno sembra che abbiano fatto chissà che. Ma in realtà tre anni non sono niente; nella prospettiva di domare la propria mente, gestire la propria mente, parliamo di un’applicazione, di un impegno continuo che non ha a che vedere con uno, due, tre anni. Rendere gestibile la propria mente, gestire la propria mente, utilizzare la propria mente non finisce. Non si tratta di due, tre anni. Cosa sono tre anni?

Sono molte famose le persone che hanno fatto tre anni di ritiro, si dice: accidenti, hanno fatto tre anni di ritiro, incredibile. Pensate che se meditate 5 minuti alla mattina e 5 minuti alla sera e lo fate tutti i giorni, fate un ritiro a vita. Se tenete presente questo e avete l’indirizzo di gestire la propria mente, di armonizzare la propria mente, di utilizzare la vostra mente, quello diviene un ritiro a vita, un qualcosa di continuo, non ha limiti, non ha 2 anni, 4 anni, 6 anni, 10 anni di limite. Ha tutta la vita. Se la persona che si è ritirata in eremitaggio, che è su una montagna isolata, che medita molte ore al giorno ha tuttavia nella sua mente il pensiero che dice: “le persone in città sanno che io sono qui e sono una persona famosa”, se c’è, se si insinua ancora quel pensiero allora questo è un segno che in realtà autenticamente non ha abbandonato la trivialità della vita, è ancora legata a questo. Questo è un segno di non aver dominato la propria mente, di non aver depurato la propria mente da questi stati; allora quello che accade è che ogniqualvolta questi stati si insinuano, creano difficoltà. E la difficoltà non ce l’ha solo la persona che va al lavoro tutti i giorni, ce l’ha anche colui o colei che ha dedicato tutta la vita, non in un modo magari così opportuno, alla meditazione. A prescindere da quello che sia l’indirizzo apparente quindi, una persona inserita nel sociale o una persona che invece abbia scelto una via di isolamento, comunque sia fino a quando non comprendiamo che il punto fondamentale è il gestire la propria mente, il depurare la propria mente, qualunque sia la modalità di vita che si è scelto, le difficoltà ci sono, perché le difficoltà ci saranno implicite nel non aver domato la propria mente.

Trasformare la nostra mente.

In un testo, che è un’esposizione del sentiero che conduce all’illuminazione, chiamato Liberazione nel palmo della mano l’autore scrive: “Ci sono poche persone che non sanno pregare. Ci sono poche persone che non sanno recitare testi ma ci sono poche persone che sanno controllare la propria mente”.
Se si comprende quale sia la direzione, l’orientamento che dobbiamo prendere, che è quello di rendersi coscienti dell’esistenza della propria mente e quindi indirizzarsi nel volerla gestire, nel voler risanare la propria mente depurandola; se ci si rende conto di quello che è il postulato, l’assioma di base ossia che la mente è in realtà in questa natura di lucidità e che quindi è semplicemente questione di ripristinare quello stato, si capisce che non si deve creare qualcosa di nuovo. Si deve ristabilire uno stato di limpidezza e lucidità, di chiarezza e serenità. Allora, se si hanno questi due punti chiari nella propria mente, non c’è niente che non si possa fare. Tutto si può fare. Il fatto che io poi dica che recitare i testi, meditare sulla divinità sia facile e dominare la propria mente no, questo non vi deve far pensare che sono riduttivo nei confronti delle preghiere, della meditazione e del Tantra; non sto dicendo che on si deve praticare il Tantra. Quello che io semplicemente sto dicendo è che ci sono dei metodi, come ad esempio il Tantra che sono metodi molto affascinanti, perché sono molto articolati e complessi e sono molto spettacolari nel loro pragmatismo e nella loro praticità ma vengono penalizzati; la loro funzionalità è penalizzata se prescindono da un indirizzo fondamentale che è quello di domare la propria mente. Ci sono dei metodi molto spettacolari, molto pirotecnici ma se prescindono da un indirizzo fondamentale che è quello di domare la propria mente, sono ridotti, sono penalizzati, si ha qualche beneficio ma un 1% rispetto a tutto quello che invece potrebbero dare, per cui li penalizzate.

Questo è un punto fondamentale: se capite che cos’è la mente, se capite che cosa è quello di cui siete dotati – la mente è questo enorme tesoro che per ora avete ma non avete mai aperto, è come un enorme scrigno che contiene grandi gemme, grandi tesori, ma a cui non avete mai messo mano – allora capite perché la vita umana è qualcosa di molto prezioso. La vita umana che fino ad ora noi abbiamo, volenti o nolenti, identificato con questo corpo e con il nostro utilizzare la vita in un certo modo, in realtà ha aspetti molto più vasti, profondi e potenti.

Quando il vero nocciolo dell’essere umano viene trovato può dar adito a grandi meraviglie. Ma per poterlo utilizzare, per poter pescare in queste meraviglie ci vuole un’attenzione particolare, ci vuole un’applicazione lungimirante. Non si tratta di uno sport, che si fa due volte alla settimana, non è qualcosa che si fa come hobby. Nel momento in cui ci si rende conto di qual’è il nocciolo atomico dell’essere umano e quali meraviglie possono accadere se questo nocciolo finalmente esplode, allora è evidente che necessita un’attenzione particolare, un’attenzione continua.

Quello che eventualmente rende problematico il nostro coltivare la mente, non è perché ci siano delle difficoltà intrinseche nel sentiero spirituale, ma è semplicemente per il fatto che non l’abbiamo mai percorso. È un percorso otalmente nuovo. Ci sarà una proporzionalità diretta nella quantità e nella vastità elle difficoltà che troviamo nel coltivare la propria mente con la poca familiarità che abbiamo con tale sentiero.Dovete tenere presente che lo stato mentale che abbiamo in questo momento, lo stato mentale che viviamo attualmente è un risultato, non è un qualcosa che è sorto casualmente. È il risultato di percorsi che, in modo cosciente o incosciente, abbiamo attuato. Come dire, il nostro attuale è il risultato di molteplici strategie, modalità di cognizioni, dinamiche mentali alle quali ci siamo abituati da molto tempo e non sto parlando solamente di questa vita, sto parlando anche di vite precedenti.

La ragione per la quale abbiamo automatismi, facilmente abbiamo gelosia, invidia, attaccamento, facilmente rincorriamo oggetti di desiderio, abbiamo rabbia, collera, competizione e come altrettanto poco facilmente riusciamo a rimanere calmi, sereni, lucidi, equilibrati non è per via del fatto che intrinsecamente la mente sia in un certo modo o in un altro è semplicemente il fatto che ci siamo abituati ad essere in un certo modo piuttosto che in un altro, in un modo cosciente o incosciente abbiamo “scelto” questa direzione.

E questo da molto tempo, non solo da questa esistenza, anche da quelle prima. Quindi la nostra mente che è questo nocciolo di grande potenza, di grande chiarezza, lucidità e potenza è oscurato da questi veli, non solo da questa vita ma da molte vite.

Se questa immagine la traduciamo in abitudine noi abbiamo la mente come programmata ad agire e a reagire a stimoli e il nostro percorso spirituale è una deprogrammazione. Ora questa deprogrammazione non può essere totalmente automatica, automatica nel senso di simultanea; non potete pensare che ci sia un cambio repentino della mente quando in un modo abbastanza radicato l’avete programmata in un altro modo. La deprogrammazione avviene di sicuro perché il substrato è sano, la mente è sana ma deve avvenire in un modo graduale, costante e graduale in proporzione o coerentemente alle proprie capacità che già abbiamo acquisito, di consapevolezza, di introspezione, di attenzione, di concentrazione, di stabilità, di serenità.

Quindi noi gradualmente, se abbiamo un obiettivo chiaro che è quello di risanare la mente e ci manteniamo costanti e congruenti a questa motivazione, riacquisiamo quotidianamente porzioni di serenità e di sanità coerentemente alle nostre capacità. Questa trasformazione deve essere graduale e congruente alle nostre capacità odierne. Non sto filosofando, non sto dicendo cose che magari molto comodamente trascendono il vostro conoscere quotidiano. Guardate voi stessi, riconsiderate quello che avviene nella vostra mente ogni giorno, riconsiderate quale sia l’ambiente mentale che vivete quotidianamente e poi chiedete a voi stessi qual è la proporzione: se c’è una maggiore quantità e proporzione di salute oppure di non salute. Fate voi la diagnosi della vostra mente. Osservate quante volte e quanto a lungo la vostra mente è in preda a stati emotivi e a quante volte la vostra mente è più o meno confusa e quanto più o meno avete gestione della vostra mente e poi fate voi la vostra diagnosi.

E se questo è l’obiettivo che legittimamente ci possiamo proporre, cioè di risanare la nostra mente per essere più felici, per poter utilizzare a pieno la nostra vita, allora dobbiamo anche capire com’è il modus operandi, cioè come compiere questa trasformazione. E prima di tutto non ci dobbiamo prendere in giro.

Partiamo subito dall’essere integri e autentici, non prendiamoci in giro. Spesso ci prendiamo in giro dicendo: “lo faccio, lo farò, adesso devo fare questo poi lo faccio”. In realtà lo sappiamo benissimo, la nostra vita fino ad adesso è stata consumata da faccio questo, poi lo farò, faccio un altro e un altro.. Se aspettiamo di prenderci cura della nostra mente quando avremo finito di fare delle cose, allora quel tempo non arriverà mai, lo sappiamo benissimo.

Cominciamo col non prenderci in giro perché l’utilizzare la mente e l’essere coscienti della nostra mente non ha a che vedere con lo smettere di fare altre cose perché voi utilizzate la mente continuamente, altrimenti non fareste cose. Il prendere atto dell’esistenza della mente e cominciare a gestire la mente avviene mentre voi fate le cose, non c’è bisogno di fare delle cose con una mente totalmente confusa per poi proporsi utopicamente di prendersi cura solo della mente in un modo non confuso. Questo è un prendersi in giro.

E questo dovrebbe farvi capire un presupposto di base che è: si lavora per vivere non si vive per lavorare.

Quindi non prendetevi in giro perché spesso diciamo “devo fare delle cose, lo faccio alla fine di questo”. OK, guardiamo nel frattempo come impieghiamo il nostro tempo: lavoriamo, parliamo, chiacchieriamo, ci riposiamo, poi di nuovo lavoriamo, chiacchieriamo poi ci dobbiamo sfogare, poi ci dobbiamo riposare. Alla fine della giornata, quando ci siamo riproposti di guardare alla nostra mente, siamo stanchi e diciamo “lo faccio domani”. Ma non prendetevi in giro perché domani si fa la stessa cosa: si lavora, poi di nuovo ci si stanca, poi si chiacchiera, poi si è annoiati, poi ci si sfoga, poi si cerca qualcosa che ci dia un po’ di sale nella vita, poi di nuovo si ricerca qualcosa, poi ci si riposa e alla fine della giornata si dice “lo faccio domani”. E cosa succede però? Un domani, poi un altro domani, poi un giorno, poi un altro giorno, vi state prendendo in giro. Così consumate la vita. L’avete fatto fino ad ora e giorno dopo giorno arrivano le settimane, i mesi e gli anni e anno dopo anno consumate la vita e dopo non è che potete tornare indietro. La vita si consuma così, vivendo ogni minuto e ogni giorno della propria esistenza, è questione di tempo. Quindi tenete presente che giorno dopo giorno la vostra vita passa, vi scappa dalle mani e la nostra scelta è di viverla prendendoci in giro oppure di viverla sapendo che la stiamo vivendo. È solamente questione di scelta, quindi è importante che valutiamo due cose: una, dov’è il nucleo della nostra vita, cioè perché ci sentiamo vuoti, che cosa ci manca e probabilmente dove dobbiamo andare per trovare quello che dà un’essenza a questa vita, quello che dà un significato a questa vita. È questa la ricchezza di cui vi ho parlato prima che dà un’istantanea comprensione della profondità del significato della vita umana.

L’altra cosa che dobbiamo tenere presente è che la vita non è vostra; siete di passaggio, vi scappa, vi sta continuando a scappare e quindi se non tenete presente il fatto che non siete immortali, che prima o poi ve ne andrete, se non teniamo presente che prima o poi moriamo tutti e che stiamo consumando la nostra vita e se dimentichiamo il fatto che non abbiamo assolutamente idea di quando questa vita finirà e quindi di quanto la nostra sicurezza di esserci domani, dopodomani, tra un anno, dieci anni, sia assolutamente irragionevole, illegittima; se non teniamo presente queste due cose: la sicurezza che moriremo e l’imprevedibilità del momento della morte, la nostra vita ci scappa e con questo ci scappa anche l’essenza della vita.

Tornando a quello che è il tema della vita e del suo finire non c’è nessuno di noi che oggettivamente pensa, formula il pensiero “io non muoio, io non morirò”. Ma in modo inconscio si dà per scontato il fatto che si viva, che è un po’ la stessa cosa ma è il mezzo pieno e il mezzo vuoto. Cioè nessuno pensa “io non morirò”, nessuno si propone questa cosa tanto irreale o irrazionale, ma in un modo inconscio ogni giorno ci proponiamo il fatto che sicuramente ci siamo, diamo per scontato il fatto che vivremo e quindi ogni giorno, un giorno dopo l’altro abbiamo questo tipo di concezione, che non ce ne andiamo che noi restiamo, che noi viviamo. E per questo molto illusorio postulato con il quale viviamo ogni giorno, facciamo e ci crogioliamo in cose non di tanto valore, in cose che non hanno molto senso, semplicemente per il fatto che pensiamo di avere molto tempo a disposizione.

Diamo per scontato molte cose, una tra le quali è quella di rimanere a lungo, per molto tempo. Non prendiamo volutamente in considerazione il fatto che dobbiamo morire e non sappiamo quando questo accadrà. In generale lo facciamo perché noi non vogliamo andarcene, non vogliamo morire quindi teniamo bene alla larga il pensiero che comunque dovrà succedere. Questo è il problema principale. Il fatto che ce ne dobbiamo andare e che non sappiamo quando è evidente, laddove la fine dell’esistenza non risulta determinata in un modo netto e imprescindibile dalla salute e dall’età oppure dal proprio status sociale. Le persone muoiono, muoiono giovani, muoiono anche in salute; non c’è nessun criterio che possa assicurarci una longevità sulla base di un fattore rispetto ad un altro. E perché è importante che teniamo presente la nostra mortalità? Perché ci fa diventare più seri, perché cristallizza la nostra vita in un momento. Quando sappiamo che dobbiamo morire, tutto si cristallizza, le cose diventano più ferme, non c’è spazio per spendere la vita in un modo inutile, tutto diventa centellinato.

Per cui se sapessimo che domani ce ne dobbiamo andare allora probabilmente, se potessimo evitare il panico, quello che accadrebbe è che non spenderemo gli ultimi momenti in cose inutili, stupide, frivole, ma cercheremo di fare qualcosa che abbia senso. Questo pensiero, per quanto possa sembrare opprimente, per il fatto che non lo vogliamo e lo teniamo bene alla larga, in realtà è utile perché ci fa cristallizzare la vita, il tempo che passa, quel tanto sufficiente per smettere di fare cose stupide.

Il pensiero della realtà della nostra vita, che quindi prende in considerazione la fine della nostra esistenza (perché è nella sua totalità che la vita dovrebbe essere guardata in modo obiettivo), può essere molto utile e molto funzionale perché l’essere obbiettivo rispetto alla propria persona e alla propria vita è sempre positivo.

Vedere le cose come stanno è sempre meglio piuttosto che illudersi. Allora, vedere, guardare alla morte è una attività che non prendiamo in considerazione ma da questo abbiamo dei risultati che ci limitano, che ci circoscrivono. Se prendiamo in considerazione la morte non per questo si muore. Il fatto di sapere che la nostra vita avrà un termine non approssima la morte, non è che la rende più reale, semplicemente la vediamo.

Questo ha l’effetto positivo di renderci più seri, più responsabili del passare del tempo, del nostro tempo. Questo fa in modo anche che si viva la nostra vita, la giornata in un modo più pieno e più felice, in un modo meno confuso. E se questo può avvenire per un giorno, può avvenire anche per il giorno dopo, e per il giorno dopo ancora; non è che se pensate che morirete non ci sono più giorni, anzi, finalmente i giorni li vedete piuttosto che passino inosservati. I giorni passano e passano in un modo più cosciente, più felice, quindi paradossalmente il ricordarsi della morte fa vivere in un modo più felice.

La perseveranza

Un modo comune e che fa piacere a tutti è che ci venga detto “questa persona non ha rabbia, è molto paziente, è molto equilibrato, è chiaro, è responsabile, è trasparente, è autentico, è integro, è buono, è comprensivo” e fa male a tutti sentirsi dire “ma sei sempre arrabbiato, che ti succede, sei sempre angosciato, sei triste, sei attaccato alle cose, te la prendi per niente, sei così geloso e invidioso”; è qualcosa che non è trascendentale, è esperienza quotidiana. Quindi i parametri per decidere come vivere, come continuare a essere o come trasformarsi ce li avete già, perché non sono cose trascendentali. Ad un certo punto sta a noi scegliere come vogliamo essere, visto che i parametri di decisione ce li abbiamo e le abilità per eventualmente cambiare, ci sono. È solamente questione di scegliere una direzione, di scegliere un obiettivo e poi trasformarsi quotidianamente. Si può fare. Parte da noi.
Deve partire da un orientamento e credo che pensare a questo sia importante. Ho detto abbastanza per stamani. Adesso sta a voi: se avete delle domande fatele pure, visto che anche ieri, sebbene fosse la prima giornata, sono scaturite subito delle buone domande.

Domanda “Il sentimento che provo, e che forse anche gli altri provano, quando mi trovo fronte all’incapacità di controllo di un’emozione negativa – che può essere l’aggressività, la rabbia – è il senso di fallimento e di frustrazione. Per quante volte ci si proponga di dire voglio controllare questa cosa, ci si rende conto che ci si riesce molto poco. È come se ci fosse qualcosa di talmente profondo, che fa parte di un nucleo vitale, non so nemmeno da dove parta questo nucleo, c’è un senso di dire non riesco, non ce la faccio. È come se più ci si proponesse di modificare o di migliorare questa sensazione negativa che affiora e più il senso di frustrazione è forte al punto tale che a volte ci si dice forse è meglio non avere questo tipo di progettualità di miglioramento perché è come se tutte le volte lo scontro tra quello che io vorrei essere e quello che poi nella realtà mi ritrovo invece a esprimere, è talmente forte questo divario, che a volte c’è una sofferenza enorme nel cogliere questa incongruenza. E questo tipo di sofferenza a volte, a me succede, è insostenibile”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel.
Vero. Si questo è vero, accade. Ma dovete tenere presente i fattori che vi ho spiegato prima. Uno, il fatto che il risanare la mente non è un creare qualcosa di nuovo, è un risanare. La mente ha una natura sana, quindi dovete tenere presente questo come assioma di base. Non c’è la necessità di identificarsi in una sconfitta, perché può essere che sia una sconfitta, ma è una sconfitta temporanea. Il substrato è sano, è puro. La depurazione della mente prende tempo; si dice che la pratica spirituale debba avvenire avendo due criteri fondamentali: un obiettivo lungimirante e una pratica costante, congruente alle proprie capacità. Spesso la depressione, l’infelicità sorgono come risposta a una mancata realizzazione delle proprie aspettative, cioè noi abbiamo un desiderio di essere puri, di essere chiari, di essere felici e questo è prepotente. E la direzione è giusta ed è quella di congiungersi al proprio centro, al proprio asse verticale che è la mente pura, ma il percorso che conduce a questo ricongiungimento ce lo dobbiamo porre come obiettivo lungimirante e dobbiamo tenere presente che l’impegno deve essere costante, perseverante.

La perseveranza deve essere un fattore continuo di questa pratica e nel frattempo la mente, perché si è posta un obiettivo così lungimirante, deve essere di largo respiro, non deve essere angusta. Non ci deve essere una mente angusta. La mente piena di aspettative in generale è angusta. La mente che ha fretta, che ha una prepotenza nel voler ottenere qualcosa è piccola, è unilaterale e angusta perché vuole arrivare in fretta dove vuole arrivare. E questo priva la mente di una visione a 360° gradi, più ampia. Il proprio campo visivo diventa molto stretto e quello che accade è che si formano delle aspettative e quando queste aspettative non si realizzano subito, ci si deprime. La mente reagisce in modo naturale a questo. La depressione, la paura o l’angoscia, la sensazione di fallimento è la risposta naturale della mente alla non realizzazione di aspettative. Quindi il problema è a monte. Il problema non è la mente di abbattimento, ma è il fatto di porsi delle aspettative, di avere delle aspettative che non sono congruenti alle proprie capacità. Allora, l’obiettivo deve essere chiaro: la mente che protende, che si orienta verso la realizzazione dell’obiettivo deve essere sostenuta da un ampio respiro e da perseveranza. Se voi avete questo, gradualmente avanzerete in un modo molto più veloce rispetto ad una mente carica di grosse aspettative e di fretta. La mente di aspettative e di fretta non è mai una buona consigliera. In generale la pratica dominata dalla mente di quel tipo è come ballare il merengue: si fa un passo avanti e due indietro, un passo avanti e due indietro. Non si va tanto lontani.

È meglio avere una visione lungimirante, ampio respiro e perseveranza e avere quei criteri che vi ho detto prima: obiettivi, motivare e riconsiderare alla fine della propria giornata, perché in quel modo costruite qualcosa. E non tornate indietro, costruite qualcosa. Allora i risultati arrivano molto velocemente. Dobbiamo cominciare a capire prima di tutto che la mente è gestibile, è assolutamente gestibile. Sono tutte opportunità aperte, non è una situazione fissa, stabile, chiusa, ermetica. È aperta. Quindi è semplicemente questione di sapere come gestire la propria mente e avere gli strumenti per gestirla. Uno stato di momentanea depressione è un risultato. Questo stato non è casuale, è un risultato di qualcosa. La mente ha involontariamente, incoscientemente attuato una strategia. Una strategia poco salubre ma ha avuto una modalità di funzionamento e ha portato come risultato questo stato. Si è quindi proposta un obiettivo, non ha considerato le proprie capacità, ha fatto sorgere delle aspettative, si è concentrata più sulle aspettative che sul risultato e alla fine quando è arrivata a non avere il risultato di queste aspettative si inserisce lo stato di mancata realizzazione delle proprie aspettative. Quindi c’è il sentimento di incapacità, di depressione. Questo è un risultato. La mente si è sforzata per arrivare lì. Non pensiate che la depressione sorga così, naturalmente. Facciamo qualcosa per cadere in quello stato, è una modalità di funzionamento della mente. Il punto è capire come la mente funziona, perché fa questi percorsi, per non utilizzarli più. Allora, è per questo che parlo di gestire la mente, perché la mente è gestibile, perché la mente usa dei processi. E si tratta semplicemente di farle scegliere dei processi più salutari piuttosto che utilizzare dei processi che ti portano a stati emotivi di poca efficacia. A cosa aiuta il sentirsi incapaci, depressi? Non aiuta perché è immobilizzante; in quei momenti perdete minuti, ore, giorni della vostra vita pensando “non sono capace, non sono capace, non sono capace” e questo non dà adito né alla risoluzione del problema né a migliorarlo, né a capirlo. È un po’ come quei giocattoli per i bambini che quando cozzano contro i muri, continuano a sbattere. La mente ha fatto un percorso per arrivare lì.

Vi siete prefissati un obiettivo, ad esempio: oggi non mi arrabbio e invece vi arrabbiate, allora alla sera che cosa accade? Avete due scelte. Una è: “mi sono arrabbiato, oddio, non ce la faccio” oppure ancora peggio “mi sono arrabbiato, faccio schifo, non ce la faccio, non ce la farò mai”. L’altra è: “mi sono arrabbiato, oggi non ce la faccio: domani farò meglio”. Vi proponete in un modo positivo, siete positivi. Sapete che la collera è stato un risultato, non è intrinseco in voi, non siete colpevoli di essere in collera. La collera è un risultato legittimo e assolutamente naturale della mente di vedere le cose in un certo modo; è il modus percipiendi che deve cambiare, non il fatto che siete in collera. Non dovete sentirvi in colpa per la collera. La collera c’è, punto. Si deve cambiare la mente piano piano e non si cambia essendo in collera con noi perché siamo in collera. E’ meglio che vi proponiate “oggi non lo faccio, oggi cercherò di non farlo” e a quel punto essendo positivi, migliorate. Dovete essere positivi. È un po’ come una specie di simpatica gara che vi date con le abitudini e con la nuova programmazione. Vi date una gara e vi dite “oggi non ce l’ho fatta, va bene, provo domani, lo farò domani.” È in questo modo che avanzate, altrimenti è un ciclo perverso il voler essere puri, non crederci sufficientemente per poi essere in collera e dopo sentirsi male perché ci si è sentiti in collera. Non se ne esce più. Se come antidoto a stati emotivi non efficaci e dannosi come la collera, la soluzione, la strategia, che la nostra mente attua è “adesso mi arrabbio perché sono stato arrabbiato” oppure “mi deprimo perché sono stato arrabbiato” non se ne esce più. Quindi siate positivi: obiettivo, mente aperta, di ampio respiro. Oggi non è andata, lo faremo domani.

Quando vi dico di una mente di ampio respiro significa darsi ampio respiro, significa che dovete essere vostri amici. Per poter essere delle persone migliori dovete cominciare a volervi bene. E volervi bene significa sapere come siamo e quindi accettare. E se dovete rendere la vita difficile a qualcuno rendetela alla collera. Dovete pensare “la collera mi ha davvero reso la vita difficile fino ad adesso, adesso gliela rendo difficile io”. Non a voi stessi. Dovete scindervi dalla collera. Non dovete pensare “la collera mi ha reso difficile la vita fino ad adesso, ora mi mortifico ancora di più.”. Dovete pensare “adesso gliela faccio pagare” ma a lei non a voi. State attenti, non identificatevi con la collera. E quando vi parlo di eliminare la collera non sto parlando di reprimerla. Il processo di disinfestazione, la dieta che ci diamo, non parte né dal non vedere né dal vedere e andare in apnea. Questo oltre a non servire fa male, perché non potete trattenere il respiro a lungo. Quindi il proporsi di eliminare la collera deve avvalersi del vostro potere più grande, che è quello di ragionare. Dovete ragionare su tutto quello che la collera implica, perché la vostra mente cambia sentendo che è bene farlo, cambia solamente quando lo capisce. Perché? Perché comprimere il difetto mentale in realtà lo alimenta. Al limite si sceglie di non vederlo ma non si può fare in modo che non ci sia se c’è. C’è. Quindi quello che avviene è che al momento viene compresso ed è così che si fortifica; poi nel momento in cui è troppo grande per poterlo contenere, quando esce è un torrente e diventa una diga che si rompe e dopo è ancora peggio. E questo praticamente in che cosa si traduce? Nel fatto che la cosa migliore è non arrabbiarsi ma questo non è intrinseco, è un risultato. Bisogna un po’ lavorare per arrivare ad un momento in cui non ci si arrabbia. Bisogna lavorare, ma nel frattempo se ci si arrabbia che ci si arrabbi. Il punto è dopo, alla fine della nostra giornata, si riconsideri: “Ok oggi è così, domani meglio”. Essere propositivi. Altrimenti la rabbia si cristallizza in un nocciolo dentro di noi. E poi lo sapete in cosa si trasforma.

Domanda La telepatia che ruolo ha nelle nostri menti? Può portare cose buone, o cose non buone?”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel. È utile.

Domanda “Mi volevo riallacciare a tutto il discorso della rabbia. Così mi veniva da pensare che forse una chiave di lettura che può essere utile è quella di non eliminare la rabbia e la paura. Le metto insieme perché sono due istinti fondamentali dell’uomo. E l’istinto tu non lo puoi eliminare. L’istinto anzi ha anche degli aspetti molto positivi. Il fatto di pensare di dominarla e di gestirla mi trova molto d’accordo. Ma il fatto di eliminarla fa cadere per forza di cose in un paradosso. Perché tu non puoi eliminare i tuoi istinti, anche perché rabbia e paura sono una linfa vitale della materia. Bisogna gestirla sicuramente. Una chiave di lettura è capire perché io mi arrabbio, perché la rabbia di sotto insorge nel momento in cui una persona si sente ferita, così come la paura insorge nel momento in cui una persona è in pericolo. In realtà quindi questi due aspetti possono essere molto positivi per la sopravvivenza di una persona perché le permettono di sentirsi in pericolo e di capire cosa fa bene per lui o male per lui. E tutto quello che ne consegue. È come io gestisco paura e rabbia che può essere dannoso e distruttivo e quindi imprigionarmi in un meccanismo che non mi porta a niente oppure invece gestirlo nel modo giusto, riconoscere che ho paura perché mi sono trovata in una situazione di pericolo. Il bambino ad esempio non ha paura, il bambino in certe situazioni non ha paura e ha bisogno dei genitori vicino altrimenti si mette nei guai, infila le mani nella presa della corrente, si sporge troppo dalla finestra e può cadere proprio perché queste abilità non sono ancora molto sviluppate come nell’adulto. Per cui secondo me, benissimo gestirla però se noi diciamo eliminiamola non maturiamo, non evolviamo. Ecco questa è una riflessione che volevo proporre, un’osservazione.”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel.

Sono d’accordo, infatti è proprio perché c’è paura e rabbia che cerchiamo di eliminarle entrambe. Cioè, è proprio perché hai paura di avere rabbia e paura di avere paura che allora cerchi di non averle.

Domanda “Quindi non bisogna eliminarle?”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel. La rabbia e la paura hanno una funzione molto valevole perché è attraverso la paura di avere paura che non la vuoi più avere. Teniamo presente che a monte degli stati mentali, degli stati emotivi che vengono a generarsi per via del nostro interagire con il mondo esterno, c’è la nostra modalità di cognizione. Noi vediamo le cose in un certo modo e le assumiamo come se ci fosse una congruenza tra il modo in cui le vediamo e il modo in cui esistono. Sorvoliamo il fatto che nella maggior parte dei casi il nostro vedere le cose è soggettivo. Quindi interpretiamo la realtà dando per scontato che non sia un’interpretazione e quindi quello che facciamo è che vediamo in ultima analisi cose che ci piacciono, cose che non ci piacciono e riteniamo che questo abbia una valenza oggettiva rispetto alle cose. Ed è da questo che scaturisce poi il processo di interazione con il mondo, le scelte che indotte dagli stati emotivi che vengono a generarsi. Ora, c’è molto da dire rispetto a questo. In altre parole, la rabbia, la paura non sono intrinseche ma sono il risultato di una strategia che la mente ha adottato alla cui origine sta una mappa che la mente si forma di un territorio esterno. E spesso la mappa non è congruente con il territorio. Questi processi sono veri e poiché sono naturali, sono anche funzionali ma a monte c’è un’oggettività che diamo per scontata e che è estremamente approssimativa. E ci fermiamo.

Questo corso costituito da alcuni incontri è denominato L’arte Buddista del saper morire. Quando parliamo di morte in realtà stiamo parlando di un passaggio da un tipo di esistenza ad un’altra. Ancora più precisamente stiamo abbandonando qualcosa per poter acquisirne una successiva. Il sentiero spirituale, il cambiamento interiore, sono costituiti proprio da abbandoni successivi. Ci sono veli di differente spessore di ignoranza, di fraintendimento, di illusione, che devono essere rimossi. E questa rimozione, poiché parliamo di nostri modi di cognizione, di nostri modi di vedere, modi di percezione è simile all’abbandonare un modo di esistere, un modo di vedere le cose. Questo abbandono è un po’ una morte perché in qualche modo noi ci identifichiamo con quello che vediamo, nel modo in cui noi vediamo le cose. Per cui quando noi passiamo nell’ascesa spirituale attuiamo dei cambiamenti, delle trasformazioni che consistono nell’abbandono di differenti modi di cognizione per delle altre e sono come piccole morti. E’ per questo che parliamo di Arte Buddista del saper morire. Saper lasciar morire dei fraintendimenti per nascere ad un altro risveglio, ad un altro livello di risveglio. È paradossale, noi in realtà non vogliamo morire ma in qualche modo la natura è più forte del nostro desiderio. Noi non vogliamo morire eppure moriamo. Invece quelle cose che si meriterebbero di morire come i nostri fraintendimenti, l’ignoranza che si afferra a delle fantasie, questi invece dovrebbero morire e non ce la fanno. Sono più forti della natura, sembrano non poter morire. Questo è il problema.

C’è il modo di poter progredire, abbandonando questi fraintendimenti, queste fantasie e il modo per poter ripristinare una salute, una maggiore chiarezza nel nostro modo di vedere le cose; bisogna avvalersi di una gradualità. Non possiamo aspettarci, pretendere di avere una repentina illuminazione o un risveglio da un sonno in realtà eterno. Quello che possiamo pensare è di risvegliarci piano piano e questo risveglio ha bisogno di una certa gradualità che si può solamente avere, come ho già detto, se ci si applica con perseveranza, se si utilizza la propria capacità di essere costanti. Per quanto riguarda la ragione e cioè la legge che in qualche modo sostiene e organizza la nostra vita e le nostre vite, per i Buddisti è il Karma. Il Karma sta alla base delle nostre esperienze. Quindi sono le azioni passate che inducono delle esperienze nel presente. La legge di causa ed effetto in qualche modo è la continuità della similarità, cioè la caratteristica del Karma è di avere una similarità di causa e di effetto: ad un certo tipo di causa, ad esempio virtuosa, segue un risultato, un’esperienza che è nell’entità di felicità, di benessere. Viceversa un’azione che non è congruente alla realtà, quindi stride con la realtà, come un’azione negativa, ha come risultato un’esperienza di altrettanta tensione, di malessere, di sofferenza. Questa assonanza tra la causa e l’effetto è quello che in un qualche modo legittima il Buddista a non compiere azioni negative perché quello che desidera è un progresso, è un maggiore benessere, perciò si astiene da azioni che in futuro possono procurargli malessere. Ma il fatto che ci sia assonanza tra le cose, il fatto che ci sia come una continuità, una similarità è evidente anche senza prendere in esame le vite passate e le vite future. Anche in questa stessa vita in generale le persone che si associano l’una con l’altra hanno un’assonanza; sono persone simili, hanno caratteri, temperamento e abitudini simili. Per cui le persone che hanno un certo tipo di stile di vita avranno la tendenza ad associarsi, altre persone invece tenderanno a formare gruppi perché hanno altre caratteristiche che le accomunano.

Sta di fatto comunque che c’è una legge che riunisce i tipi simili, c’è una specie di calamita naturale che fa in modo che le persone simili si associno, come le esperienze simili si associano. Questo per farvi capire che c’è un certo vincolo, un certo legame che nel Karma è quello di causa ed effetto ed esulando dalla legge di causa ed effetto, comunque richiama ed associa i tipi simili. C’è quindi questo orientamento ad accomunarsi. Per fare un esempio, anche per quanto riguarda le proprie dinamiche mentali esse a seconda del tipo tenderanno ad associarsi con azioni e con persone che hanno un’assonanza, una comunanza con questi tipi di mentalità. Ci sono persone che ad esempio hanno delle predisposizioni, delle inclinazioni ad essere un criminale o un ladro, ed è probabile che queste più facilmente si associno con persone che hanno questo tipo di tendenza, quel tipo di percezione, quel tipo di visione del mondo. E quindi accade che quando il nostro panorama mentale è diretto, orientato verso un determinato ambito piuttosto che un altro, chiaramente tutto si incastra per via di questo richiamarsi, di questa assonanza; tutto si incastra affinché si continui a rimanere su quel binario e ci si priva quindi della possibilità eventuale di cambiare direzione.

Questo significa che l’epicentro del nostro sentire, interpretare e agire il mondo, è la mente. Il modo in cui la mente è strutturata è il filtro principale di come vediamo il mondo e di come a seconda di quel tipo di interpretazione agiamo nei confronti del mondo. Ecco che sapere quindi come poter ridisegnare la propria mente, la propria coscienza diventa un fattore importante. Il sapere come coltivare la propria mente ridisegnandola in qualche modo è estremamente importante perché appunto da questo ne deriva come vediamo il mondo e come interagiamo con ciò che esiste fuori di noi.

Se prendiamo ad esempio una persona, la stessa persona può essere percepita nello spazio di qualche tempo o come incredibilmente piacevole o come incredibilmente odiosa, nello spazio di poco tempo. C’è da chiedersi come mai possiamo avere un’interpretazione diametralmente opposta di una stessa persona. Il modo in cui vediamo questa persona è dovuto alla nostra forma mentis. È la nostra forma mentis che forma quel tipo di cognizione, quel tipo di interpretazione della realtà. Quindi gli esseri che sono in generale suddivisi in persone vicine, come amici, persone lontane che magari ci possono essere indifferenti, oppure nemici sono visti in tali modalità in dipendenza dalla nostra mente. Non c’è una classificazione intrinseca, oggettiva delle persone in categorie di questo tipo. È un’opinione assolutamente soggettiva. Ecco che se allora riusciamo a plasmare la mente, a formare la mente, ad educare la mente in un certo modo piuttosto che in un altro, probabilmente le modalità attraverso cui vediamo le persone, come generalmente categorizzate in questi tre grandi settori, o come vediamo le situazioni e il mondo, può cambiare. Se quello che dobbiamo applicare per trasformare la nostra mente è un determinato metodo, un determinato sentiero, allora come poterlo applicare, come potersi accertare che questo sia valido per noi? Perché non tutto quello che viene presentato per il cambiamento mentale può avere un’efficacia oggettiva su di noi. Dobbiamo quindi avere dei parametri di valutazione per capire quale sia quel tipo di sentiero che per noi è giusto, è auspicabile e come poterlo praticare.

È importante in questo ambito, in questo contesto, capire quale sia ad esempio la cosa importante. In generale, alcuni pensano che l’apprendimento, la conoscenza, sia di per se qualcosa che può cambiare la mente. Effettivamente una persona che legge molto, che si istruisce acquisisce conoscenza e quindi eventualmente questo può portare ad una naturale evoluzione della mente. Ma quello che sostanzialmente invece trasforma, visto che ciò che vogliamo fare è apportare un cambiamento radicale, è l’integrazione di questa conoscenza nella propria pratica. C’è bisogno quindi di mettere in pratica queste conoscenze se vogliamo indurre una trasformazione. Questo che cosa indica? Si la conoscenza, si lo studio è importante, ma la mera conoscenza di per se non porta ad un cambiamento totale. Quindi tra tutte le conoscenze, tra tutti i sentieri che si propongono come tali qual è il criterio che convalida un sentiero come tale per poter essere applicato? Il fatto che liberi da una sofferenza, che liberi da un problema, liberi da un malessere. Se ha quel proposito ed è efficace nel farlo allora quello diventa un metodo adatto. Per poter praticare un metodo in modo appropriato ed efficace è necessario che abbiamo un certo slancio e questo slancio deve essere mirato, nel senso che da un lato dobbiamo sapere dove attingere, dove poter trovare l’essenza che vogliamo dare a questa vita, dobbiamo trovare un significato di questa nostra esistenza e dobbiamo sapere dove andarlo a cercare; quindi dove attingere questo senso, dove trovare questo significato e nel momento in cui abbiamo chiaro dove sia questo nucleo che vogliamo raggiungere, allora dobbiamo dare in qualche modo una connotazione di quantità al tempo.

Dobbiamo quantificare la nostra vita nel senso che la vita non deve rimanere una specie di concetto ma deve quantificarsi in un modo molto pratico in termini di tempo. Perché questo slancio verso il nucleo che vogliamo raggiungere deve essere uno slancio reale, pratico, pragmatico e per fare questo deve essere congruente alla nostra vita, al tempo. Non deve essere uno slancio ideale: “farò quando potrò”.

Deve essere uno slancio oggettivo, reale, autentico che quindi si rende conto del fatto che la vita esiste in questo momento ma è assolutamente transitoria, sta passando e quindi il ruolo della conoscenza della morte e della imprevedibilità della morte è proprio quello di cristallizzare la propria vita in modo che si abbia uno slancio autentico e reale verso la ricerca di questo significato. Un po’ di giorni fa venne da me una persona che mi disse – per lo meno lui diceva – di aver ascoltato Dharma da molto tempo e disse “in questa vita non riesco a sviluppare grande compassione, mi riprometto di farlo nella prossima. Farò delle preghiere così la posso sviluppare nella prossima vita”.

Io non risposi però pensai tra me, “se ha capito quanto è importante sviluppare la mente in questo senso e quindi ha capito che la compassione è uno dei fattori importanti da generare mi domando quali siano le ragioni per le quali posticipa. Se ha capito che è importante e ha capito anche la rilevanza di questo è bene che lo faccia ora perché il fatto che posticipi quando non vi è nessuna base di sicurezza, nessuna garanzia che nella prossima vita possa generare grande compassione è come giocare d’azzardo avendo pochissime probabilità di riuscita”. Non dissi nulla ma pensai “se lo si può fare ora è bene che lo si faccia ora, se si capisce la rilevanza di una conoscenza è bene che la si metta in pratica subito”. Probabilmente aveva capito l’importanza della grande compassione ma paradossalmente non aveva capito, e io non sono stato a ricordarglielo visto che aveva detto che conosceva bene il Dharma, né il valore né la rarità di avere una vita come questa. Non aveva ben chiaro quanto fosse un privilegio e quanto questo privilegio non possa essere assolutamente garantito in futuro, dal momento che stiamo vivendo, perché se se ne rendesse conto allora diventerebbe una priorità quella di prendere l’essenza, il significato di questa vita. È questo il pensiero cheorge nella mente dopo aver contemplato le caratteristiche di questa esistenza. Il fatto che si viva in un privilegio, in un grande privilegio che non è assolutamente contato e quando ci si rende conto di questo è naturale che la persona desideri trarne il massimo vantaggio. È proprio naturale. Quindi se non c’è questa comprensione, questa urgenza, ma anzi si pensa di poter posticipare le cose importanti ad un tempo futuro, allora significa che non si ha ben chiaro quanto bene si sta ora, quante opportunità si stanno vivendo ora.

Ecco perché lo spirito dovrebbe essere “lo faccio adesso” non si parla neanche di farlo oggi e di non aspettare domani, farlo adesso e non aspettare dopo. Si parla di una mente che applica immediatamente, senza rimandare che è un’attività tipica della pigrizia: “lo faccio poi dopo, lo faccio quando avrò tempo” perché non si ha ben presente l’urgenza di farlo e il privilegio di poterlo fare. Se questi due fattori sono presenti allora non si rimanda più, ne a dopo né a domani, lo si fa adesso.

C’è una ragione valida per non aspettare, il non aspettare domani, perché effettivamente non c’è nessuno che vi garantisce quello che farete domani, nessuno vi garantisce nemmeno se domani ci siete, per cui se non vi prendete in giro questa assicurazione non c’è. Quindi è meglio farlo adesso piuttosto che aspettare un ipotetico domani ed è meglio farlo adesso piuttosto che in una vita futura perché c’è ancora meno certezza di cosa saremmo nelle vite future, è proprio un salto nel buio.

Non sappiamo bene quali capacità avremo e che tipo di situazione sperimenteremo dopo la morte e quindi è meglio farlo adesso quando sappiamo che abbiamo qualcosa in mano. Neanche oggi, adesso. Se cerchiamo di essere il più autentici possibili allora viviamo qui e ora non c’è più tempo né ragione per vivere il futuro o il passato.

Se ristringiamo il nostro “campo visivo” a quello che conta è adesso, qui ed ora. Ora è proprio perfetto. Non c’è nessuna ragione per aspettare domani. La ragione per la quale dovremo agire in questo modo, cioè essere più immediati è il fatto che noi pensiamo, ipotizziamo che ci sia un qualcosa, una sicurezza, ma in realtà è tutto un’illusione. Non esiste sicurezza in niente. Nessuno ci assicura niente. Quindi se fossimo più sinceri e ci prendessimo meno in giro lo faremo adesso che è l’unica cosa di cui possiamo essere sicuri. Neanche quello che avviene tra mezz’ora in realtà noi lo sappiamo.

Questo pensiero di transitorietà e di incertezza è qualcosa alla quale ci dobbiamo abituare, perché noi in realtà ci siamo inventati una specie di sicurezza, noi ci siamo inventati una stabilità, una permanenza che in realtà non è vera, non esiste, è fantasia. Però ci siamo abituati tanto a lungo a questo perché lo vogliamo, perché ci fa sentire sicuri, è l’unica cosa che ci fa sentire sicuri, per cui riuscire a vedere la realtà che è la naturale transitorietà delle cose, questo è difficile tanto quanto ci siamo abituati alla permanenza e non serve che una volta annuiamo a qualcuno che dice che le cose passano, non serve, perché l’istante dopo siamo di nuovo nello stesso pensiero. Per cui bisogna deprogrammare la nostra mente riprogrammandola, cioè esponendo alla mente a quella che è la realtà delle cose, cioè la transitorietà delle cose. Dovremmo farlo una e un’altra volta fino a che questi veli di fantasia si squarciano. Allora finalmente si comincia a vedere la transitorietà naturale delle cose.

 Quando parliamo di meditazione, etimologicamente parliamo di un termine che ha la sua radice nella parola familiarizzarsi, abituarsi. Siccome la mente apprende per ripetitività, l’apprendimento in realtà è un rendere familiare, abituale, un certo soggetto che all’inizio è nuovo, non è conosciuto. Per cui la mente apprende in questi termini cioè esponendosi più volte ad un certo aspetto della realtà fino a quando lo fa suo, fino a quando è completamente integrato. La meditazione quindi non è altro che esporre la mente a questi aspetti di realtà fino a quando appunto li comprende, li integra. Ci sono meditazioni nelle quali i meditatori per molto tempo, per tre anni magari, meditano su una divinità e recitano molti mantra, milioni di mantra, milioni dello stesso mantra. La ragione per la quale c’è una ripetitività in questo esercizio è per il fatto che non c’è un’immediatezza della mente nel rendersi perfetta in un determinato comportamento o atteggiamento. C’è bisogno di una ripetitività perché la mente si approssimi a quell’entità, a quella natura, per cui la meditazione come ad esempio la recitazione di mantra, non è altro che la mente che si da il tempo di approssimarsi verso una determinata natura, una determinata entità.

Questo semplicemente per dirvi che non è sufficiente che la mente comprenda, è importante che la mente sviluppi un’altra modalità di cognizione, che sia esposta a quel contenuto per un tempo sufficiente. Non si cambia il modo di vedere il mondo, il modo di vedere le cose comprendendo semplicemente quello che viene detto, ma esponendo la mente a quel tipo di realtà nuova. Nell’esporre la mente in modo ripetuto, continuativo, a questa nuova realtà per potersi svegliare da queste fantasie, dobbiamo utilizzare – come vi ho già detto un certo metodo le cui modalità siano efficaci per questa trasformazione. Vi ho detto che vi sono due fattori importanti perché la mente possa essere esposta a nuovi contenuti e possa apprendere in modo efficace: che si motivi, e quindi che si indirizzi la mente in modo volontario in un certo comportamento, in una certa linea piuttosto che in un’altra e quindi ogni giorno motivarsi per raggiungere determinati traguardi e soprattutto per vivere la giornata in un determinato modo e poi alla fine della giornata fare proprio una rivalutazione, una riconsiderazione di tutto quello che è accaduto.

È importante che la mente venga stimolata indirizzandola verso determinati tragitti, verso determinati orientamenti e che venga poi alla fine portata a riconsiderare tutto quello che è avvenuto.

Nel caso in cui la riconsiderazione, il ricordo, di quello che è avvenuto prenda atto che abbiamo agito in un modo non congruente ai nostri propositi allora che questo venga accolto e che la mente si proponga di riorientarsi in un modo migliore, più attento in futuro. Nel caso in cui il nostro comportamento sia stato allineato con i nostri propositi allora che ci si congratuli, che la mente sia trattata in questo modo; che si parli con noi stessi dicendo “ok hai fatto bene, la prossima volta ancora meglio”. Ed è attraverso una quotidianità di questo tipo che allora ci si può aspettare di avere dei risultati.

Alcuni potrebbero sollevare un quesito e potrebbero dire, potrebbero obiettare: “guardi io lavoro otto ore al giorno, quando torno a casa sono veramente distrutto, io con che cuore mi metto lì e medito oppure riconsidero la mente, faccio quello che mi ha detto lei?!” Sapete quello che mi sembra strano? È che poi quella stessa persona magari arrivato a casa sta tre ore a chiacchierare oppure a guardare la TV e non gli pesa assolutamente. Quelle tre ore che spende parlando, anche magari discutendo, le passa tranquillamente, non è qualcosa che gli pesa tanto, magari quanto utilizzare poco del suo tempo per ridirigere la sua mente. Altrimenti io penso così, che a volte quello che accade è che noi siamo così abituati a chiacchierare o a fare delle cose che non hanno molto senso e queste cose ci privano anche del sonno. Spesso facciamo cose che non hanno un gran significato, come ad esempio chiacchierare e andiamo a letto tardi e alla fine magari il giorno dopo siamo stanchi e magari perché siamo stanchi non riusciamo a fare nient’altro come ad esempio meditare o qualcosa di un po’ più sostanzioso.

Lasciamo stare il meditare ma probabilmente se ci si astenesse, se ci si privasse di una porzione di chiacchiera, dormiremo di più e saremo più tranquilli, io penso questo.

Secondo me molte persone dormono poco rispetto a quello che dovrebbe essere il loro bisogno fisiologico. Le persone dovrebbero come minimo dormire dalle sei alle otto ore e non credo che tutti dormano in modo sufficiente. Quindi molte persone sono stanche, molte persone non dormono come dovrebbero dormire, senza parlare poi degli orari, dell’orario a cui vanno a dormire e a quello in cui si svegliano. È anche un fattore fisiologico, di ristrutturare in un modo un po’ più ordinato la propria vita.

Nel 1996 ero in tour negli Stati Uniti con altri monaci e lì conobbi un ragazzino Tibetano emigrato negli Stati Uniti che faceva un lavoro abbastanza impegnativo e lavorava per quasi 14 ore al giorno. E quello che accadeva poi è che, uscito dal lavoro, siccome era giovane, andava fuori con persone che magari avevano lavorato solo otto ore e quindi accadeva che quando tornava a casa dormiva solo un’ora, un’ora e mezzo e poi tornava a lavorare di nuovo. So che è morto, non so per quale motivo ma secondo me proprio il fisico non ha retto. Queste sono cose che dobbiamo considerare. Credo che questo abbia molto a che vedere con la poca coscienza che abbiamo nel vivere il nostro tempo, la nostra vita. In fondo per essere in salute come massimo possiamo dormire otto ore alla notte, poi lavoriamo otto ore, bene poi ne rimangono altre otto. Il modo in cui disponiamo di queste otto ore dovrebbe essere fatto in un modo intelligente e quindi essere sociali, disporre del nostro tempo libero, ecc.. Il punto è che se non consideriamo le nostre esigenze, i nostri bisogni e quindi sottraiamo il tempo a cose necessarie come il sonno, il cibo, gli alimenti, il riposo ecc.. allora ci sono dei problemi. Dobbiamo essere più coscienti del modo in cui viviamo la nostra vita altrimenti parliamo a lungo e parlando si possono riempire le giornate. Parlando possiamo espandere un contenuto per tre, quattro ore e alla fine non riusciamo neanche a finire quello che volevamo dire. Se parliamo, se chiacchieriamo, di chiacchiere ce ne possono essere infinite quindi cerchiamo di avere coscienza del modo in cui viviamo la nostra vita.

Allora con questo abbiamo concluso questo inizio di corso, questo incontro iniziale che è il primo di questo percorso e io ringrazio tutti di essere venuti qua. Alcuni di voi magari non sono neppure di Padova. A tutti comunque consiglio di pensare a quello che è stato detto, a quello che avete sentito nel senso di domandarvi dove sia veramente il significato della vita, dove sia questo asse centrale dell’essere umano, come si possa ritrovarsi, dove si deve cercare per ritrovarsi e in questo senso quindi se la vostra risposta è quella “dentro di me”, nella mente, ad investigare, a scovare quello che è vero nucleo e quindi per attingere a piene mani alle risorse della nostra mente, della nostra coscienza, allora pensate che c’è la possibilità di educare la mente, di poter far crescere la mente che magari è ancora in uno stato embrionale, un po’ paralizzata, farla crescere, farla fiorire. In questo senso quindi fare in modo che la mente veda un mondo differente e possa agire in questo mondo differente in un modo nuovo.

È in questo contesto che quindi vengono a diminuire i vostri disagi, le sofferenze. Spesso guardiamo la nostra vita ma non vediamo che spesso ci creiamo da soli le difficoltà. È questo abituale agire della mente, entrare in modalità e strategie poco coerenti, poco congruenti, che ci procura del dolore. Non andate via di qui pensando che io vi abbia detto che non ci sono problemi. I problemi ci sono, le difficoltà ci sono. Il mio consiglio è: non amplificateli, che il malessere non venga amplificato da un maldestro utilizzo della propria mente, automatico si però non tanto appunto intelligente. Rendiamo quindi la nostra mente più fine, più raffinata perchè la vita, che è già piena di difficoltà, non diventi una difficoltà ancora maggiore. A questo proposito già molti secoli fa c’erano i Lama Kadampa, i Gheshe Kadampa che scrivevano: Ma le sofferenze che ci sono non vi bastano? Allora se vi bastano non createle da voi. E allora coltivate la mente perché si riducano i problemi”.

Quindi è importante essere coscienti, stare attenti, porre attenzione, porre cura, avere consapevolezza. Per cui io mi fermo qui perché so che ci sono molte domande.

Domanda Cosa intende Gheshe-la, o comunque il Buddismo, per volersi bene?”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel.

In realtà significa riconoscere che è legittimo il nostro desiderio di essere felici e di non avere sofferenze. La ragione per la quale ci si deve voler bene è perché essenzialmente siamo legittimati, abbiamo tutte le ragioni per volere la nostra felicità e non volere la sofferenza.

Domanda Ma in pratica?”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel. Guarda le tue note. Estrai l’essenza da quello che è stato detto e poi mettilo in pratica. Di tutte le cose che sono state dette il filo conduttore è: coltivate l’introspezione, coltivate la consapevolezza, conoscete la vostra mente. Quindi per poter educare la propria mente dovete avere coscienza, dovete osservare la mente.

Quindi di tutto quello che ho detto il tema fondamentale era proprio questo: la mente è il nucleo e il modo in cui ci si deve prendere cura della mente è per prima cosa conoscerla. Quindi osservate. Cominciate a stimolare la consapevolezza, l’introspezione, siate più attenti. Ci sono tante cose che si possono dire ma tutte sono vincolate da questo, cioè bisogna avere più coscienza, bisogna essere più consapevoli.

C’è il metodo del Sutra, c’è il metodo del Tantra, ci sono persone che praticano il metodo del Tantra eppure pochi ottengono risultati che vengono pubblicizzati dal Tantra. Perché? Perché molti praticano il Tantra ma pochi dominano la mente.

Domanda Io ho un problema con l’orgoglio. Nel senso che sento di avere un certo orgoglio come tratto mio caratteristico e ovviamente cerco di combatterlo. Il problema è che spesso nella pratica mi ritrovo ad alimentarlo, nel senso che dico “come sono bravo, come faccio bene la pratica” oppure “guarda sto praticando per il bene di tutti come sono buono”. Questo è un problema, me ne rendo conto. C’è un qualche suggerimento che potete darmi?”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel. Bella domanda. Per prima cosa bisogna distinguere tra orgoglio e fiducia in se stessi. Bisogna distinguere tra le due perché la fiducia in se stessi, l’autostima, è necessaria poiché la mancanza di autostima è un problema. La mancanza di autostima che si esprime in “questo non riesco a farlo, oddio non ce la faccio” circoscrive le possibilità di una persona, limita le possibilità di una persona, specialmente quando la mancanza di autostima essendo un fraintendimento, un’illusione, blocca cose che invece si possono benissimo fare. Per cui diventa una prevenzione, previene dal poter agire. La fiducia in se stessi, l’autostima, è un giusto valore, è la valutazione che si può effettivamente fare, si ha la capacità di fare certe cose. L’orgoglio invece è quel fattore mentale che ingigantisce le proprie qualità specialmente nei confronti delle altre persone, ci si sente superiore. Questo tipo di fattore mentale non è produttivo, non serve e questo fattore mentale è un problema; siccome è un fraintendimento, è un problema.

L’orgoglio è un fattore mentale che è prevalentemente dannoso per il fatto che impedisce il miglioramento. Quando noi siamo orgogliosi pensiamo di essere già arrivati e quindi l’orgoglio fa si che una persona sia prevenuta dal poter apprendere qualcosa da un’altra persona verso cui si sente superiore. Per cui l’orgoglio ha questa entità, cioè quella di sentirsi completo rispetto ad un’altra persona. Nel caso per esempio di essere orgoglioso delle proprie qualità, della propria conoscenza, del proprio status in relazione ad una persona che noi consideriamo inferiore l’orgoglio che cosa proietta? Proietta l’assoluta inutilità da quella persona, noi da quella persona non possiamo trarre assolutamente niente. Questo è quello che ci dice l’orgoglio.

Possiamo perfino evitare quella persona, tanto è inferiore. Il modo in cui dobbiamo trasformare questo, il modo in cui dobbiamo far breccia tra l’illusione e il fraintendimento causato dall’orgoglio è il fatto che ad esempio ci saranno delle ragioni ben specifiche per le quali ci sentiamo orgogliosi. Ad esempio questa persona per le poche qualità che ha in relazione a noi allora non può ad esempio avere un lavoro oppure non può avere amici, oppure non ha un’insegnante adeguato, ecc.. Se riflettiamo in un modo equilibrato, lasciando da parte l’orgoglio, quello che accade è che ci rendiamo conto che sulla base dell’osservare le sue mancanze abbiamo ben chiaro quello che non vogliamo essere. Se osserviamo le mancanze di questa persona ci rendiamo conto di quello che non vogliamo e l’obiettivo verso il quale vogliamo andare risulta più chiaro. In un certo modo le non qualità di questa persona ci rendono più chiare le qualità che noi vogliamo. Questo è un esempio delle cose che si possono imparare da quella persona. Il fatto che noi siamo impediti dal poter apprendere qualcosa dagli altri non è perché oggettivamente non c’è nulla da apprendere ma perché noi siamo prevenuti dall’apprendere, che è appunto una forma di orgoglio. Allora si deve stimolare la mente a ricercare se effettivamente non c’è nulla che questa persona ci possa insegnare, anche in modo indiretto completamente incoscientemente. Non c’è proprio niente che si possa apprendere da quella persona? Perché nel momento in cui la mente riesce a capire che c’è qualcosa che si trae da quella persona, l’orgoglio scende. Perché l’orgoglio ha a che vedere con il considerare che non c’è nulla che si possa apprendere. Nel momento in cui invece si apprende qualcosa è come se il canale si aprisse. C’è come un canale che si apre e quindi l’orgoglio viene ridotto.

È importante anche capire in che modo dobbiamo influenzare la nostra mente. Eliminare l’orgoglio, non l’autostima, è qualcosa di difficile da fare però perlomeno si può ridurre. Se ci si abitua a creare degli spazi di apertura a una mente che invece tende a chiudere, perché l’orgoglio chiude come gli altri difetti mentali che chiudono, se si riesce ad aprire, allora questo diminuisce l’influenza del difetto mentale.

Domanda Quando avevo vent’anni ero contenta della mia età, ero piena di progetti, ero contenta di quello che doveva succedere, ecc.. Adesso che ne ho quarantasei ogni volta, ogni giorno penso “e oggi c’è questo da fare, e domani c’è quell’altro da fare” più pensieri, più preoccupazioni. Vorrei essere a vent’anni spensierata ma questo ormai non posso più farlo, non posso fare marcia indietro.

Come dobbiamo fare per superare sempre tutti questi stress che abbiamo, è una catena sempre una dietro l’altra, non si finisce mai.”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel. Pensi meno. È meglio che non pensi tanto. Il punto qual è? È che abbiamo l’abitudine a seguire qualsiasi cosa ci venga in mente. La mente formula molti pensieri, ha i suoi voli pindarici di desiderio o di aggressività, ecc.. Ora se noi seguiamo la mente quello che accade è che non c’è fine. Seguendo la mente si alimenta questo circolo e si è veramente trascinati da una parte e dall’altra. Sapete come quelli che fanno lo sci acquatico, cioè esattamente dovunque va il motoscafo così va lo sciatore. Nello stesso modo se qualsiasi increspatura della nostra mente, qualsiasi pensiero viene alimentato dalla nostra attenzione e quindi sentiamo la necessità di esprimerlo immediatamente, in qualsiasi modo, verbalmente, fisicamente, allora è chiaro che si hanno molte cose da fare, si hanno molti desideri. E in generale c’è una proporzionalità diretta tra l’avere molti desideri e essere molto insoddisfatti. È ironico ma quando perseguiamo quelli che sono i desideri, le montagne russe della nostra mente, ci sono due problemi che vedo. Uno è il fatto che la maggior parte dei desideri rimane insoddisfatta, secondo è che consumiamo tutto il tempo che abbiamo.

Domanda Le persone simili si associano con le persone simili, se ho capito bene, perché c’è un’assonanza tra queste persone. Ma se ti capita di incontrare persone cattive, malvagie, vuol dire che anche tu sei in quella condizione? ….ma io non mi sento malvagia, non mi sento una persona cattiva”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel. Non è al 100% così.

Domanda Lo spero, altrimenti mi vengono i dubbi su che cosa sto combinando.”

Ven. Gheshe Tenzin Tenphel.

C’è da dire che non ho detto incontrare ma associarsi. Io mi incontro con voi e in qualche modo ci siamo associati per un po’ di tempo ma in un qualche modo io posso incontrare quello che mi borseggia ma non è che mi associo con lui. Questa è una cosa. Non è che faccio un club. Tenete presente, osservate come la vostra mente reagisce. Vi sono delle persone che voi conoscete e di primo acchito non vi piacciono. C’è qualcosa, vi danno una sensazione di poca sicurezza, instabilità e la vostra mente non è felice. È quello che noi chiamiamo antipatia. Non è assolutamente empatico, noi incontriamo una persona e non c’è feeling, non c’è un rapporto. In realtà dobbiamo seguire quello che dice la mente, distanziatevi, tenetevi lontano, createvi uno spazio (a meno che non sia vostro marito…). Non dovete associarvi con persone di questo tipo. Oppure persone che sono estremamente colleriche, ogni volta che le vedete entrano in collera, queste non sono persone con le quali vi dovete associare.

Fino a quando la vostra mente non ha l’agilità, non è una mente atletica per cui riesce ad essere più forte delle condizioni esterne, nel senso che riesce a maneggiare le condizioni esterne, è chiaro che dovete supplire a questa incapacità con una distanza fisica. Cercate di essere selettivi anche con le persone con le quali vi associate. Ascoltatevi. Thashi Delek. Arrivederci.

Colophon. Insegnamenti del Ven. Gheshe Tenzin Tenphel sul tema “L’arte buddista di saper morire” dati a Padova presso il Centro Tara Cittamani http://www.taracittamani.it/ il 7 – 8 dicembre 2002. Traduzione dal Tibetano di Andrea Cappellari. Trascrizione: Elisabetta Valentini. Revisione: Filippo Scianna. Seconda revisione ed editing del Dr. Luciano Villa nell’ambito del Progetto “Free Dharma Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

 

Warning: Division by zero in /web/htdocs/www.sangye.it/home/altro/wp-includes/comment-template.php on line 1379