Ven. Ghesce Yesce Tobden: Cosa significa praticare il Dharma?

Ven. Ghesce Yesce Tobden: Una volta che abbiamo scoperto l’origine della sofferenza, allora dovremmo conoscere se è possibile eliminarla. 

Ven. Ghesce Yesce Tobden: Una volta che abbiamo scoperto l’origine della sofferenza, allora dovremmo conoscere se è possibile eliminarla.

Ven. Ghesce Yesce Tobden: Cosa significa praticare il Dharma?

3. Insegnamenti del Ven. Ghesce Yesce Tobden al Centro Ewam, Firenze.

Quale potrebbe essere un esempio per definire che quella azione diventa una azione della pratica di Buddha-Dharma?

Un esempio potrebbe essere quello di:

1) capire innanzi tutto che Buddha Sakyamuni è colui che mostra come uno potrà realizzare la vera protezione, il vero rifugio;

2) capire che la vera protezione, il vero rifugio è la realizzazione personale, cioè Dharma, l’insegnamento;

3) capire che i compagni dei praticanti, Sangha, sono compagni che incoraggiano a realizzare questo rifugio, questa protezione.

Quindi, avendo capito questo, dovremo fare la richiesta a Buddha, Dharma, Sangha, di darci la forza necessaria per la nostra pratica. Sulla base di questo dovremo cercare di applicare la massima attenzione o prudenza, coscienziosità, sui propri comportamenti, cioè sulle azioni del corpo e della parola. Un esempio della pratica di Buddha Dharma a livello basilare potrebbe essere di agire consapevolmente, correttamente, evitare le azioni negative e invece compiere il più possibile le azioni positive.

Chi ci protegge realmente, o chi ci salva realmente dal dolore, dalla sofferenza, dalla rinascita nell’esistenza inferiore, dalla rinascita infelice, ovviamente non è Buddha, perché lui aveva già dichiarato che non poteva farlo con la sua mano, ma soltanto la nostra pratica personale che consiste nell’evitare di accumulare le cause negative e, invece, accumulare le cause positive. Così, non accumulando le cause negative non matura l’effetto negativo: in questo modo chi ci salva realmente è la nostra pratica, la pratica personale.

Sakyamuni Buddha aveva detto: “Non accumulare nemmeno la più piccola azione negativa, quindi evitare il più possibile, ed invece impegnarsi il più possibile nelle azioni positive non trascurando nemmeno l’azione positiva più piccola, ma impegnarsi accumulando un po’ alla volta. In questo modo pacificare la mente”.

Questo era l’insegnamento di Buddha Sakyamuni, vale a dire che Lui è colui che mostra come realizzare il Rifugio.

Poi la persona, una volta ascoltato questo, deve mettere in pratica, integrare, vivere in accordo alla propria comprensione; quindi effettivamente abbandona le azioni negative e concretamente si impegna nelle azioni positive. Questo modo di vivere, questo modo di fare è la pratica di Dharma e questo è il Rifugio vero, la protezione vera, perché solo attraverso questo si evita di far soffrire, di soffrire, avere dolore, avere rinascita infelice. Ecco perché il Dharma, il secondo oggetto, è la vera protezione.

Poi abbiamo il Sangha: per esempio vediamo una persona che vive assumendo questo tipo di comportamento o questo tipo di azione, o questo stile di vita, quindi abbandona le azioni negative e pratica le azioni positive. Noi vediamo la persona che pratica in questo modo e ci stimola, ci ispira e diciamo “Anche io vorrei praticare come lui riesce a praticare”. Quindi sorge in noi un certo tipo di ammirazione. In questo modo si crea un rapporto Sangha.

Abbiamo detto di pregare, fare le richieste a Buddha, Dharma, Sangha, affinché anche loro ci aiutino ad avere le forze sufficienti a praticare e, sulla base di questo, praticare, cioè abbandonare le azioni negative e impegnarsi nelle azioni positive. Attraverso questo possiamo evitare di rinascere nell’esistenza infelice, nella rinascita inferiore, ma questo non ci basta perché, anche se ci troviamo nell’esistenza umana, superiore rispetto all’esistenza animale o a esistenze ancora più inferiori, la nostra esistenza è ancora nella sfera dell’esistenza ciclica condizionata da morte e rinascita e continua questo ciclo.

In breve cosa significa kor-ua in tibetano? Vuol dire circolare, vuol dire che nessuno di noi ha scelto di rinascere con la libera scelta personale, vuol dire che nessuno di noi invecchia con la libera scelta personale, vuol dire che nessuno di noi si ammala con la libera scelta personale e nessuno di noi, ovviamente, morirà con la libera scelta personale. Tutto questo avviene senza una libera scelta personale, ma, in qualche modo, si continua ad affrontare queste esperienze: nasciamo, invecchiamo, qualcuno nemmeno invecchia, ci ammaliamo, moriamo e poi rinasciamo ancora e questo si chiama “circolare”, Kor-ua in tibetano.

A conclusione di questa nostra analisi, l’osservazione è: se ci troviamo in una esistenza inferiore certamente non ci mancherà la sofferenza, il dolore; se ci troviamo nella esistenza umana, come la nostra esperienza ci conferma, anche in questa non mancano le sofferenze e i dolori; ma anche se dovessimo trovarci nella esistenza dei deva, che sarebbe ancora superiore rispetto agli esseri umani, anche lì, certamente, non mancherebbero le sofferenze ed i dolori. Dappertutto c’è dolore, dappertutto c’è sofferenza, in qualsiasi tipo di esistenza che appartiene a questo kor-ua in tibetano, a questo “circolare”, ci sarà sempre dolore, ci sarà sempre sofferenza.

Una domanda: “Chi ci fa circolare continuamente, chi è il responsabile?” Ovviamente la spiegazione è che questo circolare, kor-ua, deve avere una causa, perché altrimenti non ci può essere questo effetto: è un effetto, quindi ci deve essere una causa. La causa deve essere necessariamente a seconda del tipo di effetto, perché non può essere di natura opposta dell’effetto. Vuol dire che sicuramente c’è karma, azione già compiuta precedentemente, e sicuramente quell’azione, karma, compiuta precedentemente, deve essere motivata, deve essere compiuta, sulla base delle attitudini mentali distorte che abbiamo menzionato precedentemente.

In conclusione, kor-ua è il risultato dell’insieme delle attitudini mentali distorte e karma, insieme c’è kor-ua.

Per questo motivo troviamo un altro insegnamento di Buddha Sakyamuni: “Conoscere dolore, conoscere la sofferenza; abbandonare l’origine del dolore, l’origine della sofferenza; seguire il sentiero, cioè meditare il sentiero; otterrete la cessazione, cioè la fine del dolore”.

Queste sono quattro parole che hanno una loro sequenza logica, progressiva, evolutiva.

Lui dice: “La prima cosa è conoscere il dolore”, cioè ci deve essere la consapevolezza del dolore, della sofferenza. Una volta conosciuto il dolore, una volta capito il dolore, cioè con la consapevolezza del dolore, bisogna chiedersi da dove viene questo dolore e quindi si va a scoprire l’origine del dolore, quindi si deve conoscere l’origine del dolore.

Una volta che abbiamo scoperto l’origine del dolore, una volta che abbiamo conosciuto l’origine del dolore, allora dovremmo conoscere se è possibile eliminare l’origine del dolore. Una volta che abbiamo capito che è possibile eliminare l’origine del dolore, cioè abbandonare l’origine del dolore, bisogna quindi scoprire successivamente in che modo, con quale strumento, con quale metodo, quindi bisogna scoprire il sentiero. Una volta che abbiamo scoperto il sentiero necessario, cioè il metodo, lo strumento, non resta altro che applicarlo, praticarlo. L’effetto di tutto questo sarà l’ultimo, cioè l’ottenimento della fine del dolore.

Quando dice “Meditare il sentiero o seguire il sentiero” dobbiamo capire che cosa è questo sentiero. In questa parola sentiero sono inclusi tre tipi di addestramenti:

1. l’addestramento superiore nell’autodisciplina morale;

2. l’addestramento superiore nella concentrazione;

3. l’addestramento mentale nella saggezza.

Questi tre vengono chiamati sentiero e bisogna quindi addestrarli. L’effetto dell’addestramento di questi tre sarà quello di riduzione, cioè una continua eliminazione, delle attitudini mentali distorte, negative, ed un continuo aumento dei pensieri, delle attitudini mentali positive.

Attraverso questo processo uno potrà effettivamente riuscire a raggiungere l’ultimo stadio, il nirvana, la fine del dolore, la cessazione del dolore, cioè essere liberi dalla prigione del kor-ua, circolare. Però. è sempre un ottenimento personale, cioè un effetto che viene goduto solo da se stessi, ma restano tutti gli altri esseri senzienti che continuano ad affrontare dolori, sofferenze. Quindi non basta essere liberi solo noi stessi dal kor-ua, perché rimangono tutti gli altri che vogliono e devono essere aiutati a raggiungere anche loro l’uscita fuori dal kor-ua.

Pensando, quindi: “Non basta che sia libero solo io, ma voglio che anche tutti gli altri possano essere liberi da questo kor-ua e per fare questo mi impegno”. Questa motivazione, questa aspirazione, è chiamata “la mente dell’illuminazione”.

3. Insegnamenti del Ven. Ghesce Yesce Tobden al Centro Ewam, Firenze. Fontehttps://www.facebook.com/ciampa.yesce?fref=ts che si ringrazia di cuore.

 

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