Thich Nhat Hanh: La pratica dei quattro mantra.

Thich Nhat Hanh: “Sono qui per te”.

Thich Nhat Hanh: “Sono qui per te”.

Meditazioni per i malati e i moribondi di Thich Nhat Hanh

Oggi è l’undicesimo giorno di agosto del 1996, siamo nel Lower Hamlet, e il nostro discorso di Dharma sarà in Inglese. Oggi ci accingiamo ad imparare la pratica dei quattro mantra, perché questo è il tipo di pratica che io vorrei che tutti potessero fare a casa loro ogni giorno. E’ molto facile, ed è anche piacevole. Un mantra è una formula magica. Ogni volta che si pronuncia un mantra, si può subito trasformare la situazione; non devi aspettare. E’ una formula magica che si deve imparare a recitare per quando sarà il momento opportuno. E la condizione che lo rende efficace è la vostra consapevolezza, la vostra concentrazione. Ciò significa che questo mantra può essere recitato solo quando si è perfettamente consapevoli e concentrati. In caso contrario, potrebbe non funzionare. Ma non c’è bisogno di essere consapevoli o concentrati al cento per cento; anche l’ottanta per cento può produrre un miracolo. E tutti noi siamo in grado di essere consapevoli e concentrati.

Il primo mantra è: “Tesoro, io sono qui per te”. Penso che i bambini provenienti dall’Italia dovrebbero recitarlo in Italiano, i bambini Francesi dovrebbero recitarlo in Francese, i Vietnamiti in Vietnamita, e così via. Noi non dobbiamo fare questa pratica in Sanscrito e Tibetano. Perché dobbiamo praticare questo mantra, “Tesoro, io sono qui per te”? Perché quando si ama qualcuno, si deve offrire a lui o lei il meglio che avete. E il meglio che si può offrire al vostro amato è la vostra stessa presenza. La vostra vera presenza è molto importante per lui o per lei.

Conosco un ragazzo di undici o dodici anni. Un giorno suo padre gli chiese: “Domani sarà il tuo compleanno. Cosa vuoi? Io lo comprerò per te”. Il giovane non era molto eccitato. Sapeva che suo padre era una persona molto ricca, – direttore di una grande società,- e che poteva permettersi di comprare tutto ciò che il giovane voleva. Era estremamente ricco, quindi non era certo un problema  comprare un regalo di compleanno per il figlio. Ma il giovane non voleva nulla. Egli non era molto felice, e non perché non avesse molte cose con cui giocare. Lui non era felice, perché suo padre non era con lui, era sempre assente. Non trascorreva mai abbastanza tempo a casa. Era sempre in giro come una freccia. E ciò che il giovane desiderava di più era la presenza di suo padre. Egli aveva un padre, ma non gli sembrava molto chiaro che aveva un padre, perché il padre era così occupato.

Sapete, quando qualcuno è ricco, cerca di lavorare sempre molto di più proprio per continuare ad essere ricco; questo è il problema. Una volta che siete ricchi, non potete permettervi di essere poveri. Ecco perché è necessario utilizzare tutto il vostro tempo ed energia per lavorare, lavorare, lavorare, giorno e notte, al fine di continuare a essere ricchi. Ed ho visto molte persone così. Così il padre non ha tempo per i suoi figli. Anche se i bambini in linea di massima hanno un padre, essi in realtà non ne hanno alcuno. Quello che serve di più è la presenza del padre accanto a loro. Così il giovane non sapeva cosa dire. Ma alla fine ebbe un’illuminazione. Egli disse: “Papà, io so bene quello che voglio.” “Cosa?” disse il padre, pensando ad un trenino elettrico, o qualcosa del genere. Il giovane disse: “Io voglio te!” Ed è molto vero che i bambini, se non hanno il loro padre o la madre accanto, non sono molto felici. Quindi quello che vogliono di più è la presenza della persona che amano.

Quando si ama qualcuno, il dono più prezioso che si può fare a lui o lei è la vostra vera presenza. Ecco perché si deve praticare in modo tale da esserci. Voi siete lì al cento per cento e guardando a lui o lei, dite: “Tesoro, io sono davvero qui per te.” – Questo è il dono più grande che possiamo fare alla  nostra persona amata. Ma questa non deve essere solo una dichiarazione. Sappiate che un mantra non è una dichiarazione. Un mantra è qualcosa che voi pronunciate in piena realtà, il che significa che voi dovete essere lì al cento per cento, così che quello che dite diventi un vero e proprio mantra. Quindi, al fine di essere realmente lì, avete bisogno di uno o due minuti di pratica; inspirate e vi dite: “Inspirando, sono calmo, espirando, sorrido. Inspirando, sono davvero qui, espirando, sono davvero qui”. Fatelo un paio di volte, e improvvisamente, sarete davvero lì. E’ meraviglioso. Non sarete più presi con i vostri problemi, non sarete catturati dai vostri progetti, non sarete catturati dal futuro, o dal passato.

Voi siete davvero lì, a disposizione, per la persona che amate. Dopo, quando sarete sicuri di essere davvero lì – corpo e mente insieme, – dirigetevi verso la persona che amate, e guardando lui o lei consapevolmente, sapendo che quella persona è davvero lì e voi anche siete lì, sorridete e ditele: “Tesoro, io sono qui per te, io sono veramente qui per te”. Per molti, questo è il dono più grande che si possa fare al nostro amato.

Se il padre del ragazzo avesse capito che avrebbe dovuto praticare la respirazione consapevole, o camminare per pochi minuti, avrebbe fermato tutti i suoi progetti, avrebbe cancellato qualcuno dei suoi incontri e si sarebbe seduto, molto vicino al suo ragazzo, e mettendogli il suo braccio intorno, avrebbe detto così al bambino: “Caro, questa volta sono davvero qui per te”, e guardandolo negli occhi, gli avrebbe ancora detto che è un momento meraviglioso, che è un momento in cui la vita è davvero reale e profonda: il padre è lì e il figlio è lì. L’amore è lì, perché essi sono lì l’uno per l’altro, essi sono disponibili l’uno per l’altro. Quando si ama qualcuno, dovete voi stessi essere a disposizione della persona che amate. Ecco qual’è la pratica di questa meditazione – rendersi disponibili al cento per cento, come dono per la persona che amate.

Così mi piacerebbe che i bambini scrivessero questa formula su un foglio di carta nella propria lingua, in bella grafia, e la decorassero con fiori e frutti e uccelli. Quando tornerete a casa, appuntate quel mantra sul muro e praticatelo ogni giorno con la persona che amate. “Tesoro, io sono davvero qui per te,” e questo è il primo mantra. Alcuni miei amici in America hanno dipinto quel mantra su una maglietta. Anche voi potete dipingere su una maglietta quella formula magica in Italiano o Francese o Tedesco o Olandese. Quando poi indosserete quella maglietta, “Tesoro, io sono qui per te”, voi potreste proprio guardare quella persona, puntare il dito sul mantra e sorridere.

Il secondo mantra è: “Tesoro, so che sei lì, e sono molto felice.” Anche questo è un mantra molto facile da praticare. Perché amare significa riconoscere la presenza della persona che amate. Al fine di riconoscere che lui o lei è lì, bisogna averne il tempo. Se voi siete troppo occupati, come potreste riconoscere la sua presenza? E la condizione più importante per pronunciare questo mantra è che voi siate lì al cento per cento. Se non ci siete al cento per cento, non è possibile riconoscere la presenza della persona che amate. Quando siete amati da qualcuno, è necessario che la persona riconosca che voi ci siete, sia che siate molto giovane, o che abbiate 70 o 80 anni di età, si comporterà sempre allo stesso modo. Abbiamo sempre bisogno che l’altra persona riconosca che siamo qui. Vogliamo essere abbracciati dalla sua attenzione. I bambini non solo hanno bisogno degli adulti, ma hanno bisogno anche di questo. Abbiamo bisogno di essere abbracciati dall’energia della presenza mentale dell’altra persona. Quindi, se noi ci siamo al cento per cento e si va verso l’altra persona, guardiamo a lui o lei, sorridiamo e diciamo, “Tesoro, so che sei lì e io sono molto felice”. Questo è il modo di riconoscere la presenza della persona che amate e di dire che siete molto felice che lei è ancora presente e viva, a nostra disposizione in ogni momento. Sappiate che tale pratica può rendere l’altra persona molto felice subito – non c’è bisogno di aspettare cinque o dieci minuti.

Questo è il Buddhadharma – che è efficace subito. Se ne siete impauriti, dovete imparare. Dovete chiudere la porta, spegnere la luce, e cercare di praticare il mantra, “Tesoro, so che sei lì, e io sono molto felice.” E quando si è sicuri d poterlo fare, aprite la porta, andate da lui o lei, e praticatelo. Ora, io pratico questo mantra non solo con le persone, ma mi ci esercito anche con la luna, la stella del mattino, i fiori di magnolia. L’anno scorso quando sono andato in Corea, sono stato ospite di un seminario Protestante ed essendo primavera, la mia piccola casa era circondata da magnolie. I fiori di magnolia erano molto belli. Hanno un colore bianco come la neve. Ho praticato la mia meditazione camminata tra i fiori di magnolia. Mi sentivo così felice, era così meraviglioso. Quindi volli fermarmi e guardare da vicino ogni fiore di magnolia. Mi venne da sorridere, ho respirato e mi sono detto, “Tesoro, so che sei lì, e sono molto felice,” e mi sono inchinato al fiore. Ero felice, e ho pensato che anche il fiore di magnolia era felice, perché quando la gente riconosce la vostra presenza e apprezza la vostra presenza, voi sentite di valere qualcosa. Naturalmente, perfino i fiori di magnolia erano molto, molto preziosi per me.

A volte guardo la luna piena con consapevolezza, pratico la respirazione in/out, e dico alla luna piena il mantra: “Luna piena, bella luna piena, so che sei lì, e sono molto felice.” Ed in quel momento ero davvero felice. Ero una persona libera che non era assalita da preoccupazioni o paure, né da alcun tipo di progetti. E siccome ero libero, ero io. Ho avuto il tempo e l’opportunità di toccare le meraviglie della vita intorno a me, e questo è il motivo per cui ho potuto toccare la luna piena e ho praticato il mantra con la luna piena. Questo pomeriggio, potrebbe piacervi di praticare il mantra con qualcuno, o semplicemente praticare il mantra con un albero o una farfalla, perché sono tutti meravigliosi.

Siamo nella sala di meditazione e tutti noi possiamo sentire il suono della pioggia. Per me il suono della pioggia è qualcosa di meraviglioso. Nell’ UpperHamlet abbiamo una veranda che noi chiamiamo “veranda-per-ascoltare-la-pioggia”. Se sei una persona libera, hai solo bisogno di stare lì e ascoltare la pioggia, e puoi essere già molto felice, perché la pioggia è qualcosa di meraviglioso. Anch’io spesso penso che la pioggia sia come il bodhisattva Avalokiteshvara. Dopo diverse settimane senza pioggia, la vegetazione comincia a soffrire e quando la pioggia arriva possiamo vedere che tutti gli alberi ed i cespugli sono molto felici. Penso che essi godano tantissimo il rumore della pioggia, come succede a me. Seduti nella sala di meditazione, o seduti nella “veranda-per-ascoltare-la-pioggia”, ci è possibile apprezzare il suono della pioggia e si può essere molto felici mentre siamo seduti lì.

Quindi la felicità è possibile con la consapevolezza, perché la consapevolezza ci aiuta a realizzare che cosa c’è lì – di così prezioso. Quelli tra di noi che hanno ancora una mamma, tutti dovremmo essere felici. Quelli tra di noi che hanno ancora un padre, tutti dovremmo essere felici. Quelli tra di noi che hanno ancora gli occhi in buone condizioni per poter vedere la luna, tutti dovremmo essere felici. Ci sono molte cose che possono farci felici ora. E questa è la pratica della consapevolezza, e quindi la pratica della meditazione buddhista. Perciò, vi prego di scrivere il secondo mantra su un altro foglio di carta con la vostra scrittura, e decorarlo con colori, con fiori, frutti, foglie, uccelli e così via, e poi appenderlo nella vostra camera. Sono certo che se voi praticate sia il primo che il secondo mantra, ci saranno molte persone assai felici intorno a voi. E non venite a dirmi che (questa) pratica sia difficile – non lo è… [Campana]

Anche il terzo mantra è facile da praticare. Questo mantra si pratica quando si vede che la persona che voi amate sta soffrendo. Lei o lui piange, sta piangendo. Oppure, se non piange, sembra molto infelice. Se uno pretende di essere un amante, allora dovrebbe sapere che cosa sta accadendo alla persona che ama, e la consapevolezza vi aiuta a notare che qualcosa non va dentro quella persona. Naturalmente, se voi ci siete al cento per cento con lui o lei, noterete ben presto che la persona che amate soffre. Se non vi accorgete che la persona che voi amate sta soffrendo, non siete consapevoli; non siete un amante ideale, perché non c’è consapevolezza in voi. Quelli tra di voi che affermano di essere veri amanti, dovrebbero praticare la consapevolezza, dovrebbero praticare la meditazione, perché come si può amare se non siete lì presenti? Si può amare solo quando si è lì presenti; ma per essere lì presenti bisogna praticare ‘l’essere lì’, sia con il respiro consapevole e sia con la meditazione camminata, o con qualsiasi tipo di pratica che possa aiutare ad essere veramente lì, come persona libera, per la persona che si ama. Quindi poiché siete lì, voi siete consapevoli – questo è il motivo per cui avete notato che la persona che amate sta soffrendo. Proprio in quel momento dovete praticare a fondo, per essere lì al cento per cento. Andate da lui o da lei, e pronunciate il terzo mantra, “Tesoro, so che stai soffrendo, è per questo che io sono qui per te.”

Quando succede a voi di soffrire, desiderate che la persona che amate sia sempre consapevole della vostra sofferenza, il che è molto umano, molto naturale. Se voi soffrite, e l’altra persona che amate non sa che voi soffrite, se ignora la vostra sofferenza, voi di sicuro soffrirete molto di più. Quindi, sarebbe un grande sollievo se la persona che amiamo sa, se è consapevole, che stiamo soffrendo. Perciò il vostro compito, la vostra pratica come amante, è di venire a offrire a lui o lei la vostra vera presenza e pronunciare il terzo mantra, “Tesoro, so che stai soffrendo, è per questo che io sono qui per te.” Prima ancora di poter fare qualsiasi cosa per aiutarla, la persona già soffre di meno, perché sa che siete a conoscenza della sua sofferenza. Così l’effetto della pratica è istantaneo, più veloce di quando si fa il caffè istantaneo – è molto veloce. Quanto più si è concentrati, più c’è consapevolezza, maggiore sarà l’effetto della vostra pratica. Ed anche i bambini possono praticare questo molto bene. Ogni volta che vedono il loro fratello o la sorella soffrire, ogni volta che vedono la mamma piangere, dovrebbero imparare a praticare questo mantra. Essi dovrebbero praticare la respirazione profonda in/out e poi andare da quella persona, prendere la sua mano nella loro mano e dire: “Tesoro, so che soffri e io sono qui per te, davvero, io sono qui per te.” Questo un grande sollievo.

Il quarto mantra è solo per gli adulti perché è un po’ più complicato. Io vorrei che anche questo terzo mantra fosse scritto in Inglese, Italiano, Tedesco, e nel vostro stile di calligrafia scritta – e dovrebbe essere decorato con molto amore e cura. Ne farete un capolavoro. E per farlo, non aspettate solo di essere a casa, ma vi chiedo di scrivere i tre mantra qui e ora, con molto belle decorazioni. E quando sarete a casa, metteteli sulla parete della vostra camera o nel soggiorno, fate voi. Ma io mi aspetto che sarete in grado di praticarli. E questa non è la pratica solo per i bambini, questa è la pratica per tutti. Anche se avete settanta o ottanta anni, potete ancora praticarli; anche ad ottanta anni si può ancora praticarli e questo può portare un sacco di felicità in casa. Provateci per un paio di settimane, e vedrete che la situazione in casa si trasformerà molto drasticamente. Così, la comunicazione viene ripristinata. Siamo interessati alla felicità, al dolore e alla sofferenza di ogni membro della famiglia. E naturalmente questa pratica è facile, semplice, e chiunque può farla.

Ora, quando sentite la campanella, vi prego di alzarvi in piedi e inchinarvi a tutto il Sangha prima di uscire. [Suona la campanella e i bambini escono…]

Ora una storia. Al tempo del Buddha, vi era un laico di nome Anathapindika. Il suo vero nome era Sudatta. Anathapindika era un nome datogli dal popolo della città perché tutti lo amavano. Aveva un buon cuore. Egli era un ricco commerciante, un uomo d’affari, ma spendeva molto del suo tempo e denaro a prendersi cura dei poveri, delle persone che erano state abbandonate, bambini, orfani, e così via. Ecco perché dal popolo della sua città, Shravasti, a lui fu dato il titolo “Anathapindika”, che significa “la persona che si prende cura di quelli isolati, quelli infelici”, e così via. E fu ancora lui che invitò il Buddha a venire ad insegnare nel suo paese. Il Buddha prima di allora soggiornava nel paese di Magadha. Durante uno dei suoi viaggi a Magadha, Anathapindika scoprì lì la presenza del Buddha. Egli fu molto fortemente ispirato dall’insegnamento del Buddha, ed è per questo che poi lo invitò al suo paese, in Kosala. Ed è sempre lui che acquistò il più bel parco vicino alla città di Shravasti e lo offrì al Buddha per farne un monastero, il primo monastero in quel paese. In seguito, fu chiamato il Parco di Jeta, perché il proprietario del parco era stato un principe, il cui nome era Jeta.

Anathapindika provò un grande piacere nel servire il Buddha ed il Sangha, e la sua famiglia era una famiglia felice, perché la moglie e tutti i tre bambini seguivano l’insegnamento del Buddha. Ma non  tutti gli insegnamenti del Buddha erano stati dati, perché a quel tempo la gente pensava che i laici fossero troppo occupati e dovevano ricevere solo il tipo di insegnamenti che potevano permettersi di fare. Così il tipo più profondo degli insegnamenti veniva dato solo ai monaci e alle monache. Allora, Anathapindika spiegò ai monaci e alle monache che c’erano dei laici che erano in grado di praticare gli insegnamenti più profondi del Buddha, e disse loro: “Per favore, Venerabili, tornate indietro e dite al Signore Buddha che ci sono molte persone laiche che sono troppo occupate e quindi non possono permettersi di imparare e praticare l’insegnamento più profondo del Buddha, ma ci sono anche tra i laici coloro che sono molto capaci di imparare la pratica e questi insegnamenti più profondi…. “

In seguito, Anathapindika si ammalò e stava per morire. Questo avvenne dopo aver servito il Buddha per circa trent’anni. Il Buddha andò da lui a fargli visita, e dopodiché incaricò il Venerabile Shariputra, uno dei suoi migliori discepoli, di prendersi cura di Anathapindika. Un giorno, Shariputra apprese che Anathapindika era estremamente grave e poteva andarsene in qualsiasi momento; così egli si diresse nella stanza del fratello minore nel Dharma, il venerabile Ananda, e gli chiese di venire per una visita. Così entrambi andarono a casa di Anathapindika.

Quando Anathapindika li vide arrivare tutti e due fu molto contento. Cercò di mettersi a sedere, ma era troppo debole; non ci riusciva. Shariputra disse: “Amico mio, resta disteso lì dove sei. Non devi provare a metterti seduto, ci porteranno qualche sedia e noi ci metteremo seduti qui accanto a te”. E dopo aver detto ciò, Shariputra chiese: “Caro amico, Anathapindika, come ti senti nel tuo corpo? Sta aumentando o diminuendo il dolore nel tuo corpo”. E Anathapindika disse: “Venerabili, il dolore in me è in aumento per tutto il tempo; Soffro molto, e non diminuisce”. E quando Shariputra sentì questo, disse: “Perché non pratichiamo la meditazione sui Tre Gioielli? Pratichiamo la respirazione dentro e fuori, e concentriamo la nostra attenzione sul meraviglioso Buddha, sul meraviglioso Dharma, e sul meraviglioso Sangha”. Ed offrì la meditazione guidata sia per Anathapindika e sia anche per i monaci seduti lì e praticarono insieme al laico che era in punto di morte. Così, i due santi monaci sostennero un praticante laico in questo momento cruciale.

Shariputra era una persona estremamente intelligente. Egli era come la mano destra del Buddha, che si prendeva cura della comunità dei monaci, insegnando a molti di loro come un fratello, e lui sapeva esattamente di cosa aveva bisogno il morente Anathapindika. Così prima di tutto offrì la meditazione sui Tre Gioielli, perché sapeva molto bene che la gioia più grande di Anathapindika era di servire il Buddha e il Sangha. Egli aveva fatto di tutto per rendere più confortevoli il Buddha e il Sangha. Perciò, meditare sul Buddha, sul Dharma e sul Sangha, avrebbe portato gioia e felicità, che avrebbe controbilanciato il dolore nel corpo. Tutti noi abbiamo da imparare da ciò, perché in noi ci sono i semi della sofferenza e ci sono i semi della gioia. Se noi impariamo a sapere come attivare i semi di gioia, essi saranno innaffiati e l’energia della felicità e della gioia sarà abbastanza forte per controbilanciare, e per rendere la persona meno sofferente.

Il Buddha è uno che ha la capacità di essere lì, di essere consapevole, di avere la comprensione, di essere in grado di amare e accettare, di essere gioioso. Ci sono dieci titoli del Buddha che la gente dovrebbe ripetere per attivare quelle qualità – la gioia e la pace del Buddha. Dopo aver meditato sul Buddha, essi meditano sul Dharma. Il Dharma è un percorso che può portare sollievo e gioia e pace a noi subito, non abbiamo bisogno di aspettare. Il Dharma non è una promessa di felicità nel futuro. La pratica del Dharma non è una questione di tempo; non appena abbracciate il Dharma e la pratica, cominciate subito a ottenere sollievo e trasformate la vostra sofferenza. E il Sangha è composto dai membri che praticano la concentrazione, la consapevolezza, la saggezza, la gioia e la pace. Affinché la mente attivi questi meravigliosi gioielli – lasciate che essa innaffi il seme della felicità in voi. Dopo circa dieci minuti di una simile pratica, Anathapindika si sentiva già molto meglio.

La prossima volta quando vi siederete vicino ad una persona morente, dovreste praticare in questo stesso modo. Voi siete lì, presente al cento per cento, con la stabilità, la solidità, e la pace. Questo è molto importante. Voi siete il sostegno di tale persona morente, e lui o lei ha molto bisogno della vostra stabilità, la vostra pace. Per accompagnare una persona morente, è necessario fare del vostro meglio – non aspettate fino a quel momento per praticare. Dovete praticare sempre nella vostra vita quotidiana per coltivare la vostra pace, la vostra solidità. Allora potrete vedere dentro la persona, e si riconoscono i semi della felicità che sono sepolti nel profondo di lui o di lei, e voi potrete giusto dare acqua a questi semi. Ognuno ha i semi della felicità. Dobbiamo saperlo in anticipo. E nel momento in cui si parla a lui o a lei, utilizzerete la meditazione guidata, per aiutare lui o lei ad attivare i semi della felicità dentro di lui o di lei.

Diversi anni fa, ero in procinto di condurre un ritiro nella parte settentrionale dello stato di New York, e venni a sapere che il nostro amico Alfred Hassler stava morendo in un ospedale Cattolico là nelle vicinanze. Così decidemmo di fermarci e trascorrere del tempo con lui. Alfred era stato molto attivo durante la guerra del Vietnam. Era stato direttore della ‘Fellowship of Reconciliation’ a New York, e ci aveva sostenuto con tutto il cuore nel portare il messaggio di pace da parte del popolo Vietnamita, e aveva lavorato molto duramente per ottenere un ‘cessate il fuoco’ e una negoziazione tra le parti in conflitto. Ora, stava morendo lì, ed io e la sorella Chan Khong, e circa sei o sette di noi, eravamo in una limousine, e ci siamo organizzati per poter fermare il ritiro. Solo a me e a Sister Chan Khong ci fu permesso di entrare; gli altri rimasero in attesa in macchina. Quando fummo arrivati, Alfred era già in coma e Laura, sua figlia, cercava di richiamarlo, “Alfred, Alfred, Thay è qui, Sister Chan Khong è qui!” Ma lui non tornò indietro.

Io chiesi a Sister Chan Khong di cantare una canzone per lui; la canzone era stata scritta da me e le parole sono state prese direttamente dal SamyuttaNikaya: “Questi occhi non sono me, io non sono catturato in questi occhi. Io sono vita senza dei limiti, io non sono mai nato, e non potrò mai morire. Guardami, sorridimi, prendi la mia mano. Noi, ora, ti diciamo addio, ma ci rivedremo presto dopo di ora. E ci incontreremo l’un l’altro in ogni altra vita”. Sister Chan Khong poi cominciò a cantare a bassa voce quella canzone. Si potrebbe pensare che se Alfred era in coma, non poteva sentirla. Ma non dovete esserne troppo sicuri, perché dopo che la canzone fu cantata due o tre volte a bassa voce, Alfred tornò a se stesso – si risvegliò. Così anche voi potete parlare con una persona che è in coma. Non scoraggiatevi, parlate a lui o lei, come se la persona fosse sveglia. Ecco un modo di comunicare. Noi rimanemmo molto contenti che egli aveva recuperato la sua coscienza e Laura disse: “Alfred, sai che Thay è qui con te, Sister Chan Khong è qui con te.” Alfred non era in grado di parlare. Era stato alimentato con glucosio e cose del genere. Non poteva dire una parola, ma i suoi occhi dimostrarono che egli era consapevole che noi eravamo lì. Gli massaggiai i piedi e gli chiesi se era consapevole del tocco del mio massaggio. Quando Laura glielo chiese, i suoi occhi risposero che egli era consapevole che stavo massaggiando i suoi piedi.

Quando si sta morendo, si può avere una vaga sensazione del proprio corpo; non si sa esattamente se il nostro corpo è lì. Quindi, se qualcuno ci strofina o massaggia le braccia o i piedi, questo fatto ci aiuterà, e ciò ristabilirà una sorta di contatto e di consapevolezza che il nostro corpo è ancora lì. Sister Chan Khong cominciò a praticare esattamente come Shariputra; lei cominciò a innaffiare i semi della felicità in Alfred. Anche se Alfred non aveva passato molto del suo tempo al servizio del Buddha, e del Sangha, egli aveva trascorso molto tempo a lavorare per la pace. Così Sister Chan Khong stava innaffiando i semi del lavoro di pace in lui. “Alfred ti ricordi di quando stavi a Saigon ed eri in attesa di vedere il monaco superiore Tri Quang? A causa dei bombardamenti Americani, Tri Quang non era disponibile a vedere nessun Occidentale. E tu ricevesti una lettera da Thay e dovevi consegnarla a Tri Quang? Non ti fu permesso di entrare, così ti sedesti fuori della porta, e infilasti sotto la sua porta un messaggio in cui dicevi che avresti osservato un digiuno fino a quando la porta non si fosse aperta, e non hai dovuto aspettare a lungo perché appena dieci minuti dopo, Tri Quang aprì la sua porta e ti invitò ad entrare? Ti ricordi di questo, Alfred?” E lei cercava di rinfrescare i ricordi di Alfred su questi eventi felici.

“Alfred, ti ricordi di quell’evento a Roma, in cui trecento preti Cattolici stavano manifestando per la pace nel Vietnam? Ognuno di loro portava il nome di un monaco Buddista incarcerato in Vietnam, – perché questi monaci Buddisti avevano rifiutato di essere arruolati nell’esercito e obbedire alle leggi dell’esercito. Da lì, noi abbiamo fatto del nostro meglio per rendere nota la loro sofferenza. Così a Roma, trecento preti Cattolici con indosso i nomi di trecento monaci Buddisti in carcere in Vietnam fecero una parata, ti ricordi?” Tutti questi ricordi gli tornarono in mente. Sister Chan Khong continuò a praticare, esattamente come Shariputra. A un certo punto, Alfred aprì la bocca e parlò. Egli disse, “Meraviglioso, meraviglioso,” due volte, e questo fu tutto. Uno o due minuti dopo, egli sprofondò di nuovo in coma e non tornò più. Altre sei persone stavano aspettando nella limousine, e quella sera poi abbiamo dovuto dare un colloquio di orientamento a quattro o cinquecento praticanti, così io ho consigliato a Laura e a Dorothy, la moglie di Alfred, che se lui fosse tornato, dovevano continuare lo stesso tipo di pratica: massaggiare e annaffiare i semi della felicità in lui. E poi siamo andati via. [Campana]

La mattina presto del giorno successivo, abbiamo ricevuto una chiamata telefonica in cui ci veniva detto che Alfred era morto molto pacificamente, solo un’ora o un’ora e mezza dopo che lo avevamo lasciato. Sembra che ci stesse aspettando, e dopo quel nostro incontro si vede che era pienamente soddisfatto ed è morto in pace. Quando la sorella di Sister Chan Khong stava morendo in California, lei soffriva molto nel suo corpo. Si trovava in coma in ospedale, ma aveva molto dolore nel corpo; e piangeva e gridava, e tutti i suoi figli non sapevano cosa fare, perché non avevano ancora imparato nulla dal Dharma. Quando Sister Chan Khong entrò nella stanza e vide questo, cominciò a cantare. Ma il suo canto era troppo debole rispetto al lamento e al pianto della persona che stava morendo. Così Sister Chan Khong utilizzò un registratore a cassette e un nastro con il canto, come quello che avete sentito questa mattina, “NamoAvalokiteshvaraya, Bodhisattva Avalokiteshvara”. Lei si mise un auricolare e alzò il volume piuttosto alto. In pochi minuti, tutta l’agitazione, tutta la sofferenza, tutto il pianto si fermò, e da quel momento e fino alla sua morte, lei rimase molto tranquilla.

Fu come un miracolo, e tutti i suoi figli non capivano perché, ma noi lo sappiamo. Dato che anche lei aveva il seme del Buddhadharma in lei, aveva sentito il canto, aveva avuto contatti con la pratica – il canto, l’atmosfera della pratica. Ma poiché aveva vissuto troppi anni in un ambiente dove l’atmosfera di calma e di pace non era disponibile, molti strati di sofferenza l’avevano ricoperta, ed ora il canto la stava aiutando anche se era in coma. Il suono la penetrò e l’aiutò a attivare ciò che era nel profondo della sua mente. Grazie a quel miracolo che la collegò con i semi di pace e tranquillità dentro di essa, lei fu in grado di calmare tutta la sua agitazione e il pianto, e rimase molto calma fino alla sua morte. Quindi, ciascuno di noi ha in sé quel tipo di semi…, semi di felicità, semi di pace e semi di tranquillità. Se sappiamo come attivarli, noi saremo in grado di aiutare una persona a morire, e a morire in pace. Dobbiamo fare del nostro meglio durante questi momenti – dobbiamo essere calmi, stabili, tranquilli, e presenti al fine di aiutare una persona morente. La pratica Buddista di attivare ‘l’Ultimo’, dovrebbe essere praticata anche nella nostra vita quotidiana, e non dobbiamo aspettare fino a quando stiamo per morire per praticarlo. Perché, se noi sappiamo come mettere in pratica il toccare in profondità il mondo fenomenico nella nostra vita quotidiana, noi siamo in grado di toccare il mondo dell’Assoluto, la dimensione ultima della realtà nella nostra vita quotidiana. Quando beviamo la nostra tazza di tè, quando si guarda la luna piena, quando si tiene la mano di un bambino, o si cammina insieme con un bambino, se lo si fa molto profondamente, consapevolmente, con concentrazione, allora si è in grado di toccare la dimensione ULTIMA della realtà, e questa è la crema del vero insegnamento Buddista del ‘toccare l’Ultimo’.

L’altro giorno noi abbiamo parlato dell’onda, del vivere la vita di un onda, ma al tempo stesso si può anche vivere la vita dell’acqua (dentro di lei). L’onda non deve morire per diventare l’acqua, perché l’onda è già l’acqua nel momento presente. Ognuno di noi ha la sua dimensione ULTIMA – potete chiamarla “il regno di Dio”, o il Nirvana, o il Nulla. Ma questa è la nostra ultima dimensione, l’ultima dimensione  della nostra realtà. Se nella nostra vita quotidiana noi viviamo in modo superficiale, non possiamo toccarla. Ma se impariamo a vivere la nostra vita quotidiana in un modo profondo, saremo in grado di attivare il Nirvana, il mondo della non-nascita e della non-morte, proprio nel “qui ed ora”. Questo è il segreto della pratica che potrà aiutarci a superare la paura della nascita e della morte.

Dopo aver guidato Anathapindika alla pratica dell’annaffiare i semi della felicità in lui, il Venerabile Shariputra continuò con la pratica del guardarsi in profondità: “Caro amico Anathapindika, ora è il momento di praticare la meditazione sulle sei basi sensoriali. Inspira e praticala con me, poi espira e praticala con me. Questi occhi non sono me, io non sono catturato in questi occhi. Questo corpo non sono io, io non sono preso in questo corpo. Io sono vita senza confini. Il decadimento di questo mio corpo non significa la fine di me. Io non sono limitato a questo corpo”. Così continuarono a praticare, in modo da “abbandonare l’idea che noi siamo questo corpo, che siamo questi occhi, siamo questo naso, siamo questa lingua, che siamo questa mente”. Poi, hanno meditato anche sugli oggetti dei sei sensi: “Le forme non sono me, i suoni non sono me, gli odori non sono me, i gusti non sono me, il tatto e i contatti con il corpo non sono io; Io non sono preso in questi contatti con il corpo. Questi pensieri non sono me, queste nozioni non sono io, io non sono preso in questi pensieri e in queste nozioni”. E meditarono sulle sei coscienze: ‘La vista, l’udito, la coscienza basata sul naso, la coscienza basata sulla lingua, la coscienza basata sul corpo, la coscienza basata sulla mente’; “Io non sono catturato nella coscienza basata sul corpo. Io non sono catturato nella coscienza basata sulla mente” (In data 23 Giugno 1997, ho dovuto un po’ riorganizzare qui – per separare le sei basi dei sensi, degli oggetti e delle coscienze).

Così continuarono a praticare, per non abbandonare l’idea che noi non siamo questo corpo, né siamo questi occhi, né siamo il naso, né siamo questa lingua, non siamo questa mente, neanche gli oggetti di queste sei basi di senso – la vista, l’udito, coscienza basata sul naso, coscienza basata sulla lingua, la coscienza basata sul corpo, la coscienza basata sulla mente. “Le forme non sono me, i suoni non sono me, gli odori non sono me, i gusti non sono me, i contatti con il corpo non sono me; Io non sono preso in questi contatti con il corpo”. Poi meditarono sui sei elementi: “Io non sono l’elemento terra in me, io non sono preso nell’elemento terra. L’elemento acqua in me, non sono io; io non sono preso nell’elemento acqua”. Poi andarono avanti con gli elementi dell’aria, lo spazio, il fuoco, e infine la coscienza. Finalmente arrivarono alla meditazione di ’Essere e non-essere, andare e venire’.

“Caro amico Anathapindika, tutto ciò che esiste sorge a causa di cause e condizioni. Tutto ciò che è, ha la natura di ‘non nascere e non morire’, di non arrivare e non partire” – Quando guardiamo questo foglio di carta, potremmo pensare che ci sia stato un momento in cui il foglio di carta ha cominciato ad essere, e ci sarà un momento in cui questo foglio smetterà di essere. Sentenziando: Essi stavano meditando sull’essere e non-essere.

Noi pensiamo che prima di nascere non esistevamo, e pensiamo che dopo la morte diventeremo un nulla, poiché nella nostra mente noi abbiamo l’idea che nascere significa “diventare improvvisamente qualcosa dal nulla”. Diventare improvvisamente Qualcuno partendo da nessuno – questa è la nostra idea della nascita. Ma com’è possibile che dal nulla un qualcosa possa diventare qualcosa, e che da ‘nessuno’ si possa diventare qualcuno? Tutto questo è molto assurdo.

Guardate questo foglio di carta, possiamo pensare che il momento della sua nascita è stato quando la pasta è stata fatta diventare questo foglio di carta. Ma questo foglio di carta non è nato dal nulla! Se guardiamo in profondità in questo pezzo di carta, si può vedere che esso c’era già prima della sua “nascita”, sotto la forma di un albero, sotto forma di acqua, sotto forma di sole, perché con la pratica del guardare in profondità noi possiamo vedere la foresta, la terra, il sole, la pioggia, tutto lì. Quindi, la cosiddetta “nascita” del foglio di carta è solo una “continuazione”. Il foglio di carta era esistito per lungo tempo in varie forme. La “nascita” del foglio di carta è solo una continuazione. Non dobbiamo farci ingannare dalla apparente ‘comparsa’. Ora, sappiamo che il foglio di carta non è mai realmente nato. E’ sempre stato lì, perché il foglio di carta non è venuto dal nulla. Può ‘qualcosa’ diventare dal nulla, improvvisamente, un qualcosa? Da nessuno, può improvvisamente nascere un ‘qualcuno’? Questo è molto assurdo. Niente può essere così. Così il giorno della nostra nascita è solo un giorno di continuazione e la pratica della meditazione è proprio il guardare in profondità in noi stessi per poter vedere la nostra vera natura. Ciò significa che la nostra vera natura è la natura di ‘non-nascita e non-morte’. Nessuno che nasce e nessuno che muore, questa è la nostra vera natura. Noi siamo abituati a pensare che ‘essere nati’ significa che dal nulla si diventa “qualcosa”. Questa idea, questo concetto è sbagliato, perché nessuno può dimostrare questo fatto. Non solo questo foglio di carta, ma anche quel fiore, questo libro, questo thermos, erano qualcos’altro prima di essere “nati”. Quindi nulla nasce dal nulla. Lo scienziato francese Lavoisier disse, “Rien ne se crée”… Nulla si crea…. Non c’è nascita. Lo scienziato non è un insegnante di Buddismo, ma ha detto una frase esattamente con lo stesso tipo di parole che si trovano nel Sutra del Cuore. “Nulla si crea, e nulla si perde (o muore)”. Detto qui: E’ la stessa verità che è detta dalla bocca di uno scienziato. Cerchiamo di bruciare questo foglio di carta per vedere se siamo in grado di ridurlo in niente. Forse avete un fiammifero o qualcosa del genere? Siate attenti e osservate…. Sappiamo che è impossibile ridurre nulla in un nulla. Potrete notare il fumo che si sprigiona. Dov’è adesso? Una parte del foglio di carta ora è diventato fumo, si è unito in una nuvola. Possiamo vederlo anche domani nella forma di una goccia di pioggia. Questa è la vera natura del foglio di carta. E’ molto difficile per noi cogliere il ‘venire e andare’ di un foglio di carta. Ci rendiamo conto che una parte della carta è ancora lì, da qualche parte nel cielo, sotto forma di una nuvoletta. Quindi possiamo dire: “Ciao! Arrivederci, ci vediamo ancora domani.” Quando io brucio il foglio, esso è caldo e mi dà molto calore sulle dita. Il calore che è stato prodotto dalla combustione è penetrato anche nel mio corpo e nel vostro. È venuto dal cosmo, e se voi disponete di uno strumento molto sofisticato, vi sarà possibile misurare l’effetto di quel calore su ogni cosa, anche a diversi chilometri da qui. Quindi questa è un’altra direzione verso cui il foglio di carta è andato. Esso è ancora lì, in noi e intorno a noi. Non abbiamo bisogno di molto tempo per vederlo di nuovo. Potrebbe essere già nel nostro sangue. Come cenere. E un giovane monaco può fare ritorno al suolo, e forse l’anno prossimo quando troverai una foglia di lattuga, è la continuazione di questa cenere. Quindi è chiaro che non è possibile ridurre nessuna cosa a nulla, e tuttavia noi continuiamo a pensare che morire significa che da qualcosa uno diventa nulla, e da qualcuno proprio tu diventerai nessuno. È mai possibile? Quindi la dichiarazione, “Rien ne se crée, rien ne se perd”, nulla è realmente nato, nulla può morire, si sposa alla perfezione con l’insegnamento del Buddha sulla natura di non-nascita e non-morte. La nostra paura nasce dalle nozioni – nozioni di essere e non-essere, nozioni di nascita e morte. Non appena siamo venuti al mondo ci viene insegnato che prima c’era il “non-essere”, dopo che siamo nati noi crediamo che questo sia “essere”, e dopo la morte pensiamo che ci sarà di nuovo il “non-essere”. Quindi non solo le nozioni di nascita e morte sono le cause dell’imprigionamento nella nostra paura, ma le nozioni di essere e non-essere devono proprio essere trascese. Questo è il cuore dell’insegnamento Buddista – mettere a tacere tutte le nozioni e le idee, ivi comprese le nozioni di nascita e morte, di essere e non-essere. Cos’è il Nirvana? Il Nirvana è il soffiar via tutte le nozioni, le nozioni che servono come base della paura e della sofferenza.

L’altro giorno avevamo a che fare con il concetto di felicità. Anche la nozione di felicità può renderci infelici, può essere in grado di creare un sacco di miseria per noi. Anche questo è uno dei concetti che devono essere trascesi. Ci sono concetti inseriti nella nostra mente che sono la base delle nostre paure e della sofferenza: le nozioni di essere e non-essere, nozioni di nascita e morte, dell’andare e venire. Da dove siamo venuti e dove andremo? Anche l’idea di andare e venire è una nozione che si dovrebbe trascendere. E ancora: La nozione che uno e lo stesso sono differenti? [Campana]


Questa è la meditazione guidata data a Anathapindika da Shariputra: “Tutto ciò che è, ha la natura di non nascere e non morire. Nessuna nascita e nessuna morte. Nessun arrivare e nessun partire. Non c’è venire, non c’è andare. Quando il corpo sorge, esso sorge; non viene da nessuna parte. Quando il corpo muore, esso cessa; non va da nessuna parte. Il corpo non è inesistente prima che esso appaia. Il corpo non è esistente dopo che scompare. E ancora: Non è a causa della manifestazione del corpo che si può percepire il corpo e pensare che il corpo c’è. E neanche è a causa del fatto che non si può percepire il corpo che lo si può qualificare come non-essere. Quando le condizioni sono sufficienti c’è una manifestazione, e se percepite quella manifestazione, voi la qualificate come ‘essere’. Invece, se le condizioni non sono più sufficienti, e non potete percepirlo, voi lo qualificate come ‘non-essere’. Voi siete imprigionati in queste due nozioni.

E’ come se voi veniste a PlumVillage nel mese di aprile e, guardando, non vedreste nessun girasole. Guardandovi in giro voi direste che non ci sono girasoli tutt’intorno. Ma questo non è vero. I semi di girasole sono stati seminati. Tutto è pronto, in quel momento. Solo i contadini e i loro amici, quando guardano le colline intorno a PlumVillage, possono già vedere i girasoli. Ma voi non siete abituati ad una cosa così, e vi tocca aspettare fino al mese di luglio, al fine di riconoscere e percepire i girasoli. Quindi, se dalla vostra percezione, voi qualificate le cose come “essere” o “non-essere” beh, allora voi state perdendo di vista la realtà. Il fatto che le cose non siano da voi percepite non le rende un ‘non-essere’, cioè inesistenti. E solo per il fatto che voi potete percepirle, non significa che possiate qualificarle come ‘essere’, cioè esistenti. E’ solo un fatto di cause e condizioni. Se le condizioni sono sufficienti, allora le cose sono evidenti, e si possono percepire; e per questo che si dice che “sono”.

Ecco perché, nella meditazione profonda, noi dobbiamo trascendere tutte queste idee, tutte queste nozioni, e così possiamo vedere quello che gli altri non possono vedere. Guardando nel fiore, si può vedere la spazzatura, si può vedere la nuvola, si può vedere il terreno, si può vedere il sole. Senza troppa fatica, si può vedere che un fiore “inter-è” (o inter-esiste) con tutto il resto, compreso il sole e la nuvola. Sappiamo che se togliamo il sole o la nuvola, il fiore sarà impossibile. Il fiore è lì perché le condizioni sono sufficienti per essere; noi lo percepiamo e diciamo, “Il fiore esiste.” E quando queste condizioni non vengono insieme, e voi non lo percepite, e allora dite: “Non è lì.” Così noi siamo presi e catturati dalle nostre nozioni di essere e non-essere. La dimensione ultima della nostra realtà non può essere espressa in termini di essere e non-essere, di  nascita e morte, di venire e andare…

È come l’acqua che è la sostanza delle onde. Parlando di un’onda, si può parlare della “nascita” di un’onda, o della “morte” di un’onda. L’onda può essere “alta” o “bassa”, “questa” o “altra”, “più” o “meno” bella: ma tutte queste nozioni e termini non possono essere applicati per l’acqua, dato ché l’acqua è l’altra dimensione delle onde. Così, la dimensione ultima della nostra realtà è già in noi, e se possiamo attivarla, potremo trascendere la paura di ‘essere e non-essere’, ‘nascita e morte’, ‘venire e andare’. Per i meditatori Buddisti, “essere o non essere”, non è questo il problema! Perché essi sono in grado di attivare la VERA realtà della non-nascita e non-morte; nessun essere, nessun non-essere. Bisogna trascendere entrambi i concetti -essere e non-essere,- perché questi concetti costituiscono il fondamento delle vostre paure.

Sarebbe un peccato se noi praticassimo solo per ottenere un tipo di sollievo relativo. Il sollievo più efficace è possibile solo quando si attiva il nirvana. Nirvana significa la dimensione ultima del nostro essere, in cui non c’è nessuna nascita, nessuna morte, nessun essere, nessun non-essere. Ognuna di queste nozioni viene interamente rimossa. Ecco perché ‘nirvana’ significa “estinzione” – l’estinzione di tutte le nozioni e concetti, e anche l’estinzione di ogni sofferenza che sorge da questi concetti, come la paura, le ansie e le preoccupazioni. Non appena noi cominciamo ad attivare il mondo fenomenico, vediamo che c’è la nascita, c’è la morte, c’è l’impermanenza, e c’è un tipo egoistico di non-sé. Ma, se si comincia a toccare in profondità il mondo dei fenomeni, si scopre che la base di tutto è il nirvana. Non solo le cose sono impermanenti, ma sono anche permanenti. Di solito, noi trascendiamo l’idea di permanenza, e trascendiamo anche l’idea di impermanenza. L’impermanenza è considerata come un antidoto, in modo da potersi liberare dal concetto di permanenza. E, dato che noi siamo imprigionati dall’idea di un sé, anche il non-sé è un dispositivo per aiutarci a ottenere la liberazione dalla nozione di un sé. Riuscendo ad attivare l’Assoluto, non solo ci si può liberare dal concetto di un sé, ma si può anche eliminare la nozione di non-sé. E, se in voi ora c’è la nozione di nirvana, beh, vi prego di fare del vostro meglio per eliminarla al più presto possibile, perché il nirvana è l’eliminazione di tutte le nozioni, compresa la stessa nozione di nirvana!

Anathapindika era un praticante molto abile. Quando meditava su questo punto, egli era così scosso da ottenere subito l’intuizione (insight). Egli fu in grado di attivare la dimensione di non-nascita e di non-morte. All’improvviso si era liberato dall’idea che lui era ‘questo corpo’. Egli si era liberato dalle nozioni di nascita e morte, dalle nozioni di essere e non-essere, e improvvisamente aveva raggiunto lo stato di non-paura. Il Venerabile Ananda lo vide piangere di felicità, grazie a questo tipo di rilascio. Ma Ananda non riusciva a capire quello che realmente stava accadendo al laico Anathapindika, e così disse: “Mio caro amico, perché piangi? Perché sei dispiaciuto? Forse pensi di aver sbagliato qualcosa nella tua pratica di meditazione?” Ananda era molto preoccupato. Ma Anathapindika disse: “Signore Ananda, io non rimpiango nulla. Ho praticato con molto successo”. Quindi Ananda gli chiese, “Allora,

perché piangi?”- Anathapindika disse:” Venerabile Ananda, piango perché sono molto commosso. Io ho servito il Buddha, il Dharma e il Sangha per più di trent’anni, eppure non ho ricevuto nessun tipo di insegnamento che sia profondo come quello di oggi. Perciò sono così felice di averlo ricevuto e di aver praticato questo insegnamento”. E Ananda disse: “Caro amico, questo tipo di insegnamento noi monaci e monache lo riceviamo ogni giorno.”

Dovete sapere che Ananda era molto più giovane di Shariputra. Perciò, Anathapindika disse questo: “Venerabile Ananda, vi prego di tornare a casa e dire al Signore Beato che ci sono laici che sono così occupati che non possono ricevere questo tipo di insegnamento profondo, ma tra di noi ce ne sono alcuni che, anche se laici, hanno il tempo, l’intelligenza e la capacità di poter ricevere questo tipo di insegnamento e pratica”. E quelle poi furono le ultime parole pronunciate dal laico Anathapindika.

Il Venerabile Ananda promise di far ritorno al boschetto di Jeta e riferire tutto ciò al Buddha, e nel sutra è riportato che non molto tempo dopo la partenza dei due monaci, il laico Anathapindika morì serenamente e felice.

In un sutra, c’è un discorso chiamato “Gli insegnamenti da dare ai malati”. Potete trovarlo in inglese nel ‘PlumVillageChanting Book’. Stiamo lavorando su una nuova versione del PlumVillageChanting Book, ma nella presente edizione questo testo c’è già. Questo testo è disponibile in Pali, in Cinese, e ci sono diversi altri testi che offrono lo stesso tipo di insegnamento. Quindi, vorrei raccomandarvi di studiare questo testo e di fare insieme una discussione di Dharma, al fine di approfondire la nostra comprensione della dottrina, e sul modo di come mettere in pratica questo insegnamento di Buddha nel miglior modo possibile.

Se qualcuno di voi è uno psicoterapeuta, o un assistente sociale, o anche se siete un individuo che ha modo di aiutare una persona morente, è molto importante studiare questo tipo di insegnamento e metterlo in pratica nella vostra vita quotidiana. E anche se siete semplicemente un meditatore, che vorrebbe approfondire la pratica, ritagliatelo; chi vuole sbarazzarsi della sua paura, la sua mancanza di stabilità, la sua rabbia, allora lo studio e la pratica di questo sutra vi aiuterà ad ottenere molta più stabilità, assai più pace, e soprattutto la base della non-paura, così che quando arriverà il momento, sarà possibile affrontarla in un ambiente molto tranquillo e in un modo facile, perché si suppone che un giorno tutti noi dovremo morire. Anche se teoricamente in questo insegnamento non c’è nascita né morte, se noi siamo in grado di vivere la nostra vita quotidiana in modo tale che si possa toccare la dimensione ultima, allora quel momento non sarà affatto un problema per tutti noi. Nella mia vita quotidiana io pratico sempre il ‘guardare’ le cose intorno a me, le persone intorno a me, e me stesso; e posso già vedere la mia ‘continuazione’ in questo fiore, o quel cespuglio, o quel giovane monaco, o in quella giovane monaca, o in quel giovane laico. Vedo che noi apparteniamo alla stessa realtà, che stiamo facendo del nostro meglio come Sangha, noi portiamo i semi del Dharma un po’ dappertutto, e cerchiamo di rendere felici le persone intorno a noi; quindi non vedo il motivo per cui devo morire, per poter vedere me stesso in voi, in altre persone, in molte generazioni. Ecco perché ho promesso ai bambini che io supererò il colle del ventunesimo secolo insieme con loro.

Dalla cima del colle, nel 2050, io guarderò verso il basso e potrò godere ciò che oggi è lì insieme con i giovani. Il giovane monaco PhapCanh ora ha ventuno anni, e quando sarà sulla sommità del colle ne avrà settantacinque! E naturalmente io sarò con lui, mano nella mano, e ci affacceremo insieme per vedere il paesaggio del ventunesimo secolo. Così, come Sangha, noi saliremo tutti insieme sulla collina del XXI secolo. Tutti faremo del nostro meglio così che la scalata sarà piacevole e tranquilla, e avremo tutti i bambini con noi, perché sappiamo che non moriremo mai. Noi saremo lì per sempre per e con loro.

Cari amici, queste trascrizioni dei discorsi di Dharma sono insegnamenti dati dal Venerabile ThichNhatHanh a PlumVillage o nei vari ritiri in tutto il mondo. Gli insegnamenti coprono tutte le aree di interesse per gli operatori: dal trattare con le emozioni difficili, a realizzare la natura dell’Interessere di noi stessi, e molto altro ancora.

Questo progetto si basa sulla generosità (Dana) così che questi colloqui possono continuare a essere messi a disposizione di tutti. È possibile inoltrarli e ridistribuirli via email, e potete anche ristamparli e distribuirli ai membri del vostro Sangha. Quest’opera ha la licenza del Creative Commons Attribution -Non Commercial-No Derives 3.0 Unported Creative Commons License.

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