Sakyong Mipham Rinpoche: Le Nove Tappe del Training Mentale

Sakyong Mipham Rinpoche greets His Holiness the Dalai Lama at Shambhala Mountain Center in 2006

Sakyong Mipham Rinpoche greets His Holiness the Dalai Lama at Shambhala Mountain Center in 2006

Le Nove Tappe del Training Mentale di Sakyong Mipham Rinpoche

Le nove tappe progressive dello sviluppo mentale (Secondo la Pratica di Meditazione Shamatha)

Descrizione: La parola tibetana (shinè) per indicare la meditazione Shamatha significa calma. La pratica della meditazione Shamatha sviluppa la capacità di focalizzare la mente in perfetta e univoca concentrazione ed è un prerequisito per lo sviluppo di vipashyana o insight (meditazione analitica). La meditazione Shamatha dovrebbe idealmente essere praticata in un luogo isolato, sedendosi in una postura meditativa detta di Buddha Vairocana. Di solito, l’oggetto della concentrazione è l’immagine del Buddha o di una divinità.
L’illustrazione dello sviluppo di tranquillità mentale è brillantemente rappresentato in questa thangka in nove progressivi stadi di sviluppo mentale che si ottengono attraverso i
sei poteri, che sono studio, contemplazione, memoria, comprensione, diligenza e perfezione.
Il primo stadio è raggiunto attraverso il potere dello studio e o dell’ascolto. Il monaco fissa la mente sull’oggetto di concentrazione. Qui, un monaco insegue, cattura, guida e sottomette l’elefante, il cui colore progredisce dal nero al bianco. L’elefante rappresenta la mente, e il suo colore nero raffigura gli aspetti grossolani dell’ottusità mentale. La scimmia rappresenta la distrazione o agitazioni mentali, e il suo colore nero, raffigura la dispersività. La lepre rappresenta l’aspetto più sottile dell’andare in profondità. Il pungolo e la corda che il monaco utilizza rappresentano la chiara comprensione ed il raccoglimento consapevole. Il progressivo diminuire del percorso rappresenta il grado decrescente di sforzo necessario per coltivare la comprensione e il raccoglimento.
I cinque oggetti dei sensi rappresentano le cinque fonti di distrazione sensoriale.
I dettagli sono i seguenti. Come accennato sopra, la scimmia rappresenta l’agitazione mentale; il suo colore nero, la distrazione. La scimmia all’inizio corre selvaggiamente, portando l’elefante. Il secondo stadio è raggiunto attraverso il potere della concentrazione. Questo si ottiene allungando i periodi di concentrazione sugli oggetti. I cinque sensi del tatto sono oggetti di distrazione. Ad iniziare dalle loro teste, l’elefante e la scimmia cominciano a diventare bianchi. Ciò mostra il continuo progresso che si raggiunge nel fissare e tenere nella mente gli oggetti di concentrazione.
La terza e la quarta fase sono raggiunte attraverso il potere della memoria o del raccoglimento. Il monaco lega l’elefante fissando la divagante mente sull’oggetto. La lepre, che adesso appare sulla schiena dell’elefante, rappresenta gli aspetti sottili dell’approfondimento. Qui, uno diventa capace di distinguere tra gli aspetti grossolani e sottili dell’approfondimento. L’elefante, la scimmia, e la lepre guardano indietro; mostrando di aver riconosciuto queste distrazioni mentali, la mente si distacca da queste distrazioni mentali, la mente torna all’oggetto della concentrazione. Il meditante mantiene una concezione chiara e dettagliata dell’oggetto.
La realizzazione del quinto e sesto stadio di assorbimento meditativo si ottiene attraverso il potere di una chiara comprensione. La scimmia ora segue l’elefante; il sorgere della distrazione diminuisce. Anche l’insorgere di pensieri virtuosi deve essere percepita come una distrazione dall’oggetto della concentrazione. Il monaco aggancia l’elefante con il suo pungolo; la mente viene fermata dalla chiara comprensione dal suo vagare. La mente è sotto controllo. La lepre scompare e la mente è pacificata. Le fasi settima e ottava sono raggiunte attraverso il potere della perseveranza energetica. La scimmia lascia l’elefante ed ora si accuccia dietro al monaco in completa sottomissione. Tuttavia, ci sono ancora lievi tracce di color nero; ciò dimostra che anche la profondità sottile e la dispersione possono continuare a sorgere. Se dovessero continuare a sorgere, possono essere eliminate con uno sforzo minimo. Ora la scimmia scompare e l’elefante diventa completamente bianco. La mente ora può restare continuamente in assorbimento sull’oggetto della concentrazione, nell’unidirezionalità della mente. La nona tappa dell’assorbimento mentale è raggiunto attraverso il potere della perfezione. Con la perfetta equanimità, il Sentiero è concluso e l’elefante è a riposo. Dal cuore del monaco che medita emana un arcobaleno come dei raggi. Il monaco cavalca l’elefante; è il raggiungimento di shamatha. Cavalcando l’elefante attraversa l’arcobaleno; è beatitudine mentale. Il monaco brandisce la spada fiammeggiante di una perfetta conoscenza, e cavalca trionfalmente lungo l’arcobaleno; la radice del samsara è distrutta dalla ‘unione di shamatha e vipashyana’ con il vuoto come oggetto di contemplazione. Il controllo della fiammante consapevolezza e la comprensione suprema rappresenta la capacità di esaminare e indagare il sublime significato di shunyata.
La parte superiore dell’illustrazione, in cui l’arcobaleno emana dal cuore del monaco, rappresenta le fasi decima e undicesima dell’assorbimento mentale trascendentale. La decima tappa, la beatitudine fisica e mentale, è simboleggiata dal monaco che cavalca l’elefante. L’undicesima tappa, infine, è rappresentata dal monaco che cavalca l’elefante attraverso l’arcobaleno. Dal cuore del monaco poi emanano due arcobaleni scuri, che il monaco è in procinto di tagliare con la sua fiammeggiante spada della saggezza. Questi due arcobaleni rappresentano gli ostacoli karmici e l’illusione mentale, e le oscurazioni degli istinti innati di distorsione mentale.
Gli angoli superiori raffigurano rispettivamente l’Adi Buddha Vajrasattva e il Bodhisattva Manjushri con la spada fiammeggiante, mentre il Buddha Amitabha è seduto al centro con i suoi discepoli.

http://www.shambhalasun.com/index.php?option=content&task=view&id=1612,di Sakyong Mipham Rinpoche, Shambhala Sun, marzo 2003.

Le Nove Tappe del Training Mentale – di Sakyong Mipham Rinpoche
Sakyong Mipham Rinpoche presenta una mappa del processo meditativo. Da una mente selvaggia e per niente interessata alla perfezione di equanimità, egli fa scaturire le nove tappe della formazione della mente (Training Mentale).
Allorché i lignaggi dei meditatori si sedettero sui loro cuscini e si misero a lavorare sulle loro menti, essi videro svolgersi lo stesso processo: i nove metodi in cui la mente può essere fedele alla sua intrinseca stabilità, chiarezza e forza. Nelle loro descrizioni delle nove tappe del Training Mentale, attraverso la pratica della meditazione shamatha, o “pacificazione-dimorante”, essi ci hanno lasciato precise indicazioni di quel processo. Queste linee-guida sono utili perché la mente è talmente vasta che, se siamo lasciati a noi stessi, noi di solito semplicemente divaghiamo nei pensieri. Questi nove stadi sono una mappa del processo meditativo.
I primi quattro stadi o tappe – posizione, posizionamento continuo, posizionamento ripetuto e posizio-namento definitivo – hanno a che fare con lo sviluppo della stabilità. Le fasi cinque e sei – familiarità e pacificazione -, hanno a che fare con lo sviluppo della chiarezza. E le ultime tre fasi – pacificazione di fondo, unidirezionalità ed equanimità, – hanno a che fare con lo sviluppo dell’energia.
Posizionamento
Mettere la nostra mente sul respiro è la prima cosa che facciamo nella meditazione. Nel momento di posizionare la nostra mente, è come se stessimo montando su un cavallo: abbiamo messo il nostro piede nella staffa e ci tiriamo su fino alla sella. E’ un modo di porsi correttamente nella nostra seduta.
Questa fase di posizionamento inizia quando ritiriamo la nostra mente dal suo coinvolgimento con gli eventi, i problemi, i pensieri e le emozioni. Noi prendiamo quella mente selvaggia e impegnata e la posizioniamo sul respiro. Anche se noi ci stiamo mettendo la nostra coscienza, che non è fisica, il posizionamento si percepisce molto fisico. E’ così impegnativo come mettere un sasso sulla punta di una foglia.
Per far sì che il posizionamento abbia successo, noi dobbiamo formalmente riconoscere che ciò che facciamo è lasciar andare concetti, pensieri ed emozioni: “Ora io sto mettendo la mente sul respiro”. Cosa succede in quel momento? I nostri attaccamenti vengono sradicati. Se noi riusciamo almeno a tentare una cosa del genere, la nostra discorsività è notevolmente ridotta. Allo stesso tempo, mentre mettiamo la nostra attenzione sul respiro, noi stiamo raccogliendo la mente che è sottilmente sparsa dappertutto.
Per i meditatori principianti la prima fase è come imparare a bilanciare l’attenzione sulla respirazione, sul riconoscimento dei pensieri e sul mantenere la postura. E’ un vero e proprio periodo di grazia, durante il quale si sviluppano le buone abitudini di meditazione. Mentre continuiamo nella nostra pratica, il posizionamento è sempre il primo passo. E’ quel dato momento, all’inizio di ogni sessione, in cui conosciamo e riconosciamo il fatto che abbiamo cominciato a meditare. Poiché esso stabilisce il nostro atteggiamento verso il resto della sessione, questa è la fase più importante. Il momento del posizionamento dà alla nostra meditazione un nuovo e fresco inizio. Se cominciamo in un modo vago o ambiguo, allora la nostra meditazione continuerà ad essere solo vaga e ambigua. Così come si fa con le carte del domino, con quanta cura mettiamo la nostra mente nella prima fase, ciò influenzerà direttamente lo sviluppo della successiva fase.
Dopo quel primo momento, ogni volta che si sceglie di conoscere e riconoscere un pensiero, e di far tornare la vostra coscienza al respiro, si sta imparando il posizionamento. Questo è un atto piccolo, e così innocuo, ma è una delle cose più coraggiose che si possano mai fare. Quando voi riconoscete e liberate quel pensiero, potreste anche diventare un po’ orgogliosi. Avete superato la vostra pigrizia. Avete ricordato le istruzioni. Potreste sentirvi felice di tornare al respiro. Non preoccupatevi del fatto che state tentando di farlo di nuovo, state facendo questo migliaia di volte. Ecco perché questo è chiamato ‘pratica’.
Ogni volta che vi ricordate di inserire la vostra mente sul respiro, voi state avanzando. Solo lasciando andare un pensiero, vi state tirando fuori dai concetti, dalle emozioni negative e dallo smarrimento. State lasciando andare il bisogno di rimanere trattenuti e consumati all’infinito. Dovete farlo ancora e ancora e ancora. Il cambiamento avviene un respiro alla volta, un pensiero alla volta. Ogni volta che voi tornate al respiro, state facendo un passo via dalla dipendenza alla discorsività e dalla paura, e un passo in avanti sulla Via dell’Illuminazione, cominciando a sviluppare compassione per voi stessi.
Io amo il golf. Ci gioco ogni volta che posso. Non importa che tipo di gioco sto facendo, posso colpire una sola pallina per volta. Ogni palla è l’unica palla; la mia mente deve essere fresca ogni volta. Se penso alle palle che ho colpito o alle palle che colpirò, io non sto realmente colpendo quella palla. Sto solo accumulando cattive abitudini. E’ lo stesso con il posizionamento. Se non sei diretto e fresco nel riconoscere e rilasciare i pensieri, non stai davvero meditando; tu stai accumulando fangosità. Quei pensieri diventeranno molto più potenti, e alla fine non ti faranno più meditare. Starai solo pensando.
Conoscere, riconoscere e rilasciare un pensiero è come raggiungere la cima di una montagna. E’ una cosa degna dell’urlo di un guerriero, “Così, così!”. Quello che noi celebriamo si sta lasciando dietro le fantasie auto-indulgenti che ci deruberanno della nostra vita, se non lavoriamo correttamente su di esse. Inspirazione, visione, sforzo, fiducia, consapevolezza e attenzione ci sosterranno in questo.
Quanto più siamo in grado di raccogliere e focalizzare la nostra attenzione, tanto più la nostra mente diventa forte; più forte diventa l’esperienza e più forte diventerà il risultato. Potremo sapere di essere stai capaci di posizionare correttamente le nostre menti quando riusciremo a mantenere la nostra attenzione sul respiro per circa ventuno cicli, senza che la nostra mente diventi troppo distratta.
Posizionamento continuo
Mettere la nostra mente sul respiro ora è abbastanza facile. Abbiamo imparato a montare sul cavallo, e ora sentiamo di essere a nostro agio sulla sella. Il cavallo sta camminando lungo il sentiero. Stiamo sperimentando come ci si sente a stare sul respiro, ad essere continuamente nel posizionamento. Quando la discorsività e la distrazione ci portano fuori dal sentiero, in generale noi siamo in grado di implementare il posizionamento e tornarci su. Ciò che ci permette di attuare questo posizionamento-continuo è l’ulteriore sviluppo della presenza mentale e della consapevolezza, la mancanza di pigrizia e il ricordare le istruzioni.
Un altro motivo per cui siamo in grado di posizionare con successo la nostra mente sul respiro è che abbiamo fiducia nelle ragioni per cui stiamo meditando. Lo facciamo con entusiasmo perché proprio sappiamo che ci porterà la pace. Vediamo l’inutilità delle preoccupazioni esterne, fantasie, pensieri ed emozioni. Siamo ben disposti ad abbandonarli almeno per il periodo della nostra meditazione perché vediamo i vantaggi di farlo. Il posizionamento continuo è diventato una cosa ragionevole da fare.
Quando il posizionare la nostra mente sulla respirazione e il ritirarla con facilità via dai nostri pensieri diventa la norma, stiamo per arrivare alla fine di questa fase. Un segnale ben preciso è che stiamo riuscendo a porre le nostre menti per circa 108 cicli di respiro senza essere catturati dalla distrazione. Tramite i 108 respiri, dentro e fuori, possiamo dire di essere ‘consapevoli del respiro’. Ed anche se ci capiterà di sperimentare ancora qualche discorsività, i pensieri non saranno fastidiosi o molto pesanti da farci perdere la consapevolezza e dimenticare del tutto il respiro.
In questa fase la nostra consapevolezza e la stabilità durano solo un po’ di più; può succedere perciò che la nostra mente vada alla deriva. Ma quando il pilastro della nostra pratica sarà tale che noi si potrà stare sulla respirazione per 108 respiri, ciò darà a noi stessi un po’ più di spazio di manovra, in cui saremo né completamente immobili né completamente distratti. Dopodiché, noi potremo passare dalla seconda alla terza fase, che è conosciuta come il posizionamento ripetuto.
Posizionamento ripetuto
Potremmo sentire come se il posizionamento ripetuto lo abbiamo fatto fin dall’inizio. Ma il panorama della meditazione è vasto, e le fasi progressivamente più sottili, perché esse descrivono la nostra esperienza, che diventa sempre più raffinata. La parola tibetana per questa fase è ‘len’, che significa recuperare, raccogliere, portarsi dietro. Abbiamo imparato come posizionare la nostra mente e come continuare a porre la nostra mente, ma di tanto in tanto un pensiero ancora irrompe fuori, come un cavallo selvaggio al galoppo attraverso le pianure. Nelle prime due fasi, questo fatto è accaduto più e più volte incessantemente. Con la terza fase avviene solo occasionalmente.
Durante la seconda fase, abbiamo imparato a godere della situazione. Siamo stati ben lieti di poter rimanere in sella e goderci il paesaggio. Nella terza fase si diventa più sicuri. Ma il cavallo della mente avrà ancora momenti spontanei di eccitazione e selvatichezza. Prima o poi esso scarta, o scalcia o lascia il sentiero. Dobbiamo riportarlo sulla via. Noi di tanto in tanto pratichiamo per recuperarlo per tutta la terza fase, e alla fine lo facciamo sempre di meno. La nostra consapevolezza sta maturando e si sta stabilizzando sempre di più.
Ora, noi siamo in grado di concentrarci sul nostro proprio respiro, sull’ essere presenti a noi stessi. Quando la mente si allontana, di solito lo fa per inseguire fantasie di piccoli piaceri, dal cibo al volere un bel tempo, o avventure romantiche. Questa è esaltazione: stiamo tenendo la nostra mente troppo stretta. Ci siamo concentrati sul respiro in modo così forte che la mente all’improvviso si allontana. In questa fase i progressi, la velocità e l’efficienza con cui si recupera la nostra mente, aumentano. In confronto, il modo in cui ci siamo tirati via dai pensieri nelle fasi precedenti sembra più disordinato. A volte, sembra come con le sabbie mobili, più fortemente uno cerca di uscire, e più rimane invischiato. Ma ora, poiché la consapevolezza è così forte, siamo in grado di rimuoverci con maggior precisione. Alla fine di questa fase avremo raggiunto una delle pietre miliari di shamatha: la stabilità. Sarà così potente la consapevolezza, che noi saremo in grado di rimanere sul respiro senza più essere mai completamente distratti. La consapevolezza sta diventando più astuta. Stiamo iniziando a catturare i pensieri prima che si verifichino.
La nostra meditazione non è ancora così chiara e vibrante come potrebbe essere, ma ci si sente bene e tranquilli perché abbiamo stabilizzato la nostra mente. Nel corso di una sessione, la nostra mente rimane sempre nel teatro della meditazione. Questo è un risultato davvero ammirevole. In Tibet lo si è paragonato a un avvoltoio che si impenna alto nel cielo al di sopra di un animale morto. Esso ora mantiene sempre il suo occhio sul cibo. Esso può un po’ volteggiare a sinistra o destra, ma non perde mai di vista il cibo. Allo stesso modo, la nostra mente può andare vagando qua e là, ma mai lontano dal respiro.
Prima della fine della terza fase, siamo stati a volte presenti alla nostra pratica e qualche volta non lo siamo stati. Ora siamo lì proprio per tutto questo. Questa è la stabilizzazione. Non è successo perché abbiamo colpito noi stessi alla testa con una tecnica di meditazione eccessivamente semplificata. Ma invece perché l’abbiamo raggiunta delicatamente e precisamente tramite la ripetizione, la coerenza, la visione, l’atteggiamento, l’intenzione, la postura corretta e una buona ambientazione.
Posizionamento Definitivo
L’ingresso alla
quarta fase, che è conosciuta come il Posizionamento definitivo, è segnato dalla non-distrazione. Rimaniamo sempre vicino al respiro. Questo è quando noi sappiamo di aver attraversato il confine. Questa è la stabilità, o stabilizzazione della ‘consapevolezza del respiro’. Noi sappiamo che anche se il cavallo vaga di qua e là, non andrà più fuori dal suo cammino.
La meditazione assume ora un tocco diverso. In precedenza, la nostra principale preoccupazione era di non dover essere distratti dal respiro. Eravamo preoccupati che la nostra mente stava per essere risucchiata nei problemi di tutti i giorni. Ci chiedevamo sempre se saremmo stati abbastanza forti per tornare al respiro. Ora siamo più rilassati. Non stiamo chiedendoci più se siamo in grado di stare sul respiro, perché sappiamo che ormai non ci si allontanerà da esso. Non siamo più preoccupati dalla paura che le influenze esterne ci attirino fuori dalla meditazione, perché sappiamo che adesso non avverrà. La nostra fiducia è accentuata. Ora, al limite, siamo preoccupati per la qualità della nostra meditazione, la struttura, l’esperienza. E’ come se prima fossimo stati preoccupati di non aver potuto ottenere una tazza di caffè; ora vogliamo un cappuccino moka. Come possiamo rendere la nostra mente più forte, più vivace? Questa è la nostra nuova priorità.
In generale, abbiamo superato gli ostacoli della pigrizia e del dimenticare le istruzioni. Questi ostacoli erano maligni perché ci impedivano di meditare. Alla fine della terza fase, e soprattutto nella quarta, avremo a che fare con gli ostacoli di esaltazione e lassismo. Entrambi gli estremi hanno come risultati la distrazione. Tuttavia, poiché comunque stiamo rimanendo sempre sulla scena della nostra pratica, questi problemi sono da considerare utili e vantaggiosi.
In Tibet, veniamo messi in guardia che al quarto stadio potremmo essere così sciocchi da pensare di aver raggiunto l’illuminazione o un’alta realizzazione: la mente si sente buona e così forte e stabile. Perché la lotta con la nostra mente è stata notevolmente ridotta, c’è una qualità di gioia e serenità. Ma se ci compiacciamo della troppa stabilità della mente, essa diventerà troppo rilassata. Potrebbe accadere che non raggiungeremo le altre fasi. Da qui, l’ostacolo del lassismo. La nostra mente è stabile, ma non è chiara. L’avvoltoio, gira intorno, ma non può atterrare sulla carne; può solo volare intorno ad essa. Abbiamo bisogno di perfezionare la consapevolezza interiore, affinare la sensibilità, spingere la nostra mente più in profondità.
Domare la mente
Anche se i successi alla terza e quarta fase sono da considerare eroici, c’è ancora molto da fare. Nella quinta fase, siamo in grado di rafforzare la nostra meditazione portando più chiarezza all’interno. Questa fase è nota come ‘domare la mente’, perché cominciamo a sperimentare i veri frutti di una mente addomesticata, qualcosa che abbiamo iniziato a coltivare molto tempo fa già nella prima fase. ‘Domare’, è l’esperienza di Lesu rungwa, cioè essere in grado di rendere la nostra mente funzionale. Nella quarta fase, potremmo ancora sentirci intimoriti dal fatto che abbiamo addomesticato il cavallo. Ma ora, diventa naturale sentire di avere una mente forte, stabile e chiara. La nostra mente però non è perfettamente immobile. Abbiamo ancora i pensieri discorsivi. Ma stiamo avendo vera sinergia con il cavallo. Stiamo provando una sensazione di armonia. Noi non stiamo più lottando.
L’armonia e la sinergia creano gioia. Una metafora tradizionale per ciò che sperimentiamo in questa fase è il diletto di un ape che sugge il nettare da un fiore. La meditazione ci sembra buona, gioiosa. Se uno ha mai avuto un momento difficile, e poi all’improvviso sente salire la pressione, egli potrebbe avere in breve conosciuto tale beatitudine e stato di liberazione.

Pacificare
La sesta tappa è nota come ‘pacificare la mente’. Una grande battaglia ha avuto luogo, e ora vi è la vittoria. Stiamo seduti sul cavallo sorvegliando il campo. Sappiamo che abbiamo vinto. Ci sentiamo tranquilli e vibranti come una verde montagna dopo un temporale. Ogni cosa è stata ben irrorata ed energizzata. C’è una eccezionale chiarezza.
Noi stiamo ancora lavorando con una mente che a volte è ristretta e altre volte sciolta. Nella nostra pratica dobbiamo ancora fare molti piccoli aggiustamenti. Ma nel fare queste regolazioni non siamo più frenetici, come avremmo potuto essere nelle prime fasi. Allora c’era da discutere sul fatto se noi non avremmo mai potuto rendere la nostra mente un alleato, e ora la pace che noi sentiamo ci dice che ci siamo riusciti. La nostra meditazione è gioiosa e chiara. Cominciamo a sperimentare non solo l’armonia naturale della mente, ma anche la sua forza intrinseca.
A questo stadio, sentiamo anche eccitazione. Cominciamo a vedere le possibilità di ciò che possiamo realizzare con la nostra mente addomesticata. Prima, questa relazione era un peso, ma ora è piena di possibilità. Il cavallo selvaggio è stato domato.
Completa Pacificazione
La battaglia può sembrare finita, ma ci sono ancora un pò di soldati nemici in giro, sotto forma di pensieri sottili, soprattutto pensieri di desiderio e piacere. Noi potremmo essere anche leggermente attaccati a come ci sentiamo bene nella meditazione. Ci sono ancora piccoli brontolii dualistici. Anche se sappiamo che essi non stanno andando a sconvolgere la nostra meditazione, non ci si può sedere semplicemente e ignorarli. Nella completa pacificazione, non si disperdono i pensieri, come abbiamo fatto nella quarta fase. Ora noi li sciogliamo, come la neve che cade sul fuoco. La nostra meditazione sta diventando così forte che quando i pensieri e le emozioni incontrano il suo calore naturalmente si dissolvono.
Ricordate la cascata di pensieri che noi sentivamo quando prima sedevamo sul cuscino per domare la nostra mente? Ora, essa è diventata un lago con solo alcune piccole increspature.
Uni-direzionalità
Con l’ottava tappa, conosciuto come ‘uni-direzionalità’, i residui della discorsività si sono evaporati. Siamo seduti lì, completamente svegli, chiari e consapevoli. Questo è possibile perché non siamo più distratti. La nostra meditazione ha sviluppato tutti gli attributi della perfezione, che è ciò che faremo realizzare nella nona tappa. L’unica differenza è che all’inizio della meditazione dobbiamo ancora fare un piccolo sforzo per puntare la nostra mente nella direzione del respiro.
Equanimità
La nostra meditazione è arrivata alla perfezione. Quando ci sediamo, ci coinvolgiamo con il respiro in un modo del tutto fluido e spontaneo. La nostra mente è forte, stabile, chiara e gioiosa. Sentiamo un senso completo di vittoria. Potremmo star a meditare per sempre. Anche nella parte posteriore della nostra mente, non ci sono più tracce di pensieri. Siamo in unione con il momento presente. La nostra mente è allo stesso tempo tranquilla e potente, salda come una montagna. C’è un senso di perfetta equanimità.
Questa è la vera perfezione. Come un cavallo da corsa finemente addestrato, la nostra mente rimane immobile ma viva con l’energia. La mente in realtà è cresciuta – in forza come pure in dimensione. Ci sentiamo magnanimi, espansivi. Questa è la fruizione della ‘pace-dimorante’. Ora abbiamo una mente che è in grado di mettersi a fuoco in ogni impresa. Noi ci sentiamo centrati e fiduciosi.
Sakyong Mipham Rinpoche è detentore del lignaggio buddista Shambhala, fondata da suo padre, il compianto Chögyam Trungpa Rinpoche. Ristampato previo accordo con la Riverhead Books, membro della Penguin Putnam Inc, estratto da ‘Turning the Mind into an Ally’, di Sakyong Mipham, 2003, da Mipham J. Mukpo.

The Nine Progressive Stages of Mental Development

(According to Shamatha Meditation Practice)

http://www.shambhalasun.com/index.php?option=content&task=view&id=1612

Description

The Tibetan word for Shamatha meditation means calm. The practice of Shamatha meditation develops the ability to focus the mind in single-pointed perfect concentration and is a prerequisite for the development of vipashyana or analytical insight meditation. Shamatha meditation should ideally practice in an isolated place and one should seat in meditation posture of Vairochana Buddha. The object of concentration is usually the image of the Buddha or a deity.

The illustration of the development of mental tranquility is brilliantly depicted in this thangka in nine progressive stages of mental development which are obtained through the six powers of study, contemplation, memory, comprehension, diligence and perfection.

The first stage is attained through the power of study and or hearing. The monk fixes his mind on the object of concentration. Here a monk chasing, binding, leading and subduing elephant whose colour progresses from black to white. The elephant represents the mind and its black colour the gross aspects of mental dullness. The monkey represents distraction or mental agitations, and its black colour, scattering. The hare represents the more subtle aspect of sinking. The hooked goad and lasso which the monk wields represent clear understanding and mindful recollection. The progressive diminishing along the path represents the decreasing degree of effort needed to cultivate understanding and recollection. The five sense objects represent the five sensual source of distraction.

The details are as follows; As mentioned above, the monkey represents mental agitation; its black colour distraction. The monkey at the first runs a wildly, leading the elephant. The second stage is attained through the power of concentration. This is achieved by lengthening the periods of concentration on the objects. The five senses of touch are objects of distraction. Beginning at their heads, the elephant and monkey begin to turn white. This shows the continuous progress in fixing and holding the objects of concentration.

The third and fourth stages are attained through the power of memory or recollection. The monk lassoes the elephant fixing the wandering mind on the object. The hare, which now appears on the elephant’s back, represents the subtle aspects of sinking. Here one is able to differentiate between the gross and subtle aspects of sinking. The elephant, monkey, and hare look back; showing that having recognized these mental distractions, the mind turns back to these mental distractions, the mind turns back to the object of concentration. The meditator holds a clear and detailed conception of the object.

Attainment of the fifth and sixth stages of meditative absorption is achieved through the power of clear comprehension. The monkey now follows the elephant; the arising of distraction diminishes. Even the arising of virtuous thoughts must be perceived as a distraction from the object of concentration. The monk hooks the elephant with his goad; the mind is stopped from wandering by clear understanding. The mind is controlled. The hare disappears and the mind is pacified. The seventh and eighth stages are attained through the power of energetic perseverance. The monkey leaves the elephant and now squats behind the monk in complete submission. However there are still slight traces of black; this shows that even the subtlest sinking and scattering may continue to arise. Should they begin to arise they can be eliminated with the slightest effort. Now the monkey disappears and the elephant becomes completely white. The mind can now remain continually in absorption on the object of concentration, Single-pointedness of mind. The ninth stage of mental absorption is attained through the power of perfection. Perfect equanimity, the path has ended and elephant is at rest. From the heart of the meditating monk emanates a rainbow like ray. The monk rides the elephant; the attainment of shamatha. Riding the elephant across the rainbow; mental bliss. The monk wield the flaming a sword of perfect insight, and rides triumphantly back along the rainbow; samsara’s root is destroyed by the union of shamatha and vipashyana with emptiness as the object of contemplation. Control of the flame supreme mindfulness and understanding represents the ability to examine the sublime meaning of shunyata.

The upper part of the illustration, where the rainbow emanates from the monk’s heart, represents the tenth and eleventh stages of transcendental mental absorption. The tenth stage of bodily and mental bliss is symbolized by the monk riding the elephant. The eleventh stage is represented by the monk riding the elephant back across the rainbow. From the monk’s heart emanates two dark rainbows, which the monk is just about to cut asunder with his flaming sword of wisdom. There two rainbows represent karmic hindrances and mental illusion, and the obscurations of the instincts of mental distortion.

The upper corners depict Adi Buddha Vajrasattva and Bodhisattva Manjushri with flaming sword, respectively while Amitabha Buddha is seated in the middle with his disciples.

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Nine Stages of Training the Mind by SakyongMipham Rinpoche

SakyongMipham Rinpoche presents a map of the meditative process. From a wild and busy mind to the perfection of equanimity, he lays out the nine stages of training the mind.

As the lineage of meditators sat on their cushions and worked with their minds, they saw the same unfolding process: nine ways that the mind can be true to its inherent stability, clarity and strength. In their descriptions of nine stages of training the mind through the practice of shamatha meditation, or “peaceful abiding,” they left us signposts of that process. These guidelines are helpful because the mind is so vast that if we’re left to our own devices, we’ll usually just wander in thought. These nine stages are a map of the meditative process.

The first four stages—placement, continual placement, repeated placement and close placement—have to do with developing stability. Stages five and six—taming and pacifying—have to do with developing clarity. And the last three stages—thoroughly pacifying, one-pointed and equanimity—have to do with building strength.

Placement

Placing our mind on the breath is the first thing we do in meditation. In the moment of placing our mind, it’s like we’re mounting a horse: we put our foot in the stirrup and pull ourselves up to the saddle. It’s a matter of taking our seat properly.

This moment of placement starts when we extract our mind from its engagement with events, problems, thoughts and emotions. We take that wild and busy mind and place it on the breath. Even though we’re placing our consciousness, which isn’t physical, placement feels very physical. It’s as deliberate as placing a rock on top of a leaf.

In order for placement to be successful, we have to formally acknowledge that we’re letting go of concepts, thoughts and emotions: “Now I’m placing my mind upon the breath.” What happens in that moment? Our attachments are uprooted. If we can even attempt such a thing, our discursiveness is greatly reduced. At the same time, by placing it on the breath, we’re gathering the mind that’s spread thin all over.

For beginning meditators the first stage is where we learn how to balance the focus on breathing, recognition of thoughts and holding the posture. It’s a grace period during which we develop good meditation habits. As we continue in our practice, placement is always the first step. It’s that moment at the beginning of each session when we recognize and acknowledge that we’ve begun meditating. Because it establishes our attitude toward the rest of the session, it’s the most important stage. The moment of placement gives our meditation a crisp, clean start. If we begin in a vague or ambiguous way, then our meditation will only continue to be vague and ambiguous. Like placing a domino, how carefully we place our mind in the first stage will directly affect the development of the next.

After that first moment, each time you choose to recognize and acknowledge a thought and return your consciousness to the breath, you’re learning placement. It’s such a small act, so innocuous, but it’s one of the most courageous things you can do. When you recognize and release that thought, you can take pride in yourself. You’ve overcome laziness. You’ve remembered the instructions. You can feel happy coming back to the breath. Don’t worry that you’re going to have to do it again—you’re going to do it thousands of times. That’s why this is called practice.

Each time you remember to place your mind on the breath, you’re moving forward. Just by letting a thought go, you’re extracting yourself from concepts, negative emotions and bewilderment. You’re letting go of the need to be endlessly entertained and consumed. You have to do it again and again and again. Change happens one breath at a time, one thought at a time. Each time you return to the breath, you’re taking one step away from addiction to discursiveness and fear and one step forward on the path of enlightenment, beginning with developing compassion for yourself.

I love golf. I play it whenever I can. No matter what kind of game I’m having, I can hit only one ball at a time. Each ball is the only ball; my mind has to be fresh every time. If I think of the balls I’ve hit or the balls I will hit, I’m not really hitting this ball. I’m only ingraining bad habits. It’s the same with placement. If you’re not crisp and fresh in recognizing and releasing thoughts, you’re not really meditating; you’re ingraining sloppiness. Those thoughts will gain power, and eventually you won’t be meditating at all. You’ll just be thinking.

Recognizing, acknowledging and releasing a thought is like reaching the top of a mountain. It’s worthy of the warrior’s cry, “Ki ki so so!” What we celebrate is leaving behind the self-indulgent fantasies that will rob us of our life unless we work with them properly. Inspiration, view, effort, trust, mindfulness and awareness support us in this.

The more we’re able to gather our attention and focus, the stronger our mind becomes, the stronger the experience becomes and the stronger the result becomes. We know we’re able to place our minds properly when we can hold our focus on the breathing for roughly twenty-one cycles without our mind becoming enormously distracted.

Continual Placement

Placing our mind on the breath is now fairly easy. We’ve learned to mount the horse, and now we feel comfortable being in the saddle. The horse is walking along the trail. We’re experiencing how it feels to be on the breath, to be continually in placement. When discursiveness and distraction take us off the trail, by and large we’re able to implement placement and get back on. What allows us to do this—continual placement—is further development of mindfulness and awareness, lack of laziness and remembering the instructions.

Another reason we’re able to successfully place our mind on the breath is that we have confidence in the reasons why we’re meditating. We do it with enthusiasm because we know it will bring us peace. We see the futility of outside concerns, fantasies, thoughts and emotions. We’re willing to give them up at least for the period of our meditation because we see the benefits of doing so. Placement has become a reasonable thing to do.

When resting our mind on the breathing and relating to our thoughts with ease becomes the norm, we’re coming to the end of this stage. A benchmark is that we’re about to rest our minds for roughly 108 cycles of the breath without being caught in distraction. Through 108 breaths, in and out, we can be mindful of the breathing. Although we may experience some discursiveness, the thoughts aren’t bothersome or large enough that we lose mindfulness and forget the breathing altogether.

At this stage our mindfulness and stability last only so long; then our mind drifts off. But when the mainstay of our practice is that we can stay on the breathing for 108 breaths, giving ourselves a little wiggle room in that we will be neither completely still nor completely distracted. Then we’ve graduated from the second to the third stage, which is known as  repeated placement.

Repeated Placement

We might feel like we have been doing repeated placement since the beginning. But the landscape of meditation is vast, and the stages progressively subtle, because they describe our experience, which becomes more and more refined. The Tibetan word for this stage is len, which means to retrieve, to gather, to bring back. We’ve learned how to place our mind and how to continue to place our mind, but occasionally a thought still breaks out like a wild horse galloping across the plains. In the first two stages this happened incessantly. By the third stage it happens only occasionally.

During the second stage, we learned to enjoy the ride. We’re delighted that we can stay in the saddle and enjoy the scenery. In the third stage we become more confident. But the horse will have spontaneous moments of excitement and wildness. Now and then it rears or bucks or leaves the trail. We have to bring it back. We practice occasionally retrieving it throughout the third stage, and by the end we do it less and less. Our mindfulness is maturing into stability.

Now we’re able to focus on our breathing, on being present. When the mind departs, it’s usually to chase fantasies of little pleasures, from food to better weather to romantic adventures. This is elation: we’re holding our mind too tightly. We’re focused on the breath so hard that the mind suddenly departs. As this stage progresses, the speed and efficiency with which we retrieve our mind increases. By comparison, the way we extracted ourselves from thoughts in earlier stages looks messy. Sometimes it was like quicksand—the harder we tried to get out, the more we were embroiled. But now, because mindfulness is so strong, we’re able to remove ourselves with precision. By the end of this stage we’ve achieved one of the milestones of shamatha: stability. Mindfulness is so potent that we’re able to remain on the breath without ever being fully distracted. Awareness is also becoming more astute. We’re beginning to catch thoughts before they occur.

Our meditation isn’t as clear and vibrant as it could be, but it feels good and peaceful because we’ve stabilized our minds. Throughout the course of a session, our mind always remains in the theater of meditation. This is an admirable accomplishment. In Tibet it is likened to a vulture soaring high in the sky over a dead animal. This bird now always keeps its eye on the food. It may drift a little to the left or right, but it never loses sight of the food. Similarly our minds may drift here and there, but never away from the breath.

Before the end of the third stage, sometimes we were present for our practice and sometimes we weren’t. Now we’re there for all of it. This is stability. It didn’t happen because we hit ourselves over the head with an overly simplified meditation technique. We achieved it gently and precisely through repetition, consistency, view, attitude, intention, proper posture and good surroundings.

Close Placement

The entry to the fourth stage, which is known as close placement, is marked by nondistraction. We always remain close to the breath. That’s when we know we’ve crossed the border. This is stability. We know that even though the horse will wander here and there, it won’t be leaving the trail.

Our meditation now takes on a different twist. Previously our main concern was not to be distracted from the breath. We were worried that our mind was going to be sucked back into everyday problems. We were always wondering if we’d be strong enough to return to the breath. Now we’re more relaxed. We’re no longer wondering if we can stay on the breath because we know we can. We’re no longer concerned about outside influences pulling us away from meditation because we know they won’t. Our confidence is heightened. Now we’re concerned about the quality of our meditation—the texture, the experience. Before we were worried that we couldn’t get a cup of coffee; now we want a mocha cappuccino. How can we make our minds stronger, more vibrant? This is our new priority.

By and large, we’ve overcome the obstacles of laziness and forgetting the instructions. These obstacles were bad because they kept us from meditating. By the end of the third stage and into the fourth stage we’re dealing with the obstacles of elation and laxity. Either extreme has distracting results. However, since by now we’re always remaining at the scene of our practice, these are considered good problems to have.

In Tibet we’re warned that at the fourth stage we might be fool enough to think we’ve achieved enlightenment or high realization—the mind feels so strong and stable and good. Because the struggle with our mind has been reduced greatly, there’s a quality of joy and ease. But if we enjoy the stability of the mind too much, it will become too relaxed. We might not reach the other stages. Hence the obstacle of laxity. Our mind is stable but not clear. The bird can’t land on the meat; it can only fly around it. We need awareness to hone in, sharpen sensibility, pull our mind in tighter.

Taming

Even though the accomplishments at the third and fourth stages are heroic, there’s further to go. In the fifth stage we’re able to tighten up our meditation by bringing in more clarity. This stage is known as taming because we begin to experience the true fruits of a tamed mind, something that we began to cultivate long ago in the first stage. Taming here is the experience of lesurungwa, being able to make our mind workable. In the fourth stage, we might still feel awed by the fact that we’ve tamed the horse. But now a strong, stable and clear mind feels natural. Our mind is not perfectly still. We still have discursive thoughts. But we’re feeling true synergy with the horse. We’re feeling harmony. We’re no longer struggling.

The harmony and synergy create joy. A traditional metaphor for what we experience at this stage is the delight of a bee drawing nectar from a flower. Meditation tastes good, joyous. If you’ve ever had a hard time and then suddenly felt the pressure lift, you might have briefly known such bliss and liberation.

Pacifying

The sixth stage is known as pacifying. A great battle has taken place and there is victory. We’re seated on the horse surveying the field. We know we’ve won. We feel tranquil and vibrant like mountain greenery after a thunderstorm. Everything has been watered and energized. There is tremendous clarity.

We’re still working with a mind that is sometimes tight and sometimes loose. In our practice we still have to make many little adjustments. But in making these adjustments we’re no longer frantic, as we might have been in the first few stages. Then it was questionable that we would ever make our mind an ally, and now the peace we feel tells us that we have. Our meditation is joyous and clear. We begin to experience not only mind’s natural harmony, but also its inherent strength.

At this stage we also feel excitement. We begin to see the possibilities of what we can accomplish with our tamed mind. Before, this relationship was a burden, but now it’s full of possibilities. The wild horse has been tamed.

Thoroughly Pacifying

The battle may be over, but there are still a few little enemy soldiers running around in the form of subtle thoughts, mostly about pleasure. We may be slightly attached to how good meditation feels. There are little dualistic rumblings. Although we know that they’re not going to disrupt our meditation, we can’t just sit back and ignore them. In thoroughly pacifying, we don’t dispel the thoughts as we did in stage four. Now we seduce them, like snow falling into fire. Our meditation is becoming so strong that when thoughts and emotions encounter its heat they naturally dissolve.

Remember the waterfall of thoughts we felt when we first sat down on the cushion to tame our minds? It’s become a lake with only a few little ripples.

One-Pointed

By the eighth stage, known as one-pointed, the remnants of discursiveness have evaporated. We’re sitting there completely awake, clear and knowing. This is possible because we’re no longer distracted. Our meditation has developed all the attributes of perfection, which is what we will accomplish at the ninth stage. The only difference is that at the beginning of meditation we still have to make a slight effort to point our mind in the direction of the breath.

Equanimity

Our meditation has come to perfection. When we sit down we engage with the breath in a completely fluid and spontaneous manner. Our mind is strong, stable, clear and joyous. We feel a complete sense of victory. We could meditate forever. Even in the back of our mind, there are no traces of thoughts. We’re in union with the present moment. Our mind is at once peaceful and powerful, like a mountain. There’s a sense of equanimity.

This is perfection. Like a finely trained racehorse, our mind remains motionless but alive with energy. The mind has actually grown—in strength as well as size. We feel magnanimous, expansive. This is the fruition of peaceful abiding. Now we have a mind that is able to focus in any endeavor. We feel centered and confident.


Sakyong Mipham Rinpoche is holder of the Shambhala Buddhist lineage established by his father, the late ChogyamTrungpa Rinpoche. Reprinted by arrangement with Riverhead Books, a member of Penguin Putnam Inc., from  Turning the Mind Into an Ally by SakyongMipham,  2003 by Mipham J. Mukpo.

The Nine Stages of Training the Mind, SakyongMipham Rinpoche, Shambhala Sun, March 2003. http://www.centronirvana.it/articolichanzen101.htm

 

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