1 Ven. Ghesce Tenzin Tenphel: L’Etica laica

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel: La sofferenza senza trasformazione, senza lavorare sulla nostra mente non sparisce, anzi si cronicità.

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel: La sofferenza senza trasformazione, senza lavorare sulla nostra mente non sparisce, anzi si cronicità.

Conferenza del Ven. Ghesce Tenzin Tenphel sul tema”L’Etica laica. Come perseguire valori etici, morali, di gentilezza e compassione aldilà di una formazione religiosa” Sabato 05.09.15 0organizzata al Palazzo Ducale di Genova dal centro di Buddhismo Tibetano Drolkar Sabsel Thekchok Ling nell’ambito delle celebrazioni delll’Anno del Dalai Lama. Traduzione dal tibetano in italiano di Anna Maria De Pretis. Appunti ed editing del Dott. Luciano Villa e di Graziella Romania del Centro Studi Tibetani Sangye Cioeling di Sondrio (il cui nome è stato conferito da Sua Santità il Dalai Lama), nell’ambito del Progetto Free Dharma Teachings, per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel

Buona sera a tutti! Mi comprendete? Il mio italiano non è sufficiente, ma mi piace parlare la vostra lingua, tuttavia vi chiedo scusa se sarò costretto a parlare la lingua tibetana e ricorrere alla traduzione.

Tutti quanti vorremmo essere felici e non soffrire: e, da questo punto di vista, siamo tutti uguali. Ma, come esseri umani, abbiamo l’intelligenza che ci conferisce la possibilità di comprendere e di risolvere i nostri problemi. Così, possiamo comprendere i nostri problemi, anzi, la nostra mente, capire come funziona e come uscire dalle nostre insoddisfazioni e sofferenze. La scelta della mente da parte del Buddha è il modo di partire nel discorso di rendere più funzionale e meno problematica la nostra vita. Custodire ed addestrare la nostra mente alla capacita cognitiva per accumulare sempre meno sofferenza non è proprio da tutti, perciò ci troviamo a vivere in modo problematico. Proprio riguardo i nostri desideri, proprio perché i nostri desideri scaturiscono l’uno dietro l’altro, siamo assoggettati a vivere nelle difficoltà. E, se possiamo fare qualcosa: facciamolo. Ma, se non possiamo far nulla, allora è inutile angosciarci. Teniamo i piedi per terra.

I problemi sorgono in quanto captati, elaborati e, molto spesso, distorti dalla nostra mente. Allora, per evitare i problemi derivanti da una percezione distorta, dobbiamo iniziare a porci il problema: come posso fare per evitare la sofferenza?

Esistono gli scocciatori? Talvolta può essere. Ma lo è forse per sempre, continuativamente? Allora, perché rimuginiamo presunti torti o problemi giorno e notte per lungo tempo? E finiamo per starci male, perdere il sonno ed ammalarci? Di chi è la colpa, se non della nostra mente?

Perché non compiamo tutti gli atti della nostra vita con gioia? Quando ci alziamo, laviamo, andiamo a lavorare, a scuola? Cosa c’impedisce di farlo con gioia? Non siamo forse noi stessi a crearci i nostri problemi? Dobbiamo imparare a pensare positivamente. Se quando cuciniamo siamo felici di soddisfare la fame degli altri, allora ne saremo contenti. Dobbiamo imparare a pensare positivamente, non c’e’ altra strada per provare la felicità, anche la preghiera s’inaridisce se fatta senza buon cuore. Si, magari potrò star bene mentre prego, ma dopo tornerò insoddisfatto e forse triste. Solo capendo che di tanti pensieri non c’è bisogno, di tanti pensieri negativi non c’è proprio bisogno, allora diventeremo molto più rilassati. Se siamo dotati d’intelligenza, perché non usarla? Altrimenti cosa serve? L’intelligenza non serve forse a star bene? Allora, perché non usarla?

Nella nostra vita dobbiamo imparare a pensare positivamente, altrimenti andremo incontro a molti problemi, perché rispetto a molti problemi, non posso far nulla. Ad esempio, la vecchiaia, cosa posso farci? Se continuo a lamentarmi, più sento male più ho sofferenza. Se penso: cosa pensano di me gli altri? Mi è d’aiuto per risolvere i miei problemi? Non penso proprio. Magari finirò per provare ancor più sofferenza. Posso fermare quel che dicono gli altri? No, non posso cambiarlo, né posso cambiate tutto, ma posso cambiare me stesso. Dobbiamo capire quello che ci fa male. Se proviamo antipatia e risentimento per qualcuno, e lo vogliamo colpire, se lo odiamo: riusciamo a annientarlo? Per niente affatto. Riusciremo solo a sentirci piu nervosi ed instabili, a dormire poco e male o niente affatto. Insomma, riusciremo solo a recar danno a noi stessi.

Un consiglio pratico. Il miglioramento della qualità della nostra esistenza dipende da quel che facciamo della nostra mente. Dedichiamo dello spazio al mattino appena alzati ad impostare la nostra giornata, dicendoci di voler fare qualcosa d’utile. Lo stesso alla sera, per rivedere come è andata la giornata. È andata positivamente? Ce l’ho fatta a dare un senso alle mie azioni, le ho fatte per gli altri? Così impariamo a riconoscere e ad orientarci, coltivando la nostra mente, finché riconosce cosa eliminare e cosa invece fare. E facciamolo con continuità, con costanza. Dedichiamo cinque minuti al mattino per impostare la nostra attitudine e cinque minuti la sera per la revisione finale, ma con continuità di presenza mentale nella giornata. Senza relegare la pratica della meditazione in uno spazio staccato nella vita quotidiana, altrimenti c’è il rischio di frammentare la giornata, c’è il rischio di peggiorare: se la parte meditativa non è in connessione con quella pratica della nostra vita. Riflettere, dare uno scopo e motivazione, deve diventare il motivo conduttore di ogni nostra azione. Per ottenere la pace e la serenità, per essere felici. Così, meditare come pratica formale e vita vissuta diventano un tutt’uno. Altrimenti, la pratica di meditazione non nutre la nostra vita. Se riesco a far bene la mia pratica formale, ma il resto della mia giornata non è in linea, è ancora peggio, perché il pensiero spirituale non nutre e non cambia i miei pensieri e, di conseguenza, le mie azioni. E, molto di ciò che patiamo e soffriamo, è dovuto al nostra modo di pensare. Questo disagio emotivo che provoca sofferenza non sparisce come per incanto, occorre lavorare emotivamente per riconoscerlo e migliorare, di conseguenza, la qualità della nostra vita.

La sofferenza senza trasformazione, senza lavorare sulla nostra mente non sparisce, anzi si cronicità e diventa ancora più greve, pesante, sempre maggiore. Il malessere e la sofferenza indesiderata esiste e chi di noi non l’ha provata? Sono più le difficoltà concrete o quelle che elaboriamo e rimuginiamo? Così facendo, non si finisce per patire continuamente? Riflettiamoci. Perché, altrimenti, la sofferenza non ci abbandonerà. Riusciamo a vivere con serenità e contenti quando non abbiamo problemi? Da dove viene tanta sofferenza? In tanti casi non è forse prodotta dalla nostra mente? Quel che dobbiamo cambiare è quel modo di pensare che ci porta a soffrire. Sopratutto nella vita reale. Chi cerca pace e serenità deve fare questo lavoro, non ne può prescindere. Altrimenti, se facesse un lavoro separato, la situazione della persona non migliora, anzi peggiora, allora è meglio non meditare.

Vi racconto un storia vera. Un zurighese mi raccontava di non sentirsi bene. Ad un certo punto della sua vita trovava Zurigo piena di rumore, stress, tensioni; penso quindi di andarsene in un piccolo centro di campagna, un luogo tranquillo, pensando di andare finalmente a stare in pace. Ma non era felice. La campagna non gli dava tranquillità. Parlando con me, gli dissi che la sua insoddisfazione non dipendeva dal caos della grande città, il che dimostra che evadere dalla metropoli per star meglio non è la soluzione. Perché finché non si fa questo lavoro di chiarimento e bonifica interiore, le percezioni non cambiano. Perciò, è l’intelligenza che fa la differenza, è l’utilizzo in modo costruttivo dell’intelligenza che ci consente di vivere meglio, con più soddisfazione e significato.

Direi che il mio discorso possa concludersi qui, perciò preferirei rispondere alla vostre domande.

Domanda. Dobbiamo controllare la nostra mente. Ma, allora, non siamo la nostra mente? Chi comanda la mente?

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel. Non lo so. Il non sé, il non io, non vuol dire che non esisto affatto e che gli esseri non esistono. Ma non siamo come appaiamo, come le cose ci sembrano essere, e come crediamo che siano. Secondo le principali visioni della realtà espresse dalla Via di Mezzo, la persona esiste solo in modo nominale, designato. Quando nasce un bimbo, ha forse un nome impresso? Poi lo chiamano, ad esempio, Lorenzo. Ma è diventato tale, Lorenzo, quando gli hanno dato il nome. Ma, se Lorenzo fosse il nome effettivo, conseguente alla persona, tutti lo saprebbero. Cosa significa che la persona non esiste come appare? È perché ognuno se la configura in modo diverso di come gli appare. E non appare nello stesso modo a tutti. Perché appare in modo diverso alle diverse persone? La stessa persona può essere simpatica ad alcuni ed antipatica ad altri, nello steso istante, allo stesso gruppo di persone. E la stessa persona, che per un certo tempo ha trovato simpatica quella persona, poi può cambiare opinione, e subito dopo trovarla antipatica. Non sé e mancanza del sè non vuole escludere l’esistenza della persona, ma che le apparenze non sono oggettive e, quindi, l’impressione è soggettiva.

Domanda. Quando diamo il nome ad una persona, nasce un bimbo, dandogli un nome, lo condizioniamo? O no?

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel. Si, potrebbe condizionarlo, se il nome richiamasse un qualcosa di negativo, potrebbe condizionarlo.

Domanda. Di Francesco ce ne sono tantissimi, attraverso il nome condiziono la persona? Potrebbe essere d’ispirazione? Perché l’ho chiamato Francesco e non Giovanni?

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel. Si, certo.

Domanda. Per poter beneficiare chi non ha mai meditato, cosa dovrebbe fare, quanto tempo impiegherebbe?

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel. Pensare di impostare la giornata volendo essere positivo e di beneficio è indicato per chi vuole meditare ed il discorso che ho fatto è comunque per principianti.

Domanda. La sofferenza è ciò che ci accompagna ed assilla, ma comprenderla non vuole già dire iniziare la strada per liberarsene?

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel. Se vivessimo senza sofferenza, potremmo diventare anche irritabili per un minimo disagio, comprende il disagio è un modo per mettersi in discussione per imparare ad essere più costruttivi per imparare a migliorare la ns mente. Ci sono casi al mondo in cui grazie ad una crisi incidente hanno iniziato un percorso che li ha portati a migliorarsi. Il che è positivo.

 

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