1 – Ven. Geshe Gedun Tharchin: Commentario sul Sutra del Essenza della Saggezza

Ven. Geshe Gedun Tharchin: Lo scopo del bodhisattva è raggiungere lo stato di pieno risveglio, lo stato di Buddha.

Ven. Geshe Gedun Tharchin: Lo scopo del bodhisattva è raggiungere lo stato di pieno risveglio, lo stato di Buddha.

1 – Commentario sul Sutra del Essenza della Saggezza del Ven. Geshe Gedun Tharchin, Roma 2004.

Introduzione dell’autore: Via di Mezzo e Vacuità

Nel corso dei miei insegnamenti ho enfatizzato il modo di rendere l’antica saggezza della Via di Mezzo un pratico strumento spirituale accessibile a tutti i tipi di esseri umani, per portare armonia, rispetto e tolleranza nel mondo odierno. Lo scopo di ciò è semplificare il Dharma e fare in modo che questo non rimanga un argomento puramente filosofico o una qualche performance rituale. Nel corso di queste lezioni ho cercato di cogliere l’essenza del Dharma, presentandolo come un “mezzo abile” per integrare i valori spirituali universali con tutte le azioni e gli eventi della vita quotidiana. Penso, infatti, che ciò sia di estrema necessità nel mondo moderno, improntato ad un rapido sviluppo tecnologico e spero di esporre un Dharma che si adatti al XXI secolo!

In questo libro ho cercato di presentare un Dharma profondo e al contempo semplice, concentrandomi sui concetti fondamentali del Buddhismo e sul suo messaggio della Via di Mezzo, senza far riferimento a nessuna tradizione specifica. Il mio obiettivo è cogliere l’essenza del pensiero e della meditazione buddista senza tener conto delle influenze derivanti dal retroterra culturale di ogni individuo, in maniera tale da illustrare in modo lucido, puro e modesto un Dharma che possa integrarsi facilmente alla vita quotidiana e semplificarla. Nonostante le mie capacità limitate, tenterò di mostrare in quale modo il Buddhismo possa fornire dei validi contributi al miglioramento di una società sofisticata come quella d’oggi.

Penso che il cosiddetto Dharma possa essere definito in una parola “Via di Mezzo”, in tibetano Uma ed in sanscrito Madhyamaka. Essere nel mezzo significa saper equilibrare ogni cosa e comprendere che il Dharma, la compassione, la rinuncia e anche la realtà ultima, cioè la vacuità o Mahamudra (il Grande Sigillo, l’Unione delle Due Verità) non sono nient’altro che Uma.

In breve, Uma è l’essenza di tutti i fenomeni e coincide con il Dharma da realizzare e in cui trovare rilassamento e pace. Le descrizioni più esplicite di Uma si trovano nel Mulamadhyamakakarika di Nagarjuna. Tecnicamente il termine Madhyamaka si riferisce alle due Bodhicitta del testo di Nagarjuna, dette Bodhicitta del livello convenzionale e del livello ultimo, che sono rispettosamente la grande compassione e la realizzazione della realtà ultima. Sono anche conosciute come Compassione e Saggezza, come sintetizzato nell’ultimo e nel primo verso del Mulamadhyamakakarika:

Mi prostro a Gautama

Che mediante la compassione

Ha insegnato la vera dottrina

Che porta all’abbandono di tutte le teorie.

Mi prostro al Buddha Perfetto,

Il migliore dei maestri, che ha insegnato che

Ogni cosa sorta in maniera dipendente è

Senza fine, senza nascita,

Non annichilita, non permanente,

Non viene, non va,

Senza distinzione, senza identità,

E libera da costruzione concettuale.

Uma o Madhyamaka è quindi la descrizione del Dharma così come è rivelato dal grande Nagarjuna in opere quali I Sei Trattati che provano con la logica la Via di Mezzo, specialmente I Versi della Saggezza Fondamentale, in cui viene detto:

Qualunque cosa sorta in modo dipendente

È detta essere la vacuità.

Questa, essendo un designazione dipendente

È essa stessa la via di mezzo.

Quando la vacuità è possibile,

Ogni cosa è possibile;

Dove la vacuità non è possibile,

Nessuna cosa è possibile.

Questa filosofia è riconducibile ai seguenti versi di un sutra del maestro Sakyamuni:

Colui che vede l’Origine Interdipendente

Vede il Dharma della Vacuità,

Allora vede il Dharmakaya dell’Illuminato.

Il sistema filosofico è stato conosciuto poi come Prasangika Madhyamaka dal suo più fervido seguace Chandrakirti nel suo commento al Mulamadhyamakakarika, Introduzione alla Via di Mezzo o Madhyamakavatara. Un breve commento poetico al Mulamadhyamakakarika di Nagarjuna è stato scritto da Lama Tsongkhapa e porta il titolo “Omaggio a Buddha Sakyamuni per il suo insegnamento sulla relatività”. Se ne riportano dei versi:

Omaggio a colui la cui visione e parola

Resero un insuperabile saggio e maestro,

Il vittorioso, che vide la relatività

E la insegnò a tutti noi!

L’ignoranza è la vera radice
Di tutti problemi nel mondo;

Colui che vide ciò e se ne liberò
Secondo quanto dice una leggenda buddista, Buddha apprese la Via di Mezzo da un fenomeno semplice, una chitarra indiana: né un tocco troppo debole né uno troppo forte produce perfettamente e correttamente il suono desiderato. Quindi, per appagare il desiderio umano bisogna saper seguire la Via di Mezzo, la saggezza che riesce ad equilibrare tutto!
Proclamò la relatività universale.

e

Tutto ciò è oggettivamente vacuo

E questo effetto deriva da questa causa;

Queste due verità non si escludono a vicenda

Ma anzi sono complementari.

Tra i maestri, il maestro della relatività,

Tra le saggezza, la saggezza della relatività;

Questi sono come Vincitori Imperiali nel mondo

Che ti rendono Campione Mondiale di Saggezza, al di sopra di tutti.

Ognuna delle cose che hai insegnato

È permeata di relatività,

E dal momento che quest’ultima conduce al Nirvana

Nessuna delle tue azioni non procura pace.

Atisha, autore de “La lampada del sentiero che conduce all’Illuminazione”, Shantideva, autore di Bodhisattvacaryavatara e molti praticanti in Tibet, come Marpa, Milarepa,Tsongkhapa e l’attuale quattordicesimo Dalai Lama del Tibet, hanno basato il loro pensiero sulla Via di Mezzo di Nagarjuna così come viene descritta nel Buddhapalita di Buddhaviveka, nei “Quattrocento versi sulla Via di Mezzo” di Aryadeva, nel Madhyamakavatara diChandrakirti.

Anche due grandi maestri di logica indiani, Dignaga e Dharmakirti, autore dei sette trattatiPramana, inoltre i cinque Dharma di Maitreya, le cinque Bumi di Asanga, l’Abhidhramasamucchaya di Asanga, l’Abidharmakosa di Vasubandu e centinaia di commenti e opere di studiosi tibetani, sono basati su questi testi.

I trattati Lam Rim e i trattati Lo jong dei maestri ka dam pa del Tibet hanno costituito un grande supporto per la Via di Mezzo del Buddha, giacché le hanno consentito di giungere ai giorni d’oggi, preservandola come un tesoro vivente di spiritualità. Vi è anche un sistema di dialettica tibetano, chiamato due dra, che si è sviluppato basandosi sui sistemi di logica indiani degli studiosi Sakyapa, e che distingue leggermente il sistema di studiare la filosofia buddista proprio delle Università Monastiche tibetane da quello della grande Università di Nalanda in India.

All’interno al Buddhismo Tibetano vi è la scuola di pensiero del Vajrayana, che si basa sul sentiero spirituale promosso dagli 80 Mahasiddha indiani. Tale sistema è conosciuto come un mezzo segreto del Dharma, e funziona solo per le persone che possiedono capacità paragonabili a quelle degli 80 Mahasidda. Il sistema Vajrayana è anche un modo d’approccio verso Uma o Madhyamaka (l’unione delle due verità della Chiara Luce e del corpo Illusorio o corpo d’Arcobaleno o Corpo Vacuo) attraverso la penetrazione nei punti vitali del sistema sottile dell’esistenza umana.

Dunque la Via di Mezzo non consiste in un una filosofia o in un atteggiamento fisso e predeterminato, ma si basa sulla realtà della relatività della verità, sulla perfezione di una conoscenza intelligente, che riesce a fornire adeguate risposte a ciascun individuo, tenendo conto dei ritmi di continuo cambiamento cui sono sottoposti gli eventi e le cose. Quindi, la Via di Mezzo non è qualcosa per eruditi o per persone particolarmente realizzate, ma piuttosto è un mezzo che permette a tutti gli esseri viventi di gestire la loro vita riuscendo a dare equilibrio a tutti i momenti, gli eventi, le situazioni che capitano loro senza far venir meno l’esperienza gioiosa del Dharma all’interno del flusso mentale.

Anche un santo dei tempi moderni come Mahatma Gandhi ha applicato fondamentalmente il principio della Via di Mezzo, il punto di vista proprio del Madhyamaka o Uma, utilizzandolo come un modo per sistemare ed equilibrare tutte le situazioni che ha incontrato. Gandhi riuscì a mantenere la Via di Mezzo anche nelle questioni fra credenti in Dio ed atei, religioni monoteiste e politeiste, sostenendo che “Dio è la Verità e la Verità è Dio” e “Non c’è nessun Dio se non la Verità” e riuscendo così a portare equanimità ed equilibrio tra queste posizioni che si escludono l’una l’altra.

Colpisce molto anche il suo modo, proprio della Via di Mezzo, di avvicinarsi alla fede Induista e Buddhista in India, dal momento che lui ha affermato: “Ma l’insegnamento di Buddha, come il suo cuore, si espandeva dappertutto e abbracciava ogni cosa, e per questo è sopravissuto al suo corpo e si è diffuso sulla faccia della terra. Il Buddha non ha mai rifiutato l’Induismo, ma ne ha ampliato la base, ha dato vita a degli insegnamenti che erano seppelliti nei Veda e che erano ricoperti di erbacce. Il suo grande spirito induista ha spianato la sua strada tra le foreste di parole, parole senza senso che avevano ricoperto l’aurea verità presente nei Veda.Le leggi di Dio sono eterne ed inalterabili e non possono essere separate da Dio stesso. È una condizione indispensabile della Sua Perfezione. Da qui la grande confusione che Buddha non credeva in Dio e credeva semplicemente nella legge morale.”

Credo che la vita di Gandhi sia un esempio della grandezza del genere umano e dell’animo umano. La sua vita fu semplice, modesta e umile tuttavia in grado di affrontare tutte le situazioni. Inoltre egli era intelligente, istruito culturalmente e possedeva forza pacifica, tolleranza e amore, che lui chiamava ahimsa bavana, letteralmente azione di non-violenza e la sua pratica era Satyagrah, cioè basata sulla Verità…parole estremamente sagge!

Quindi, secondo me, la Via di Mezzo è uno stato di completa libertà da posizioni estreme e di assoluta pace, e costituisce il più semplice, il più umile e allo stesso tempo il più grande e il più potente principio naturale che permette di superare tutti i problemi stando sull’infallibile livello zero della vacuità, Sunyata.

I seguenti tre versi, tratti dal Bodhisattvacaryavatara di Shantideva, chiariscono in che modo avvicinarsi al Dharma:

Uno dovrebbe impegnarsi assiduamente negli esercizi

Appropriati alle varie situazioni in cui si viene

A trovare sia volontariamente, che per volontà altrui.


Non c’è nulla da cui il Bodhisattva non può imparare.

Non esiste niente che non costituisca azione di merito per la buona persona

Che si comporta in questo modo.


Non si dovrebbe fare nient’altro che ciò che direttamente

O indirettamente reca beneficio agli esseri senzienti, e solo per il beneficio

Degli esseri senzienti uno dovrebbe dedicare ogni cosa all’Illuminazione.


Il Grande Nagarjuna afferma nel Ratnavali, “La preziosa ghirlanda”:

Un grammatico prima insegna ai

Suoi studenti a leggere l’alfabeto,

Allo stesso modo Buddha insegnò ai suoi seguaci

La dottrina che essi potevano comprendere.

Ad alcuni insegnò dottrine

Per evitare di commettere azioni peccaminose,

Ad altri dottrine basate sulla dualità.

Ad alcuni insegnò dottrine basate sulla non-dualità, ad altri

Insegnò ciò che è profondo e spaventoso per colui che è pauroso.

Avente come essenza la vacuità e la compassione,

I mezzi per ottenere l’Illuminazione.

Quindi l’insegnamento del Dharma non consiste nell’esporre le proprie idee e i propri pensieri, ma piuttosto ciò che reca beneficio agli altri.

Spero che il mio libro, nato come il primo in Italia, vale a dire nel contesto della cultura, della religione, della società, dello stile di vita occidentale, possa soddisfare l’inevitabile attrazione naturale che molte persone provano nei confronti del pensiero e della pratica della Via di Mezzo e che possa dare un presentazione del Dharma aggiornata ed adeguata alla mentalità del mondo contemporaneo, così da aiutare il genere umano a condurre una vita significativa, ricca di pace, armonia e serenità.

Secondo Shantideva tutte queste pratiche possono essere realizzate tramite la meditazione sulla consapevolezza:

Dove potrei trovare abbastanza cuoio per coprire l’intero mondo?

Il mondo intero può essere coperto con il cuoio sufficiente per un paio di scarpe.

Allo stesso modo, dal momento che non posso controllare gli eventi esterni,

Controllerò la mia mente.

Perché preoccuparmi di controllare tutte le altre cose? e

In breve, questa sola è la definizione della consapevolezza:

L’osservazione in ogni istante

Dello stato del proprio corpo e della propria mente.

Sarei molto grato ai lettori se mi dessero qualche consiglio per il miglioramento delle edizioni future. Spero che questo libro possa essere un mezzo per rivelare nel mondo presente l’antica saggezza e possa essere utile allo sviluppo di amore universale e tranquillità in ogni individuo – qui ed ora.

Un mio sogno è che le religioni del XXI secolo diventino aperte come il cielo, inclusive come internet (che non escludano cioè altre tradizioni spirituali e religiose) e veloci come le e-mail nel dare risposte ai problemi umani…penso che essere un buddista puro significhi che egli possa essere anche un Cristiano puro, un induista puro, un islamico puro.

Vorrei aggiungere qui i miei versi preferiti di Shantideva, che reputo essere l’essenza dell’amore che abbraccia ogni cosa, della compassione, della saggezza e della Via di Mezzo dell’equanimità:

-Il maestro Sakyamuni ha dichiarato che il campo degli esseri senzienti è il campo dei Buddha, perché molti hanno raggiunto la più alta perfezione onorandoli.

-Dal momento che l’ottenimento delle qualità di Buddha è ugualmente dovuto sia agli esseri senzienti che ai Buddha, che senso ha non rispettare gli essere senzienti come si rispettano i Buddha?

-La loro grandezza non dipende dall’intenzione ma dall’effetto stesso. In tal senso gli esseri senzienti sono pari ai Buddha.

-Una disposizione amichevole, che è onorabile, costituisce la grandezza degli esseri senzienti. Il merito dovuto alla fede nei Buddha costituisce la grandezza dei Buddha.

– Perciò, gli esseri senzienti sono uguali ai Buddha nell’aspetto dell’acquisizione delle qualità dei Buddha; ma nessuno di essi è del tutto pari ai Buddha, che sono oceani di buone qualità dagli aspetti illimitati.

Dei versi citati frequentemente (che si trovano nelle raccolte di sutra in pali e in sanscrito) sono attribuiti al maestro Sakyamuni:

O Bhiksu e uomini saggi,

Come un orefice testerebbe il suo oro

Bruciandolo, tagliandolo e levigandolo,

Così voi dovete esaminare le mie parole e accettarle,

Non solamente per la riverenza che nutrite per me”.

Il Buddha ha dato hai suoi seguaci la grande libertà di analizzare le sue stesse parole per vedere se sono attendibili o no e ciò significa anche che i suoi discepoli si possono fidare delle sue parole solo dopo averne compreso appieno il significato.

Le mie spiegazioni e i miei discorsi sul Dharma sono semplicemente dei consigli che do ai miei amici spirituali e spetta loro la decisione finale. Penso infatti che questo sia il significato della frase di Sakyamuni: “tu sei il tuo stesso maestro e sei anche il tuo stesso nemico”. Ogni insegnamento di Dharma dovrebbe cominciare con la motivazione dell’altruismo, tecnicamente chiamata amore o compassione, in tibetano Nying Tze, letteralmente Cuore Sensibile, che è il vero mezzo abile per servire gli altri ed è per questo che un maestro dovrebbe sempre insegnare ciò che è utile agli altri piuttosto che le sue idee e la sua filosofia.

Mi sforzo sempre di insegnare il Dharma con questa motivazione, ma per via di limitazioni samsariche, sicuramente la mia motivazione è stata sempre mescolata a molti interessi mondani.

Qualsiasi azione basata sulla motivazione della compassione sarà automaticamente positiva, poiché l’amore e la compassione sono l’essenza del Dharma.

Possano tutti gli esseri senzienti essere felici nello spirito della Via di Mezzo e nella realizzazione della Vacuità.

Vorrei esprimere la mia gratitudine verso tutti i miei amici che mi hanno aiutato in un modo e nell’altro per realizzazione di questo testo e, sopratutto alla dottoressa Rita, chi e fatto tutto traduzione, trascrizione e revisioni finale di questo testo.

Gedun Tharchin
I Parte Prajnaparamita (9 Novembre 2003)

Parleremo del Sutra del Cuore, anche detto l’Essenza della Saggezza o Cuore della Saggezza: si tratta di un sutra molto famoso, conosciuto in tutto il buddismo Mahayana e spesso utilizzato come testo di riferimento per la pratica quotidiana. Come ho scritto nel mio libro “la via del Nirvana”, possiamo trovare varie versioni del prajnaparamita sutra o Sutra della Saggezza: la più grande conta 100,000 versi, la versione intermedia è composta da 20,000 versi e la più breve da 8,000. L’essenza di tutte queste versioni del prajnaparamita sutra è costituita dal Sutra del Cuore della Saggezza, il cui contenuto è pertanto molto ricco. L’estrema sintesi del contenuto del prjanaparamita sutra è il mantra in esso riportato: tadyata gate gate pragate parasamgate bodhi svaha.

Il Sutra del Cuore della Saggezza è generalmente considerato un sutra Mahayana, ma poiché hina-yana e maha-yana sono termini utilizzati a fini comparativi che possono dare luogo a confusione, oggi useremo il termine bodhisattva-yana, sinonimo di maha-yana.

Da molto tempo avevo intenzione di tenere un discorso su questo sutra e spero che quando avremo finito di studiarlo, potremo praticare sulla base del suo contenuto.

Per comprendere meglio l’essenza di questo sutra è importante iniziare spiegando che cosa s’intende per sentiero nel Buddhismo.

La parola yana significa veicolo o sentiero. Esiste il veicolo del bodhisattva, per secondo viene il veicolo dei pratyekabuddha o buddha solitari e per terzo il veicolo degli shravaka o ascoltatori. Questi sono i tre tipi di seguaci di Buddha, ognuno dei quali pratica il proprio sentiero in modo diverso.

Lo scopo del bodhisattva è raggiungere lo stato di pieno risveglio, lo stato di Buddha. Lo scopo degli altri due praticanti è l’ottenimento della liberazione, il Nirvana o moksha, la liberazione individuale. Ed infatti, quando questi due ultimi sentieri vengono considerati come uno solo, questo viene spesso chiamato il sentiero della liberazione individuale, mentre il veicolo del bodhisattva spesso viene tradotto in inglese come veicolo universale.

La differenza tra il veicolo del bodhisattva e quelli della liberazione individuale risiede nella motivazione, che per il primo è la bodhicitta, mentre per gli altri due è la rinuncia. Quindi, rifacendoci ai “Tre Aspetti Principali del Sentiero’’ di Jey Tzongkhapa, possiamo vedere come la rinuncia sia la motivazione alla base dei due veicoli, la bodhicitta sia alla base del veicolo del Bodhisattva, mentre il terzo aspetto, la saggezza che realizza la realtà ultima dei fenomeni, è necessario a tutti e tre.

Per riuscire a portare a compimento ognuno di questi tre veicoli, bisogna seguire i cinque sentieri. Questo è un altro argomento che volevo spiegare da molto tempo, ma che finora non sono mai riuscito ad affrontare.

I quindici sentieri sono un argomento molto importante nello studio della filosofia buddista: i primi cinque sono i sentieri del bodhisattva, seguono i cinque sentieri dei pratyekabuddha, e poi i cinque sentieri del veicolo degli shravaka. In tutto sono quindici, dunque. In tibetano si dice Lam Nga Sum Con Nga, che significa per tre volte cinque sentieri: Lam è sentiero, Nga significa cinque, Sum vuol dire tre,Con Nga quindici: “i quindici sentieri del cinque per tre”.

Il primo sentiero è il sentiero dell’accumulazione, il secondo sentiero è quello della preparazione, il terzo è quello del vedere o della visione, il quarto è quello della meditazione e il quinto è quello della fine dell’apprendimento. Questi cinque sentieri hanno lo stesso nome per tutti e tre i veicoli di cui abbiamo parlato. Tra i sentieri, i primi quattro sono le cause, mentre il quinto è il risultato, in quanto essi rappresentano la tappe da percorrere per raggiungere il risultato che ognuno dei tre veicoli si propone.

Come si procede lungo i cinque sentieri? Bisogna praticare due cose: il metodo e la saggezza. Il metodo è sempre un mezzo intelligente. Nella pratica del bodhisattva, il mezzo intelligente è rappresentato dalla bodhicitta. Quindi per raggiungere lo scopo del veicolo del bodhisattva, che è lo stato di Buddha, il pieno risveglio, occorre utilizzare come strumento intelligente la bodhicitta. Abbiamo inoltre la saggezza, cioè il terzo dei “Tre Aspetti Principali del Sentiero”. Riguardo agli altri due veicoli lo strumento da usare è la rinuncia, che è il mezzo intelligente per raggiungere il moksha, il Nirvana, la liberazione individuale. Anche in questo caso è necessaria la saggezza.

Che differenza c’è tra il veicolo degli ascoltatori e quello dei Buddha solitari, dal momento che entrambi hanno la rinuncia quale strumento e la loro saggezza è simile? La differenza risiede proprio nella saggezza che di cui si servono per affrontare il loro sentiero. Gli ascoltatori hanno un modo molto più conciso, molto più breve per realizzarla; mentre i praticanti solitari hanno una prospettiva molto più ampia sulla saggezza. Ed è proprio per questa diversità che i praticanti del sentiero solitario tendono a raggiungere il loro obbiettivo molto più velocemente dei praticanti del sentiero degli ascoltatori.

Vi è anche un’altra differenza: gli ascoltatori amano essere in presenza del Buddha inteso come figura storica, mentre i praticanti solitari preferiscono non essere in presenza di nessun Buddha. Quando appare un Buddha appaiono i praticanti del sentiero dell’ascoltatore, quando il Buddha scompare, scompaiono anche loro e in questo momento cominciano ad apparire i praticanti del sentiero solitario. È interessante ricordare come nel momento in cui il Buddha iniziò ad impartire gli insegnamenti a Varanasi, facendo girare per la prima volta la ruota del Dharma, tutti i praticanti solitari, che erano già lì prima della sua apparizione, cominciarono a scomparire. La leggenda dice che scomparvero cominciando a volare e mentre volavano si “autocremarono”, fiammeggiando nel cielo. Possiamo dunque osservare come vi siano vari tipi di praticanti e vari modi per avvicinarsi al Dharma e alla pratica.

Gli ascoltatori non praticano il bodhisattva da soli, ma ascoltano questo veicolo dal Buddha e lo trasmettono agli altri, anche se loro stessi non lo praticano; per questo sono chiamati ascoltatori. I praticanti solitari, invece, vogliono praticare da soli, senza un Buddha, senza avere intorno una comunità di praticanti. Essi hanno una particolare missione, che è quella di recare beneficio agli esseri che si trovano in quei luoghi in cui non sono presenti Buddha, né Bodhisattva, né ascoltatori. I pratyekabuddha hanno la capacità di trasmettere il Dharma senza parlare, senza avere nessun tipo di contatto con le persone: la loro missione è quella di recare beneficio agli altri esseri tramite la loro pratica solitaria. Molti dicono: “Ma se tu stai solo su un monte a praticare, come puoi essere di beneficio a quelli che stanno in città?”. Questo, però, non è un ragionamento giusto, perché quando una persona pratica, la sua bontà si trasmette automaticamente agli altri, come un’energia che si diffonde automaticamente nell’ambiente circostante e quindi giunge anche alle persone che ne fanno parte. Qui in occidente invece si dice: “Marciamo per la pace, combattiamo per la pace!” e si va a manifestare per la pace pieni di rabbia ed astio, pensando che questa sia una azione molto efficace. Ma se non abbiamo la pace dentro di noi come possiamo cercare di creare la pace? Questo è il primo shock che ho avuto quando sono venuto nella società occidentale: qui ci sono tante persone amanti della pace, piene di rabbia! Lo si capisce chiaramente partecipando alle loro conferenze. La non violenza è compassione, quindi una persona che medita sui monti magari è molto meno violenta di una persona che fa una manifestazione in città. In occidente andare a meditare sui monti sarebbe molto facile perché si hanno le pensioni: uno scende dal monte una volta al mese, va alla posta a ritirare la pensione e poi torna tra i monti: è comodo, no?

A Dharamsala vi sono praticanti che vivono sulle montagne, come eremiti, e vengono assistiti dall’ufficio del Dalai Lama. Ogni mese scendono dai monti per prendere i soldi, poiché c’è un fondo speciale per queste persone e si possono fare offerte specifiche per loro. Molto spesso, però, capita che arrivino persone a Dharamsala dicendo di voler andare in eremitaggio e si precipitino subito presso questo ufficio, ma si vede che hanno soprattutto bisogno di soldi. In realtà, si dovrebbe andare senza pensare ai soldi che l’ufficio dà, prendere l’acqua e andare a fare l’eremita là, altrimenti non ha senso: bisogna seguire l’esempio di Milarepa. A Dharamsala c’è un po’ di confusione intorno agli eremiti. D’altronde non c’è soluzione, perché è normale che in tempi moderni si verifichi questo genere di cose. Qui però c’è la fortuna di avere direttamente la pensione, senza andarla a chiedere a qualche ufficio per eremiti, e quindi bisognerebbe fare un piano per diventare praticanti solitari subito dopo l’età pensionabile.

A Mundgod, nel mio monastero, c’era solo un monaco Geshe che faceva questo tipo di vita. Era un Geshe che d’estate stava in monastero, ma d’inverno trascorreva tutto il suo tempo su una montagna vicino al monastero e scendeva di tanto in tanto al villaggio tibetano a chiedere la carità, ma quando è morto nessuno l’ha sostituito. In Tibet in passato era più facile fare queste cose rispetto ad oggi, ma la situazione moderna dell’India e del Tibet è molto complicata perché non c’è né una pensione, né delle terre libere dove andare. Bisogna andare in un ufficio apposito per diventare un eremita!

Quindi abbiamo parlato dei tre tipi di veicoli e dei cinque sentieri che caratterizzano ogni veicolo. Ognuno di questi cinque sentieri può essere praticato, a seconda del veicolo, in due modi: il metodo e la saggezza. Abbiamo specificato quale sia il metodo da utilizzare e quanta la saggezza necessaria per ogni veicolo. Questo sutra, in particolare, spiega il metodo per la pratica del Bodhisattva e dunque spiega i cinque sentieri del Bodhisattva. La motivazione che sta alla base di questo sutra è la bodhicitta e il tema principale affrontato in questo sutra è la saggezza, riferita al sentiero del bodhisattva. Ed è per questo che spesso questo sutra viene detto Bodhisattva-yana sutra o maha-yana sutra.

Fonte http://geshetharchin.blogspot.it/2013/11/commentario-sul-sutra-del-essenza-della.html che si ringrazia di cuore per la sua infinita gentilezza.

 

Warning: Division by zero in /web/htdocs/www.sangye.it/home/altro/wp-includes/comment-template.php on line 1379