5 Patrul Rinpoche: Le Istruzioni del Mio Perfetto Maestro.

Patrul Rinpoche: Dal momento che la morte colpisce vecchi e giovani in modo così inaspettato, è necessario iniziare a praticare il Dharma fin dal primo momento della nascita.

Patrul Rinpoche: Dal momento che la morte colpisce vecchi e giovani in modo così inaspettato, è necessario iniziare a praticare il Dharma fin dal primo momento della nascita.

5 Patrul Rinpoche: Le Istruzioni Orali del Mio Perfetto Maestro.

Una guida ai preliminari del Longchen Nyingthig dello Dzogchen.

Titolo originale: Kun bzang lama’i zhal lung (Dzog pa chenpo longchen nyingthig gi nongdro’i khird yig kun bzang lama’i zhal lung); Insegnamenti orali del maestro Samantabhadra sulle pratiche preliminari Dzogchen della serie “Essenza del cuore della vasta estensione”.

Quadro generale delle sofferenze del samsara, il regno umano, i tre tipi fondamentali di sofferenza.

Capitolo Terzo: L’insoddisfazione del samsara

Comprendendo che le attività condotte nel samsara sono prive di significato, Con grande compassione, ti sforzi per attuare il beneficio degli esseri.

Senza aderire all’idea di samsara e nirvana,

agisci in armonia col Grande Veicolo.

Mi prostro dunque ai tuoi piedi, maestro impareggiabile.

Consulta questo capitolo con la stessa attitudine con cui ti sei avvicinato ai precedenti. Oltre ad una riflessione generale sulle sofferenze del samsara, esso include specifiche considerazioni sulla sofferenza propria a ciascuno dei sei reami di esistenza.

  1. QUADRO GENERALE DELLE SOFFERENZE DEL SAMSARA

Come abbiamo già rilevato, se anche avessimo ricevuto una vita provvista di tutte le libertà e i vantaggi così rari da ottenere, essa non durerebbe a lungo. Al suo termine, ricadremo ben presto nel dominio dell’impermanenza e della morte, estinguendoci come un fuoco che si consuma o l’acqua che svapora; mentre tutto ciò che ci circonda svanirebbe. Dopo la morte, tuttavia, non ci dissolveremo nel nulla, ma saremo forzati ad assumere una nuova nascita, la quale non avverrà in nessun altro luogo se non nel samsara.

Il termine samsara, la ruota o il cerchio dell’esistenza, è qui usato per indicare il ciclico ed infinito vagare degli esseri da una dimensione all’altra, simile all’incessante moto del tornio del vasaio o della ruota di un mulino. Inoltre, come la mosca intrappolata in un bicchiere non può uscirne per quanto voli di qua e di là; il fatto che noi si nasca nei reami più bassi o in quelli più elevati dell’esistenza, non modifica la nostra impossibilità di oltrepassare il samsara. La parte alta del bicchiere corrisponde alle dimensioni degli dèi e degli esseri umani, mentre la parte bassa ai tre sfortunati reami degli esseri inferiori. Il samsara viene rappresentato come un circolo a causa del fatto che gli esseri rinascono ciclicamente al suo interno in ognuno dei sei reami che lo compongono. Tali rinascite sono il risultato delle azioni positive o negative compiute in vita, tutte contaminate dal senso di attaccamento all’esistenza.

Vaghiamo dunque da un tempo senza inizio in questi mondi samsarici in cui ogni essere, senza eccezione, ha intessuto relazioni amichevoli, ostili o indifferenti con ciascuno degli altri esseri che li abitano. Ognuno di noi è stato padre e madre di qualcun altro. I sutra sostengono che se, per mezzo di palline di terra della misura di una bacca di ginepro, volessimo contare tutte le madri avute in passato, l’intero pianeta si consumerebbe prima di averne terminato la lista. Il Signore Nagarjuna ha detto:

Consumeremmo l’intero pianeta se,

per mezzo di palline di argilla simili a una bacca di ginepro,

Volessimo fare il conto di quante madri abbiamo avuto in passato.

Non vi è una sola forma di vita che non abbiamo assunto durante questo samsara senza inizio. Durante le nostre innumerevoli rinascite, causate dall’attaccamento ai fenomeni, abbiamo perso più volte la testa e gli arti, specialmente quando eravamo formiche o altri piccoli insetti. Se volessimo accatastare una sull’altra queste parti mancanti, formeremmo una pila alta quanto il monte Meru. Le lacrime che abbiamo versato per la sete, il freddo e la fame quando eravamo nudi e senza cibo creerebbero un mare più vasto di quelli che circondano tutte le terre emerse. Così come la quantità di rame liquefatto da noi ingerito durante le ripetute permanenze negli stati infernali sarebbe più estesa dei quattro grandi oceani.

In questo ciclo senza fine, tutti gli esseri, senza neanche un istante di rimorso, sono spinti a vagare nei reami del samsara a causa dell’attaccamento e del desiderio, richiamando su di sé sempre nuove sofferenze.

Qualora ottenessimo, come risultato di qualche azione virtuosa, la lunga vita, la forma perfetta, la fortuna e la gloria di Indra o Brahma, non saremmo mai in grado di posporre la nostra morte; pertanto, dopo di essa, sperimenteremmo nuovamente le sofferenze dei reami inferiori. Se, nella vita presente, ottenessimo per un anno, un mese o un giorno qualche vantaggio in salute, benessere o autorità su altri esseri, una volta esaurita la causa di tutto questo, relativa a qualche buona azione del passato, sperimenteremmo ancora la povertà e la miseria, oppure l’intollerabile sofferenza dei reami inferiori.

Qual è il senso di tutta la felicità mondana? Essa è come un sogno che si interrompe a metà al nostro risveglio. Nessuno che goda della felicità e degli agi dovuti ad un passato sufficientemente onesto può prolungare questo stato anche di un solo istante, una volta che le cause di esso abbiano cessato i loro effetti. I re degli dèi, che si dilettano nei piaceri dei cinque sensi seduti su alti troni di pietre preziose guarniti di splendidi tessuti, quando il tempo loro concesso è scaduto, in un battito di ciglia ricadono nel cocente metallo degli stati infernali. Gli stessi dèi del sole e della luna, che illuminano i cinque continenti, potrebbero rinascere proprio in uno di questi ultimi, precipitati in una tale oscurità da non poter capire nemmeno se i loro arti sono ripiegati o distesi.

Non affidiamoci pertanto alle gioie apparenti del samsara e prendiamo la decisione di liberarci in questa stessa vita dell’infinito oceano di sofferenza che esso rappresenta, conseguendo lo stabile e sereno appagamento della perfetta buddhità. Rendiamo questo pensiero un esercizio costante, facendo uso dei metodi appropriati concernenti l’inizio, la parte intermedia e il termine di ogni pratica.

  1. IL REGNO UMANO

Gli esseri umani soffrono sia a causa dei tre tipi fondamentali di sofferenza, esposti all’inizio di questo paragrafo, che delle quattro sorgenti di sofferenza, le quali sono nascita, vecchiaia, malattia e morte. Ulteriori sofferenze possono derivare dal timore di incontrare odiati nemici o di perdere le persone care, nonché dalla frustrazione causata dal non ottenere ciò che si vuole o dal non poter evitare gli eventi e le cose indesiderabili.

I TRE TIPI FONDAMENTALI DI SOFFERENZA

La sofferenza del cambiamento

La sofferenza del cambiamento consiste nell’insoddisfazione causata dall’alternarsi di felicità e sofferenza. Una condizione di benessere, soddisfazione e pienezza a seguito di un buon pasto può subito lasciare il posto a spasmi addominali causati dai parassiti contenuti nel cibo. Se siamo felici, un nemico può saccheggiare i nostri beni o il nostro bestiame, oppure un incendio può distruggerci la casa o possiamo ammalarci o ricevere terribili notizie; il che ci getterà nella più cupa sofferenza.

Qualunque conforto, felicità o prestigio apparente, fondandosi sul samsara, risulta sprovvisto di ogni traccia di stabilità o permanenza e non resiste a lungo di fronte all’eterno ciclo della sofferenza. Coltiviamo perciò il più completo disincanto nei confronti di queste cose.

Sofferenza su sofferenza

Sperimentiamo sofferenza su sofferenza quando, dopo un periodo doloroso, ne sopraggiunge subito un altro. Siamo sofferenti per la lebbra, quando all’improvviso la nostra pelle si ricopre anche di verruche e subito dopo restiamo feriti in un incidente. Nostro padre muore, ma dopo di ciò anche nostra madre ci lascia. Siamo perseguitati dai nemici e per giunta una persona a noi cara muore. In qualunque regno del samsara si nasca, le occasioni dolorose si accavallano una sull’altra senza lasciarci un solo momento di felicità.

La sofferenza in ciò che è composito

(Ossia la sofferenza che pervade tutti i cicli di esistenza. Essa è chiamata “sofferenza in ciò che è composito”, perché si ritiene che, qualunque sia lo stato di esistenza in cui ci si trovi, i fenomeni che sorgono hanno tutti la stessa modalità di esistenza. Ossia, sono determinati da una causa primaria (un’azione compiuta in passato) e una causa secondaria (le circostanze contingenti che permettono la maturazione di quell’atto sotto forma di fenomeno). Il termine “composito” si riferisce appunto al fatto che i fenomeni non hanno una realtà intrinseca, ma sono il prodotto di queste due cause.) Nel momento in cui leggiamo queste righe abbiamo l’impressione che le cose non stiano andando male e che in fondo non si stia soffrendo granché. In realtà noi siamo totalmente immersi nelle cause della sofferenza e persino le cose indispensabili, quali il cibo, i vestiti e il tetto che abbiamo sulla testa, nonché le decorazioni e le feste che appaiono così piacevoli, sono il prodotto di azioni svantaggiose. Tutto ciò che facciamo è contaminato dalla negatività e può solo causare sofferenza o insoddisfazione. Si pensi ad esempio al tè e alla farina per la tsampa. In molte zone della Cina, il tè viene piantato, coltivato e raccolto; tuttavia il numero di piccole creature che soccombono in queste operazioni per noi del tutto insignificanti è elevatissimo. Il tè viene in seguito condotto fino a Dartsedo dai portatori. Ognuno di questi ultimi trasporta un peso corrispondente a ventisei mattoni per mezzo di una fascia posta intorno alla testa, la quale, poco a poco, logora la pelle della fronte. Tuttavia, anche se da quest’ultima spuntasse il bianco cranio sottostante, a nessuno di loro sarebbe consentito interrompere il lavoro. Da Dotok in poi, i portatori sono sostituiti da dzo, yak e muli dalla schiena rotta, le pance perforate e il crine in pezzi, il cui stato servile è causa di terribili sofferenze. Il baratto del tè coinvolge inoltre una serie di patti non mantenuti, discussioni e battibecchi, finché la merce viene scambiata con prodotti animali, quali lana e pelli di agnello. La lana, a sua volta, brulicante com’è in piena estate di pulci, zecche e altre creature numerose quanto i fili di lana stessi, al momento della tosatura perde molti dei suoi piccoli ospiti, che vengono decapitati, tagliati in due o sventrati, mentre quelli che riescono a restare attaccati al pelo finiscono soffocati. Quanto alla pelle di agnello, si ricordi che questi animali appena nati possiedono già tutti gli organi di senso intatti e sono in grado di provare dolore e piacere. Per quanto non siano intelligenti, il loro istinto produce in loro avversione per la morte e la sofferenza. Essi dunque amano la vita e sono capaci di soffrire se torturati e macellati; nonostante ciò, fin dai loro primi istanti di vita e nel pieno della salute fisica, vengono uccisi. Il comportamento delle pecore femmine in tale occasione è l’esempio vivente del dolore sperimentato da una madre che ha perso la prole. Di conseguenza, quando pensiamo alla produzione e al commercio di tali prodotti, dovremo essere consapevoli che anche un sorso di tè contribuisce alla rinascita di altri esseri nei reami inferiori.

Un ulteriore esempio è la tsampa. Prima della semina dell’orzo, l’aratura dei campi porta alla luce una varietà di vermi e insetti del sottosuolo che vengono inghiottiti incessantemente dai corvi e da altri uccelli. Durante l’irrigazione, molti esseri che vivono nell’acqua vengono disseminati sul terreno asciutto, mentre altri animali annegano a causa della piena improvvisa.

Allo stesso modo, tutte le altre fasi della semina, del raccolto e della trebbiatura causano la morte di un numero incalcolabile di animali; sicché, in un certo senso, quando ci nutriamo di prodotti a base di orzo è come se inghiottissimo insetti polverizzati.

Il burro, il latte, i “tre cibi bianchi” e i “tre cibi dolci” considerati puri e incontaminati dalle azioni dannose, non sono affatto tali. Molti fra i giovani yak, i vitelli e gli agnelli vengono uccisi alla nascita, ma quelli che restano in vita, prima ancora di succhiare il dolce latte materno si ritrovano con una corda al collo legati a un palo o a un loro simile, mentre il latte cui avrebbero diritto viene rubato per farne burro e formaggi.

Togliendo loro l’essenza del corpo della madre, così vitale per la prole, li si lascia fra la vita e la morte, finché, al ritorno della primavera, le loro madri anziane sono divenute così deboli da non riuscire nemmeno a lasciare la stalla ed essi, ormai ridotti alla fame, si aggirano barcollando come scheletri viventi.

Tutti i fattori che sono alla base della felicità di questo mondo – cibo, vestiti e qualunque altro bene materiale – sono inevitabilmente un prodotto di azioni negative, il cui risultato è ancora una volta l’infinito tormento dei reami inferiori. Sicché, qualunque cosa appaia come lecita fonte di soddisfazione entra in realtà nel novero delle sofferenze legate alla caratteristica impura e composita dei fenomeni mondani.

LE SOFFERENZE LEGATE ALLA NASCITA, ALLA MALATTIA, ALLA VECCHIAIA E ALLA MORTE

La sofferenza legata alla nascita

Il tipo di nascita caratteristico dello stato umano è attraverso l’utero. In essa, la coscienza di un essere che vive nello stato intermedio perviene ad una nuova nascita interponendosi all’unione tra il seme paterno e il sangue materno. Seguono poi le successive dolorose fasi embrionali, chiamate rispettivamente della gelatina sferica, dell’ellisse viscosa, la fase spessa e oblunga, la fase ovale compatta, la massa fortemente rotonda e così via. (Si tratta di traduzioni approssimative dei termini tecnici che in medicina tibetana descrivono i primi cinque stadi settimanali dello sviluppo embrionale.) Una volta formati gli arti, gli annessi e gli organi di senso, il feto, intrappolato nell’interno fetido, oscuro e soffocante dell’utero materno, soffre come fosse rinchiuso in una angusta prigione. Se la madre inghiotte del cibo caldo, il feto ha la sensazione di essere bruciato dal fuoco; mentre se il cibo della madre è freddo, egli soffre come fosse immerso nell’acqua gelata. La pienezza dello stomaco materno fa sentire il feto come in trappola fra le rocce; mentre se la madre stende il suo corpo, egli si sente schiacciato da una montagna. La sensazione di fame della madre si trasforma per lui in quella di cadere da un precipizio, mentre il suo semplice camminare o stare seduta equivale all’essere schiaffeggiati da un forte vento.

Quando la gravidanza sta per finire, le energie karmiche prodotte dalle azioni passate provocano lo spostamento verso il basso della testa del feto, predisponendolo in tal modo alla nascita. Mentre viene spinto verso la cervice uterina, il feto soffre come se un gigante possente, tenendolo per le gambe, lo sbattesse violentemente contro un muro. Forzato entro la struttura scheletrica della pelvi, egli si sente come spinto attraverso una trafila. Inoltre, se l’apertura da cui dovrebbe uscire è troppo stretta, egli non verrà partorito e sarà in pericolo di vita. Il parto infatti può essere mortale sia per la madre che per il feto; e anche se costoro sopravvivono, in tale esperienza essi sperimentano il medesimo dolore che precede la morte. Il Grande Maestro di Oddiyana ha detto:

Madre e figlio stanno fra la vita e la morte,

E tutte le giunture della madre, tranne le mascelle, vengono fatte a pezzi.

Tutto ciò di cui il neonato fa esperienza, risulta doloroso. Egli viene fatto cadere su un materasso, che risulta per lui come una fossa spinosa; mentre il suo corpo, ripulito dai muchi incrostati, è come scorticato vivo. Anche il lavacro nell’acqua è per lui lacerante come l’essere colpito da spine. Quando poi egli viene abbracciato dalla madre, si sente come un piccolo uccello ghermito da un rapace. Il venire frizionato con il burro alla sommità della testa lo fa sentire come legato e gettato in una buca. (In Tibet si considera un beneficio per la salute del neonato il massaggiare col burro la sommità del suo capo per agevolare la chiusura della fontanella.) La culla per lui è come un fango immondo che lo inghiotte. Infine, per calmare la fame, la sete e il malessere fisico egli non può fare altro che piangere.

Dalla nascita in poi, maturando la nostra giovinezza, abbiamo l’impressione di crescere e migliorare. In realtà la nostra vita si accorcia un giorno dopo l’altro fino a raggiungere il momento della morte. Nel frattempo, senza alcuno scopo, gli affanni della vita ci catturano susseguendosi uno dopo l’altro come cerchi nell’acqua. Dal momento che tutto ciò si basa sul risultato delle nostre azioni negative del passato, il suo esito non può che essere l’infinita sofferenza legata alla rinascita nei reami inferiori.

La sofferenza legata alla vecchiaia

Mentre ci affanniamo dietro incoerenti e innumerevoli attività quotidiane, la sofferenza della vecchiaia si fa strada in modo impercettibile. Poco alla volta, il corpo perde il suo vigore. Non riusciamo più a digerire le nostre pietanze preferite; la vista si indebolisce e non distinguiamo più con chiarezza le cose distanti o i piccoli oggetti. L’udito inizia ad offuscarsi e non percepiamo correttamente i suoni e le parole. La nostra lingua perde la sua capacità di saggiare ciò che beviamo o mangiamo, ma anche la pronuncia delle parole risulta difficile. Mentre la mente si offusca, la nostra memoria perde colpi e incorriamo nella confusione e nella dimenticanza. I nostri denti cadono uno dopo l’altro, sicché riusciamo sempre meno a masticare cibo solido e le parole che pronunciamo iniziano ad assomigliare ad un balbettio. Le forze ci abbandonano e non ci scaldano più gli abiti leggeri, né riusciamo più a trasportare grossi pesi. Abbiamo ancora il senso del piacere e del godimento, ma non abbiamo più l’energia per soddisfarlo. Mente i canali energetici degenerano, diventiamo sempre più irritabili e impazienti. Disprezzati da tutti, siamo ogni giorno più tristi e depressi. Gli elementi del corpo si sbilanciano causando infermità e malattie. Ogni movimento ci costa sforzi sempre maggiori e persino il sedersi o il camminare sembrano alla fine attività inconcepibili. Jetsun Mila affermò in una sua canzone:

Uno, ti alzi in piedi a fatica come estraendo un palo da terra;

Due, ti trascini lentamente come stessi puntando un uccello;

Tre, ti siedi lasciandoti cadere come un sacco di patate.

Se ti capitano queste tre cose, nonnina,

Il tuo corpo illusorio è consumato e tu sei già vecchia e triste.

Uno, dall’esterno la tua pelle si raggrinzisce;

Due, dall’interno ti sporgono le ossa lì dove la carne si è ritirata;

Tre, nel frattempo sei anche lenta, mezza cieca, sorda e stupida.

Se ti capitano queste tre cose, nonnina,

La tua faccia è aggrottata da rughe disgustose.

Uno, i tuoi abiti sono logori e pesanti;

Due, il cibo è così freddo e insipido;

Tre, siedi sul tappeto puntellandoti sui quattro lati.

Se ti capitano queste tre cose, nonnina,

Sei inutile come uno yogi in estasi calpestato da uomini e cani.

In età avanzata non riusciamo più a sollevarci in piedi con un solo movimento, ma dobbiamo poggiare entrambe le mani a terra come se tentassimo di far uscire un palo da un terreno compatto. Quando camminiamo, la schiena curva non ci permette di sollevare la testa e, dal momento che l’andatura non è più spedita come prima, ci trasciniamo con circospezione come un bambino che va a caccia di uccelli. Le giunture delle braccia e delle gambe sono così piene di acciacchi che non riusciamo a sederci con un movimento misurato. Ci lasciamo dunque cadere come un sacco di yuta staccato dal suo sostegno.

Col consumarsi dei tessuti, la nostra pelle diventa flaccida mentre il corpo e il viso si coprono di rughe. Le nostre ossa, circondate da sempre meno carne, si fanno più prominenti. Gli zigomi e tutte le protuberanze ossee sporgono dalla pelle. La nostra memoria si indebolisce e diventiamo tardi, sordi e mezzi ciechi. Non riusciamo più a pensare con chiarezza e ci sentiamo storditi. Col declino del vigore fisico, non siamo più interessati al nostro aspetto esteriore, sicché i nostri abiti si fanno più logori e pesanti. Ci nutriamo degli avanzi e perdiamo il senso del gusto. Tutti i cibi sembrano freddi e insipidi. La nostra rigidità ci rende qualunque compito un’impresa difficile. A letto, ci puntelliamo su tutti e quattro i lati, ma non riusciamo ad alzarci. Il nostro deterioramento fisico ci porta depressione e altre terribili sofferenze mentali. Lo splendore del nostro volto si dissolve, la pelle si ricopre di rughe e la fronte è aggrottata in un cipiglio che denota il nostro cattivo umore. Tutti ci disprezzano e se anche qualcuno ci camminasse sulla testa, non riusciremmo a scansarci. I nostri tempi di reazione sono lenti, come se avessimo realizzato per mezzo dello yoga una totale indifferenza per le cose. In realtà, siamo del tutto incapaci a sostenere le sofferenze dell’età avanzata e perciò alle volte desideriamo la morte; anche se più la avviciniamo e più essa ci sembra terrificante.

Tutte queste sofferenze legate alla condizione di vecchiaia non sono molto dissimili da quelle subite dagli esseri che abitano i tre reami inferiori.

La sofferenza legata alla malattia

Quando i quattro elementi che compongono il nostro corpo si sbilanciano, ogni sorta di infermità, legate al vento, alla bile, al flemma 35 e così via, sorgono arrecando sensazioni di dolore e sofferenza.

Alla prima fitta dolorosa e al primo malessere, per quanto si sia giovani, robusti, vitali e in perfetta salute, ci accasciamo su noi stessi come piccoli uccelli colpiti da un sasso. Mentre la nostra forza svanisce, sprofondiamo nella solitudine del nostro letto dove ogni movimento, anche lieve, diventa uno sforzo smisurato. Se qualcuno ci chiede cosa succede, facciamo fatica a rispondergli. La nostra voce sembra fuoriuscire dalle profondità di una caverna e si ode appena. Ci spostiamo di continuo sul lato destro, poi sul sinistro, sulla schiena e infine sulla pancia senza trovare alcun sollievo. Perdiamo l’appetito e non riusciamo a dormire. Il giorno e la notte sembrano interminabili. Inghiottiamo farmaci amari, aspri o piccanti, mentre subiamo salassi, cauterizzazioni e altri spiacevoli trattamenti. Il pensiero che questa malattia ci possa condurre alla morte ci terrorizza. La nostra integrità, sotto l’influsso di forze morbose, perde ogni controllo creando disordine nel corpo e nella mente, al culmine del quale iniziamo a soffrire di allucinazioni. La malattia può perfino giungere a condizionare la nostra intera vita. Coloro che soffrono di lebbra o epilessia sono abbandonati da tutti e lasciati al loro destino. Essi, pur continuando a vivere, sono come già morti.

Le persone inferme sono di solito incapaci di badare a se stesse; tuttavia, rese irascibili dalla malattia, sono spesso insofferenti rispetto a ciò che gli altri fanno per loro, diventando sempre più pignoli e schizzinosi. Se la malattia si prolunga, molti si stancano di loro e smettono di accudirle. Al contrario, il disagio causato dal loro stato non le abbandona un istante.

La sofferenza legata alla morte

Quando la morte si avvicinerà, crolleremo nel nostro letto senza più avere la forza di sollevarci. Non avremo più desiderio di cibo o bevande e saremo tormentati dalla sensazione del morire. Ci sentiremo sempre più depressi mentre il coraggio e la fiducia di cui eravamo capaci svaniranno. Sperimenteremo strani presentimenti e allucinazioni riguardo ciò che ci aspetta. A quel punto, sarà giunto il momento del più grande cambiamento della nostra vita. La famiglia e gli amici, riuniti al nostro capezzale, non potranno fare nulla per ritardare la nostra dipartita. Andremo verso le sofferenze della morte del tutto soli. Non vi sarà modo di portare con noi i nostri averi, per quanto numerosi possano essere; sicché non ci persuaderemo a lasciarli pur sapendo che presto non saranno più nostri. Il rimorso si impadronirà di noi mentre torneranno alla memoria le azioni negative commesse in passato. Ci terrorizzerà il pensiero di provare le sofferenze dei reami inferiori. Quando la morte si farà presente, lo spavento ci assalirà e le percezioni della vita scivoleranno via mentre diventeremo sempre più freddi.

Un malfattore che muore si strazia il petto fino a lasciarvi i segni delle proprie unghie. Il ricordo delle azioni negative infatti gli fa temere la rinascita nei reami inferiori, mentre il pensiero di non aver praticato il Dharma quando era libero di farlo, lo riempie di rimorso. Egli comprende che il Dharma è l’unica cosa che potrebbe aiutarlo in quel momento; è per questa ragione che egli si lacera il petto lasciandovi i segni delle unghie. Si dice perciò:

Guarda un malfattore che muore;

Egli è un maestro che ci rivela gli effetti delle azioni negative.

In realtà, anche prima della morte vera e propria i reami inferiori si rendono in qualche modo percepibili al reprobo. Avvertendo la loro vicinanza come una confusa minaccia, egli prova disagio mentre gli elementi del suo corpo si dissolvono, il suo respiro è sempre più rauco e i suoi arti inflaccidiscono. In preda alle allucinazioni, i suoi occhi ruotano verso l’alto ed egli abbandona questa vita incontrando al di là di essa la Morte. Le apparizioni dello stato intermedio si rendono visibili. Di fronte ad esse egli non ha né rifugio né protettori.

Non vi è certezza che il tempo in cui lasceremo la vita nudi e a mani vuote non sia proprio oggi. Al momento della morte, il nostro solo soccorso, il nostro unico rifugio sarà il Dharma. Si dice perciò:

Nell’utero di tua madre, volgi il tuo pensiero al Dharma;

Appena nato, ricordati del Dharma per prepararti alla morte.

Dal momento che la morte colpisce vecchi e giovani in modo così inaspettato, è necessario iniziare a praticare il Dharma fin dal primo momento della nascita. Solo il Dharma infatti ci sarà di aiuto al momento della morte. Nonostante ciò, ci attardiamo ad occuparci della nostra casa e dei nostri beni, prendendoci cura esclusivamente della famiglia e degli amici, interessandoci alla sconfitta dei nostri avversari e al soccorso di coloro che ci possono essere utili nelle cose materiali. Trascorrendo tutta la vita in tal modo, immersi nell’attaccamento e nell’ignoranza, astiosi a causa delle preoccupazioni per i nostri cari, commettiamo il più grande dei nostri errori.

Prima edizione tibetana: Gangtok 1974. Prima edizione occidentale: The Words of My Perfect Teacher, San Francisco 1996. Traduzione di Cristoforo Andreoli, © 2006. Fonte che si ringrazia per la sua gentilezza www.realizzazione.it, http://www.realizzazione.it/perfettomaestro/IstruzioniOrali.pdf

 

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