11 Patrul Rinpoche: Le Istruzioni del Mio Perfetto Maestro.

Naropa insisté finché non fu accettato dal maestro Tilopa.

Naropa tanto insisté finché non fu accettato dal maestro Tilopa.

11 Patrul Rinpoche: Le Istruzioni Orali del Mio Perfetto Maestro.

Una guida ai preliminari del Longchen Nyingthig dello Dzogchen.

Titolo originale: Kun bzang lama’i zhal lung (Dzog pa chenpo longchen nyingthig gi nongdro’i khird yig kun bzang lama’i zhal lung); Insegnamenti orali del maestro Samantabhadra sulle pratiche preliminari Dzogchen della serie “Essenza del cuore della vasta estensione”.

SEGUIRE IL MAESTRO

O nobile, dovresti pensare a te stesso come a un ammalato…

Questo verso si trova all’inizio di una serie di paragoni presenti nel Sutra a forma di albero. L’ammalato si affida alle cure di un medico competente. Chi viaggia in un territorio ostile deve dotarsi di una scorta affidabile. Dovendo affrontare nemici, rapinatori e bestie selvagge, ognuno di noi vorrebbe contare su un amico che ci protegga. I mercanti diretti al di là dell’oceano si affiancano ad un capitano esperto. Gli esploratori che attraversano un fiume con un battello, devono contare su un buon barcaiolo. Allo stesso modo, per proteggerci dalla morte, dalla rinascita e dalle emozioni perturbatrici, dobbiamo seguire un maestro, un amico spirituale.

Come l’ammalato ha fiducia nel suo medico,

Il viaggiatore sulla sua scorta,

Colui che è spaventato sul suo protettore,

I mercanti sulla loro guida,

E i passeggeri sul pilota,

Così, temendo nascita, morte ed emozioni perturbatrici, affidiamoci al nostro maestro.

(Tali esempi sono tratti dal Tesoro prezioso delle qualità di Jigmed Lingpa.)

Un discepolo coraggioso, armato della propria determinazione, non deluderà il maestro a costo della vita. Egli sarà così stabile nei suoi propositi da non venire scosso dalle circostanze, assecondando il maestro senza curarsi della propria vita o della salute. La sua obbedienza verso ogni prescrizione del maestro non conoscerà risparmio. Un discepolo simile otterrà la liberazione semplicemente in virtù della sua devozione.

Coloro che, ben corazzati e con salde motivazioni,

Assecondano il maestro incuranti della salute e della vita,

Seguendone le istruzioni senza risparmiarsi,

Saranno liberati dalla sola forza della devozione.

Seguire un maestro implica aver fede in lui al punto da percepirlo come un vero Buddha. A tale scopo, è necessario dotarsi di una saggezza e una sapienza tali da poter riconoscere il senso profondo delle sue azioni e da recepire ogni suo insegnamento. Inoltre, si percepiranno amore e compassione profondi per chi non possiede alcuna protezione dalla sofferenza.

Si rispetteranno i voti e i samaya prescritti dal maestro, restando calmi e controllati nei proprie azioni, nei pensieri e nelle parole.

La propria visione sarà così aperta da accettare ogni evento che riguardi il maestro e i compagni spirituali.

La propria generosità sarà tale da poter offrire al maestro ogni nostro bene.

La propria percezione delle cose sarà pura, esente da censure e deplorazioni.

Ci si asterrà dal compiere azioni negative o dannose che possano deludere il maestro.

Abbi fede incondizionata, saggezza, sapienza e compassione.

Rispetta i voti e i samaya.

Regola corpo, energia e mente.

Sii di mente aperta e generosa.

Conserva moderazione e visone pura.

Il Sutra a forma di albero ed altri testi paragonano il seguire il maestro al modo in cui il cavallo perfetto del Monarca Universale esaudisce i suoi voleri prima ancora che egli li pronunci. Il discepolo agisce sempre in accordo coi desideri del maestro ed è esperto nell’evitare tutto ciò che potrebbe deluderlo. Egli non prova rabbia o risentimento quando viene rimproverato. Come un battello, non si stanca di andare di qua e di là per portare messaggi o eseguire altri servizi per il maestro. Come un ponte, non vi è nulla che egli non possa sostenere, portando a termine compiti piacevoli o ingrati. Come l’incudine, resiste al caldo e al freddo, sopportando tutte le avversità. Egli adempie ai suoi doveri come un servo ed è fiero di occupare sempre l’ultimo posto, rispettando tutti e deponendo l’arroganza.

Sii accorto nel non scontentare il maestro,

Come il cavallo perfetto, non prendertela per i suoi rimproveri.

Non stancarti di vagare qua e là come un battello.

Come un ponte, sostieni ogni cosa, buona o cattiva.

Come l’incudine, sopporta il caldo, il freddo ed ogni avversità.

Come un servo, esaudisci ogni sua richiesta.

Come uno spazzino, elimina ogni traccia di orgoglio,

E sii libero dall’arroganza, proprio come un toro dalle corna mozzate.

Questo, secondo i pitaka, vuol dire seguire un maestro.

Vi sono tre modi di compiacere e onorare il maestro. Il modo migliore è chiamato “l’offerta della pratica” e consiste nel mettere in pratica con determinazione e coraggio ogni suo insegnamento. Il modo intermedio, noto come “servire col corpo e la mente”, implica l’adempiere ogni sua richiesta servendolo col corpo, la voce e la mente. Il modo meno elevato è “l’offerta materiale”, con la quale si compiace il maestro con il dono di oggetti, cibo e denaro.

Offrire i propri averi al maestro, il Quarto Gioiello,

Onorarlo e servirlo col corpo e la parola:

Nessuna di queste azioni andrà perduta.

Praticare è però, fra tutti, il modo migliore di compiacerlo.

Il discepolo deve sviluppare una visione pura che gli permetta di riconoscere la saggezza anche nei comportamenti più inspiegabili del proprio maestro.

Il grande pandita Naropa aveva ormai acquisito notevoli conoscenze e realizzazioni quando il suo yidam, rivelandogli la necessità di cercare il grande Tilopa, suo maestro già nelle vite precedenti, gli disse che per incontrarlo avrebbe dovuto recarsi nell’India orientale. Naropa vi si recò subito, ma una volta sul posto, egli non aveva alcuna idea di come trovare il maestro, peraltro del tutto ignoto alla gente del luogo.

Quando qualcuno gli disse di aver conosciuto un certo Tilopa il Fuoricasta o Tilopa il mendicante, Naropa pensò: “Le azioni dei siddha sono incomprensibili alla gente comune. Dunque potrebbe essere lui.” Egli dunque si informò dove vivesse Tilopa il Mendicante e vi si recò, trovandolo seduto dinanzi ad una tinozza con dei pesci, alcuni dei quali ancora vivi. Tilopa, afferrando un pesce e arrostendolo, lo divorò schioccando le dita. Nonostante ciò, Naropa gli si prostrò dinanzi pregandolo di accettarlo come suo discepolo.

Di cosa stai parlando?” replicò Tilopa. “Sono solo un mendicante.” Tuttavia, Naropa insisté finché non fu accettato dal maestro.

Tilopa non aveva ucciso quel pesce allo scopo di sfamarsi. I pesci da lui divorati ignoravano la differenza tra buone e cattive azioni, tuttavia avevano accumulato in passato molte azioni negative, dalle quali Tilopa li stava in quel modo liberando. Nutrendosi della loro carne, egli stabiliva un legame tra essi e la sua coscienza, capace di indicare loro la via verso un campo di Buddha. (In sostanza, egli eseguiva per loro la pratica del trasferimento (Powa), di cui lo schioccare le dita è parte integrante.)

Allo stesso modo, Saraha visse come fabbro, Savaripa come cacciatore e molti altri sommi siddha dell’India vissero da fuoricasta adottando uno stile di vita estremamente umile. Dunque è importante evitare di fraintendere le azioni del proprio maestro, esercitandosi a mantenere pure le nostre percezioni.

Non fraintendere le sue azioni.

Molti siddha dell’India vissero

Come semplici malfattori e straccioni,

Più degenerati degli ultimi fra gli ultimi.

Coloro che ignorano questo aspetto sono portati a fraintendere e criticare i loro maestri e, se vivessero abbastanza a lungo a contatto col Buddha, troverebbero errori anche nella sua condotta.

Il monaco Sunaksatra era il fratellastro del Buddha e fu preposto al suo servizio per ventiquattro anni. A causa di ciò, egli poté apprendere a memoria le venti categorie di insegnamenti sui pitaka. D’altro canto, in quel lasso di tempo egli finì per ritenere tutte le azioni compiute dal Buddha come false e ingannevoli, giungendo all’errata conclusione che, a parte la presenza di un’aura larga sei piedi, non vi era alcuna differenza tra lui e l’Illuminato.

Fuorché quella luce larga sei piedi attorno al tuo corpo,

In ventiquattro anni che sono al tuo servizio non ho visto nulla,

Neanche la minima qualità in te.

Quanto al Dharma, ormai ne so quanto te, pertanto

Non sarò più tuo servitore.

Così dicendo, egli partì; mentre Ananda, prendendo il suo posto come attendente personale del Buddha, chiese a quest’ultimo in qual luogo Sunaksatra sarebbe rinato. “Tempo una settimana”, rispose il Buddha, “e la sua vita terrena cesserà, rinascendo come preta in un giardino fiorito.”

Ananda si recò da Sunaksatra riferendogli quanto aveva udito; sicché quest’ultimo disse fra sé: “A volte le bugie si avverano, meglio dunque stare in guardia per l’intera settimana. Dopodiché, fra otto giorni gli farò rimangiare quelle parole.” Egli allora digiunò per sette giorni e alla sera dell’ultimo, essendo la sua gola divenuta arida e secca, ingerì dell’acqua, che gli provocò una indigestione letale. In un giardino fiorito, Sunaksatra si risvegliò come preta dotato delle nove brutture caratteristiche di questi esseri.

Ogni volta che scorgiamo errori nelle azioni dei nostri sublimi maestri, dovremmo provare profondo rincrescimento e vergogna. Riflettendo sulla possibilità che la nostra percezione potrebbe essere impura, mentre le azioni del maestro sono infallibili e impeccabili, dovremo rafforzare la fede migliorando la nostra capacità di discernimento.

Prima di aver ben regolato la nostra percezione delle cose,

Scorgere mancanze negli altri è un imperdonabile errore.

Nonostante sapesse a memoria i venti tipi di insegnamenti,

Il monaco Sunaksatra, divorato dalla malvagità,

Scorgeva falsità nelle azioni del Buddha.

Rifletti attentamente su ciò, mentre correggi te stesso.

Se il maestro sembra essere adirato con noi, estinguiamo la rabbia ricordando che egli ha probabilmente colto un nostro errore ed ha ravvisato il momento giusto per correggerlo. Una volta che la sua ira è placata, confessiamogli l’errore facendo voto di non ripeterlo più.

Se il maestro sembra adirato, rifletti sull’errore che egli ha scorto in te,

La cui aspra correzione non poteva essere rimandata.

Confessati e fai voto di non ripeterlo più.

In questo modo, la tua saggezza non cadrà nelle mani di Mara.

In presenza del maestro, alziamoci in piedi ogni volta che egli fa altrettanto. Quando egli siede, preoccupiamoci del suo benessere e, se ha bisogno di qualcosa, offriamogli al momento opportuno ciò di cui ha bisogno.

Se lo accompagniamo come suo attendente, evitiamo di camminare dinanzi a lui mostrandogli la parte posteriore del corpo. Non seguiamolo restandogli dietro, per non calpestare le sue orme benedette. Non poniamoci alla sua destra, occupando il posto d’onore, manteniamoci invece alla sua sinistra, manifestando così il nostro rispetto. Se la via da percorrere insieme a lui è pericolosa, chiediamogli il permesso di fargli strada.

Evitiamo di calpestare i cuscini del suo seggio e di montare sul suo cavallo. Non apriamo o chiudiamo l’uscio con violenza. In sua presenza, asteniamoci da ogni moto di vanità o insoddisfazione. Evitiamo di mentire o di proferire parole insincere o sconsiderate. Non comportiamoci da sciocchi ridendo, ammiccando o intrattenendo chiacchiere inutili. Impariamo ad agire in modo controllato, trattando il maestro con reverenza e rispetto ed evitando la noncuranza.

Non restare seduto quando il maestro è in piedi;

Quando egli siede, offrigli ciò di cui ha bisogno.

Non camminare di fronte o dietro a lui

E non collocarti alla sua destra.

Mancare di rispetto verso la sua cavalcatura o il suo seggio

Annullerà tutti i tuoi meriti.

Non sbattere gli usci; evita la vanità e l’orgoglio;

Le sciocche risa, le bugie, le sconsideratezze e le chiacchiere inutili

Sono del tutto fuori luogo.

Prodigati per il maestro con compostezza di corpo, di voce e di pensiero.

Non trattiamo da amici coloro che criticano o odiano il nostro maestro. Se siamo capaci di modificare l’attitudine di coloro che non hanno alcuna fede in lui o lo disprezzano, agiamo di conseguenza. Altrimenti, evitiamo la familiarità con essi.

Non trattare da amico colui che critica

Oppure odia il tuo maestro.

Cambia la sua mente, se puoi.

In ogni caso, una incauta familiarità

Accrescerà su di te la sua nefasta influenza

Danneggiando il tuo samaya.

Per quanto a lungo si frequenti l’ambiente del nostro maestro e dei nostri fratelli e sorelle del vajra, evitiamo di esasperarci o irritarci. Trascorriamo con disinvoltura quei piacevoli momenti, come indossando una comoda cintura. Estinguiamo dentro di noi l’orgoglio trattando allo stesso modo chiunque ci si presenti e mescolandoci con tutti come il sale nel brodo. Se qualcuno ci parla con durezza o tenta di litigare, oppure le responsabilità che ci vengono affidate sono eccessive, siamo pronti a sopportare ogni cosa come il pilastro di un ponte.

Come una cintura, legati confortevolmente a tutti;

Come il sale, impara a mescolarti con chiunque;

Come un pilastro, sopporta e sostieni senza stancarti;

Questo è il modo di servire i fratelli del vajra e gli attendenti del tuo maestro.

EMULARE LE REALIZZAZIONI E LE AZIONI DEL MAESTRO

Avendo appreso il modo corretto di seguire il maestro, dovremmo essere come un cigno che plana soavemente su un lago immacolato, deliziandosi delle sue acque senza agitarle. Oppure, dovremmo imitare l’ape che in un variopinto giardino passa tra i fiori senza deturparne il colore e la fragranza. Per fare ciò dobbiamo eseguire gli impegni assegnatici senza annoiarci o stancarci, recependo i desideri del maestro ed assorbendo con fede e risolutezza le sue capacità di discernimento, la sua saggezza e il suo talento meditativo. Ciò dovrebbe avvenire come versando in un recipiente il contenuto di un vaso perfetto.

Come il cigno che nuota su un lago perfetto,

O l’ape che assaggia il nettare dei fiori,

Senza lamentarti, acuendo la tua percezione,

Servi il maestro con una condotta esemplare.

Una simile devozione ti infonderà le sue qualità.

Mentre il maestro accumula grandi meriti con la sua attività di Bodhisattva, noi, partecipando anche solo con offerte materiali, impegnandoci semplicemente col corpo e la parola oppure provando gioia per ogni sua azione, otterremo tutti i meriti che scaturiranno dalla sua ineguagliabile dedizione.

Una volta, due uomini attraversavano il Tibet centrale. Uno di essi, che portava con sé come unica scorta di cibo una manciata di scura tsampa di fagioli, incurante della sua povertà di mezzi ne diede un pò all’altro viaggiatore, mescolandola con tsampa di farina bianca. Diversi giorni dopo, il viaggiatore più facoltoso disse al suo compagno più povero: “Ormai la tua stampa sarà terminata.”

Diamo un’occhiata,” disse l’altro, constatando con sorpresa di avere nella bisaccia ancora della tsampa di fagioli. Per tutto il resto del viaggio, la tsampa non accennò ad esaurirsi e i due continuarono a consumarla insieme.

Allo stesso modo, il nostro minimo contributo ad una impresa molto meritevole condotta da qualcun altro, può farci accumulare gli stessi meriti di quest’ultimo. In particolare, servire quotidianamente il maestro, trasmettendo messaggi per lui o semplicemente rassettando la sua stanza è un modo infallibile per accumulare gli stessi suoi meriti. Pertanto, impegniamoci in tali attività ogni volta che possiamo.

Le azioni conformi agli scopi di un maestro venerabile

Impegnato nelle attività di bodhicitta

Piene di meriti e saggezza,

Gli sforzi per servire tale maestro,

Recapitarne i messaggi o rassettare la sua stanza,

Sono il vero sentiero per l’accumulo dei meriti, perciò daranno frutto.

Di tutte le sorgenti di rifugio e di meriti, nessuna è più grande del maestro. Ogni volta che egli conferisce una iniziazione o un insegnamento, la compassione e le benedizioni dei Buddha e i Bodhisattva delle dieci direzioni si incarnano nella sua sacra persona, rendendolo inseparabile da tutti i Buddha. Di conseguenza, offrire al maestro una minuscola particella di cibo durante tali attività vale più di centinaia di migliaia di altre offerte.

Attireremo su di noi ogni tipo di benedizione se, durante la fase di “generazione” (della pratica degli yidam), saremo consapevoli che la natura di tutte le “divinità” (in realtà aspetti del Buddha) su cui meditiamo non è comparabile con quella del nostro maestro radice. Nella fase di “completamento”, inoltre, l’efficacia dei metodi con cui si sviluppa la saggezza dipenderà solo dal potere della nostra devozione al maestro e dalle sue benedizioni. Sviluppare la saggezza vuol dire manifestare in noi stessi la saggezza delle realizzazioni del maestro. Ciò che deve essere realizzato in tutte le fasi della pratica, inclusa quelle di “generazione” e “completamento”, si trova perciò in essenza nella persona del maestro. Per tale motivo, tutti i sutra e i tantra descrivono quest’ultimo come il Buddha in persona.

Perché egli è il rifugio e il campo dei meriti?

Gli yoga interni ed esterni delle realizzazioni del maestro

Contengono l’essenza di ciò che va realizzato

Nelle fasi di generazione e compimento.

Perciò i sutra e i tantra lo descrivono come il Buddha in persona.

Nonostante la mente di saggezza di un sublime maestro sia inseparabile da quella di tutti i Buddha, egli appare nella forma umana ordinaria allo scopo di guidare discepoli impuri come noi. Finché egli è qui, dunque, facciamo del nostro meglio per compiacerlo, unendo la nostra mente alla sua mediante i tre tipi di servizio. (Come visto prima, i tre modi di compiacere il maestro sono: procurargli offerte materiali, servirlo con il corpo e la voce ed eseguire le pratiche da lui prescritte.)

Alcuni preferiscono meditare sull’immagine di un lama che ha già abbandonato questa vita, piuttosto che servire e rispettare un maestro in carne ed ossa. Altri, facendo mostra di restare in contemplazione dello stato naturale e familiarizzandosi con profondi concetti presi qua e là, non pregano con devozione alfine di poter acquisire le libertà e le realizzazioni della mente del maestro. Ciò vuol dire praticare contravvenendo alla pratica stessa.

Si dice che il legame creato in vita dalla nostra illimitata devozione e dal potere della preghiera e della compassione del maestro, faranno sì che, dopo la morte, incontreremo il nostro maestro nello stato intermedio (o bardo) e saremo da lui nuovamente guidati per quel nuovo sentiero. Tuttavia ciò non vuol dire che il maestro fisicamente sarà presente con noi nel bardo. Se dunque in vita mancheremo di devozione, non basteranno le perfette qualità del maestro affinché ciò si avveri.

Il folle ha con sé un suo ritratto e medita su di esso

Senza onorare il maestro mentre è davvero presente.

Egli affetta di meditare sullo stato naturale, ma

Non conosce la mente del maestro.

Che afflizione, praticare sconfessando la pratica!

Senza alcuna traccia di devozione, costui solo per miracolo incontrerà il maestro nello stato intermedio!

In primo luogo, esaminiamo con cura il maestro. Ciò vuol dire che, prima di impegnarci con lui ricevendo iniziazioni e insegnamenti, dobbiamo comprendere se egli possiede le qualità necessarie di una guida autentica e compassionevole. Se alcune di tali qualità sono assenti, non dobbiamo accingerci a seguirlo. In caso contrario, dal momento in cui decidiamo di affidarci a lui, dobbiamo imparare a sviluppare la fede mantenendo pura la nostra percezione delle sue virtù e dei suoi atti positivi. Scorgere con compiacimento i suoi difetti ci arrecherà mali inconcepibili.

In senso generale, esaminare il maestro implica accertarsi se in lui esistono o meno le qualità espresse nei sutra e nei tantra. In particolare, è necessario che egli possieda il bodhicitta, ossia la mente dell’illuminazione. Si potrebbe dunque condensare tutto l’esame in una sola domanda: egli possiede o meno il bodhicitta? Se lo possiede, egli si prodigherà per i propri discepoli in questa e nelle altre vite; sicché i suoi seguaci non avranno che benefici da lui. Il Dharma trasmesso da un maestro dotato di tali qualità sarà conforme al Grande Veicolo e non potrà che condurre alla vera via.

D’altra parte, un maestro che non possiede il bodhicitta conserva ancora desideri egoistici e non è in grado di modificare concretamente l’attitudine dei suoi discepoli. I suoi insegnamenti, per quanto apparentemente profondi e meravigliosi, potranno nel migliore dei casi essere di aiuto nelle circostanze ordinarie della vita. La questione del bodhicitta dunque compendia ogni altro aspetto da esaminare nel maestro. Una volta accertato che il cuore del maestro è pieno di bodhicitta, varrà la pena seguirlo qualunque sia il suo carattere esteriore. Un maestro privo di bodhicitta al contrario andrà evitato anche se il suo distacco dalle cose mondane, la sua determinazione e la sua pratica assidua sembreranno perfette.

Per le persone ordinarie come noi è difficile apprezzare appieno le straordinarie qualità di tali esseri la cui vera natura non è mai del tutto manifesta. Per tale motivo, i ciarlatani esperti nell’arte dell’inganno abbondano e costituiscono per noi un pericolo costante. Il maestro migliore è colui al quale siamo legati dalle vite precedenti. Una volta incontratolo, ogni esame è superfluo, dal momento che il solo suono della sua voce, il solo fatto di incontrarlo o di ascoltare il suo nome risveglia all’istante una fede da far rizzare i capelli.

Rongtön Lhaga disse a Jetsun Milarepa: “Il lama delle tue vite passate è quell’essere eccellente, il re dei traduttori noto come Marpa. Egli vive da eremita nel sud, a Trowolung, Recati da lui!”

Il solo udire il nome di Marpa fu sufficiente per suscitare in Milarepa una fede straordinaria dal profondo del cuore, al punto che egli pensò: “Incontrerò questo lama e sarò suo discepolo a costo della vita.” Come egli stesso racconta, la prima volta che vide il maestro mentre era impegnato a dissodare un campo, non lo riconobbe, ma per un istante i suoi pensieri ordinari cessarono ed egli restò come paralizzato.

In generale, il grado di purezza delle nostre percezioni e le nostre azioni passate determinano il tipo di maestro che incontreremo. Pertanto, tralasciando le sue qualità più appariscenti, è bene non stancarsi di considerare un autentico Buddha quel maestro dalla cui compassione riceviamo le istruzioni personali che ci guidano verso l’autentico Dharma. In assenza delle condizioni favorevoli create dalla nostre azioni passate, non avremo la buona occasione di incontrare un maestro eccellente. Inoltre, se la nostra percezione è debole, saremo incapaci di riconoscere le qualità del Buddha in persona. Il maestro verso cui ci ha condotto il potere delle nostre azioni e dalla cui compassione riceviamo ogni beneficio è per noi il più importante di tutti.

Nel mezzo del nostro cammino di perfezione, è bene seguire il maestro, compiacere i suoi desideri e ignorare il caldo, il freddo, la fame, la sete ed altre difficoltà. Preghiamo rivolgendoci a lui con fede e devozione. Consigliamoci con lui su ogni cosa e mettiamo in pratica ogni suo suggerimento con completa fiducia.

Nella fase finale del nostro cammino, emulare le realizzazioni e le azioni del maestro consiste nell’osservare attentamente ogni suo comportamento imitandolo alla perfezione. Un proverbio dice: “Ogni azione è in realtà imitazione. Chi imita meglio, fa meglio.” Si potrebbe dire infatti che praticare il Dharma non è altro che imitare i Buddha e i Bodhisattva del passato. Dal momento che il discepolo non impara altro che ad essere come il maestro, egli dovrà assimilare realmente le sue realizzazioni e comportamenti. Il discepolo è infatti simile a uno tsa-tsa forgiato dallo stampo del maestro. Come lo tsa-tsa riproduce fedelmente i contorni incisi nello stampo, così il discepolo, qualunque siano le qualità del maestro, deve impegnarsi ad acquisirle nel modo più fedele possibile. (Lo tsa-tsa è una piccola immagine sacra ricavata da uno stampo.)

Chiunque, avendo esaminato con cura le caratteristiche del maestro ed essendosi poi impegnato a seguirlo con altrettanta cura emulando le sue realizzazioni e comportamenti, qualunque cosa accada, non sarà mai distolto dalla via autentica.

All’inizio, esamina con cura il maestro;

Nel mezzo, seguilo con cura;

Infine, emula attentamente le sue azioni e realizzazioni.

Un tale discepolo, è sempre sul giusto sentiero.

Una volta incontrato un nobile amico spirituale dotato di tutti i requisiti e qualità, seguiamolo abbandonando le cure eccessive per la nostra vita, proprio come il Bodhisattva Sadaprarudita fece con il Bodhisattva Dharmodgata, il grande pandit Naropa fece col supremo Tilopa e Jetsun Mila con Marpa di Lhodrak.

Il grande pandita Naropa, ad esempio, sopportò molte difficoltà prima di poter seguire il suo maestro Tilopa. Come abbiamo già detto, Naropa incontrò Tilopa mentre viveva da mendicante e gli chiese di accettarlo come discepolo. Tilopa acconsentì prendendolo con sé ovunque andasse, senza tuttavia insegnarli alcunché sul Dharma. Un giorno, Tilopa condusse Naropa su una torre a nove piani dicendo: “Vi è qui qualcuno capace di gettarsi dalla sommità di questa torre per obbedire al suo maestro?”

Naropa pensò tra sé: “Non vi è nessun altro qui; dunque la sua richiesta è rivolta a me.” Così egli saltò dalla torre schiantandosi al suolo, provando sofferenze inesprimibili.

Tilopa scese dalla torre e gli chiese: “Hai qualche dolore?”

Più che dolore!” Mormorò Naropa. “Non vi è più niente di intero in me…” Tilopa allora, guarendolo all’istante, lo condusse nuovamente con sé.

Un’altra volta, Tilopa ordinò: “Naropa, accendi un fuoco!”.

Quando le fiamme del falò divamparono, Tilopa vi bruciò delle schegge di bambù dicendo: “Se intendi sottometterti in tutto al tuo maestro, devi sopportare anche prove come queste.” Ciò detto, egli infilò le schegge infuocate nelle dita delle mani e dei piedi di Naropa, le cui articolazioni si irrigidirono per i tormenti indicibili che provava. Il maestro lasciò Naropa in quelle condizioni per una settimana, dopodichè, liberandolo dalle schegge e facendo uscire dalle ferite del discepolo copiose quantità di sangue e pus, lo guarì nuovamente.

Naropa, ho fame!”, disse un giorno il maestro. “Cerca del cibo per me.”

Il discepolo si diresse verso dei braccianti intenti a fare colazione e riuscì a mendicare una ciotola di zuppa, con la quale ritornò dal maestro. Tilopa divorò la zuppa con una soddisfazione che il discepolo non aveva mai visto prima; sicché quest’ultimo pensò di chiederne dell’altra. Egli si mosse con la sua ciotola ricavata da un teschio, tipica degli yogi, ma non trovò più i braccianti, che avevano di nuovo raggiunto i campi abbandonando il resto della zuppa. “Non devo fare altro che rubarla,” si disse Naropa, correndo via col maltolto. I braccianti lo videro e, raggiuntolo, lo picchiarono a morte. Per diversi giorni il discepolo non riuscì nemmeno ad alzarsi; tuttavia il maestro, raggiuntolo, lo guarì e lo riportò nuovamente con sé.

Naropa, guarda come sono povero! Puoi rubare qualcosa di prezioso per me?” fu un’altra bizzarra richiesta del maestro. Naropa, volendo accontentare Tilopa, tentò di rubare qualcosa ad un uomo molto ricco, ma, preso in flagrante, fu di nuovo picchiato a morte. Tilopa, ritrovatolo dopo diversi giorni, lo guarì.

Naropa subì in tutto dodici pesanti privazioni e altre dodici più lievi, prima di raggiungere l’illuminazione. La sua definitiva realizzazione avvenne mentre Tilopa, che stava attizzando un fuoco, ordinò al discepolo di attingere dell’acqua. Quando Naropa tornò, il maestro saltò in piedi afferrandolo e orinandogli di mostrargli la fronte. Poi con la destra si levò il sandalo colpendo il discepolo proprio su quella parte della testa. Naropa perse conoscenza e quando si risvegliò tutte le qualità della mente di saggezza del maestro si erano destate in lui. Maestro e discepolo realizzati erano divenuti una cosa sola. Fino ad allora, però, il maestro non aveva proferito una sola parola di insegnamento a beneficio del suo discepolo, il quale non aveva eseguito alcuna pratica ordinaria, neanche una semplice prostrazione. Tuttavia, le ventiquattro prove subite da Naropa, che ai più potevano sembrare inutili supplizi, avevano agito come sublimi istruzioni eliminando abilmente le oscurità del discepolo. Naropa, obbedendo con dedizione al maestro tanto a lungo cercato, purificò se stesso fino a risvegliare in lui la completa realizzazione.

Come dimostra questo episodio, i benefici dell’obbedienza al maestro sono immensi; pertanto, non vi è pratica migliore di questa. D’altra parte, disobbedire anche minimamente al maestro è un errore estremamente grave.

Un giorno Tilopa proibì a Naropa di accettare l’incarico di pandita guardiano a Vikramasila. (Il pandita guardiano, versato nella dialettica, era incaricato di sostenere i dibattiti con studiosi non buddisti.) Tempo dopo tuttavia si liberò un posto analogo a Magadha, dove il pandita locale era morto. Tutti pregarono insistentemente Naropa di sostituirlo, finché egli accettò. Quando tuttavia un tirthika sfidò Naropa dibattendo con lui per giorni, il discepolo di Tilopa fu sconfitto. Naropa allora pregò il suo maestro, finché questi gli apparve guardandolo fisso negli occhi.

Perché hai tardato?” gli disse Naropa. “Non hai compassione di me?”

Ed io non ti avevo proibito di accettare il posto di pandita guardiano?” Rispose Tilopa. “Ad ogni modo, al prossimo dibattito visualizza me al di sopra della tua testa e fai un gesto minaccioso al tirthika!”

Naropa, eseguendo le istruzioni del maestro, vinse il dibattito mettendo fine a tutte le argomentazioni dei tirthika.

Prima edizione tibetana: Gangtok 1974. Prima edizione occidentale: The Words of My Perfect Teacher, San Francisco 1996. Traduzione di Cristoforo Andreoli, © 2006. Fonte che si ringrazia per la sua gentilezza www.realizzazione.it, http://www.realizzazione.it/perfettomaestro/IstruzioniOrali.pdf

 

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