1 – I principali aspetti della meditazione

Se conosciamo tutti questi elementi per sviluppare la compassione e meditare su di essa, allora possiamo essere fiduciosi che stiamo facendo questa meditazione nel modo giust

Se conosciamo tutti questi elementi per sviluppare la compassione e meditare su di essa, allora possiamo essere fiduciosi che stiamo facendo questa meditazione nel modo giusto

1 – I principali aspetti della meditazione

Alexander Berzin. Kiev, Ucraina, settembre 2011. Traduzione italiana a cura di Francesca Paoletti

Prima sessione: caratteristiche principali della meditazione

La meditazione è qualcosa che si trova in molte tradizioni, non solamente nel Buddhismo. Ma mentre molti aspetti della meditazione sono comuni a tutte le tradizioni indiane, qui limiteremo la nostra discussione alla maniera in cui la meditazione viene presentata nel Buddhismo.

Cos’è la meditazione?

La parola meditazione (sgom, sct. bhavana) significa “abituare noi stessi.” La parola tibetana ha la connotazione dello sviluppare un’abitudine benefica. La parola sanscrita ha piuttosto la connotazione del far sì che qualcosa accada effettivamente. Abbiamo un certo tipo di stato mentale o atteggiamento benefico e vogliamo che si realizzi, in altre parole vogliamo rendere questo stato mentale operativo nel nostro modo di pensare e di vivere. A seconda della tradizione in cui si usa la meditazione, le istruzioni specificheranno quali sono le abitudini benefiche e qual è il motivo e l’obiettivo per attuarle. Tuttavia, in tutte le tradizioni indiane, il processo è triplice: per primo udire o ascoltare, poi riflettere e infine effettivamente meditare.

Ascoltare gli insegnamenti

Immaginiamo di voler sviluppare l’abitudine positiva di essere compassionevoli. Per poter sviluppare la compassione o accrescere un sentimento esistente di compassione, prima di tutto dobbiamo ascoltare alcuni insegnamenti su questo tema. Nell’antica India, nessun insegnamento veniva trascritto, bensì essi venivano tutti trasmessi oralmente. Per questo motivo, chi avesse voluto imparare la meditazione doveva prima di tutto udire gli insegnamenti. Ecco perché il primo passo è noto come “ascoltare.”

Ovviamente oggi possiamo leggere i vari insegnamenti – non dobbiamo realmente sentire qualcuno che ce li spieghi di persona – ma il principio di fondo è davvero rilevante. In tempi antichi, tutto doveva venire memorizzato e l’ascoltatore doveva essere certo dell’accuratezza di quello che qualcuno stava recitando. La persona che stava recitando l’insegnamento a memoria poteva non ricordarsi correttamente. Potevano subentrare degli errori e questo sarebbe stato un vero problema.

Consapevolezza discriminante

Quando ascoltiamo gli insegnamenti dobbiamo dunque sviluppare quella che viene chiamata la “consapevolezza discriminante che sorge dall’ascolto” (thos-byung shes-rab). Il termine tibetano “ sherab” (shes-rab, sct. prajna) viene spesso tradotto con “saggezza,” ma usare la parola “saggezza” è decisamente troppo vago, non ha un significato preciso. Se un gruppo di persone sente la parola “saggezza,” ogni persona avrà un’idea diversa di cosa realmente significhi e dunque il termine “saggezza” non ci aiuta davvero a comprendere con precisione il significato di “sherab.” Per questo preferisco tradurre“sherab” con “consapevolezza discriminante.”

La consapevolezza discriminante si basa su un fattore mentale precedente che io traduco come “discernimento” (’ du-shes; sct.samjna). Molte persone traducono questo termine come “riconoscimento,” ma “riconoscimento” è anch’esso un termine impreciso. “Riconoscere” significa che abbiamo conosciuto un oggetto in precedenza e poi lo riconosciamo nuovamente; questo non è proprio corretto. “Distinguere” significa specificare qualcosa come “questo,” differenziandolo da tutto ciò che è “non questo.” Siamo in grado di distinguere “questo” da “non questo” oppure “questo” da “quello,” poiché ogni cosa possiede aspetti specifici, caratteristiche distintive o segni identificativi che conosciamo quando siamo consapevoli di qualcosa. Un semplice esempio è il fatto che i neonati possano distinguere tra “affamato” e “non affamato.” I neonati non hanno bisogno di parole per queste due differenti sensazioni fisiche e non hanno di certo bisogno di comprendere a fondo i concetti di “affamato” e “non affamato.” Tuttavia, essi sono in grado di riconoscere la differenza tra le due perché ognuna di esse possiede una caratteristica unica, peculiare ed identificativa, cioè un tipo specifico di sensazione fisica.

La consapevolezza discriminante aggiunge un elemento di certezza a questa distinzione. “È sicuramente questo e non quello.” Questa certezza è ciò di cui abbiamo bisogno quando ascoltiamo oppure leggiamo gli insegnamenti. Dobbiamo essere certi di sapere: “questo è il vero insegnamento; non è un insegnamento falso.” In realtà è molto difficile sapere “questo è il vero insegnamento,” perché le scritture sono di per sé difficili da comprendere. In genere, dobbiamo affidarci ad un libro o a un insegnante che ce le spieghi. Ma come facciamo a sapere se un certo insegnante è un insegnante autentico ed affidabile? Qualcuno potrebbe insegnare il Buddhismo, oppure insegnare amore e compassione, ma forse diffondere informazioni che sono in conflitto con quello che il Buddhismo afferma veramente. Dobbiamo essere davvero sicuri, attraverso l’impiego della consapevolezza discriminante, che l’insegnamento che stiamo ascoltando o leggendo è esattamente come dovrebbe essere; dobbiamo avere la certezza che si tratti dell’insegnamento autentico.

Ci sono certi fattori che devono essere presenti affinché un insegnamento sia un valido insegnamento buddhista. L’autore, o colui che lo impartisce dev’essere qualcuno che possiamo stabilire, tramite un’indagine, di essere un insegnante veramente qualificato. Per esserne certi, dobbiamo chiedere ad altre persone, per esempio: “Questa persona ha un suo valido insegnante e che relazione c’è tra i due? L’insegnante di questa persona proviene da un valido lignaggio di insegnanti che si può tracciare indietro nel tempo?” Queste sono domande importanti da fare. Non dovremmo semplicemente prendere un libro qualsiasi e credere che sia una fonte affidabile solo perché è stato scritto da qualche nome famoso. Lo stesso principio vale quando ascoltiamo una lezione tenuta da qualcuno.

Utilizzare la discriminazione per stabilire il contesto degli insegnamenti

Oltre a questo, per ognuno degli insegnamenti buddhisti c’è un contesto, una scuola filosofica da cui derivano questi insegnamenti. È importante conoscere quale sia il contesto di un particolare insegnamento. Il motivo è che i vari sistemi buddhisti hanno spiegazioni differenti per lo stesso termine tecnico, per esempio “karma.” Inoltre, questi insegnamenti sul karma dati all’interno di un certo sistema specifico concordano con le spiegazioni che questo sistema fornisce riguardo a molti altri temi correlati del Dharma, per esempio la teoria della cognizione. Quindi dobbiamo essere certi del sistema da cui gli insegnamenti provengono, in modo da poterli mettere in relazione con altri insegnamenti che abbiamo ascoltato.

Conoscere il contesto in cui le parole vengono usate è importante anche in una conversazione informale. Per esempio, sentiamo la parola ” bon.” Questo è il nome di una tradizione pre-buddhista in Tibet. Ma in francese, bon significa “buono.” Quindi, se non siete a conoscenza del contesto linguistico, potreste confondervi quando sentite la parola ” bon.” La persona che sta parlando usa bon nel contesto francese o nel contesto tibetano? Affidarsi solamente al suono della parola, senza conoscere in quale linguaggio venga usata, potrebbe causare dei fraintendimenti.

Ancora più importante è conoscere il contesto quando si tratta di termini tecnici buddhisti. Per esempio, potreste imparare qualcosa sulla vacuità, che viene spiegata in un certo modo in una scuola buddhista indiana e in un modo diverso in un’altra scuola. Anche all’interno di una stessa scuola di filosofia buddhista indiana, la vacuità viene interpretata in modi molto diversi da ognuna delle varie scuole tibetane del Buddhismo.

Il fatto che ci siano così tante spiegazioni diverse per lo stesso argomento è uno degli aspetti che disorientano maggiormente gli occidentali che studiano il Buddhismo. Già è abbastanza facile disorientarsi per il fatto che nella nostra era moderna, e specialmente con internet, abbiamo accesso a tutte le diverse tradizioni asiatiche del Buddhismo. Ma poi anche all’interno della tradizione buddhista di un unico paese – per esempio il Tibet – ci sono molte varianti e differenti interpretazioni.

Vorrei spiegare meglio questo punto. Supponiamo di star studiando una spiegazione dettagliata del karma con un certo insegnante. Per non disorientarsi riguardo a ciò che stiamo imparando, dobbiamo isolare questa spiegazione da quelle che si trovano in tutti gli altri sistemi tranne quello da cui proviene questo insegnante. Per esempio, dovremmo sapere che stiamo ricevendo un insegnamento riguardo all’interpretazione buddhista, non quella induista. Tra le spiegazioni buddhiste, ne stiamo studiando una che appartiene alle tradizioni sanscrite indiane, non una che appartiene alla tradizione pali Theravada. Tra le tradizioni sanscrite indiane, stiamo studiando il punto di vista vaibhashika, non quello cittamatra. Inoltre, stiamo apprendendo la spiegazione Ghelug della presentazione vaibhashika e non la spiegazione Kagyu. Dobbiamo conoscere il contesto con precisione, perché le varie spiegazioni del karma sono piuttosto variegate a seconda del contesto filosofico. Se cercassimo d’inserire la spiegazione Ghelug di un certo argomento di Dharma all’interno di un sistema Kagyu, saremmo molto disorientati. E se cercassimo di mescolare tutte le spiegazioni tra di loro e farne un gran minestrone, saremmo ancora di più disorientati.

Uno dei miei insegnanti mi fece notare qualcosa di molto perspicace riguardo agli occidentali. Disse: “Voi occidentali cercate sempre di confrontare tra di loro due cose quando non comprendete molto bene nessuna delle due. Alla fine, quello che vi rimane è soltanto una maggiore confusione.” La lezione che dobbiamo imparare da queste parole è che va bene confrontare sistemi diversi, ma soltanto se conosciamo uno di questi sistemi molto bene. Una volta che conoscete un sistema molto bene, allora potete guardare gli altri sistemi ed apprezzarne le differenze, ma non prima.

Dunque se vogliamo meditare sul karma, o sulla vacuità, o su qualsiasi altro argomento del Buddhismo, dobbiamo sviluppare la consapevolezza discriminante che nasce dall’ascolto. Questo significa sapere accuratamente e con certezza che:

  • queste sono le parole che sono state pronunciate e non altre;

  • la persona che le ha pronunciate era una fonte accurata d’informazioni riguardo a questo argomento e non qualcuno di inaffidabile;

  • questo è il sistema filosofico da cui proviene questa spiegazione e non altri.

Una volta che avremo generato la consapevolezza discriminante che sorge dall’ascolto, saremo pronti per andare al passo successivo.

Riflettere su ciò che abbiamo ascoltato

Il passo successivo è raggiungere la consapevolezza discriminante che sorge dalla riflessione (bsam-byung shes-rab). Cosa significa “riflettere” (bsam-pa)? Riflettere, qui, significa cercare di comprendere il significato di qualcosa. E allora cosa significa “comprendere” qualcosa? La definizione del termine tibetano (rtogs-pa, apprendere) che viene normalmente tradotto con “comprendere” è: “conoscere qualcosa in maniera accurata e con certezza.”

Tra l’altro, molte delle parole sanscrite e tibetane che vengono usate per descrivere la mente e l’attività mentale hanno significati piuttosto differenti nelle loro lingue originali, rispetto alle parole che usiamo nei nostri linguaggi occidentali. Questo è il motivo per cui è molto utile aver studiato le lingue asiatiche originali e aver studiato il significato delle parole nel contesto di queste lingue asiatiche. Questo non significa soltanto leggere la traduzione dal dizionario, ma lavorare a tutti gli effetti con la lingua, imparare le definizioni e così via. Facendo questo, avremo uno strumento d’analisi molto potente per comprendere gli insegnamenti buddhisti.

Comprendere le parole che sono state pronunciate

Questo termine “comprendere” può anche venire utilizzato quando si ascoltano insegnamenti. In quel contesto, potrebbe apparire in frasi del tipo: “Comprendo che tu hai pronunciato quelle parole.” Se l’enfasi della frase ricade sulla parola “tu,” allora questo implica che non abbiamo dubbi che tu abbia effettivamente pronunciato quelle parole. Non pensiamo che non siano state pronunciate da te o che siano state pronunciate da qualcun altro. Abbiamo udito te pronunciarle e siamo del tutto certi che non c’è alcun problema con il nostro udito.

Se l’enfasi è su “quelle parole,” allora “comprendo che tu hai pronunciato quelle parole” potrebbe avere un significato diverso: “ho compreso le singole parole che hai pronunciato. Potrei non comprendere del tutto il significato di fondo delle parole e delle frasi – questo è un processo diverso; ma ho compreso correttamente che è stata pronunciata questa parola e questa espressione e questa frase.” Dobbiamo essere certi che abbiamo udito accuratamente le parole che sono state pronunciate. Possiamo verificare con altre persone per accertarci che altri abbiano udito le stesse parole che abbiamo udito noi. Se è disponibile una registrazione, possiamo ascoltarla. Se la voce di chi parlava e la registrazione sono chiare, siamo certi che abbiamo udito le parole correttamente. Se non erano molto chiare, possiamo verificare con gli altri per ricevere aiuto, verificare cosa gli altri hanno sentito e confrontarlo con quello che abbiamo udito noi. In effetti questo è molto importante quando ci affidiamo alle registrazioni degli insegnamenti. Quindi, usando la consapevolezza discriminante che sorge dall’ascolto, ci accertiamo di avere compreso le parole in maniera corretta e con certezza.

Comprendere il significato delle parole

Ora, la riflessione – il secondo passo in questo processo in tre parti per arrivare alla comprensione – significa comprendere il significato delle parole, cosa che è, ovviamente, assolutamente necessaria. Se stiamo cercando di sviluppare qualcosa come abitudine benefica, dobbiamo conoscere non soltanto le parole, ma anche il significato delle parole. Per esempio, alcune persone recitano versi in tibetano e non hanno idea di quale sia il loro vero significato. Come possiamo sviluppare qualcosa come abitudine benefica se non conosciamo neanche il significato delle parole?

Troverete che molti insegnanti buddhisti tibetani raccomandano la recitazione di preghiere e diverse pratiche in tibetano. Certamente ci sono dei benefici nel partecipare ad un rituale antico di secoli: abbiamo la sensazione di appartenere ad una tradizione ed è rassicurante sapere che persone provenienti da diversi paesi e che parlano diverse lingue cantano e recitano la stessa cosa. Ma recitare in tibetano non ci aiuta a sviluppare un’abitudine benefica a partire da quello che le parole dicono, a meno che non ne comprendiamo il significato in tibetano. Quindi dobbiamo comprenderne il significato e il significato dev’essere accurato e certo. Questo vuol dire usare la consapevolezza discriminante per isolare ciò che qualcosa significhirispetto a ciò che essa non significhi. Possiamo farlo attraverso un processo di analisi e di ragionamento logico, in modo da giungere ad una comprensione certa di ciò che le parole significhino veramente.

Questo punto del giungere ad una comprensione certa solleva un argomento molto difficile: come ci convinciamo veramente di qualcosa? Per convincerci di qualcosa che non è ovvio e non può essere conosciuto attraverso i nostri sensi, dobbiamo affidarci alla logica. Ma ci sono alcune persone che, quando incontrano un’argomentazione logica, continuano a non credere a ciò che viene dimostrato da quel filo logico. In alcuni casi, non vogliono credere alla conclusione, anche se è la conclusione logica. Se questo è il nostro caso, ciò può creare molti ostacoli al nostro studio del Dharma.

Ma immaginiamo di accettare le conclusioni logiche e dunque prendiamo l’impermanenza come esempio del processo di analisi e di ragionamento. Ciò che vogliamo dimostrare e quindi comprendere è che qualsiasi cosa creata o prodotta in base a cause e condizioni avrà prima o poi una fine. Sia che stiamo parlando di un computer, di una macchina, del nostro corpo o di una relazione personale, queste cose sono state prodotte in base a cause e condizioni. E poiché quelle cause e condizioni non vengono rinnovate ad ogni istante, il prodotto che deriva e che dipende da esse cadrà a pezzi, prima o poi.

Possiamo fare l’esempio di qualcosa che abbiamo comprato e che ad un certo punto si è rotto o non ha più funzionato; per esempio, la macchina che abbiamo comprato nuova ad un certo punto ha avuto un guasto, il fiore o il frutto che è cresciuto e alla fine è marcito. Non ci sono eccezioni a questa regola. Non ci sono esempi di qualcosa che è stato prodotto o fabbricato che non si è mai rotto ed è durato per sempre. Se è stato creato – ovvero non esisteva in precedenza – allora si romperà. Perché? Qualcosa di nuovo che accade può farlo solamente sorgendo in dipendenza da cause e condizioni. Ma immediatamente dopo che qualcosa è sorto, le cause e le condizioni che hanno sostenuto il suo sorgere iniziale sono cambiate. Sono cambiate perché anch’esse sono sorte in dipendenza da altri fattori causali. Per questo motivo, non sono più presenti per sostenere il fatto che questo oggetto continui a sorgere in ogni momento successivo. In altre parole, quando le cause e le condizioni affinché qualcosa sorga non sono più presenti, allora qualsiasi cosa sia sorta in dipendenza da quei fattori di sostegno, si disintegrerà. Si disintegrerà perché mancano i fattori che sostengono la continuità della sua esistenza nello stesso stato di quando sorse inizialmente. Il suo stato cambierà perché sarà influenzato da altre cause e condizioni.

Un altro esempio sono le relazioni personali. Una relazione con qualcuno sorge in dipendenza da molte cause e condizioni. Per esempio, io avevo una certa età, l’altra persona aveva una certa età, questo stava succedendo nella mia vita, quello stava succedendo nella vita dell’altra persona, questo era ciò che stava succedendo nella società. Tutti questi fattori hanno sostenuto il nostro incontro e lo sviluppo di una relazione tra di noi. Ma quelle condizioni non sono durate; sono cambiate continuamente. Siamo invecchiati, altre cose stavano accadendo nelle nostre vite. Anche se fossimo rimasti insieme per molto tempo, uno di noi sarebbe morto prima dell’altro. Proprio per via della sua dipendenza da cause e condizioni, la relazione tra di noi sarà sempre in mutamento e non potrà durare per sempre. Nonostante questa sia la conclusione che raggiungiamo attraverso la logica, non vogliamo accettare questo fatto.

In un altro esempio, ci compriamo un computer e ci aspettiamo che durerà per sempre e non si impallerà mai, e invece lo fa. Perché si è impallato? Si è impallato perché è stato costruito. Qualsiasi cosa sia effettivamente accaduta nel momento in cui si è impallato o si è rotto, questa era solo la condizione per la sua fine. La vera causa della sua rottura è il fatto che sia stato costruito. È come dire: “Qual è il motivo per cui questa persona è morta? Il motivo della sua morte è stata la sua nascita.” C’è uno scherzo che dice: “Conosci la definizione della vita? È una malattia a trasmissione sessuale con un tasso di mortalità del 100%.” Sfortunatamente è proprio vero!

Anche se usiamo la logica quando riflettiamo su un argomento, come il cercare di comprendere l’impermanenza, spesso c’è molta resistenza. A volte non vogliamo credere alle informazioni che ci vengono presentate. Non vogliamo accettare che l’impermanenza sia un fatto della vita. Ecco perché abbiamo bisogno di ripercorrere il filo logico molte volte, per analizzare in profondità questo argomento.

Attraverso il processo di riflessione giungiamo dunque ad una “comprensione” – ciò che viene chiamata “la consapevolezza discriminante che sorge dalla riflessione.” Comprendiamo correttamente il significato delle parole e ne siamo certi. In altre parole, abbiamo fatto il percorso logico e abbiamo escluso tutto ciò che non significa. “Impermanenza non significa che forse il mio computer si romperà. Significa che sicuramente si romperà ad un certo punto .” Quindi, sia che siamo fermamente convinti o no della verità per cui “qualsiasi cosa creata si romperà,” perlomeno comprendiamo correttamente cosa significhi l’impermanenza.

Convincerci che l’insegnamento che abbiamo ascoltato è vero ed utile

Come prossimo passo, dobbiamo essere convinti non solo del significato delle parole che abbiamo ascoltato, ma anche del fatto che questo significato sia vero. Tornando al nostro esempio dell’impermanenza: potremmo comprendere il significato della parola, ma crediamo veramente che sia vero oppure no? Ne siamo davvero convinti? Se continuiamo a riflettere sull’impermanenza, e non riusciamo in alcun modo a trovare alcuna eccezione alla regola, allora ci convinceremo veramente che l’impermanenza è una legge fondamentale. Il processo di riflessione potrebbe essere del tipo: “Sicuramente morirò. Tutti coloro che sono nati, sono morti. Non c’è alcun esempio di qualcuno che sia nato e che non sia morto. Quindi, che ragione c’è per pensare che io non morirò? Non ce n’è nessuna.” Se siamo convinti che ad un certo punto moriremo, allora cercheremo di dare alla nostra vita il maggior significato possibile. Spesso accade che quando qualcuno fa un’esperienza vicina alla morte, allora si rende conto: “Ehi, sono ancora vivo e voglio dare al resto del mio tempo il maggior significato possibile.” Ma non abbiamo bisogno di aspettare finché non abbiamo un’esperienza vicina alla morte per convincerci della nostra mortalità, e prendere la decisione di fare buon uso del nostro tempo rimanente.

Dunque, attraverso la riflessione, prima di tutto comprendiamo il significato in maniera corretta ed accurata. Poi, giungiamo alla convinzione che sia vero. E in terzo luogo, dobbiamo convincerci che sarebbe di beneficio per noi stessi assorbire questo significato e renderlo parte del modo in cui agiamo nella vita.

Tutto ciò – comprendere il significato, convincerci che sia vero ed essere certi che sia di beneficio – fa parte dello sviluppo della consapevolezza discriminante che sorge dalla riflessione. È un processo molto importante che richiede molto tempo. Dobbiamo sederci tranquilli e riflettere molto profondamente su qualsiasi insegnamento che abbiamo udito o letto. Senza di questo, se cerchiamo di meditare sull’impermanenza, per esempio, probabilmente finiremo per stare seduti lì senza avere alcuna idea di quello che dobbiamo fare. Poi cadiamo in una specie di stupore – quello che chiamiamo “essere con la testa tra le nuvole” – e pensiamo che questa sia la meditazione. Questa non è affatto meditazione. Dunque, cos’è la meditazione?

Tre tipi di meditazione

Allo stesso modo in cui ascoltando gli insegnamenti e riflettendo su di essi sviluppiamo il tipo di consapevolezza discriminante associata a queste due attività, la meditazione ci porta alla cosiddetta “consapevolezza discriminante che sorge dalla meditazione” (sgom-byung shes-rab). Con questa consapevolezza siamo in grado di generare, con totale concentrazione, quello stato mentale benefico che stiamo cercando di sviluppare, e possiamo distinguerlo con certezza ed accuratezza da tutti gli altri stati mentali. Per ottenere questa consapevolezza discriminante ci abituiamo a questo stato mentale desiderato, generandolo ripetutamente. Possiamo farlo con molti tipi diversi di meditazione, ma citerò solamente i tre più diffusi.

Focalizzarsi su un oggetto

Il primo tipo di meditazione implica il focalizzarsi su un oggetto. Potremmo focalizzarci su ogni sorta di oggetto e quello che stiamo cercando di sviluppare è la concentrazione su quell’oggetto. Sia che si tratti del focalizzarsi sulla sensazione del respiro che entra ed esce, o del focalizzarsi su di un Buddha visualizzato, o del focalizzarsi sulla natura della mente, in ogni caso è sempre un focalizzarsi su un oggetto. Tra l’altro, questi tre sono gli oggetti maggiormente impiegati per sviluppare la concentrazione.

Una variante importante di questo tipo di meditazione è il focalizzarsi su un oggetto con concentrazione e, mentre ci concentriamo su di esso, il cercare di distinguerlo in un certo modo, per esempio in quanto temporaneo. Concentrandoci su questo oggetto con questo discernimento, possiamo davvero recepire che in effetti è temporaneo. Questo è molto utile per superare l’attaccamento a qualcosa in quanto pensiamo che durerà per sempre.

Un altro esempio utile è questo: siete in amicizia o in una relazione con qualcuno e questa persona non vi chiama e non vi viene a trovare, e così vi arrabbiate molto. In questo esempio, dobbiamo comprendere e convincerci totalmente del fatto che: “non sono l’unica persona nella vita del mio amico. Ci sono altre persone nella sua vita, oltre a me. Quindi, è del tutto irragionevole da parte mia aspettarsi che lui dedicherà il suo tempo esclusivamente a me e non donerà il suo tempo a nessun altro.” Qui stiamo sfidando un’attribuzione del tutto immaginaria di qualcosa di impossibile, ovvero: “Sono l’unica persona nella vita del mio amico.” E così, anche quando siamo arrabbiati che il nostro amico non passi tempo con noi, cerchiamo di focalizzarci su di lui con il discernimento: “Ha altre persone e altre cose che accadono nella sua vita, oltre a me.”

Quando pertanto parliamo di meditazione, non stiamo parlando di una specie di processo magico o mistico; non ce ne stiamo andando via in una specie di Fantasilandia. Al contrario, la meditazione contiene metodi molto pratici per affrontare la sofferenza, le difficoltà e i problemi delle nostre vite.

Dunque, il primo tipo di meditazione è il focalizzarci su un oggetto in un certo modo, con la sola concentrazione oppure con una qualche forma di comprensione e discernimento, come nel nostro esempio del focalizzarci sul nostro amico.

Generare uno stato mentale

Il secondo tipo è la meditazione per generare un certo stato mentale, per esempio il generare amore e compassione, e restare focalizzati su queste sensazioni. L’enfasi non è verso l’ oggetto per cui proviamo questo amore o compassione; piuttosto, l’enfasi in questo caso è lo sviluppo di un’ emozione o di una sensazione.

Generare un’aspirazione

Il terzo tipo di meditazione è il focalizzarsi su un oggetto con l’aspirazione di raggiungere un obiettivo in relazione ad esso; per esempio, focalizzarci sulla nostra illuminazione individuale che non è ancora accaduta, con l’aspirazione: “io la otterrò.” Questa è la meditazione sulla bodhicitta. Quando stiamo meditando sulla bodhicitta, quello su cui ci stiamo focalizzando non è l’illuminazione in generale, né l’illuminazione del Buddha; invece, ci stiamo focalizzando sulla nostra illuminazione individuale. La nostra illuminazione non è ancora accaduta, ma può avvenire – siamo convinti che può avvenire – sulla base delle nostre nature di Buddha e molto duro lavoro. Quindi con questo terzo tipo di motivazione ci stiamo focalizzando su un obiettivo futuro con una forte intenzione di ottenerlo.

I tre tipi di meditazione nella vita di tutti i giorni

Quindi questi tre tipi di meditazione sviluppano abitudini benefiche che desideriamo portare nella nostra vita. È molto importante che la meditazione non diventi una specie di attività collaterale priva di una relazione con la nostra vita. La meditazione non è una specie di fuga; non è un gioco; non è un hobby. È un metodo che ci aiuta a sviluppare qualità che vogliamo portare nella nostra vita ed utilizzare ogni giorno.

Vorrei illustrare come possiamo applicare queste tre meditazioni, usando gli esempi che ho appena menzionato. Quando pratichiamo il primo tipo di meditazione, in cui ci focalizziamo su un oggetto, impariamo a calmare la nostra mente e ad aumentare la nostra capacità di concentrarci. Impariamo a concentrarci non solo sul nostro lavoro, ma anche mentre stiamo conversando con qualcuno. Vogliamo concentrarci su quella persona e su quello che sta dicendo e non lasciare che la nostra mente pensi ad ogni sorta di altre cose. Vogliamo ascoltare senza alcun commento mentale in sottofondo, senza giudicare ciò che l’altro dice: “Oh, questo è davvero stupido” oppure “Vorrei che stesse zitto.” Vogliamo mettere a tacere tutte queste chiacchiere mentali. Potremmo anche aggiungere alla nostra concentrazione su questa persona e le sue parole il discernimento: “Sei un essere umano e hai dei sentimenti, proprio come me; vuoi che ti si presti attenzione mentre parli, proprio come voglio io mentre sto parlando.” Questo è ciò in cui ci esercitiamo con la meditazione di concentrazione.

Possiamo usare il secondo tipo di meditazione, generare uno stato mentale, per aumentare l’amore e la compassione che abbiamo nella vita di tutti i giorni. Ci sforziamo di generare amore – il desiderio che tutti siano felici – indipendentemente da dove siamo o con chi siamo. L’amore, qui, significa veramente amore verso tutti: tutti quelli sull’autobus, tutti quelli sulla metropolitana, tutti quelli nel traffico, tutti quelli nel negozio, tutti gli insetti – tutti. Quindi ciò significa sviluppare rispetto per chiunque. Tutti sono uguali dal momento che tutti vogliono essere felici e nessuno vuole essere infelice. E chiunque ha lo stesso diritto alla felicità, inclusa la mosca.

E infine, usiamo la meditazione per sviluppare un’aspirazione che portiamo avanti in tutta la nostra vita: “Sto lavorando per arrivare ad un obiettivo. Sto cercando di ridurre i miei difetti. Sto lavorando per sviluppare le mie buone qualità e sto lavorando verso la liberazione e l’illuminazione.” Quest’aspirazione permea tutta la nostra vita, non soltanto il breve periodo in cui siamo seduti su un cuscino.

Meditazione di discernimento e meditazione stabilizzante

C’è un altro modo di categorizzare i vari stili di meditazione, il quale consiste nel suddividere tutta la meditazione in due grandi categorie: una viene di solito chiamata “meditazione analitica” (dpyad-sgom), ma preferisco chiamarla “meditazione di discernimento.” E la seconda categoria è la “meditazione stabilizzante” (’ jog-sgom).

Meditazione di discernimento

Un esempio di “discernimento” potrebbe essere che abbiamo completato il secondo passo nel processo di meditazione in tre parti, la riflessione, e abbiamo sviluppato un certo stato mentale. Per esempio, sviluppiamo dentro di noi un sentimento di amore e compassione per tutti. Iniziamo con l’equanimità verso tutte le persone. Poi riconosciamo che ogni persona, ad un certo punto in una vita passata, è stata nostra madre e ci ha mostrato una quantità incredibile di gentilezza – anche se era solamente la gentilezza di non abortire e di farci nascere. Poi sviluppiamo un grande senso di apprezzamento per questa gentilezza. Siamo davvero grati, e naturalmente questo genera una sensazione per cui vogliamo essere di aiuto agli altri, ricambiare la loro gentilezza. Questo si sviluppa in ciò che viene chiamato l’amore confortante (in tibetano yid-’ong byams-pa); quando pensiamo a loro, sviluppiamo un sentimento di calore e profondo affetto nel nostro cuore. Come prossima cosa viene l’amore: il desiderio che gli altri siano felici e che abbiano le cause della felicità. Da questo, si sviluppa la compassione: ci auguriamo che possano essere liberi dalla sofferenza e dalle cause della sofferenza.

In questo modo abbiamo percorso il processo di riflessione per comprendere veramente cosa significhi amore, per comprendere che l’amore è un atteggiamento ed un sentimento giusto nei confronti di tutti e inoltre siamo giunti alla convinzione: “Sarebbe di grande beneficio per me se lo sviluppassi in termini delle mie relazioni con tutte le altre persone.” Quindi dopo il processo di riflessione, usiamo la meditazione per integrare questo sentimento, per renderlo un’abitudine benefica, per familiarizzarci con esso in modo che sorga spontaneo. All’inizio potremmo doverlo forzare; potrebbe essere artificiale e va bene così. È come quando impariamo a suonare uno strumento musicale: all’inizio è forzato, non è naturale, ma con sufficiente esercizio la musica viene automaticamente. In termini della pratica dell’amore e della compassione è lo stesso tipo di processo. Proprio come ci esercitiamo al pianoforte, pratichiamo l’amore in una sessione di meditazione in modo da poter veramente provare amore tutto il tempo, nella nostra vita di tutti i giorni.

Quindi prima usiamo un filo logico e sviluppiamo amore e compassione. Una volta che abbiamo sviluppato questo stato mentale, “discernere” significa focalizzarci su un oggetto e vederlo, comprenderlo in questo modo, percepirlo in questo modo. Questo è ciò che spesso viene chiamato “meditazione analitica,” ma quello che sto descrivendo non è solo la fase di analisi; è il restare con il risultato dell’analisi. L’analisi non viene impiegata per ottenere la comprensione, perché la comprensione viene raggiunta nel processo di riflessione. Piuttosto, percorriamo il processo di analisi per essere in grado di sviluppare nuovamente questo stato mentale con maggiore facilità.

Meditazione stabilizzante

In contrasto con la meditazione di discernimento, la meditazione stabilizzante significa lasciare che l’idea vada veramente in profondità nel nostro cuore e nella nostra mente. Sua Santità il Dalai Lama ha spiegato molto bene la differenza tra meditazione di discernimento e meditazione stabilizzante. Egli l’ha spiegata in termini dell’energia della nostra attività mentale. Questa è una maniera molto delicata, molto raffinata di distinguere le due. Con la meditazione di discernimento, l’energia va fuori; il modo in cui stiamo convogliando l’energia va fuori nel senso di distinguere qualcosa in ogni suo dettaglio. Con la meditazione stabilizzante, l’energia viene dentro, in modo che il concetto venga messo sempre più a fuoco. L’energia non è diffusa, è focalizzata.

Essere in grado di riconoscere la differenza tra il discernimento di qualcuno con amore – l’energia, in un certo senso, che va fuori con tutti i suoi dettagli – e lo stabilizzare questo amore, in cui l’energia è più concentrata, è molto sofisticato. Questo è uno dei benefici che derivano dal calmare la mente. Se riusciamo, almeno fino ad un certo punto, a placare tutto il rumore all’interno della nostra testa (il continuo parlare, il continuo commentare, il sentire continuamente la musica con il nostro MP3), allora possiamo iniziare ad essere sensibili alla nostra energia e possiamo riconoscere in quale stato si trova la nostra energia mentale, che sia caotica oppure pacifica.

Il modo per scoprire se siamo o non siamo sotto l’influenza di un’emozione disturbante come la rabbia, la paura, l’ansia, l’avidità o l’arroganza, è il fatto che la nostra energia non è pacifica. Quando parliamo con qualcuno, se ci accorgiamo che la nostra energia è un po’ agitata, questo è un ottimo indizio, il quale ci indica che c’è in ballo qualche emozione disturbante. Potremmo stare cercando di fare colpo su una persona o di convincerla di qualcosa oppure potrebbe esserci un po’ di aggressività – ognuna di queste cose potrebbe indicare che c’è qualcosa di disturbante che sta accadendo nella nostra mente. Una volta che siamo in grado di riconoscere che c’è qualcosa che non va, allora abbiamo l’opportunità di riavviare il nostro processo mentale e modificare l’emozione sottostante la nostra interazione, sostituendola con un’emozione più salutare. Specialmente nei rapporti con gli altri, è proprio in questi casi che dobbiamo essere in grado di riconoscere le emozioni disturbanti.

Con il tempo e la pratica, alla fine diventeremo sufficientemente sensibili da riuscire a distinguere l’energia diretta verso l’esterno della “meditazione di discernimento dell’amore” dall’energia focalizzata della “meditazione stabilizzante sull’amore.”

La raccomandazione di Tsongkhapa sullo sviluppo di uno stato mentale benefico

Tsongkhapa, il grande maestro tibetano, ha spiegato molto bene cosa dobbiamo veramente sapere per tutti questi tipi di meditazione; in altre parole, come sviluppare uno stato mentale benefico come fondamento per la meditazione.

Sapere su cosa ci stiamo focalizzando

Prima di tutto dobbiamo sapere su cosa ci stiamo focalizzando. Prendiamo l’esempio della compassione. Quando ci focalizziamo sulla compassione, ci stiamo focalizzando sulla sofferenza degli altri. Questo è ben diverso dalla bodhicitta, in cui ci stiamo focalizzando sulla nostra illuminazione individuale che non sta ancora avvenendo. Certe persone pensano di stare meditando sulla bodhicitta mentre in realtà stanno solamente meditando sulla compassione: ma bodhicitta e la compassione non sono la stessa cosa.

Conoscere tutti gli aspetti di quell’oggetto

Dopo aver identificato precisamente l’oggetto della focalizzazione, in questo caso la compassione per la sofferenza degli altri, come prossimo passo dobbiamo conoscere tutti gli aspetti di questo oggetto. Quindi esploriamo i vari aspetti o i tipi di sofferenza che tutti provano: l’infelicità, il nostro tipo di felicità ordinaria, l’essere sotto il controllo dell’impulsività del karma, la sofferenza delle rinascite che ricorrono in maniera incontrollabile. Non ci focalizziamo semplicemente su un tipo limitato di sofferenza solamente di alcuni individui, come l’infelicità e le difficoltà del fatto che abbiano perso il lavoro. Nel caso della grande compassione ci focalizziamo su tutti gli aspetti della sofferenza di cui tutti, inclusi gli animali, fanno esperienza in maniera universale.

Conoscere il modo in cui la nostra mente si relaziona con quell’oggetto

Poi dobbiamo conoscere il modo in cui la nostra mente si relaziona con quell’oggetto. Quindi, con la compassione, il modo in cui la mente si sta focalizzando su quella sofferenza è con il desiderio che gli altri se ne liberino, che quella sofferenza se ne vada. Quindi questo pensiero è di nuovo molto diverso dalla bodhicitta. Con la bodhicitta ci stiamo focalizzando sulla nostra illuminazione non ancora accaduta e il modo in cui stiamo stabilendo una relazione con essa, la nostra attività mentale nei suoi confronti, è con l’intenzione: “Otterrò l’illuminazione.” Questo è molto diverso dal modo in cui ci relazioniamo con la compassione. La compassione non è l’atteggiamento verso la sofferenza del tipo: “Oh, è così terribile.” È con il desiderio: “Mi auguro che la loro sofferenza possa svanire.”

Sapere cosa servirà a sviluppare questo stato mentale

Poi dobbiamo sapere cosa ci aiuterà a sviluppare questo stato mentale. Nel nostro esempio, la compassione è sostenuta dall’avere la stessa intenzione o sentimento verso la nostra stessa sofferenza. Questo viene abitualmente chiamato “rinuncia” – la rinuncia è focalizzata sulla nostra stessa sofferenza e sulla nostra determinazione ad essere liberi dalla sofferenza e dalle cause della sofferenza. Voler essere liberi dalle cause della sofferenza significa essere disposti ad abbandonare il comportamento che ci rende infelici, come l’arrabbiarci. Se possiamo veramente sviluppare la determinazione per noi stessi ad essere liberi dalla sofferenza, allora ciò ci sosterrà nell’essere in grado di rivolgere questo atteggiamento, questo desiderio verso gli altri con la stessa intensità con cui lo focalizzeremmo su noi stessi.

Sapere cosa è dannoso per lo sviluppo di questo stato mentale

Dobbiamo anche sapere cosa ostacolerà lo sviluppo di questo stato mentale. Ciò che ostacolerà lo sviluppo della compassione è il non prendere sul serio le altre persone, non prendere sul serio la loro sofferenza. Quindi per questo dobbiamo pensare: “Tutti vogliono essere felici. Nessuno vuole essere infelice. Nessuno è diverso nel suo desiderio di essere libero dalla sofferenza. Siamo tutti uguali. E tutti hanno sentimenti, proprio come io ho sentimenti. Tutti quelli che soffrono provano dolore esattamente allo stesso modo in cui la mia sofferenza mi fa provare dolore. Vogliono essere liberi dalla loro sofferenza, proprio come io voglio essere libero dalla mia sofferenza.” In questo modo sviluppiamo una sensibilità verso gli altri, rispetto per gli altri. Se non abbiamo questa sensibilità e questo rispetto, saremo ostacolati nel nostro sviluppo di una compassione sincera.

Sapere come applicare questo stato mentale

Tsongkhapa continua dicendo che una volta sviluppato questo stato mentale, cosa ne facciamo? In altre parole, come lo applichiamo? Sviluppo la compassione, e poi? Beh, mi aiuterà ad interagire con gli altri; mi aiuterà a lavorare per il loro beneficio; e mi motiverà e mi spingerà davvero a raggiungere lo scopo definitivo dell’illuminazione, in modo da poter aiutare gli altri in maniera considerevole. Mi rendo conto che al momento le mie limitazioni m’impediscono di aiutare gli altri, e dunque voglio davvero superare le mie limitazioni.

Sapere cosa questo stato mentale eliminerà

La prossima cosa che dobbiamo sapere è: cosa verrà eliminato o cancellato tramite questo stato mentale? La compassione eliminerà questo sentimento insensibile con cui ignoro gli altri. Mi aiuterà a liberarmi della pigrizia di non voler aiutare gli altri, e mi aiuterà a superare la pigrizia di non voler lavorare su me stesso. Eliminando questo sentimento insensibile, posso maggiormente aiutare gli altri.

Se conosciamo tutti questi elementi per sviluppare la compassione e meditare su di essa, allora possiamo essere fiduciosi che stiamo facendo questa meditazione nel modo giusto; sappiamo esattamente cosa stiamo facendo e perché lo stiamo facendo. Siamo adeguatamente preparati a farlo. Altrimenti è come saltare nell’acqua profonda della piscina senza avere alcuna idea di come nuotare. Se diciamo semplicemente: “Beh, basta sedersi e meditare,” senza avere alcuna idea di quello che stiamo facendo, è molto probabile che non avremo un risultato proficuo.

http://studybuddhism.com/web/it/archives/approaching_buddhism/introduction/main_points_meditation/transcript_1.html

 

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