Sogyal Rinpoche: La morte nel mondo occidentale.

Sogyal Rinpoche: Mi rincuora l'approccio di apertura alla morte e al morire che, in questi ultimi anni, è stato sviluppato in Occidente

Sogyal Rinpoche: Mi rincuora l'approccio di apertura alla morte e al morire che, in questi ultimi anni, è stato sviluppato in Occidente

Sogyal Rinpoche: La morte nel mondo occidentale.

Quando arrivai in Occidente fui colpito dal contrasto tra l’atteggiamento verso la morte in cui ero stato allevato e quello con cui ora ero venuto in contatto. Nonostante le sue conquiste tecnologiche, la moderna cultura occidentale non ha una conoscenza reale della morte, di ciò che accade al momento della morte e dopo.

Scoprii che agli occidentali viene insegnato a negare la morte, che viene presentata solo come annientamento e perdita definitiva. Quasi tutti negano la morte o ne sono atterriti. Persino parlare della morte è considerato morboso, e molti credono che basti menzionarla per attirarla su di sé.

Altri considerano la morte con ingenuità e leggerezza irriflessiva; pensando che per qualche sconosciuta ragione la morte si risolverà per loro nel migliore dei modi, e che non sia una cosa preoccupante. Riflettendo su questo atteggiamento, mi tornano alla mente le parole di un maestro tibetano: “Spesso la gente commette l’errore di prendere la morte con leggerezza, pensando: ‘Tutti dobbiamo morire. Non è quella gran cosa, è un fatto naturale. Andrà tutto bene’. È una teoria ottima, finché non tocca a noi morire.

Di questi due atteggiamenti, uno vede la morte come qualcosa da cui fuggire, e l’altro crede che la morte si prenderà cura di se stessa. Quanto sono lontani dal coglierne il vero significato!

Tutte le tradizioni spirituali, incluso naturalmente il Cristianesimo, ci dicono chiaramente che la morte non è la fine. Tutte trasmettono l’idea di un’altra vita a venire, che infonde un senso di sacralità nella nostra esistenza presente. Eppure, nonostante i loro insegnamenti, la cultura moderna è per lo più un deserto spirituale in cui quasi tutti pensano che questa vita sia tutto ciò che c’è. Privi di un’autentica fede in un’altra vita, vivono così un’esistenza svuotata di senso.

Mi sono reso conto di come gli effetti disastrosi del diniego della morte vadano al di là dell’individuo, coinvolgendo l’intero pianeta. Credendo che questa esistenza sia l’unica, la mentalità moderna ha sviluppato una visione a corto raggio. Nulla quindi trattiene dal saccheggiare il pianeta per l’immediato vantaggio personale e dal vivere secondo una modalità egoistica che potrebbe dimostrarsi fatale per il futuro. Quanti avvertimenti aspetteremo ancora, come quello lanciato dall’ex ministro brasiliano per l’ambiente, responsabile della foresta pluviale amazzonica?

La società industriale moderna è una religione fanatica. Stiamo distruggendo, avvelenando, azzerando i sistemi vitali del pianeta. Stiamo firmando cambiali che i nostri figli non potranno pagare… Ci comportiamo come se fossimo l’ultima generazione del pianeta. Se non interviene un cambiamento radicale nel nostro cuore, nella nostra mente e nella nostra visione, la Terra subirà lo stesso destino di Venere, un pianeta morto e carbonizzato.

La paura della morte e la negazione di una vita futura alimentano quella distruzione dell’ambiente che minaccia la nostra stessa esistenza. Non è quindi disastroso che non si insegni ciò che è la morte, e come morire? Che non si dia alcuna speranza in ciò che esiste dopo la morte, e quindi in ciò che esiste realmente dietro la vita? Non è un’ironia che i giovani ricevano un’istruzione estremamente raffinata in tutti i campi salvo quello che detiene la chiave del senso della vita e, forse, della nostra stessa sopravvivenza?

Mi ha spesso affascinato la semplicissima domanda che molti maestri buddisti che conosco rivolgono a quanti vengono a chiedere insegnamenti: “Credi in una vita al di là di questa?”. E non intendono credere in essa come a una proposizione filosofica, ma sentirne l’esistenza nel profondo del cuore. Un maestro sa che chi crede in un’altra vita ha una visione dell’esistenza radicalmente diversa, dotata di una precisa moralità e del senso della responsabilità individuale. Persone che non abbiano una forte fede in un’altra vita potranno costruire una società basata su risultati a breve termine, senza una grande considerazione per le conseguenze delle loro azioni. Sarà forse questa la ragione per cui abbiamo creato un mondo brutale come questo, un mondo con pochissima vera compassione?

A volte penso che le società ricche e sviluppate siano come il regno degli dei descritto nei testi buddisti. Gli dei vivono esistenze di lussi favolosi, godono di tutti i piaceri immaginabili, senza darsi pensiero per la dimensione spirituale della vita. Tutto va bene fino all’approssimarsi della morte, quando incominciano ad apparire i segni inattesi del disfacimento. Allora le mogli e le concubine non osano più avvicinarsi e gettano loro fiori da lontano, pregando negligentemente che possano rinascere ancora come dei. I ricordi della felicità e del lusso passati non possono proteggerli dalla sofferenza che si trovano improvvisamente ad affrontare; anzi, la rendono più acuta. E gli dei morenti vengono lasciati morire da soli nell’angoscia.

Il destino degli dei mi ricorda il modo in cui vengono trattati oggi gli anziani, i malati e i morenti. La nostra cultura è ossessionata dalla giovinezza, dal sesso e dal potere, e rifuggiamo la vecchiaia e il decadimento. Non è terribile il modo in cui ci sbarazziamo degli anziani al termine della vita lavorativa, quando non sono più utili? Non è tremendo come li rinchiudiamo in ospizi per gli anziani, dove muoiono soli e abbandonati?

Non è forse il momento di riconsiderare il modo in cui trattiamo i sofferenti di malattie terminali come il cancro e l’AIDS? Ho conosciuto molti malati di AIDS e ho visto come siano trattati come dei paria, persino dagli amici, e come il marchio d’infamia impresso sul loro male li riducesse alla disperazione, gli facesse sentire ripugnante la loro vita, ormai finita agli occhi del mondo.

Non ci è stato insegnato quasi nulla su come aiutare chi muore, anche se è una persona cara o vicina, e non siamo incoraggiati a pensare al futuro del defunto, a come continuerà la sua esistenza, a come possiamo ancora aiutarlo. Anzi, qualunque pensiero in questo senso rischia di essere bandito come inutile e ridicolo.

Tutto ciò ci dimostra, con dolorosa evidenza, che ora più che mai abbiamo bisogno li un cambiamento radicale nel nostro atteggiamento verso la morte e i morenti.

Per fortuna, si intravede già un inizio di cambiamento. L’hospice movement, o movimento per l’assistenza ai morenti, sta facendo uno splendido lavoro nell’assistenza pratica e psicologica agli anziani. Ma non basta. I morenti hanno bisogno di amore e di cure, ma anche di qualcosa di più profondo.

Hanno bisogno di scoprire il vero significato della morte, e della vita. Senza di ciò, come possiamo dare l’ultimo conforto? L’assistenza ai morenti deve comprendere l’aiuto spirituale, perché solo con una comprensione spirituale della morte possiamo affrontarla e capirla davvero.

Mi rincuora l’approccio di apertura alla morte e al morire che, in questi ultimi anni, è stato sviluppato in Occidente da pionieri come Elisabeth Kubler-Ross e Raymond Moody. Studiando attentamente i modi in cui aiutiamo i morenti, Elisabeth Kubler-Ross ha dimostrato che, con l’amore incondizionato e un atteggiamento più illuminato, la morte può rivelarsi un’esperienza di pace, un’esperienza trasformante. Gli studi sull’esperienza di pre-morte o NDE (‘Near Death Experience’) sviluppatisi a partire dal coraggioso lavoro di Raymond Moody, danno all’umanità la grande e attendibile speranza che la vita non finisca con la morte, e che ci sia davvero una ‘vita oltre la vita’.

Manca però una vera comprensione del senso di queste rivelazioni sulla morte e il morire. Ci sono alcuni che, saltando all’altro estremo, esaltano la morte, e ho sentito tragici casi di adolescenti che si sono suicidati credendo che la morte sia meravigliosa e costituisca una fuga dalla depressione. Temere la morte rifiutando di guardarla in faccia, oppure idealizzarla, significa in entrambi i casi banalizzarla. Considerare la morte con disperazione o con euforia è una fuga. La morte non è né depressione né eccitazione: è semplicemente un evento della vita.

Com’è triste che molti incomincino ad apprezzare la vita solo in prossimità della morte! Penso spesso alle parole del grande maestro buddhista Padmasambhava: “Coloro che credono di avere a disposizione un tempo interminabile incominciano a prepararsi solo al momento della morte. Allora il rimorso li attanaglia. Ma non è ormai troppo tardi?”. Quale constatazione più raggelante sulla società moderna del fatto che quasi tutti muoiono impreparati, così come hanno vissuto, impreparati a vivere? Fonte: Il libro tibetano del vivere e del morire. http://www.esonet.org/wp-content/uploads/2013/05/136069562-Il-Libro-Tibetano-del-Vivere-e-del-Morire-Sogyal-Rinpoche.pdf

 

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