Sogyal Rinpoche: L’impermanenza

Sogyal Rinpoche: Forse la ragione più profonda che ci fa temere la morte è il non sapere chi siamo.

Sogyal Rinpoche: Forse la ragione più profonda che ci fa temere la morte è il non sapere chi siamo.

Sogyal Rinpoche: L’impermanenza

Non c’è luogo da cui essa non venga; possiamo volger di continuo la testa qua e come in un paese infido. In qualsiasi modo ci si possa mettete al riparo dai suoi colpi… non sono uomo da rinunciarvi… Ma è follia pensare di arrivarvi per questa strada.

Essi vanno, vengono, trottano, danzano; della morte nessuna notizia. Tutto questo è bello. Ma quando poi essa arriva, o per essi o per le loro mogli, figli e amici, e li sorprende all’improvviso e alla sprovvista, che tormenti, che grida, che dolore e che disperazione li abbatte!…

E per cominciare a toglierle il suo maggior vantaggio su di noi, mettiamoci su di una strada assolutamente contraria a quella comune. Togliamole il suo aspetto di fatto straordinario, pratichiamola, rendiamola consueta, cerchiamo di non aver niente così spesso in testa come la morte… È incerto dove la morte ci attenda: attendiamola dovunque. La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Montaigne.

Perché è tanto difficile praticare la morte e la libertà? E qual è l’esatta ragione che ci fa temere la morte a tal punto che non vogliamo neppure guardarla? Sappiamo, da qualche parte nel profondo, che non possiamo evitare per sempre di affrontarla. Sappiamo, come dice Milarepa, che “la cosa che chiamiamo ‘cadavere’, e che tanto ci spaventa vive in questo momento qui con noi”. Più posponiamo il confronto con la morte, più la ignoriamo, e più si rafforzano la paura e l’insicurezza che ci ossessionano. Più fuggiamo quella paura, e più la morte diventa mostruosa.

La morte è un grande mistero, di cui comunque sappiamo due cose: è assolutamente certo che moriremo, e: è incerto il momento e il modo in cui moriremo. L’unica garanzia che abbiamo è quindi l’incertezza dell’ora della nostra morte, che prendiamo a scusa per rimandare il momento di guardarla in faccia. Siamo come bambini che si coprono gli occhi con la mano giocando a nascondino, e pensano che gli altri non possano più vederli.

Perché viviamo in tale terrore della morte? Perché il nostro desiderio istintivo è di vivere e continuare a vivere, mentre la morte è la fine violenta di tutto ciò che ci è familiare. Sentiamo che saremo scagliati nell’ignoto, o che diventeremo un altro completamente diverso. Immaginiamo di ritrovarci soli e disorientati in un ambiente spaventosamente estraneo.

Pensiamo che sarà come svegliarci soli e angosciati in un paese straniero e sconosciuto di cui ignoriamo la lingua, senza soldi, senza riferimenti, senza passaporto, senza amici…

Forse la ragione più profonda che ci fa temere la morte è il non sapere chi siamo. Crediamo di essere un’individualità personale, unica e separata; ma, se osassimo esaminarla, scopriremmo che questa individualità dipende da una serie infinita di cose che la sorreggono: nome e cognome, la nostra ‘biografia’, il compagno o la compagna, la famiglia, la casa, il lavoro, gli amici, le carte di credito… È sul loro fragile appoggio transitorio che costruiamo la nostra sicurezza. Se ci togliessero tutto questo, avremmo ancora idea di chi siamo veramente?

Privati dei nostri puntelli familiari siamo di fronte a noi stessi: una persona sconosciuta, uno straniero che fa paura e con il quale siamo sempre vissuti senza mai volerlo conoscere realmente. Non è per questo che riempiamo ogni attimo del nostro tempo di rumore e attività, per noiose e insignificanti che siano, allo scopo di assicurarci di non rimanere mai soli in silenzio con quello straniero?

Questo non segnala qualcosa di fondamentalmente tragico nel nostro modo di vita? Viviamo sotto una falsa identità, in un mondo immaginario e nevrotico che non è più reale della Finta Tartaruga di Alice nel paese delle meraviglie. Ipnotizzati dall’eccitazione di costruire, abbiamo edificato le case delle nostre vite sulla sabbia. Questo mondo può sembrare decisamente convincente, finché la morte non ne frantuma l’illusione e ci stana dal nostro nascondiglio. Che cosa ci accadrà a questo punto se non avremo neppure un indizio di una realtà più profonda?

Morendo lasciamo tutto dietro di noi, in primo luogo questo corpo che abbiamo tanto amato, a cui ci siamo affidati tanto ciecamente e che ci siamo tanto sforzati di tenere in vita. La mente, da parte sua, è ancora meno affidabile del corpo. Osservatela per pochi minuti. Vedrete che è come una mosca che svolazza irrequieta di qua e di là. Vedrete che i pensieri sorgono senza alcun motivo, senza alcun collegamento. Trascinati via dal caos di ogni singolo momento, siamo le vittime dell’instabilità della mente. Se questo è l’unico stato di coscienza che ci è familiare, affidarci alla mente nel momento della morte è una scommessa persa.

Fonte: Il libro tibetano del vivere e del morire. http://www.esonet.org/wp-content/uploads/2013/05/136069562-Il-Libro-Tibetano-del-Vivere-e-del-Morire-Sogyal-Rinpoche.pdf

 

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