Ritratto di Tsenciab Serkong Rinpoche

Ritratto di Tsenciab Serkong Rinpoche

Alexander Berzin, 1998.

Nell’Aprile del 1998 tornai alla mia casa a Dharamsala, in India,dopo un lungo giro di conferenze e un intenso periodo trascorso scrivendo in Mongolia ed in Occidente. Fin dal 1969 ho vissuto alle pendici dell’Himalaya, lavorando e studiando con la comunità di rifugiati Tibetani raccolta intorno a Sua Santità il Dalai Lama. Stavolta però ero tornato per trasferirmi in Germania, a Monaco, dove avrei avuto la possibilità di dedicarmi con maggiore efficienza alla scrittura e all’insegnamento del Buddhismo in modo più regolare. Desideravo informare Sua Santità della mia decisione e di chiedere un suo consiglio. Come mio maestro spirituale, Sua Santità mi aveva già insegnato a prendere autonomamente le mie decisioni circa il modo e il luogo in cui vivere, così da poter dare il migliore e più significativo aiuto agli altri. L’esperienza sarebbe stata la mia migliore guida.

La prima volta che incontrai Sua Santità, quasi ventinove anni prima, mi trovavo in India con una borsa di studio Fulbright per scrivere la mia tesi di dottorato per il Dipartimento di lingue orientali e studi sanscriti e indiani dell’Università di Harvard. A quel tempo, il Buddhismo Tibetano veniva insegnato negli ambienti accademici come una materia morta, un po’ come l’egittologia. Io non ero però disposto ad accettare questo punto di vista, e da molti anni mi chiedevo come poteva essere vivere e pensare da buddhista. Incontrando Sua Santità, mi resi conto immediatamente che quest’antica tradizione era ancora ben viva, e che il maestro che mi stava di fronte la comprendeva e la incarnava pienamente.

Dopo qualche mese mi ero offerto a Sua Santità, con la richiesta di darmi l’opportunità d’i mparare e praticare gli insegnamenti autentici. Desideravo servirlo, e sapevo che solo lavorando con estrema intensità su me stesso sarei stato in grado di farlo. Sua Santità gentilmente acconsentì. Successivamente, ho avuto il grande privilegio di assisterlo in qualche occasione come traduttore, e di aiutarlo a creare relazioni con leader spirituali e istituzioni accademiche di tutto il mondo.

Sua Santità era contento della mia decisione di trasferire la mia base in Europa e s’informò sul prossimo libro che avrei scritto. Gli comunicai la mia intenzione di trattare del rapporto con un maestro spirituale. Ero ben consapevole del suo pensiero circa i problemi che gli occidentali incontrano in questo campo, essendo stato presente a tre incontri con Sua Santità della Rete degli Insegnanti Buddhisti Occidentali, a Dharamsala. Sua Santità in quest’occasione aggiunse il singolare commento che la principale fonte di difficoltà sta nel fatto che pochissimi insegnanti sono veramente qualificati.

La mia prima reazione, uscendo dalla sala delle udienze, fu di domandarmi quali fossero le mie credenziali come insegnante di Buddhismo. Nel corso degli anni ho avuto la straordinaria opportunità di studiare con alcuni fra i principali maestri tibetani in esilio in India. Fra questi non solamente Sua Santità il Dalai Lama, ma anche i suoi tre tutori e i capi di molte tradizioni tibetane. Rispetto a loro, le mie qualificazioni erano davvero scarse! Tuttavia, mi ricordai di un consiglio che il mio maestro principale, Tsenciab Serkong Rinpoche, maestro assistente di dibattito di Sua Santità, mi aveva dato nel 1983.

Accompagnavo Rinpoche nel suo secondo tour mondiale in qualità d’interprete e segretario, ed ero appena tornato da una deviazione a Caracas, in Venezuela. Su incoraggiamento di Rinpoche, avevo accettato d’insegnare ad un nuovo gruppo buddhista di quella città, il mio primo impegno di questo genere. Rinpoche era rimasto nel monastero di Ghesce Wangyal, nel New Jersey, per qualche giorno di riposo. Ghesce Wangyal, un mongolo calmucco proveniente dalla Russia, è stato il primo maestro della tradizione tibetana che avessi mai incontrato, nel 1967. Tuttavia non ho mai avuto l’opportunità di studiare con lui in modo approfondito.

Al mio ritorno, Rinpoche non mi domandò come me la fossi cavata. Questo era di norma il suo stile, e non ne fui sorpreso. La settimana successiva tuttavia, a Londra, seduto al tavolo di cucina dopo cena, mi disse: “Nel futuro, quando diventerai un maestro ben conosciuto e i tuoi studenti ti vedranno come un Buddha e tu saprai benissimo di non essere affatto illuminato, non permettere che questo fatto scalfisca la tua fede che i tuoi maestri sono dei Buddha.” Disse solo questo, poi restammo entrambi in silenzio. Mi ci sarebbero voluti anni per comprendere la profondità di quelle parole.

Lama Zopa Rinpoche, un maestro buddhista molto noto in occidente, una volta osservò che, volendo incontrare un lama autentico, l’esempio migliore sarebbe stato Tsenciab Serkong Rinpoche. Lama Zopa non usava il termine tibetano lama in una delle sue accezioni più generiche, nel senso di un monaco o di una persona che è in grado di compiere dei rituali dopo aver completato tre anni di pratica meditativa intensiva. E nemmeno solo nel senso di “lama reincarnato,” un essere che è in grado di dirigere la propria rinascita e che porta il titolo di Rinpoche, “Prezioso.” Intendeva invece un lama nel senso originale del termine, un maestro spirituale pienamente qualificato. Per poter cominciare a spiegare cosa significa essere un tale maestro e come rapportarsi ad un maestro simile come studente, credo che sia utile tracciare un ritratto verbale di Serkong Rinpoche e del mio rapporto con lui. Lo farò raccogliendo insieme, come in un collage, immagini e ricordi. http://studybuddhism.com/web/it/archives/approaching_buddhism/teachers/tsenzhab_serkong_rinpoche/a_portrait_of_tsenzhab_serkong_rinpoche/part_1.html

Parte II: La vita e la personalità di Rinpoche

Tsenciab Serkong Rinpoche era un uomo massiccio: un monaco con la testa rasata, le vesti rosse, e un viso profondamente segnato che lo facevano sembrare più antico dei suoi anni. Il suo modo di fare umile e saggio e il suo umorismo gentile ricordavano il saggio archetipico delle favole. Se ne accorsero gli occidentali che entravano in contatto con lui. Dopo averlo incontrato a Dharamsala, per esempio, gli autori del famoso film “Guerre Stellari” decisero di usarlo come modello per Yoda, la guida spirituale del ciclo. Rinpoche non vide mai il film, ma certamente si sarebbe divertito a vedere questa sua caricatura. Tuttavia, l’eccezionale peculiarità di Rinpoche era la sua relazione con Sua Santità il Dalai Lama.

Il Dalai Lama è il leader temporale e spirituale del Tibet. La sua linea di successione viene mantenuta attraverso successive reincarnazioni. Alla morte di un Dalai Lama, le persone a lui più vicine, attraverso una complessa procedura, identificano e determinano il luogo della sua rinascita come bambino. Successivamente, ogni nuovo Dalai Lama riceve la migliore istruzione possibile dai maestri più qualificati. Fra questi un tutore anziano e uno giovane, e sette Tsenciab, termine che viene tradotto comunemente “tutore assistente.”

Il Buddhismo tibetano consta di quattro tradizioni principali, trasmesse dall’India attraverso lignaggi diversi, senza però che fra i loro insegnamenti fondamentali vi siano contraddizioni importanti. I nove maestri principali dei Dalai Lama provengono dalla tradizione Ghelug, la più estesa delle quattro. Il Dalai Lama studia con maestri degli altri tre lignaggi (Nyingma, Kagyu e Sakya), una volta completata la propria istruzione di base. Ciascuno dei sette Tsenciab proviene da uno dei sette principali monasteri Ghelug vicino Lhasa, la capitale del Tibet. Sono scelti in base alla loro erudizione, le loro capacità meditative ma specialmente per il grado di sviluppo personale. Serkong Rinpoche era il Tsenciab nominato da Ganden Jangtsey, il monastero fondato dallo stesso Tsongkhapa, il capostipite della tradizione Ghelug. Quando assunse questa posizione, nel 1948, aveva trentaquattro anni. Il Dalai Lama ne aveva tredici. Fu l’unico dei sette Tsenciab in grado di raggiungere Sua Santità in esilio in India nel 1959.

Fino al suo decesso nell’Agosto del 1983, Rinpoche servì fedelmente Sua Santità, prima a Lhasa e poi a Dharamsala. Il suo compito principale era di presenziare a tutte le lezioni impartite a Sua Santità e poi di dibattere con lui per assicurarsi che avesse compreso correttamente. In effetti, Sua Santità volle che Rinpoche fosse presente ad ogni insegnamento che gli veniva impartito, di modo che almeno un altro lama potesse partecipare pienamente alla propria istruzione ed educazione. Rinpoche era quindi, come Sua Santità, un maestro di tutte e quattro le tradizioni tibetane. Era pienamente esperto nell’intera gamma delle due principali divisioni dello studio del Buddhismo, i sutra e i tantra. Nei sutra sono contenuti gli insegnamenti di base, mentre i tantra trattano i metodi di raggiungimento più profondi per la trasformazione di se stessi.

Rinpoche era anche esperto nelle arti e scienze tradizionali del Buddhismo. Per esempio era esperto nella misurazione e costruzione dei sistemi di mondi simbolici bi e tridimensionali (mandala) utilizzati nei rituali tantrici, e dei vari tipi di monumenti (stupa) utilizzati per conservare reliquie. Inoltre era un maestro nella poesia, nella composizione e nella grammatica tibetana. Di conseguenza il suo stile d’insegnamento era dotato di un’eleganza e sensibilità che ben ne bilanciavano l’attenzione ai dettagli tecnici.

Serkong Rinpoche era esperto anche nella forma tibetana di divinazione (mo). In questo sistema, dopo essere entrati in uno stato di concentrazione meditativa, si lanciano molte volte tre dadi e s’interpretano i risultati per aiutare le persone a prendere decisioni difficili. Rinpoche conosceva anche l’astrologia tibetana, che richiede la padronanza di complesse operazioni matematiche usate per calcolare la posizione dei pianeti. Il suo approccio a queste conoscenze esoteriche era tuttavia sempre pragmatico e concreto. Questi metodi possono essere utili per sostenere e non per sostituire l’uso del buon senso.

Nonostante l’importanza della sua posizione ufficiale e la vastità del suo sapere, Rinpoche si è sempre mantenuto umile. Sebbene fosse di fatto uno degli insegnanti principali di Sua Santità, particolarmente per quanto riguarda il Kalachakra (cicli del tempo), il più complesso fra i sistemi del tantra e sebbene avesse conferito al suo allievo principale molti potenziamenti tantrici, non gradì mai di essere chiamato, in inglese, “tutore assistente.” Desiderava infatti che il titolo Tsenciab venisse tradotto letteralmente come “servitore di dibattito,” ma infine accettò la traduzione “maestro assistente di dibattito.”

Serkong Rinpoche fu di supporto a Sua Santità sia in modi formali sia informali. Per esempio, Sua Santità frequentemente esegue pratiche meditative speciali e cerimonie rituali (puja) per il bene del mondo in generale e del suo popolo in particolare. Alcune vengono celebrate privatamente, altre alla presenza di pochi monaci selezionati, altre ancora di fronte ad una numerosa assemblea. Generalmente Sua Santità chiedeva a Rinpoche di unirsi a lui in queste procedure, o di eseguirle o presiederle in sua vece se era troppo impegnato. Inoltre, quando Sua Santità dava insegnamenti, Rinpoche sedeva alla sua destra, pronto con qualunque termine fosse richiesto, pronto a rispondere a qualunque domanda o a chiarire qualunque dubbio. Se altri non avevano il coraggio di trasmettere un insegnamento o un lignaggio direttamente a Sua Santità, generalmente lo passavano a Rinpoche il quale, come un imbuto spirituale l’offriva a sua volta a Sua Santità.

Spesso Sua Santità si riferiva a Serkong Rinpoche come suo consigliere e luogotenente per trasmettere le sue linee politiche ai monasteri e al pubblico, e questo grazie all’abilità diplomatica di Rinpoche sia nella sfera religiosa sia in quella secolare. Spesso egli fungeva da mediatore nelle dispute e dava consulenza agli uffici di Sua Santità su questioni di protocollo nelle aree di cui era esperto. Le sue abilità diplomatiche erano grandemente sostenute da un caldo senso dell’umorismo. Tutti amavano raccontare a Rinpoche storielle o aneddoti divertenti, non solo perché egli ne rideva di cuore e le apprezzava, ma anche perché poi le raccontava a sua volta così bene. Tutto il suo corpo si scuoteva dalle risate, che contagiavano totalmente chiunque gli stesse accanto. Nessuno mancava di apprezzarne profondamente la saggezza pratica unita al caldo umorismo.

Rinpoche ha contribuito in prima persona all’impresa di ricostituire in India molti dei monasteri maschili e femminili che l’invasione cinese del Tibet aveva distrutto, dando potenziamenti e insegnamenti così da permettere loro di riprendere i rituali tradizionali. Questo accadde in particolare nel caso dei monasteri dei due oracoli di stato, Nechung e Gadong, con i quali ha mantenuto stretti rapporti per tutta la vita. Proprio come Rinpoche è stato il principale consigliere umano di Sua Santità, gli oracoli di stato sono tradizionalmente i principali consiglieri soprannaturali del Dalai Lama, che comunicano tramite un medium in trance. Rinpoche è stato incaricato della supervisione dell’educazione spirituale dei medium, così che potessero diventare puri canali per una saggezza superiore.

Rinpoche non ha mai esitato ad affrontare disagi per ricevere o impartire gli insegnamenti del Buddha. Per esempio, un’estate sopportò il caldo intenso di Bodh Gaya per poter ricevere istruzioni sul Kalachakra da Kunu Lama Rinpoche. Questo grande maestro del Kinnaur, una zona di cultura tibetana sul versante indiano dell’Himalaya, era il solo maestro allora vivente che tutti i tibetani riconoscessero come bodhisattva. Un bodhisattva è un essere totalmente privo di egocentrismo e completamente dedito a raggiungere l’illuminazione per poter beneficiare gli altri. Bodh Gaya è il luogo sacro in cui il Buddha raggiunse l’illuminazione sotto l’albero del bodhi. È situata nell’area più povera e più calda dell’India. D’estate la temperatura sale regolarmente a 120 gradi Fahrenheit, quasi 50 gradi centigradi; può essere veramente problematico abitarvi, dati i frequenti black-out elettrici, la scarsità d’acqua e la mancanza di aria condizionata. Kunu Lama ci viveva regolarmente, in una piccolissima stanza senza finestre, senza nemmeno un ventilatore.

Per dare insegnamenti, Rinpoche ha viaggiato molto in India e nel Nepal, e due volte si è recato nell’Europa occidentale e nell’America del Nord. Anche se non trascurava i centri principali, dava sempre la sua preferenza a luoghi piccoli e remoti, dove i maestri erano rari e dove nessuno desiderava andare. Per esempio, talvolta si recava a dorso di yak ad insegnare ai soldati della divisione tibetana dell’esercito indiano, al confine tra l’India e il Tibet. In quelle occasioni ci si accampava all’aperto ad alta quota, senza preoccuparsi dei disagi.

Fra tutte queste remote regioni di confine, Rinpoche aveva una connessione particolare con lo Spiti, l’alta valle indiana vicina a Kinnaur, dove egli morì e rinacque. Mille anni fa questo distretto arido e polveroso era incluso nei confini del Tibet, e fu il centro di un rinascimento del Buddhismo. In periodi recenti tuttavia gli standard erano crollati, così com’era accaduto mille anni prima. I monaci trascuravano i propri voti di celibato e di astinenza dall’alcol. Si dedicavano molto poco allo studio e alla pratica degli insegnamenti effettivi del Buddha.

Nel corso delle sue cinque visite nella valle Rinpoche cercò di creare un secondo rinascimento. A questo scopo dedicò nuovamente il più antico monastero dello Spiti, Tabo Gompa, e conferì ai monaci i potenziamenti e le trasmissioni orali dei rituali tradizionali del monastero. Vi richiamò grandi maestri spirituali e fondò una scuola per i bambini del luogo. Infine, nel luglio del 1983, Rinpoche ottenne che Sua Santità il Dalai Lama venisse invitato a conferire l’iniziazione di Kalachakra a Tabo. L’introduzione degli insegnamenti del Kalachakra dall’India in Tibet nel 1027 aveva costituito la pietra miliare della rinascita del Buddhismo in quel paese dopo un lungo periodo di confusione. Rinpoche era fiducioso che quest’iniziazione sarebbe servita alla stessa funzione.

Serkong Rinpoche è stato anche un grande patrono degli insegnamenti. Per esempio, ha donato al monastero tutte le offerte ricevute nello Spiti. Di conseguenza Tabo Gompa ha potuto instaurare un festival annuale di preghiera nel corso del quale gli abitanti del luogo si ritrovano per tre giorni e intonano om mani padme hum. Queste sillabe sacre (mantra) sono associate con Avalokitesvara, la forma di Buddha (yidam) che incarna la compassione ed è particolarmente vicina a tutti i seguaci del Buddhismo tibetano. Intonare questo mantra aiuta a mantenersi concentrati sull’amore per tutti gli esseri.

Rinpoche ha utilizzato le offerte ricevute durante il suo primo tour in occidente per commissionare un enorme rotolo dipinto raffigurante Kalachakra, una particolare forma di Buddha, che ha poi donato a Sua Santità perché l’usasse nei suoi viaggi per conferire l’iniziazione in questo sistema di meditazione. Con quel denaro ha anche ordinato una serie completa di rotoli dipinti raffiguranti la vita di Tsongkhapa, che ha donato al proprio monastero, Ganden Jangtsey. Negli anni precedenti Rinpoche aveva contribuito a rifondare Ganden Jangtsey a Mundgod, nell’India meridionale. Con le donazioni ricevute nel corso del secondo tour in occidente, Rinpoche ha fatto ampie offerte ai monaci e alle monache, più di 4000, riuniti a Mundgod nel monastero di Drepung nel marzo del 1983 per la prima celebrazione completa del Monlam in India. Il Monlam è il festival di preghiere che si svolgeva tradizionalmente a Lhasa, durante il quale tutti i monaci si riuniscono per un mese di preghiera in comune.

Sebbene Rinpoche fosse un maestro di rituale e di protocollo, non aveva perso la semplicità e non amava i formalismi. Durante i suoi viaggi in occidente, per esempio, non portava mai con sé strumenti rituali decorati o dipinti. Ogni volta che conferiva un potenziamento, disegnava di persona le forme necessarie, usava biscotti o torte in sostituzione delle offerte di pasta scolpita (torma) e vasi da fiori o addirittura bottiglie del latte al posto dei vasi rituali. Ogni volta che nel corso dei suoi viaggi non si facevano i speciali preparativi in vista del rituale dello tsog, una cerimonia celebrata due volte al mese, nel corso della quale vengono offerte bevande alcoliche, carni, torme, frutti e dolci consacrati, Rinpoche offriva silenziosamente qualunque piatto gli venisse preparato.

Inoltre Rinpoche presentava sempre gli insegnamenti del Buddha secondo il pubblico di riferimento. Una volta fu invitato al centro Zen di Mount Tremper, vicino a Woodstock, New York, i cui membri gli avevano richiesto di conferire la cerimonia del permesso (jenang) per la pratica di Manjushri, la forma di Buddha che incarna la saggezza. In conformità con la tradizione di semplicità propria dello Zen, Rinpoche sedette a terra invece che su un trono, e impartì il jenang senza utilizzare strumenti rituali e senza cerimonie complesse.

Spesso Sua Santità ha descritto Tsenciab Serkong Rinpoche come un autentico Ghesce Kadampa. I Ghesce Kadampa erano maestri buddhisti tibetani vissuti tra l’undicesimo e il tredicesimo secolo, conosciuti per la loro pratica diretta e sincera e per la loro umiltà. Durante un insegnamento, per esempio, Sua Santità, riferendosi a Rinpoche, disse che l’unica persona che aveva un atteggiamento umile non ne avrebbe avuto motivo, mentre tutti gli altri sedevano con arroganza. Una volta chiesero a Rinpoche il suo principale consiglio, e Rinpoche rispose “Sii sempre umile, senza pretese, abbi buon cuore e prendi sul serio chiunque.”

Rinpoche visse tutta la sua vita conformandosi totalmente al suo consiglio. Una volta si trovava ospite nel grande appartamento di una buona famiglia di Milano, nel quale avevano soggiornato molti grandi lama in visita in questa città. La nonna della famiglia disse che fra tutti questi lama il suo preferito era Serkong Rinpoche. Gli altri infatti se ne stavano nella loro stanza, molto formalmente, e mangiavano i loro pasti da soli. Invece Serkong Rinpoche entrava in cucina la mattina presto in canottiera, e beveva il tè semplicemente seduto alla tavola in cucina, recitando mantra con il rosario, totalmente sorridente e rilassato, mentre la nonna preparava la colazione.

Rinpoche insegnava anche agli altri a non darsi importanza. Una volta i monaci occidentali del monastero di Nalanda a Lavaur, in Francia, l’avevano invitato per tre giorni di insegnamenti, chiedendogli di spiegare il capitolo sulla saggezza dal testo Introduzione allo stile di vita del bodhisattva (Bodhicharyavatara) del maestro indiano Shantideva, vissuto nell’ottavo secolo. Questo capitolo è estremamente difficile. Rinpoche iniziò l’insegnamento spiegando la vacuità a un livello così complesso e sofisticato che nessuno riusciva a seguirlo. Poi si fermò e rimproverò i monaci per aver avuto simili pretese. Disse loro che se Tsongkhapa aveva incontrato grandi difficoltà per ottenere una comprensione corretta della vacuità e aveva posto tanti sforzi nelle pratiche preliminari, come avevano mai potuto pensare, loro, che si trattasse di un argomento facile che avrebbero potuto comprendere in tre giorni? Poi continuò a insegnare il testo in modo più semplice, in tal modo i monaci riuscirono a seguirlo.

Una volta Rinpoche disse che in Occidente la cosa che lo colpiva di più era l’interesse sincero che così tante persone hanno per gli insegnamenti del Buddha. Di conseguenza rispettava quest’interesse, chiunque fosse la persona che gli richiedeva istruzioni. Pur rapportandosi con ognuno a un livello per loro comprensibile, portava sempre ogni persona un passo oltre quello che ogni persona pensava fossero le proprie capacità. Rinpoche amava il circo, e spesso diceva che se si può insegnare un orso ad andare in bicicletta, allora con mezzi abili e pazienza un uomo può apprendere qualunque cosa.

Una volta un hippy occidentale, nuovo del Buddhismo e stordito dalle droghe, chiese a Rinpoche d’insegnargli le sei pratiche di Naropa, una pratica estremamente avanzata che viene normalmente affrontata dopo molti anni di meditazione intensiva. Invece di scacciare il giovanotto per la sua presunzione e arroganza, Rinpoche accettò, congratulandosi per il suo eccellente interesse. Prima tuttavia avrebbe dovuto prepararsi, e quindi gli insegnò le pratiche preliminari. Prendendo sul serio l’interesse che le persone manifestavano per il proprio sviluppo personale, Rinpoche ispirò molti occidentali a prendersi sul serio. Questo fu loro di grande aiuto per progredire sul cammino spirituale.

Chiunque incontrasse, fosse Sua Santità il Papa, un ubriaco per strada o un gruppo di bambini, Rinpoche trattava chiunque con equanimità e con identico rispetto. Non disprezzò mai nessuno, non cercò il favore di nessuno e non tentò mai di far colpo su nessuno. Una volta i membri del Wisdom’s Golden Rod Center di Ithaca, nello stato di New York, chiesero a Rinpoche di parlare ai loro figli. Egli raccontò ai ragazzini quanto li rispettasse perché erano giovani e di mentalità aperta; disse loro che avevano la possibilità di superare i genitori. In questo modo, li ispirò ad avere rispetto per se stessi.

Spesso Serkong Rinpoche poteva riconoscere la relazione karmica che aveva con le persone che incontrava, tuttavia non pretese mai di poter essere d’aiuto più di quanto potesse effettivamente. Una volta a Dharamsala fu avvicinato da un signore svizzero che gli spiegò di essere tormentato dai fantasmi. Rinpoche rispose di non avere la relazione karmica adeguata per aiutarlo nei suoi problemi, e lo mandò da un altro lama che l’aveva. In altri casi invece pareva che riconoscesse immediatamente le persone, e al primo incontro chiedeva ai suoi attendenti di annotarne l’indirizzo. Inevitabilmente ne scaturivano profondi rapporti. Io fui fra queste persone fortunate, tuttavia Rinpoche non sentì il bisogno di annotare il mio indirizzo. Sarei tornato. http://studybuddhism.com/web/it/archives/approaching_buddhism/teachers/tsenzhab_serkong_rinpoche/a_portrait_of_tsenzhab_serkong_rinpoche/part_2.html

Parte III: Studiare con Rinpoche

Ho incontrato Serkong Rinpoche per la prima volta a Bodh Gaya nel gennaio del 1970, su indicazione di Sherpa Rinpoche e Khamlung Rinpoche, due giovani lama reincarnati che avevano studiato l’inglese in America sotto la guida di Ghesce Wangyal. A loro parere, Serkong Rinpoche avrebbe potuto indicarmi il maestro più appropriato per studiare guhyasamaja (la raccolta di fattori nascosti). Avevo scelto questo complesso sistema tantrico come argomento della mia tesi di dottorato dopo aver messo a confronto la versione sanscrita e tibetana di una piccola parte del criptico testo principale nel corso di un seminario accademico.

Sebbene i miei studi linguistici non mi avessero affatto preparato per un argomento così avanzato, Serkong Rinpoche mi prese sul serio. Mi suggerì di contattare Kenzur Yeshe Dondrub, l’abate in pensione di Gyuto, il Collegio Tantrico Superiore, che molti anni più tardi sarebbe diventato il capo della tradizione Ghelug. Mi sentii onorato del fatto che Rinpoche avesse scelto per me un maestro così famoso.

Molti mesi più tardi incontrai l’abate nella sua minuscola capanna fatta di fango e sterco di vacca situata molto sopra Dalhousie, il villaggio di montagna vicino a Dharamsala dove si trova il monastero di Gyuto e dove io stesso mi ero stabilito. L’anziano monaco, schivo e modesto, aveva appena completato due ritiri consecutivi di meditazione della durata di tre anni ciascuno. Quando gli domandai d’insegnarmi, l’abate accettò subito. Mi disse che ero arrivato proprio al momento giusto, in quanto avrebbe iniziato un ritiro intensivo di tre anni sul sistema di guhyasamaja proprio il giorno successivo. Volevo unirmi a lui? Naturalmente dovetti rifiutare, ma imparai la lezione che Rinpoche mi aveva dato nella maniera classica buddhista. Rinpoche aveva creato le circostanze perché comprendessi da solo la verità. Per studiare e praticare questo tantra così avanzato, avrei dovuto cominciare dall’inizio.

Cambiai a quel punto il tema della mia tesi, scegliendo un argomento più modesto: la tradizione orale del Lam rim, il sentiero graduale. Mi accordai per studiarne gli elementi di base con il maestro di Sherpa Rinpoche e Khamlung Rinpoche, Ghesce Ngawang Dhargyey. Ghesce è il titolo di studio monastico grossomodo equivalente a un dottorato, e le doti di Ghesce Dhargyey quanto a erudizione e abilità didattica gli avevano meritato la posizione di tutore di cinque lama reincarnati adolescenti. In quel tempo Ghesce Dhargyey abitava in una stalla riadattata, piena di mosche, così piccola che oltre al suo giaciglio c’era posto solo per tre persone sedute a terra una addosso all’altra. Sebbene le sue condizioni di vita mi rivoltassero, mi dedicai ai miei studi. Dovevo anche imparare il tibetano moderno parlato. Ad Harvard avevo studiato solo il linguaggio classico scritto.

Il mio successivo incontro con Rinpoche avvenne nel giugno dello stesso anno. Nella zona era scoppiata una terribile epidemia di colera e tifo, e Sua Santità aveva chiesto a Rinpoche di venire a Dalhousie per conferire il potenziamento di Hayagriva: la pratica di questa potente forma di Buddha, unita all’igiene, aiuta ad evitare le infezioni. Sebbene fossi fra i pochi occidentali che ricevettero l’iniziazione, non ci fu l’opportunità d’incontrare Rinpoche privatamente. Egli doveva infatti conferire lo stesso potenziamento in altri luoghi, quindi ripartì in fretta.

Al nostro incontro successivo, molte cose erano cambiate. Nell’autunno del 1971 Sua Santità aveva chiesto a Ghesce Dhargyey d’insegnare il Buddhismo agli stranieri nella nuova Library of Tibetan Works & Archives (biblioteca e archivi di testi tibetani), a Dharamsala. Sharpa Rinpoche e Khamlung Rinpoche fungevano da interpreti. Domandai se potevo essere utile alla biblioteca come traduttore di testi, e Sua Santità acconsentì, con l’accordo che avrei dovuto prima presentare la tesi, conseguire il dottorato, e poi sarei tornato. La guerra di confine con il Pakistan appena scoppiata a meno di cento miglia di distanza mi convinse a partire senza indugi. Tornai ad Harvard e seguii le indicazioni di Sua Santità. Rifiutando, con gran sorpresa dei miei docenti, una carriera d’insegnamento universitario, mi trasferii a Dharamsala qualche mese più tardi, nel settembre del 1972.

Serkong Rinpoche si era appena recato in Nepal dove sarebbe rimasto per due anni per conferire potenziamenti e trasmissioni orali ad alcuni dei monasteri recentemente costruiti in quel paese. Al suo ritorno a Dharamsala, nell’autunno del 1974, ero finalmente in grado di parlare il tibetano abbastanza bene da comunicare direttamente con lui. Anche se in un primo momento non lo compresi, Rinpoche sembrava sapere che avevo la relazione karmica per diventare il suo traduttore. Lo dimostrò incoraggiandomi a visitarlo spesso e a restare seduto in disparte mentre egli incontrava vari generi di persone. Fra un appuntamento e l’altro Rinpoche chiacchierava con me e mi spiegava diverse parole in tibetano per assicurarsi che avessi compreso la conversazione.

Poco tempo dopo Rinpoche mi donò una serie di tre meravigliosi rotoli dipinti di Manjushri Bianco, Sarasvati Bianca e Tara Bianca, che gli erano stati recentemente offerti dagli abitanti dello Spiti. Queste forme di Buddha erano state fondamentali per il suo sviluppo personale e per la sua pratica meditativa fin dall’infanzia. Incarnano rispettivamente la chiarezza mentale che ci consente di essere d’aiuto agli altri, l’intuizione brillante per un’espressione letteraria lucida e creativa, e l’energia vitale per una vita lunga e proficua. Questo dono profondamente significativo confermò la nostra relazione. Quando domandai a Rinpoche di essere il suo discepolo, egli sorrise con pazienza della mia abitudine tipicamente occidentale di aver bisogno di verbalizzare anche quello che è assolutamente evidente.

Poi iniziò a prepararmi sistematicamente ad essere un traduttore, senza mai esplicitare che stava facendo questo. Prima di tutto, lavorò sulla mia memoria. Tutte le volte che gli facevo visita, inaspettatamente Rinpoche mi chiedeva di ripetere parola per parola quello che aveva appena detto. Altre volte invece mi chiedeva di ripetere fedelmente quello che avevo appena detto io. Dopo che iniziai a fargli da interprete nell’autunno del 1975, spesso Rinpoche mi chiedeva di ritradurre le sue parole in tibetano, per assicurarsi che non vi fossero errori, aggiunte od omissioni. In effetti, negli otto anni in cui sono stato il suo interprete, mi accorsi che ogni volta che Rinpoche mi chiedeva di ritradurre, invariabilmente avevo frainteso le sue parole. Pareva sempre che sentisse quando avevo sbagliato.

Successivamente Rinpoche iniziò a dare riassunti di cinque minuti dei suoi insegnamenti alla fine di ogni sessione, e poi ad affidare a me l’incarico di riassumere. In questo modo, cominciò a prepararmi non solo a tradurre brani molto lunghi, ma anche ad insegnare. Qualche volta arrivava al punto di mettersi a chiacchierare con suoi attendenti mentre io riassumevo, mettendo a dura prova la mia capacità di concentrazione. Un buon maestro non deve lasciarsi distrarre o innervosire da rumori esterni.

Quando Rinpoche mi dava insegnamenti in privato, non mi permetteva mai di prendere appunti. Dovevo tenere tutto a mente e trascriverlo in seguito. In breve tempo, Rinpoche cominciò ad assegnarmi innumerevoli compiti da eseguire dopo le lezioni, in modo che potevo trascrivere i miei appunti solo molto più tardi, di notte. Alla fine qualche volta Rinpoche si fermava nel mezzo di un insegnamento che io stavo traducendo, e mi dava privatamente spiegazioni riguardanti i miei studi su un argomento completamente diverso. Poi, senza concedermi nemmeno un attimo per riflettere sulle sue parole o per appuntarmi qualcosa, riprendeva l’insegnamento originale.

Se capitava che ponessi a Rinpoche una domanda su un argomento che mi aveva già esposto, venivo severamente rimproverato per la mia smemoratezza. Ricordo che una volta gli domandai il significato di un termine, ed egli rispose seccamente “Te l’ho spiegato sette anni fa! Me lo ricordo benissimo. Perché tu non lo ricordi?” In effetti una volta osservò che con l’età la sua mente acquistava sempre maggiore lucidità.

Rinpoche aveva a cuore non solo che sviluppassi la mia memoria, ma anche che traducessi con esattezza. La sua esperienza nell’insegnare agli occidentali gli aveva suggerito che gran parte dei loro equivoci derivano dal fatto che alcuni termini tecnici vengono tradotti in modo fuorviante. Di conseguenza si dedicò con me a sviluppare una nuova terminologia in inglese. Pazientemente mi spiegava la connotazione di ciascun termine tibetano e poi s’informava delle implicazioni dei possibili equivalenti in inglese, per cercare di trovare la migliore corrispondenza possibile nel significato. Inoltre mi ha sempre incoraggiato a sperimentare termini nuovi, senza sentirmi troppo vincolato a convenzioni non adeguate. La terminologia tibetana standard utilizzata per tradurre i testi buddhisti dal sanscrito ha avuto un’evoluzione graduale nell’arco di secoli. È naturale che un processo analogo di revisione abbia luogo per la traduzione nelle lingue occidentali.

Quando domandai a Rinpoche di accettarmi come discepolo, gli chiesi in modo particolare d’i nsegnarmi i mezzi abili: com’essere d’aiuto agli altri in modo compassionevole e saggio. Provenivo da un ambiente accademico d’élite in cui avevo sempre primeggiato, quindi il mio sviluppo personale era stato unilaterale. Dovevo imparare a rapportarmi con gli altri e ad essere umile. Rinpoche quindi si rivolgeva a me chiamandomi sempre ed esclusivamente “Tonto,” ed infallibilmente sottolineava tutto quello che di stupido o sbagliato facevo. Per esempio, quando traducevo, Rinpoche esigeva che comprendessi pienamente. Se avevo qualche esitazione, per quanto tempo ci volesse o per quanto m’imbarazzasse sentirmi dare dell’idiota, non lasciava mai correre nemmeno su una parola senza essersi assicurato che la comprendessi e la traducessi correttamente. Questi sistemi non sarebbero probabilmente adeguati per studenti con bassa autostima, ma il suo approccio inflessibile mi calzava a pennello.

Una volta a Lavaur, in Francia, Rinpoche diede un insegnamento su un commentario ad un testo complicato. Quando presi posto per tradurre, egli mi chiese anche di mettere a confronto diverse edizioni del commentario e di revisionare il testo man mano che procedevamo. Ero senza penna, ma proprio di fronte a me sedeva una signora con i capelli tinti di un rosso fiammeggiante, un rossetto scarlatto generosamente applicato e una rosa rossa che tenne fra i denti durante tutto l’insegnamento. Domandai in prestito una penna, e la signora mi offrì la sua. Alla fine della sessione, ero completamente esausto. Quando mi alzai, la signora mi tese la mano in silenzio. Ero così preso da me stesso che pensai volesse congratularsi con me del buon lavoro svolto, ma quando a mia volta le tesi la mano Rinpoche ruggì: “Tonto, dalle indietro la penna!”

Per superare il mio egocentrismo, Rinpoche m’insegnò anche ad agire solo per gli altri. Di conseguenza non accettava mai di darmi un insegnamento o un potenziamento che richiedevo per me stesso. Acconsentiva solo se qualcun altro lo richiedeva ed io sarei stato il traduttore. M’insegnò privatamente solo le cose che lui stesso pensava fossero importanti per me.

Inoltre non mi lodava apertamente, ma mi sgridava sempre, specialmente davanti ad altri, così che non mi lasciassi turbare dalle critiche o dalla pressione emotiva. In effetti ricordo di essere stato ringraziato da Rinpoche per il mio aiuto solo una volta, alla fine del nostro primo tour europeo. In questo modo emotivamente forte, Rinpoche m’insegnò ad essere motivato solo dal desiderio di portare beneficio agli altri, non di ricevere lodi o compiacere il maestro. Quando compresi che attendere i suoi ringraziamenti era come un cane che chiede di essere accarezzato sulla testa, smisi subito di aspettarmi segni di approvazione. Anche se mi avesse lodato, cos’avrei potuto fare se non scodinzolare!

Rinpoche incoraggiava sempre i suoi studenti ad imparare a leggere da soli i grandi testi delle scritture. A chi gli poneva dubbi o domande, Rinpoche chiedeva che fossero loro stessi a verificare e controllare. Spiegava che gli insegnamenti non erano frutto della sua fantasia, ma derivavano da fonti valide. Rinpoche diceva anche che non ci si dovrebbe aspettare che un lama c’insegni qualunque cosa. Agli occidentali inoltre ripeteva le parole di Sua Santità, secondo il quale per i prossimi duecento anni o più l’insegnamento del Buddha nella sua completezza sarà disponibile solo in tibetano. Di conseguenza, incoraggiava fortemente i suoi discepoli occidentali ad imparare quella lingua. Ogni sillaba della lingua tibetana, diceva, è densa di significato. Così mentre insegnava, spesso offriva dettagliate spiegazioni sulle connotazioni dei termini tecnici tibetani.

In linea con quest’approccio, Rinpoche mi sollecitò a continuare i miei studi direttamente sui testi, restando disponibile per qualunque chiarimento desiderassi. Era certo che in questo modo i suoi discepoli sarebbero stati in grado di studiare qualunque testo della letteratura buddhista, come nuotare nell’oceano o volare nel cielo. Spiegando che un lama deve insegnare ai discepoli a stare in piedi da soli e poi a volare, c’indicava cosa studiare e leggere. Poi ci spingeva fuori dal nido, perché ce la cavassimo da soli.

Rinpoche usava molti metodi per insegnarmi a non sviluppare nessuna forma di dipendenza da lui. Per esempio, nonostante la nostra relazione fosse molto stretta, non pretese mai di potermi aiutare in tutte le situazioni. Una volta ero seriamente malato e la medicina che prendevo non aveva effetto. Quando chiesi a Rinpoche una divinazione circa il sistema terapeutico più appropriato – occidentale, tibetano od indiano – ed il medico al quale affidarmi, egli rispose che al momento le sue divinazioni non erano chiare, e mi mandò da un altro grande lama che mi aiutò a trovare una cura più efficace. Ben presto ritrovai la salute.

Dopo diversi anni mi resi conto che Rinpoche mi stava preparando a tradurre per Sua Santità. In effetti, qualche volta mi pareva di essere un dono che Rinpoche stava preparando per lui. Se volevo essere veramente utile, tuttavia, avrei dovuto evitare assolutamente di sviluppare attaccamento o dipendenza nei confronti di Sua Santità. Sarei diventato solo una delle molte mazze da golf a sua disposizione quando gli servisse una traduzione. Avrei dovuto anche affrontare un’enorme pressione emotiva e superare il mio ego.

Così Rinpoche m’insegnò come comportarmi con un Dalai Lama. Per esempio, i traduttori di Sua Santità non devono mai muovere le mani come in una danza, e nemmeno fissargli gli occhi addosso come allo zoo. Devono invece tenere la testa bassa, rimanere pienamente concentrati, e non aggiungere mai nulla di personale. Devono elencare le persone e gli argomenti nell’ordine in cui Sua Santità li menziona, senza mai modificare nulla e senza pensare che qualcosa di quanto viene detto da lui sia privo di scopo o di senso.

I titoli dei lama devono essere tradotti correttamente, proprio come li usa Sua Santità, e non secondo il vezzo che hanno gli stranieri di chiamare praticamente ciascun lama “Sua Santità.” Invece di onorare i lama, quest’abitudine ignorante degli occidentali degrada il Dalai Lama, e in effetti gli stessi lama rimarrebbero costernati se sapessero che gli stranieri attribuiscono loro gli stessi titoli onorifici del Dalai Lama. Così come nella Chiesa cattolica o in diplomazia, il protocollo tibetano e l’uso gerarchico dei titoli seguono regole rigide.

Spesso, mentre traducevo per Sua Santità, Serkong Rinpoche mi sedeva di fronte; il vederlo mi aiutava a non dimenticare le sue lezioni. Per esempio una volta, mentre stavo traducendo a Dharamsala per qualche centinaio di occidentali e molte migliaia di tibetani, ad un certo punto Sua Santità mi fermò e scoppiò in una risata leonina: “Ha sbagliato!” Sua Santità infatti comprende perfettamente l’inglese. Avrei voluto strisciare sotto il tappeto come una formica, ma la vista di Rinpoche seduto di fronte a me aiutò Tonto a mantenere una certa compostezza.

A volte tuttavia ho avuto bisogno di essere richiamato con forza delle sue lezioni. Per esempio, una delle prime volte che traducevo per Sua Santità fu in occasione di un insegnamento dato a circa diecimila persone a Bodh Gaya, sotto l’albero del bodhi. Il mio microfono si ruppe, e allora Sua Santità mi fece sedere praticamente in braccio al cantore capo per poter usare il suo. Poi anche questo si ruppe. Allora Sua Santità mi fece sedere in terra fra il proprio trono e Serkong Rinpoche, che era seduto in prima fila, e mi passava il proprio microfono fra una frase e l’altra. Ero così esasperato che a malapena riuscivo a controllarmi. Prendevo e restituivo il microfono a Sua Santità con una sola mano, invece che tendendole entrambe nel consueto atteggiamento di rispetto. Alla fine, Rinpoche praticamente mi picchiò per essermi comportato come una scimmia che afferra una banana.

Rinpoche si preoccupava anche che gli occidentali in generale si presentassero a Sua Santità nel modo migliore. Il loro comportamento durante i suoi insegnamenti pubblici infatti lo sconcertava. Rinpoche sosteneva l’importanza di capire bene chi è Sua Santità. Non certo un qualunque lama reincarnato! Trovarsi alla sua presenza richiede rispetto ed umiltà particolari. Per esempio, nel corso di un insegnamento o un’iniziazione, durante gli intervalli per il tè, alzarsi in piedi e chiacchierare sotto gli occhi di Sua Santità come se questi non fosse presente denota estrema maleducazione. Se si vuole conversare, è più appropriato allontanarsi.

Una volta, un’organizzazione buddhista occidentale aveva sponsorizzato, a Dharamsala, un insegnamento di cui io ero il traduttore, e Sua Santità si era reso disponibile a rispondere a domande scritte. Dopo ciascuna sessione, Rinpoche mi chiedeva di leggergli le domande presentate per il giorno successivo, e respingeva decisamente tutte quelle stupide o insignificanti. Spesso anzi me le faceva riformulare o riscrivere in termini diversi in modo da renderle più profonde. Il suo scopo era di evitare di sprecare il tempo di Sua Santità o l’opportunità che molte persone beneficiassero delle risposte. Sovente Sua Santità ha osservato in quell’occasione quanto fossero eccellenti e profonde le domande che gli venivano poste. Ho imparato a seguire io stesso questo processo di revisione ogni volta che mi sono trovato in viaggio con il Dalai Lama.

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Parte IV: L’approccio di Rinpoche nell’essere un grande maestro

Fra le varie pratiche del Buddhismo, un impegno profondamente sentito nei confronti del proprio maestro spirituale è una delle più difficili e delicate. Porre in essere un simile impegno e mantenerlo correttamente richiede molta cura, ma una volta fondato su una base solida, nulla può distruggerlo. Serkong Rinpoche si adoperò molto per assicurarsi che fra noi due le cose andassero in questo modo. Per esempio una sera, alla fine del grande festival del Monlam a Mundgod, mi mise al corrente della complicata situazione finanziaria riguardante le sue proprietà in quel luogo. Nonostante gli altri suoi attendenti lo ritenessero superfluo, Rinpoche disse che era importante che io sapessi. Se pure in seguito mi fossero giunte a questo proposito dicerie infondate da parte di persone invidiose, voleva essere certo che io non avrei mai dubitato, nemmeno per un momento, della sua integrità o del mio impegno nei suoi confronti.

Un impegno profondamente sentito nei confronti di un maestro spirituale richiede che i futuri maestro e allievo si esaminino reciprocamente a lungo e in profondità. Sebbene sia necessario che i discepoli, dopo un esame accurato, vedano il loro lama come un Buddha, questo non implica che i maestri spirituali siano infallibili. Un discepolo deve sempre verificare ciò che dice il maestro e, in caso, esprimere educatamente il proprio parere. Sempre attento, un discepolo deve rispettosamente correggere qualunque cosa il lama faccia o dica di strano.

Una volta Rinpoche ha cercato di dimostrare questo punto ai monaci occidentali del monastero di Nalanda, in Francia: nel corso di un insegnamento, ha dato intenzionalmente una spiegazione del tutto sbagliata, ma anche se diceva cose palesemente assurde, tutti i monaci trascrissero rispettosamente le sue parole. Alla sessione successiva, Rinpoche li rimproverò, affermando che durante l’ora precedente aveva dato spiegazioni assolutamente ridicole e sbagliate: perché nessuno aveva chiesto spiegazioni? Ricordò loro che, in base alle istruzioni dello stesso Buddha, non bisogna mai accettare ciecamente e in modo acritico le parole di un maestro. Anche i grandi maestri talvolta sbagliano; i traduttori sbagliano spesso; gli studenti poi invariabilmente prendono appunti confusi ed imprecisi. È necessario sempre chiedere spiegazioni su qualunque cosa possa suonare strana, e verificare ogni punto sui grandi testi.

Rinpoche stesso teneva un atteggiamento critico perfino nei confronti dei commentari buddhisti classici, seguendo in questo l’esempio di Tsongkhapa. Il grande riformatore, vissuto nel quattordicesimo secolo, aveva osservato che molti testi assai rispettati da maestri indiani e tibetani entravano in contraddizione o contenevano asserzioni contrarie alla logica. Tsongkhapa quindi scoprì ed analizzò tutti questi punti, respinse le asserzioni che non reggevano ad un esame logico o propose nuove ed illuminanti interpretazioni di brani in precedenza incompresi. Solo una persona dotata di vasta conoscenza scritturale e di una profonda esperienza meditativa è qualificata per un compito del genere. Serkong Rinpoche era uno di questi.

Per esempio, poco prima della sua morte, Rinpoche mi chiamò e m’indicò un brano di uno dei più ardui testi filosofici di Tsongkhapa, L’essenza delle eccellenti spiegazioni dei significati interpretabili e definitivi (Drang-nges legs-bshad snying-po). È un trattato di diverse centinaia di pagine che Rinpoche recitava ogni giorno a memoria come parte della sua pratica quotidiana. Il brano tratta degli stadi per eliminare la confusione della mente, e più in particolare del tema dei “semi” della confusione. I commentari standard interpretano questi semi come fenomeni mutevoli che non sono né qualcosa di fisico né un modo di conoscere qualcosa. Per cercare di tradurre adeguatamente questo concetto avevo generalmente usato il termine “tendenze” piuttosto che “semi.” Sulla base della logica, dell’esperienza e di altri brani del testo, Rinpoche mi spiegò che un seme di riso è ancora riso. Quindi, un seme di confusione è una “traccia” di confusione. Quest’i nterpretazione rivoluzionaria ha profonde ramificazioni in relazione al modo di comprendere e di operare con l’inconscio.

Nonostante le sue brillanti doti di innovatore, Rinpoche in ogni momento e in ogni modo ribadiva la sua umiltà e semplicità. Nonostante nel suo monastero di Mundgod fosse il lama di rango più elevato, non costruì una dimora imponente, solo una semplice capanna. Anche la sua casa a Dharamsala era molto modesta: tre sole stanze in cui vivevano quattro persone, ospiti frequenti, due cani e un gatto.

Non solo egli evitava di esibire la propria grandezza, ma cercava anche d’impedire ai suoi discepoli di esaltarlo. Molte pratiche meditative, per esempio, sono incentrate sul rapporto con il maestro spirituale, come le elaborate visualizzazioni conosciute come Guru-yoga e la ripetizione del mantra che contiene il nome del lama in sanscrito. Nel Guru-yoga, Rinpoche insegnava sempre ai suoi discepoli di visualizzare Sua Santità il Dalai Lama, mentre quando gli si chiedeva il mantra del suo nome, indicava sempre il nome di suo padre. Il padre di Rinpoche, Serkong Dorje-chang, è stato uno dei massimi praticanti e maestri dell’inizio del ventesimo secolo. Ai suoi tempi era il detentore del lignaggio del Kalachakra, cioè il maestro riconosciuto responsabile della trasmissione della conoscenza ed esperienza meditativa relativa a quel tantra alla generazione successiva.

L’atteggiamento modesto di Rinpoche si manifestava in molti altri modi. In viaggio, per esempio, egli seguiva l’esempio del Mahatma Gandhi, e insisteva nel prendere, sui treni indiani, le carrozze di terza classe a tre piani, a meno che qualche specifico motivo non lo impedisse, anche quando questo comportava dormire vicino alle toilette puzzolenti, come nel tragitto da Dharamsala a Delhi durante il nostro primo tour in occidente. Egli trovava eccellente viaggiare in questo modo perché contribuiva a sviluppare la compassione. Tutte le tre classi arrivano a destinazione contemporaneamente, quindi perché sprecar soldi? Rinpoche non gradiva assolutamente che si sperperassero soldi per lui, sia offrendogli un biglietto di prima classe che portandolo in qualche ristorante chic e costoso.

Una volta Rinpoche era atteso di ritorno a Dharamsala dallo Spiti, e con diversi altri discepoli ero andato al bazaar indiano per accoglierlo al suo arrivo. Vedemmo passare molte automobili e autobus, ma Rinpoche non arrivava. Infine un vecchio camion tutto sporco si fermò sulla piazza del mercato, e Serkong Rinpoche apparve, seduto nella cabina affollata, con il rosario in mano. Con i suoi attendenti aveva viaggiato in questo modo per tre giorni, dallo Spiti, senza minimamente curarsi di comodità o apparenza.

Di ritorno a Dharamsala con i suoi attendenti e con me dal grande festival del Monlam a Mundgod, Rinpoche si trovò a dover aspettare il treno tutto il giorno a Poona. Egli non esitò a rimanere nella stanza di un albergo di terza classe, caldissima e rumorosa, che un venditore di maglioni tibetano del luogo aveva messo a nostra disposizione. In effetti, durante i nostri spostamenti in India, spesso proponeva di prendere gli autobus notturni, che sono più facili ed economici. Non si è mai preoccupato di dover aspettare l’autobus in una stazione affollata. Ci diceva di avere molte pratiche meditative per tenersi occupato. Né rumore, né caos, né luridume hanno mai disturbato la sua concentrazione.

Rinpoche non rimaneva mai a lungo nello stesso luogo, ma si spostava spesso, perché, diceva, questo aiuta a superare l’attaccamento. Così, durante i tour, non restavamo mai più di qualche giorno nella stessa casa, per evitare di diventare sgraditi ed essere di peso ai padroni di casa. Quando ci fermavamo in un centro buddhista nel quale risiedeva come maestro un monaco tibetano più anziano, Rinpoche trattava quel monaco come il suo migliore amico. Non si è mai limitato a rapportarsi amichevolmente a una sola persona speciale.

Dovunque andasse, Rinpoche manteneva sempre una pratica intensa durante il giorno, e dormiva pochissimo. Recitava mantra e testi di visualizzazioni tantriche (sadhana) non solo fra un impegno e l’altro, ma perfino mentre io traducevo, se aveva ospiti stranieri. Eseguiva le sue sadhana in auto, sul treno, in aereo: le circostanze esterne erano ininfluenti. Una pratica quotidiana intensa, diceva, dona alla nostra vita un senso di continuità, dovunque siamo e qualunque cosa facciamo. In questo modo si acquista grande flessibilità, fiducia in se stessi e stabilità.

Egli tuttavia non mostrava mai in pubblico le sue pratiche. Rinpoche consigliava di farle privatamente e in silenzio, come la benedizione del cibo o le preghiere prima degli insegnamenti. Recitare lunghi versi solenni prima di mangiare con altre persone non può che metterle a disagio, o dare la sensazione che si sta cercando di fare colpo sugli altri o di metterli in imbarazzo. Inoltre non cercava mai d’imporre le proprie pratiche e abitudini, ma eseguiva prima e dopo gli insegnamenti le preghiere e i rituali abituali del centro che l’aveva invitato.

Sebbene Rinpoche facesse considerevoli offerte a Sua Santità e ai monasteri tibetani e occidentali, non se ne vantò mai e nemmeno ne parlava. Insegnava anzi ad evitarlo sempre. Una volta a Villorba, in Italia, un umile signore di mezza età venne in visita da Rinpoche. Al momento di uscire, lasciò silenziosamente una busta con una generosa offerta, e nemmeno bene in vista ma su un tavolino laterale. In seguito Rinpoche osservò che questo è il modo migliore di fare offerte a un lama.

Tuttavia egli insisteva che la nostra umiltà dev’essere sincera, non falsa. Non gradiva le persone che si comportano umilmente essendo però in effetti orgogliose od arroganti, o che si credono dei grandi yogi. A questo proposito ci raccontava spesso la storia di un orgoglioso praticante di origine nomade che si era recato da un grande lama. Fingendo di non aver mai visto nulla del mondo civile prima di allora, aveva preso a domandare cosa fossero gli strumenti rituali sul tavolo del lama. Quando però indicò il gatto e chiese chi mai fosse quell’animale stupefacente, il lama lo buttò fuori a calci.

In particolare Rinpoche non gradiva le persone che si vantano delle proprie pratiche. Non si dovrebbe proclamare pubblicamente, diceva, la propria intenzione d’intraprendere un ritiro di meditazione, o il fatto di averlo appena concluso. Molto meglio tenere queste cose per sé e che nessuno sappia cosa stiamo facendo, altrimenti il fatto che gli altri parlino di noi farà sorgere molti ostacoli, come l’orgoglio o l’invidia e la competitività altrui. Nessuno sapeva quale forma di Buddha costituisse la pratica principale di Tsongkhapa. Solo quando il suo discepolo Kaydrubjey lo osservò, poco prima della morte, nell’atto di fare sessantadue offerte con la tazza per l’offerta interna, egli comprese trattarsi di Chakrasamvara, la forma di Buddha che incarna la beatitudine interiore. Allo stesso modo nessuno sapeva quale fosse la pratica personale principale di Serkong Rinpoche, nonostante la sua fama come specialista ed esperto di Kalachakra.

Spesso Rinpoche raccontava dei Ghesce Kadampa, i quali mantenevano le proprie pratiche tantriche così segrete che solo quando, dopo la loro morte, si trovavano un piccolo vajra e una campana cuciti negli angoli della loro veste, si poteva capire a quali pratiche si fossero dedicati. Nella sua vita Rinpoche si conformò sempre a questo modello. Generalmente egli andava a dormire mezz’ora prima di chiunque altro e si alzava la mattina un po’ più tardi di tutti; tuttavia sia io sia i suoi attendenti abbiamo spesso osservato la luce accendersi nella sua stanza dopo che tutti gli altri erano addormentati, per spegnersi solo poco prima del loro risveglio.

Una volta in Germania, a Jägendorf, l’attendente anziano di Rinpoche, Chondzeyla, dormì nella sua stessa stanza. Fingendo di essere addormentato, osservò Rinpoche alzarsi nel cuore della notte ed assumere le diverse faticose posture associate con le sei pratiche di Naropa. Nonostante di giorno avesse generalmente bisogno di aiuto per alzarsi e per spostarsi, in effetti egli possedeva la forza e la flessibilità richieste da questi esercizi di yoga.

Rinpoche cercava sempre di tenere nascoste le proprie doti. Non amava nemmeno rivelare agli estranei la propria identità. Una volta una coppia di anziani Indonesiani ci offrì un passaggio in macchina da Parigi ad Amsterdam. All’arrivo, i due invitarono Rinpoche a cena a casa loro. Solo in un secondo momento, quando i membri del centro buddhista del luogo telefonarono la coppia per invitarli agli insegnamenti di Rinpoche, i due realizzarono chi fosse in effetti il loro ospite. Avevano pensato si trattasse solo di un comune, cordiale monaco anziano.

Allo stesso modo, durante i suoi viaggi all’estero, qualche volta Rinpoche giocava a scacchi con i bambini, oppure faceva giocare l’attendente più giovane, Ngawang, e lui aiutava entrambi i contendenti. I bambini lo prendevano per un vecchio nonno gentile. Una volta, sotto Natale, camminando per le strade di Monaco in Germania, i bambini lo seguirono scambiandolo, per via delle vesti rosse, per Babbo Natale.

Rinpoche arrivava al punto di nascondere che conosceva un bel po’ d’inglese. Al monastero di Tabo nello Spiti, dopo l’iniziazione di Kalachakra, un mese prima della sua morte, presi congedo da lui per tornare a Dharamsala. Avevo organizzato un autobus per un gruppo di occidentali, ed era ora di partire. Tuttavia una persona del gruppo all’ultimo momento era andata a visitare il monastero di Kyi, a venti miglia di distanza, e non si presentò all’ora convenuta. Mentre io correvo a Kyi per cercarla, un discepolo italiano andò in visita da Rinpoche, ma senza traduttore. Rinpoche, che prima di allora non aveva mai detto nemmeno una parola in inglese a un estraneo, si rivolse all’italiano e gli chiese in inglese perfetto: “Dov’è Alex?” Quando l’uomo esclamò “Ma Rinpoche, voi non parlate inglese!”, Rinpoche rise solamente.

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Parte V: Le altre qualità di Rinpoche

Serkong Rinpoche non si è mai vantato di essere uno yogi o di avere poteri speciali. Se gli si chiedeva di qualcuno che ne fosse dotato, rispondeva che non era necessario cercare solo nel remoto passato, in quanto suo padre, Serkong Dorjey-chang, ne era stato un chiarissimo esempio. Un monaco presso il monastero di Ganden Jangtsey, suo padre aveva raggiunto quello stadio dell’anuttarayoga tantra in cui è possibile praticare particolari tecniche yogiche con una consorte per raggiungere il livello più profondo della mente. Questo punto molto avanzato dello stadio completo richiede una padronanza totale dei sistemi di energia sottile, e un controllo totale della materia sia interna che esterna. I voti monastici di celibato normalmente proibiscono una pratica del genere. Quando Sua Santità il tredicesimo Dalai Lama gli chiese di dare dimostrazione delle proprie realizzazioni, Serkong Dorjey-chang prese un corno di yak, ne fece un nodo e lo presentò come prova. Di conseguenza, il tredicesimo Dalai Lama gli permise di mantenere il suo status di monaco anche mentre s’impegnava in queste pratiche. In effetti Rinpoche raccontava di aver visto il corno annodato in casa, da bambino.

Serkong Dorjey-chang era generalmente riconosciuto come l’incarnazione del traduttore Marpa, vissuto nell’undicesimo secolo. Serkong Rinpoche a sua volta è nato per trasmettere i lignaggi di suo padre e veniva considerato l’incarnazione di Darma-dodey, il famoso figlio di Marpa. Tuttavia nemmeno una volta mi parlò di questo, e nemmeno si paragonò mai al padre. Nonostante il suo silenzio, tuttavia era evidente a chiunque gli fosse vicino che anch’egli possedeva il controllo dei venti-energia sottili ed era dotato di poteri fuori del comune. Basti pensare alla sua capacità di addormentarsi a comando. Una volta a Madison, nel Wisconsin, nel corso di un esame medico, gli venne praticato un elettrocardiogramma. Quando si distese sul lettino, Rinpoche era perfettamente sveglio e pieno di energia; ma dopo che il medico gli chiese di rilassarsi, in pochi secondi cominciò a russare.

Numerosi sono anche gli esempi della sua capacità straordinaria di prevedere il futuro. Oltre ad essere uno degli insegnanti di Sua Santità, Rinpoche aveva avuto come allievi anche altri membri della sua famiglia, tra i quali la madre del Dalai Lama. Rinpoche non andava mai in visita alla Venerabile Madre se non dopo aver formalmente preso appuntamento, come richiesto dal protocollo. Tuttavia, proprio prima della morte di lei, capendo ciò che stava per accadere, infranse il protocollo e le fece inaspettatamente l’ultima visita.

Una volta Rinpoche si trovava all’istituto Vajrayoghini a Lavaur, in Francia, con la prospettiva di un breve periodo di riposo prima di partire per Parigi. Io desideravo precederlo per andare a trovare alcuni amici, e mi era stato offerto un passaggio. Quando gli chiesi il permesso di andare a Parigi la Domenica, Rinpoche rispose: “Benissimo, vai a Parigi Lunedì.” Replicai: “No, no; vado domani, Domenica” ed egli ripeté: “Benissimo, vai Lunedì.” A quel punto domandai “Ma se vado Domenica, c’è qualche problema? Meglio rimandare a Lunedì?” Rinpoche si fece una risata e rispose “No, no. Non è affatto importante.”

Partii quindi per Parigi la Domenica. A metà strada tuttavia la macchina si fermò, e visto che le officine in Francia sono chiuse la Domenica, fummo costretti a pernottare in un paesino. Il Lunedì mattina la macchina venne riparata. Arrivai quindi a Parigi di Lunedì, proprio come Rinpoche aveva previsto.

In certe occasioni egli dimostrò anche di poter vedere a distanza. Una volta a Dharamsala la direttrice del Centro di Ritiri Tushita l’aveva invitato a guidare un rituale. Mentre la jeep arrivava al centro, Rinpoche disse: “Presto, andate a controllare nella sala dell’altare! È caduta una candela!” La direttrice si precipitò nella sala, e scoprì che veramente una candela si era rovesciata e che stava per scoppiare un incendio.

Non solo Rinpoche sentiva che tipo di relazione karmica avesse con le persone, ma talvolta dimostrava anche di conoscere fatti di estranei che non gli erano mai stati detti. Una volta a Madison, nel Wisconsin, uno dei miei vecchi amici lo incontrò per la prima volta. Nonostante il mio amico tenesse un comportamento assolutamente normale e che nessuno di noi avesse mai accennato della sua abitudine di fumare marijuana, Rinpoche gli consigliò di smettere di fumare quella droga, perché così facendo danneggiava il suo sviluppo. Di tutti gli occidentali che ha mai incontrato, il mio amico fu l’unica persona a cui Rinpoche avesse dato indicazioni riguardanti la marijuana.

Rinpoche vedeva bene le abitudini e le tendenze dannose nelle altre persone, ed era dotato di grande abilità nel mostrare agli altri i loro errori o le loro mancanze. Una volta, mentre egli si trovava in Nepal per qualche mese, incontrai nel mio lavoro difficoltà di tipo personale. Ci ritrovammo a Bodh Gaya, dove traducevo un insegnamento di Sua Santità sullo Stile di vita del Bodhisattva. Invece di dirmi in modo schietto che il modo in cui stavo conducendo i miei affari era completamente stupido, Rinpoche prese il testo che stavo traducendo. Scorrendo le pagine, m’indicò diverse parole chiedendomi se ne conoscevo il significato. Le parole si riferivano esattamente ai problemi in cui mi dibattevo. Rinpoche me ne spiegò pienamente ogni significato, indicandomi in questo modo come avrei potuto risolvere la mia situazione.

Una volta, una ricca e anziana signora svizzera condusse Rinpoche in taxi al grande magazzino più lussuoso e costoso di Zurigo. All’uscita Rinpoche osservò che non aveva visto in tutto il negozio nemmeno un articolo di cui nessuno avesse realmente bisogno. Poi propose alla signora di tornare a casa in tram, perché sarebbe stato divertente vedere come viaggia di norma la gente. Imbarazzata, la signora dovette ammettere che non era mai salita in tram in vita sua, e non avrebbe saputo come fare o dove scendere. In questo modo Rinpoche con delicatezza le mostrò quanto fosse distante dalla vita comune.

In un’altra occasione Rinpoche venne invitato in un enorme palazzo molto decorato vicino a Zurigo, la cui proprietaria non si sentiva a proprio agio in tutto quel lusso soffocante: preferiva vivere in modo semplice ed essenziale. La signora aveva preparato per Rinpoche la stanza più imponente della casa, la biblioteca rivestita di pannelli di quercia. Rinpoche diede un’occhiata e poi insisté nel voler dormire piuttosto nel solarium, che era coperto, spiegando alla padrona quanto amasse dormire in tenda. Il suo solarium gli ricordava una tenda per la bella vista che si godeva sul giardino e sul lago. In questo modo l’aiutò ad apprezzare e a godere dei più semplici piaceri offerti dal palazzo.

Rinpoche veniva in aiuto agli altri in qualunque modo fosse possibile o necessario. A Pomaia, in Italia, dove stava conferendo la cerimonia di autorizzazione alla pratica di Tara Gialla, una forma di Buddha associata all’acquisizione di ricchezze, chiese ad un artista italiano piuttosto povero di dipingerne l’immagine per il rituale. In questo modo l’artista avrebbe stabilito una forte connessione karmica per ricevere il beneficio della prosperità attraverso questa pratica meditativa. Nello stesso centro, in un’altra occasione Rinpoche fece una piccola offerta di denaro ad un giovane, la cui casa dei genitori era appena stata svaligiata. Il dono costituiva un buon auspicio perché la sua famiglia ritrovasse la prosperità. Ad Alan Turner, un discepolo inglese molto vicino a lui che non provava interesse o fiducia nelle sue capacità d’imparare il tibetano, Rinpoche diede la trasmissione orale dell’alfabeto tibetano in modo da lasciare un’impronta per il futuro. Quando poi io raggiunsi un punto morto nel mio studio del tibetano e non riuscivo più a fare progressi, egli cominciò a ripassare con me il dizionario tibetano e a farmi scrivere delle frasi con ogni parola.

Egli era anche un diplomatico eccelso; consigliava sempre di accettare quello che viene offerto sinceramente, specialmente se un rifiuto poteva ferire il donatore e se accettando non si genera danno a nessuno. Così, nonostante non gli piacessero i dolci, mangiava con entusiasmo una fetta di torta se era stata preparata apposta per lui, e arrivava anche, se questo serviva per aumentare la fiducia in sé della persona, a chiedere a Ngawang di segnarsi la ricetta.

Ma soprattutto Rinpoche era estremamente versatile e di mentalità aperta. Qualunque fosse la tradizione seguita dai centri che lo invitavano – Kagyu, Nyingma, Sakya, Ghelug, Zen, oppure Theravada – offriva i suoi insegnamenti sempre nello stile particolare di quella tradizione. Questa flessibilità si spingeva oltre gli stessi confini del Buddhismo. Una volta a Milano una signora di provenienza cattolica gli chiese: “Ora che ho preso rifugio, i voti di bodhicitta e quelli tantrici, sbaglio se vado in chiesa?” Rinpoche rispose “Non c’è nulla di sbagliato. Se coltivi amore e compassione seguendo l’insegnamento di un’altra religione, non stai comunque andando nella stessa direzione del rifugio e dei voti?”

http://studybuddhism.com/web/it/archives/approaching_buddhism/teachers/tsenzhab_serkong_rinpoche/a_portrait_of_tsenzhab_serkong_rinpoche/part_5.html

Parte VI: Consigli generali di Rinpoche ai praticanti buddhisti

Serkong Rinpoche ripeteva spesso di avere riguardo per tutti i lama e non far loro perdere tempo. In particolare suggeriva di non seguire l’esempio dei devoti abitanti dello Spiti, che, mettendosi in fila per offrirgli le sciarpe cerimoniali (kata), aspettavano a fare le prostrazioni, uno alla volta, fino a che non si trovavano proprio di fronte a lui. Spesso ci volevano ore per concludere il processo. Nel porre domande a un lama sconsigliava di essere prolissi od eccessivamente enfatici. Difatti non mi faceva mai tradurre queste domande letteralmente, ma voleva che le sintetizzassi.

Rinpoche non gradiva nemmeno che i visitatori gli offrissero continuamente kata oppure, come diceva, “schifose” scatole di biscotti. Se si desidera fare un’offerta ad un lama, diceva, bisogna portare qualcosa di veramente bello che il lama possa usare o che gradisca. Inoltre a chi lo vedeva spesso, come me, diceva di non portare nessun dono, perché non aveva voglia o bisogno di niente.

Consigliava sempre di usare il buon senso. Non gradiva che gli venissero chieste divinazioni in merito a questioni mondane. È appropriato chiedere una divinazione solo quando non si è in grado di risolvere la situazione con i mezzi ordinari, specialmente in campo spirituale. Una volta avevo un problema di affitto, e domandai una divinazione per sapere cosa fare. Rinpoche mi cacciò via, dicendo di rivolgermi ad un avvocato.

Nel progettare un’attività, Rinpoche suggeriva di preparare sempre almeno tre possibili alternative. In questo modo infatti si acquista una flessibilità che ci evita di cadere nel panico e nell’impotenza se un’alternativa fallisce. Avere diverse alternative pronte dà un senso di sicurezza basato sulla fiducia che almeno una delle strategie avrà successo.

A volte i discepoli sviluppano dipendenza nei confronti delle divinazioni, tanto da diventare incapaci di prendere decisioni autonomamente. Per evitare di prendersi la responsabilità della propria vita, cercano qualcuno che decida per loro. Consultare un maestro spirituale circa le decisioni più importanti è certamente d’aiuto, ma il modo più stabile per farlo è d’interiorizzarne i valori. In questo modo, anche se il lama dovesse essere assente, potremo sempre riferirci ai suoi valori per essere aiutati a decidere saggiamente.

In modo particolare Rinpoche sconsigliava di seguire l’esempio di coloro che chiedono divinazioni a molti lama sulla stessa questione, finché non ricevono la risposta che vogliono. Infatti richiedere una divinazione ad un lama implica di avere fiducia e fede in lui. E quindi seguirne le indicazioni, qualunque esse siano. Ugualmente scorretto sarebbe andare da un lama e dirgli: “Un altro maestro mi ha dato questo consiglio, ma voi cosa ne pensate? Dovrei seguirlo?” In questo modo si mette il lama nella situazione imbarazzante di contraddire un altro maestro spirituale, dimostrando scarsa sensibilità.

In effetti molti occidentali non conoscono il modo corretto di porre domande ad un lama. Quando qualcuno formulava le proprie domande in modo sciocco, Rinpoche normalmente lo correggeva. Per esempio, se si è nel dubbio se ricevere o meno un potenziamento, è ridicolo domandare: “E’ bene ricevere questa iniziazione?” Certo che è bene; non si può certo dire il contrario! Se poi si chiede “Devo prenderla o no?”, la domanda suona come “Sono obbligato a prenderla?” Nessuno è obbligato. Se si vuole il consiglio di un maestro spirituale in questo campo, la cosa migliore è domandare: “Cosa mi suggerite di fare?”

Quando ci si presenta ad un lama per chiedere il permesso di prendere parte ad un potenziamento che il lama stesso sta per conferire, sarebbe sciocco domandare “Posso ricevere l’iniziazione o no?”, che suona come: “Sono in grado di riceverla?”, domanda completamente assurda. La domanda corretta da porre è: “Per favore, mi permette di ricevere l’iniziazione?” Allo stesso modo, dovendo chiedere il rinnovo del visto di soggiorno in un paese straniero, solo uno sciocco direbbe: “Posso restare ancora o no?” Una persona matura invece chiede: “Con il vostro permesso, vorrei restare ancora.”

Una volta Turner chiese ripetutamente per diversi mesi a Rinpoche di conferirgli il permesso d’i nvocare un particolare protettore, Mahakala a sei braccia. Quando infine Rinpoche accettò, Turner chiese quale fosse l’impegno in termini di recitazioni quotidiane. Rinpoche praticamente lo picchiò, e lo sgridò dicendogli che dovrebbe essere disposto a rispettare qualunque impegno.

Rinpoche era molto contrariato quando gli occidentali cercavano di ottenere sconti sugli impegni di recitazione delle iniziazioni. Ripeteva sempre che bisogna prendere il potenziamento in una particolare forma di Buddha solo se si è spinti dal desiderio sincero di dedicarsi alla pratica per ottenere l’illuminazione per il bene di tutti. Prendere il potenziamento solo per le “vibrazioni positive” o perché lo fanno tutti è assurdo secondo Rinpoche. Non è corretto nemmeno andare con l’intenzione di fare solo un breve ritiro di familiarizzazione e poi tralasciare la pratica. L’impegno nei confronti di una pratica tantrica particolare è per tutta la vita.

Ancora, egli raccomandava di esaminare molto attentamente le pratiche spirituali e i maestri prima d’impegnarsi con loro, e non dopo. Il difetto principale che trovava negli occidentali era proprio questa tendenza a buttarsi nelle cose prematuramente. Non bisogna, diceva Rinpoche, fare come gli stolti che prima corrono in mezzo ad un lago ghiacciato e poi con il bastone saggiano il ghiaccio alle loro spalle per vedere se è abbastanza spesso da sorreggerli.

Si possono ricevere insegnamenti da chiunque e, per buona educazione, anche fare prostrazioni alle vesti monastiche del maestro o alle immagini di Buddha nella stanza. Ma diventare discepolo di un maestro è tutta un’altra faccenda. A me disse anche che potevo tradurre per qualunque lama, ma il fatto di lavorare con un lama non ne avrebbe fatto il mio maestro spirituale, nemmeno nel caso in cui avessi tradotto un potenziamento tantrico. Quello che conta è il nostro atteggiamento nei confronti del maestro.

Spesso, secondo Rinpoche, gli occidentali prendono i voti monastici con precipitazione, senza accertarsi di volerlo davvero, e per tutta la vita. Spesso non considerano come reagiranno i genitori o come potranno mantenersi in futuro. Naturalmente, se fossimo come i grandi asceti praticanti del passato non avremmo bisogno di preoccuparci della famiglia, o dei soldi. In ogni caso, noi stessi sappiamo se siamo dei Milarepa o meno.

A questo proposito citava spesso l’esempio di Drubkang Geleg-gyatso, un grande maestro tibetano che da giovane desiderava diventare monaco. Tuttavia, la sua famiglia non approvava ed era molto turbata da questo desiderio, di conseguenza egli assistette i genitori con cura finché rimasero in vita, poi alla loro morte donò tutta l’eredità per opere meritevoli. Solo allora divenne monaco.

Rinpoche ripeteva sempre di rispettare e servire i nostri genitori. Noi buddhisti occidentali ci riempiamo la bocca con il riconoscere tutti gli esseri come le nostre madri e i nostri padri delle vite precedenti e ripagare la loro gentilezza, e tuttavia molti di noi non riescono nemmeno ad avere un buon rapporto con i genitori di questa vita. Assistere i genitori ed essere gentili con loro, insegnava Rinpoche, costituisce davvero una grande pratica buddhista.

Se poi qualcuno, dopo attento esame, prende gli ordini monastici, o li ha già ricevuti, non dovrebbe mai fare le cose a metà come i pipistrelli. Quando un pipistrello sta in mezzo agli uccelli e non vuole adeguarsi a loro, dice “Non posso, io ho i denti;” quando sta con i topi, invece esclama “Non posso, io ho le ali.” Comportarsi in questo modo vuol dire usare le vesti monastiche per il proprio comodo: quando non si gradiscono alcune delle attività dei laici, come per esempio guadagnarsi da vivere, si prende la scusa delle vesti monastiche. Quando invece non si gradiscono certe funzioni o forme della vita monastica, come prender parte a lunghi rituali o viaggiare vestiti da monaco, si accampa la scusa di essere occidentali. “Chi state prendendo in giro?” Chiedeva Rinpoche.

Questo non significa che un praticante buddhista sia esonerato dal lavorare. Tutti, monaci o laici, devono mantenersi pratici e concreti. Secondo Rinpoche il modo in cui si tengono occupate mente e parola è più importante di quel che si fa con il corpo. Di conseguenza consigliava alle persone impegnate in una pratica intensa, se avevano necessità di mantenersi, di scegliere lavori manuali, perché durante il lavoro si può sempre recitare mantra e irraggiare sentimenti amorevoli e pensieri gentili. Se il riflettere sugli insegnamenti mentre si lavora è troppo difficile e se si è ricevuto un potenziamento tantrico, è possibile quantomeno trasformare la propria immagine di se stessi. Durante il giorno si può cercare d’immaginare se stessi come una forma di Buddha e il proprio ambiente come una terra pura totalmente favorevole alla pratica spirituale. Quindi la mattina presto e la sera si possono praticare le visualizzazioni elaborate delle sadhana. Rinpoche ripeteva sempre di non trattare il Buddhismo come qualcosa di separato dalla vita.

Per molti anni Turner ha vissuto in Inghilterra senza lavorare, con la moglie e due figli, mantenendosi con l’assistenza sociale, sempre impegnato in ritiri intensivi, ritenendo che lavorare invece che praticare gli insegnamenti fosse una perdita di tempo. Egli aveva ricevuto da Rinpoche il permesso cerimoniale per la pratica di Mahakala Bianco, un protettore associato alla ricchezza, e pregava tutti i giorni che i suoi problemi economici trovassero soluzione. Rinpoche non era per nulla contento. A suo parere era come un malato che pregava il Buddha della Medicina per guarire, ma senza prendere mai le medicine. Disse a Turner di trovarsi un lavoro e concentrare le pratiche intensive in un periodo più breve, alla mattina e alla sera. A quel punto, invocare Mahakala Bianco avrebbe contribuito al successo economico nel suo lavoro.

Rinpoche apprezzava le persone pratiche ed efficienti, non quelle con la testa fra le nuvole. Preferiva quindi che le pratiche e le recitazioni fossero eseguite velocemente. Una volta gli studenti del Centro Ghepeling di Milano, a conclusione di un corso sul sentiero graduale (Lam rim) e sulla pratica di Avalokiteshvara, gli chiesero di guidare una sessione di meditazione. Rinpoche accettò e li guidò a generarsi come Avalokiteshvara attraverso il processo in sei stadi e poi a meditare sui punti del Lam rim, parecchie dozzine, e tutto questo per due minuti. Gli studenti, increduli, protestarono per il tempo brevissimo accordato da Rinpoche, il quale s’impietosì e concesse loro tre minuti. Poi spiegò che un buon praticante può coprire tutto il Lam rim nel tempo che s’impiega, montando a cavallo, a scavalcare la sella con il piede. Al momento della morte non ci sarà tempo per sedersi comodi e di generare una visualizzazione attraverso un processo lento e graduale.

Rinpoche raccomandava di essere realisti in tutti gli aspetti della pratica del Buddhismo, e specialmente quando, aspirando a diventare bodhisattva, si cerca di essere di beneficio agli altri. Sebbene da parte nostra non debba mai venir meno la disponibilità a prestare aiuto, è importante non dimenticare che la disponibilità degli altri ad accettare il nostro aiuto e, in definitiva, il successo dei nostri sforzi dipende dal loro karma, gli schemi preesistenti che hanno condizionato la loro mente. Per questo motivo Rinpoche metteva in guardia dall’offrire il nostro aiuto in questioni che non ci riguardano, o a persone che non lo desiderano. Un’interferenza da parte nostra provoca solo risentimento, e se il nostro aiuto non ha successo, verremo incolpati del fallimento.

Meglio sempre tenere un profilo basso. Possiamo far sapere agli altri che siamo disponibili, e se ci verrà richiesto, potremo certamente occuparci dei fatti loro. Specialmente è importante evitare di promuoverci come “bodhisattva in affitto.” Meglio limitarsi alla propria pratica meditativa quotidiana e vivere in semplicità. In modo particolare Rinpoche metteva in guardia dal promettere più di quanto si può mantenere, o dall’annunciare che nel futuro intraprenderemo o completeremo qualche cosa. In questo modo non si fa che procurarsi ostacoli, e alla fine, se non si mantengono le promesse, si passa per sciocchi e si perde credibilità.

Non promettere più di quanto possiamo mantenere è importante specialmente in relazione ai nostri maestri spirituali. Rinpoche consigliava sempre di conformarsi a quanto indicato nelle “Cinquanta Strofe sul Maestro Spirituale” di Ashvaghosha, che egli stesso recitava ogni giorno come parte della sua pratica meditativa. Se il maestro ci chiede d’intraprendere qualcosa che per qualche motivo non ci è possibile, è necessario che spieghiamo, con cortesia ed umiltà, perché non siamo in grado di obbedire. Avere un impegno profondamente sentito nei confronti di un maestro spirituale non significa diventarne schiavi o robot, ma al contrario imparare a cavarsela da soli, pensare in modo autonomo, e raggiungere l’illuminazione. Se non siamo in grado di seguire le indicazioni dei nostri maestri, sarebbe assurdo sentirci in colpa, pensare che li stiamo deludendo e che siamo cattivi discepoli. Un vero maestro spirituale non è un tiranno irragionevole.

Se siamo d’accordo a fare qualcosa per qualcuno, sia per i nostri maestri o per qualunque altro, Rinpoche consigliava sempre di rendere le cose chiare dal principio. Andremo in cerca di disastri se, come degli ingenui nel svolgere il compito assegnato o dopo averlo completato, solo allora annunciamo che ci aspettiamo qualcosa in cambio. Rinpoche insegnava ad essere pratici e realistici, e a pensare diligentemente a quello che vogliamo fare. In questo modo, sia gli affari spirituali, sia quelli mondani andranno bene. Se non siamo pratici e realistici, e ci tuffiamo nelle cose senza pensare, nessuna delle nostre azioni avrà successo.

Analogamente, ai centri buddhisti occidentali Rinpoche suggeriva di non espandersi al punto tale da coprirsi di debiti o da impegnarsi in progetti che non avrebbero la possibilità di realizzare o completare. Meglio cominciare in piccolo, senza pretese, e resistere alla tentazione di collocare i centri in campagna, lontani da tutto. I centri buddhisti devono essere facilmente raggiungibili dalle città ed i residenti non devono aver difficoltà a trovare lavoro in zona. Se poi se ne presentasse la necessità, sarà sempre possibile vendere il centro per acquistarne uno più grande, ma solo al momento opportuno.

Scopo dei centri buddhisti non è attirare larghe folle con pubblicità pretenziose come per il circo. Rinpoche ha sempre preferito piccoli gruppi di studenti sinceri. Nella scelta di un maestro spirituale, poi, la cosa più importante da considerare non è quanto sia divertente o quanto siano buffe le storie che racconta. Se vogliamo farci una risata o vedere qualcosa di esotico, possiamo andare a vedere i clown al circo, oppure visitare le attrazioni della fiera. http://studybuddhism.com/web/it/archives/approaching_buddhism/teachers/tsenzhab_serkong_rinpoche/a_portrait_of_tsenzhab_serkong_rinpoche/part_6.html

Parte VII: Consigli specifici per i praticanti tantrici

I ritiri intensivi tantrici prolungati portano grandi benefici, purtroppo però la maggior parte delle persone non può permettersi il lusso di farli. Per questo motivo Rinpoche riteneva fosse poco lungimirante pensare di poter intraprendere questo tipo di ritiro solamente se si può disporre di tre mesi o più di tempo libero. Un ritiro non è tanto un momento d’isolamento dagli altri quanto un periodo di pratica intensiva, per rendere la nostra mente flessibile in una pratica. Quindi è perfettamente accettabile programmare una sessione ogni mattina ed una ogni sera, e per il resto della giornata condurre una vita normale. Lo stesso Rinpoche conduceva in questo modo molti dei suoi ritiri, senza che nemmeno lo si sapesse.

In questo caso, le uniche restrizioni da rispettare consistono nel dormire nello stesso letto e meditare sullo stesso sedile nel medesimo luogo per tutta la durata del ritiro. In caso contrario viene interrotta la spinta all’accumulazione di energia spirituale. Inoltre ogni sessione deve includere almeno un numero minimo di mantra, di prostrazioni o di qualche altra pratica ripetitiva, corrispondente al numero stabilito durante la prima sessione del ritiro. Rinpoche quindi consigliava di fare, durante la sessione iniziale, solo tre ripetizioni della pratica scelta, per evitare che a causa di una malattia grave si debba interrompere la continuità del ritiro e quindi ricominciare dall’inizio.

Come in tutte le forme di disciplina buddhista, anche qui “la necessità può esser più forte del divieto,” ma solo in casi veramente eccezionali. Una volta a Dharamsala, durante un ritiro di meditazione, mi fu chiesto di tradurre un potenziamento e degli insegnamenti che Sua Santità il Dalai Lama stava dando a Manali, un’altra città dell’Himalaya indiano. Mi consultai con Rinpoche, che mi disse di partire senza alcun dubbio od esitazione. Aiutare Sua Santità sarebbe stato di maggior beneficio di qualunque altra cosa avessi potuto fare. Una sessione di meditazione al giorno, e la ripetizione del numero minimo di mantra che mi ero prefisso, sarebbe stata sufficiente a non interrompere la pratica. Seguii quindi questa procedura e poi, dopo aver trascorso dieci giorni con Sua Santità, tornai a Dharamsala e completai il mio ritiro.

Rinpoche sottolineava sempre che le procedure rituali sono piene di significato e serie. Devono essere eseguite correttamente. Per esempio, i ritiri tantrici richiedono uno specifico numero di ripetizioni di certi mantra e poi l’esecuzione di una “puja del fuoco.” Si tratta di un complesso rituale nel corso del quale si offrono sostanze particolari, che vengono bruciate nel fuoco. Scopo del rituale è compensare qualunque difetto nella pratica e purificare gli errori eventualmente commessi.

Alcuni ritiri sono particolarmente difficili. Una volta ad esempio ne feci uno che richiedeva un milione di ripetizioni di un mantra e, nel corso di un’elaborata puja del fuoco, l’offerta di diecimila lunghi steli d’erba, accompagnati dalla recitazione di un mantra ad ogni paio di steli. Questi, tutti e diecimila, devono essere gettati nel fuoco in una sola sessione, senza interruzioni. Quando alla fine del ritiro eseguii la puja del fuoco, terminai gli steli d’erba un po’ prima di raggiungere il numero richiesto. Completato il rituale, riferii la cosa a Rinpoche, che mi fece ripetere tutta la puja del fuoco qualche giorno più tardi. Questa volta mi assicurai bene di avere proprio diecimila steli d’erba!

Non è sempre possibile avere a disposizione un esperto di rituali, e di conseguenza Rinpoche insisteva sulla necessità di essere autosufficienti, ed insegnava ai suoi discepoli occidentali avanzati ad eseguire le puje del fuoco personalmente, compreso il modo di preparare il luogo dove accendere il fuoco e di tracciare sul pavimento, con sabbie colorate, lo schema del mandala appropriato. Anche quando un occidentale, non disponendo del rituale tradotto nella propria lingua, aveva bisogno che qualcun altro lo recitasse per lui, doveva comunque offrire personalmente le diverse sostanze nel fuoco; questo anche nel caso di un ritiro di gruppo.

Il seguire correttamente le procedure non esclude in ogni caso l’essere pratici. Per esempio, i ritiri tantrici iniziano con la preparazione di offerte particolari da sistemare sull’altare di casa, che vengono poi offerte, giorno dopo giorno, per allontanare gli ostacoli visualizzati come spiriti portatori d’interferenze che vengono invitati ogni giorno a nutrirsene. Rinpoche sosteneva che scatole o barattoli di biscotti costituiscono un sostituto perfettamente accettabile delle tradizionali torme decorate usate per questo scopo.

Rinpoche non approvava affatto che ci si accingesse a pratiche avanzate senza essere qualificati. C’è chi per esempio si cimenta in pratiche dello stadio completo pur non essendo né interessato e nemmeno capace di eseguire una lunga sadhana, e tantomeno senza esserne esperto. La classe più elevata del tantra, l’anuttarayoga, presenta prima le pratiche dello stadio di generazione, poi quelle dello stadio completo. Il primo stadio serve a potenziare il potere dell’i mmaginazione e della concentrazione per mezzo della pratica di una sadhana. Il secondo stadio utilizza i poteri mentali così sviluppati per lavorare con il sistema energetico sottile del corpo, così da mettere in atto un’effettiva trasformazione di se stessi. Senza le abilità acquisite con la pratica della sadhana, tentare di lavorare con i chakra, i canali e i venti-energie di questo sistema sottile è semplicemente una farsa.

Le pratiche tantriche avanzate, avvertiva Rinpoche, possono essere molto dannose se eseguite in modo scorretto da persone non qualificate. Per esempio, il trasferimento della coscienza (powa), che comporta l’immaginare di proiettare la propria coscienza fuori dalla sommità della testa, anticipando quello che accade durante la morte, può abbreviare la vita. La pratica del prendere l’essenza (chulen) durante la quale si digiuna per settimane sostenendosi con pillole di reliquie consacrate, specialmente se eseguita in gruppo, può causare carestia nell’area circostante. Inoltre i praticanti possono ammalarsi gravemente per la mancanza di cibo e di acqua, fino a morire.

I ritiri tantrici costituiscono una pratica avanzata, quindi Rinpoche sconsigliava di farli prematuramente. Talvolta, per esempio, si comincia un ritiro dedicato alla recitazione di centomila mantra senza prima essersi familiarizzati con la pratica, immaginando che l’esperienza verrà nel corso del ritiro. Certamente è utile e positivo trascorrere un periodo di studio intensivo e familiarizzazione di una particolare pratica, ma non è questo lo scopo di un ritiro tantrico formale. Una persona che non sa nuotare non comincia con dodici ore al giorno di allenamento: così facendo non arriverebbe che a procurarsi crampi e stanchezza estrema. Un allenamento intensivo è riservato ai nuotatori esperti che vogliono raggiungere i massimi livelli atletici. Lo stesso vale per i ritiri tantrici di meditazione.

La pratica tantrica deve restare qualcosa di riservato. In caso contrario facilmente sorgono molte interferenze. Rinpoche vedeva che molti occidentali non solo non tenevano per sé le proprie pratiche e realizzazioni, ma anzi se ne vantavano. Diceva che è assurdo darsi delle arie da grande yogi praticante di una particolare forma di Buddha quando tutto quello che si sta facendo o si è fatto è un breve ritiro in cui si sono recitati i mantra appropriati un paio di centomila volte. Ancora più patetico è essere così arroganti e pieni di sé se non si pratica nemmeno la sadhana lunga della divinità ogni giorno. Spiegava sempre che le sadhana lunghe sono per i principianti. Queste sadhana spesso contengono più di cento pagine, e sono come i libretti di lunghe opere da visualizzare. Invece quelle brevi, condensate, sono per i praticanti avanzati che hanno tanta familiarità con la pratica completa da essere in grado di eseguire tutte le visualizzazioni e le procedure recitando solo poche frasi.

Rinpoche insegnava anche che gli occidentali devono reprimere la propria tendenza a pretendere di ricevere fin dall’inizio tutti gli insegnamenti e le istruzioni presentati con ordine e chiarezza, in particolare nel tantra. I grandi maestri tibetani ed indiani erano perfettamente in grado di scrivere in modo chiaro. Ciononostante hanno usato di proposito uno stile vago. Presentare in modo troppo chiaro ed accessibile il materiale riguardante il tantra può facilmente causare interferenze e portare ad una degenerazione della pratica. Ad esempio può accadere che le persone prendano gli insegnamenti sottogamba e non vi si applichino seriamente.

Un aspetto importante della pedagogia buddhista consiste nell’indurre gli studenti a porre attivamente domande. Uno studente veramente interessato ad un argomento cercherà di ricevere spiegazioni più approfondite. In questo modo vengono automaticamente estirpati i “turisti dello spirito” e tutti coloro che non sono disposti all’intensa applicazione necessaria per raggiungere l’illuminazione. Tuttavia, se lo scopo del rendere chiari i tantra è eliminare le opinioni negative o distorte, Sua Santità il Dalai Lama ha autorizzato la pubblicazione di spiegazioni esplicite. Queste però devono riguardare solamente la teoria e non pratiche specifiche di particolari forme di Buddha. Un manuale del fai-da-te troppo chiaro potrebbe incoraggiare qualcuno ad intraprendere pratiche avanzate senza la supervisione di un maestro, il che può essere assai pericoloso.

Particolarmente rischioso, avvertiva Rinpoche, è prendere alla leggera i protettori del Dharma. Questi sono potenti forze, spesso spiriti, che sono stati domati da grandi maestri. Questi maestri hanno costretto questi esseri, solitamente violenti, a giurare solennemente di proteggere gli insegnamenti del Buddha (il Dharma) ed i praticanti sinceri da danni od ostacoli. Solo grandi yogi sono in grado di controllarli.

Spesso Rinpoche raccontava la storia di un protettore che aveva giurato di proteggere la pratica di un monastero dedicato al dibattito. Il suo compito era causare interferenze, come malattie ed incidenti, a chiunque cercasse di praticare il tantra al suo interno, invece di dedicarsi al dibattito. Solamente i monaci che avevano già completato la formazione nella dialettica e frequentato uno dei due collegi tantrici erano autorizzati a praticare il tantra. E anche in questo caso, mai entro le mura del monastero.

Un certo gheshe, quando era studente, era solito praticare all’interno del monastero un’offerta di foglie di ginepro bruciate, associata al tantra. Egli era costantemente vittima di ostacoli. Successivamente entrò in uno dei collegi tantrici e, completati gli studi, riprese a presentare quest’offerta ma fuori del monastero, su una montagna vicina. Qualche anno più tardi, dopo che il gheshe ebbe raggiunto la percezione diretta e non concettuale della vacuità, il protettore gli apparve in una visione. Lo spirito dall’aria feroce si scusò, dicendo: “Mi spiace di averti dovuto causare danno, ma non potevo fare altrimenti se volevo rispettare l’impegno preso con il fondatore del monastero. Ora che hai realizzato la percezione nuda della vacuità, anche se volessi non potrei farti nulla di male.”

Rinpoche sottolineava l’importanza di quest’esempio. Scherzare con forze che non siamo in grado di controllare può causare disastri. Rinpoche menzionava spesso Sua Santità che dice di tenere sempre a mente che i protettori del Dharma sono servitori delle diverse forme di Buddha. Solo chi è pienamente competente nello stadio di generazione dell’anuttarayoga tantra ed ha il potere d’i mpartire ordini al pari di una forma di Buddha può averci a che fare. In caso contrario, un contatto prematuro sarebbe come se un bambino cercasse di farsi proteggere da un enorme leone. Il leone potrebbe semplicemente divorare il bambino. Sua Santità ricorda che il karma creato dalle nostre azioni è il nostro massimo protettore. E in ogni caso, non vorremo mica scordarci della presa di rifugio nei Tre Gioielli: i Buddha, il Dharma, e la comunità spirituale dotata di elevate realizzazioni? http://studybuddhism.com/web/it/archives/approaching_buddhism/teachers/tsenzhab_serkong_rinpoche/a_portrait_of_tsenzhab_serkong_rinpoche/part_7.html

La morte di Serkong Rinpoche è stata ancora più eccezionale della sua vita. Nel luglio del 1983, Rinpoche aveva organizzato una visita di Sua Santità il Dalai Lama al monastero di Tabo, nello Spiti, per conferire il potenziamento di Kalachakra. Poco tempo dopo Rinpoche disse ad un anziano monaco del luogo, Kachen Drubgyel, che in base all’astrologia tibetana quello era un anno infausto per Sua Santità. La vita di Sua Santità era in pericolo. Sarebbe stato bene trasferire su di sé questi ostacoli. Raccomandò quindi al monaco di non parlarne con nessuno.

Successivamente andò in ritiro stretto per tre settimane. Dopo si recò ad un presidio militare tibetano lì vicino per insegnare ai soldati Lo stile di vita del Bodhisattva. In teoria Rinpoche avrebbe dovuto spiegare tutto il testo con calma, dedicandovi parecchio tempo, invece lo terminò molto velocemente e partì dal campo molti giorni prima del previsto, spiegando che doveva recarsi in un posto speciale. Era proprio il 29 agosto 1983, il giorno in cui Sua Santità avrebbe dovuto recarsi in volo a Ginevra, in Svizzera, nello stesso momento in cui anche Yasser Arafat, Presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, vi era atteso. Le autorità di polizia erano preoccupate di una possibile azione terroristica diretta contro Arafat, ed avvertirono di non essere in grado di garantire la sicurezza di Sua Santità.

Rinpoche e Ngawang partirono in gran velocità dal campo in jeep, e sostarono brevemente al Monastero di Tabo. Rinpoche chiese a Kachen Drubgyel di unirsi a loro, ma il vecchio monaco spiegò che si era appena lavato le vesti. Rinpoche rispose che non importava, che venisse così come stava e legasse le vesti sul tetto della jeep ad asciugare; e così fece.

Mentre s’inoltravano nella valle dello Spiti, Rinpoche disse a Ngawang che gli aveva sempre detto di ripetere continuamente il mantra della compassione, om mani padme hum, ma che non l’aveva mai preso sul serio. Questo sarebbe stato il suo ultimo consiglio.

Poi si fermarono al monastero di Kyi, dove Rinpoche voleva fare delle offerte. Ngawang disse che era tardi, che si sarebbe potuto attendere il mattino, ma Rinpoche insistette. Generalmente egli camminava lentamente, con difficoltà, ma in particolari occasioni era perfettamente in grado di correre. Per esempio una volta, in aeroporto, stavamo quasi per perdere il volo, e Rinpoche corse così velocemente che nessuno di noi riusciva a stargli dietro. Un’altra volta a Bodh Gaya, mentre Sua Santità prendeva parte ad una recitazione collettiva della traduzione tibetana in cento volumi delle parole del Buddha (il Kangyur), egli sedeva a fianco di Sua Santità, ed io stavo proprio alle sue spalle. Ad un certo punto il vento portò via una pagina del testo di Sua Santità, composto di fogli staccati, e Rinpoche praticamente balzò in piedi per raccoglierlo immediatamente da terra. Generalmente per alzarsi aveva bisogno di aiuto. Così in quest’occasione, al monastero di Kyi, Rinpoche si arrampicò di corsa, senza aiuto, per il ripido sentiero di montagna.

Una volta fatte le offerte, i monaci di Kyi lo invitarono a passare la notte lì, ma lui rifiutò dicendo che avrebbe dovuto raggiungere il villaggio di Kyibar la notte stessa. Se volevano vederlo ancora, avrebbero dovuto recarsi in quel paese. Quindi, lasciata quest’indicazione indiretta di ciò che stava per accadere, partì in tutta fretta.

Salito fino al villaggio di Kyibar, si recò con il suo seguito alla casa di un contadino di sua conoscenza. L’uomo era ancora nei campi, e non attendeva ospiti. Rinpoche gli chiese se avesse impegni nella settimana successiva. L’uomo rispose di no e lo invitò a fermarsi da lui.

Rinpoche si lavò, mangiò dello yogurt, quindi recitò a memoria il testo di Tsongkhapa, L’essenza delle spiegazioni eccellenti dei significati interpretabili e definitivi, impiegando circa due ore. Una volta che ebbe terminato, chiamò Ngawang e gli disse che non si sentiva bene. Poi appoggiò la sua testa sulla spalla di Ngawang, cosa che normalmente non faceva mai. In retrospettiva, pareva che volesse dire addio. In precedenza aveva mandato Chondzeyla a Simla, perché sarebbe stato indubbiamente troppo difficile per lui essere presente a quel che stava per accadere; Chondzeyla era stato con Rinpoche fin dall’età di sei anni, ed era stato allevato come un figlio.

Ngawang chiese se doveva cercare un dottore o delle medicine, ma Rinpoche disse di no. Ngawang gli domandò se poteva fare qualcosa, e Rinpoche chiese di essere aiutato ad andare in bagno, e così fece. Poi Rinpoche gli domandò di preparargli il letto. Invece del lenzuolo giallo in cui normalmente dormiva, gli chiese di metterne uno bianco. Nella pratica tantrica, il giallo viene usato nei rituali per aumentare la propria capacità di aiutare gli altri, il bianco per pacificare gli ostacoli.

Poi Rinpoche chiese a Ngawang e a Kachen Drubgyel di venire nella sua stanza, ed essi vennero. Allora si sdraiò sul fianco destro, nella postura del Buddha dormiente, ma invece di porre le braccia nella maniera classica, la sinistra lungo il fianco e la destra a sorreggere il viso, come faceva normalmente al momento di addormentarsi, le incrociò nella postura tantrica dell’abbraccio. Quindi cominciò a prendere respiri profondi e semplicemente morì, in apparenza eseguendo la meditazione del “dare e prendere” (tonglen). Aveva sessantanove anni, ed una salute perfetta. Due mesi prima l’avevo portato a Delhi per un esame medico approfondito.

Esattamente in quel momento, mentre Sua Santità era ancora in volo per Ginevra, il Presidente Arafat improvvisamente cambiò idea e decise di rimandare la sua visita in Svizzera. Fu così evitato il pericolo di attacchi terroristici all’aeroporto. Sua Santità non correva più pericolo di morte, anche se le auto che lo portavano con il suo seguito dall’aeroporto all’hotel persero la strada. Ciononostante non gli accadde nulla di male. Serkong Rinpoche era riuscito a prendere su di sé gli ostacoli alla vita di Sua Santità, donando in cambio la propria energia vitale.

Il dare e prendere è una tecnica avanzata dei bodhisattva, consistente nel prendere su di sé gli ostacoli degli altri e dare loro felicità. Ogni volta che Rinpoche insegnava questa pratica, ricordava che dobbiamo essere disposti a prendere le sofferenze degli altri fino al punto di sacrificare la nostra stessa vita. Ricordava sempre l’esempio portato da Kunu Lama Rinpoche di una persona del suo distretto natale che aveva preso su di sé la ferita alla testa di un altro, e di conseguenza era morto. Quando chiedevamo a Rinpoche se non sarebbe stato uno spreco che lui facesse lo stesso, Rinpoche rispondeva di no. Spiegava che sarebbe stato come un astronauta che sacrifica la propria vita per la causa del progresso mondiale. Proprio come l’esempio e la fama dell’astronauta avrebbero assicurato alla sua famiglia una consistente pensione governativa, così l’esempio eroico del sacrificio del lama avrebbe portato nutrimento spirituale ai suoi discepoli rimasti in vita.

Serkong Rinpoche rimase per tre giorni assorbito nella meditazione in punto di morte di chiara luce. Le persone che sono in grado d’indirizzare la propria rinascita normalmente entrano in questa meditazione come parte del processo che dà inizio o prosegue un lignaggio di lama reincarnati. Finché si protrae la meditazione, il cuore rimane caldo ed il corpo non inizia a decomporsi, anche se il respiro è cessato. Normalmente i grandi lama rimangono in questo stato per diversi giorni, dopodiché la testa s’accascia e dalle narici esce sangue, segno che la coscienza ha lasciato il corpo.

All’apparire di questi segni nel caso di Serkong Rinpoche, nel cielo brillarono arcobaleni e luci miracolose apparvero sulla collina spoglia che era stata scelta per la sua cremazione. Per la cerimonia erano stati chiamati dei monaci dal monastero Namgyal di Dharamsala, il monastero di Sua Santità, tuttavia questi non riuscirono ad arrivare in tempo. Quindi i riti vennero eseguiti, senza pompa, dai monaci dello Spiti, come avrebbe desiderato Rinpoche. Poco tempo dopo una sorgente di acqua dolce con proprietà curative prese a sgorgare dal luogo dove avvenne la cremazione. La sorgente è attiva ancora oggi, ed è divenuta un luogo di pellegrinaggio. Esattamente nove mesi dopo, il 29 maggio del 1984, Rinpoche prese una nuova rinascita, ancora una volta nello Spiti, in un’umile famiglia.

Diversi anni prima Rinpoche aveva conosciuto due coniugi, di nome Tsering Chodrag e Kunzang Chodron, che l’avevano molto colpito. Entrambi praticavano intensamente il Dharma, e gli avevano confidato che il loro più grande desiderio era di prendere i voti di monaco e monaca. Tuttavia il capo dei villaggi locali dove abitavano aveva sconsigliato loro di farlo, in considerazione dei problemi che avrebbe comportato prendere i voti in età adulta, avendo figli piccoli. Prima di tutto, avrebbero dovuto crescere i figli. Rinpoche aveva appoggiato il parere del capo. Da questi genitori egli prese rinascita, come quarto dei loro figli.

Per individuare la reincarnazione di un grande lama esperto nella meditazione in punto di morte, i discepoli usano diversi mezzi, inclusa la consultazione di oracoli e dei sogni dei maestri più realizzati. Il candidato finale deve poi identificare correttamente diversi articoli già di proprietà del lama defunto fra molti altri simili. Il Dalai Lama tuttavia avverte di non basarsi solamente su metodi come questi. Prima di essere preso in considerazione come candidato, un bambino deve dare chiare indicazioni della propria identità.

La gente dello Spiti considera Serkong Rinpoche come un santo: quasi in ogni casa si trova la sua fotografia. Non appena il piccolo Serkong Rinpoche fu in grado di parlare, indicò la fotografia di Rinpoche sul muro della casa paterna esclamando “Quello sono io!” Quando in seguito Ngawang si recò in visita alla casa per verificare il bambino, questi immediatamente gli corse in braccio. Il bambino voleva tornare con lui al suo monastero.

Nessuno aveva dubbi sulla sua identità. Dopotutto, qualche anno prima un gruppo di signore influenti dello Spiti aveva chiesto a Rinpoche di prendere la sua prossima rinascita in quella valle. Avevano sempre avuto problemi ad ottenere dal governo indiano il permesso di recarsi in visita alla loro remota regione di confine. Una tale rinascita avrebbe facilitato le cose. I genitori, profondamente onorati, acconsentirono e, all’età di quattro anni, il piccolo Rinpoche partì per Dharamsala. Sebbene i suoi genitori vadano a trovarlo di tanto in tanto, il ragazzo non ha mai chiesto di loro, e nemmeno ha dato segno di sentirne la mancanza. Fin dal primo giorno si è sentito perfettamente a suo agio con i membri della sua vecchia casa. Erano la sua vera famiglia.

Ora, nel 1998, il nuovo Serkong Rinpoche ha quattordici anni. Vive e studia principalmente nel suo monastero di Mundgod e viene a Dharamsala una o due volte l’anno, in occasione d’importanti insegnamenti di Sua Santità. Chondzeyla e il vecchio cuoco di Rinpoche sono morti e Ngawang ha lasciato le vesti, si è sposato e ora vive in Nepal. Altri monaci si prendono cura di Rinpoche, tutti scelti accuratamente da lui stesso nella sua vita precedente. Per esempio, aveva chiamato personalmente due ragazzini di dieci anni dello Spiti e del Kinnaur a far parte della sua casa per assisterlo negli ultimi mesi di vita.

Pur essendo dotato di un senso dell’umorismo simile a quello del suo predecessore e dello stesso atteggiamento concreto, il giovane Serkong Rinpoche ha una personalità propria. Ciò che prosegue da una vita all’altra sono i talenti, le inclinazioni e le connessioni karmiche. Nel mio rapporto con lui, mi sento un po’ come un membro dell’equipaggio di Star Trek ai tempi del Capitano Kirk, che si sia unito al Capitano Picard di Star Trek: la nuova generazione. Tutto è diverso, eppure c’è una continuità evidente.

Finora ho avuto un ruolo marginale nell’educazione di Serkong Rinpoche. Credo che il precedente Rinpoche avrebbe desiderato più che altro di essere d’aiuto al suo popolo. Troppi grandi lama infatti si sono dedicati a dare insegnamenti in occidente o in zone dell’Asia esterne alla loro tradizionale sfera culturale, a detrimento degli stessi tibetani. Se vogliamo che la tradizione tibetana del Buddhismo sopravviva nella sua forma più completa, è essenziale preparare future generazioni di tibetani. Questo perché, al momento, gli insegnamenti completi del Buddha sono disponibili solamente in quella lingua. Rinpoche mi ha donato le migliori circostanze immaginabili per la mia formazione e sviluppo personale. Per ricambiarlo, ho cercato di fare lo stesso nei suoi confronti.

Per non provocare un conflitto culturale, non ho preso parte all’istruzione moderna di Rinpoche. Difatti ho evitato di proposito un contatto eccessivo, anche se il legame che ci unisce è assolutamente evidente ad ogni nostro incontro. Piuttosto, ho invece aiutato a trovare insegnanti tibetani d’inglese, scienza e scienze sociali, che seguono lo stesso programma usato dalle scuole tibetane in India. Di conseguenza Rinpoche è in grado di relazionarsi pienamente con il suo popolo. Ho evitato anche di condurlo in occidente o di comperargli un computer o un videogioco, ed ho anche sconsigliato agli altri di fargli regali simili. Infatti troppi lama reincarnati trovano i giochi al computer e i video d’azione più invitanti degli studi monastici tradizionali.

Non so quanto impatto possa aver avuto, ma Rinpoche mostra un senso profondo di sicurezza e si trova pienamente a suo agio nella sua cultura. Questo non potrà che essere positivo per lui e per chiunque lo incontrerà nel futuro. Avrà tempo d’imparare tutto dell’occidente in prima persona una volta raggiunta la maturità. Prego di poter diventare ancora una volta suo discepolo nella mia prossima vita http://studybuddhism.com/web/it/archives/approaching_buddhism/teachers/tsenzhab_serkong_rinpoche/a_portrait_of_tsenzhab_serkong_rinpoche/part_8.html

 

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