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Dalai Lama, l’appello disperato: Vi prego, aiutate il mio Tibet
Mar 30th, 2008 by admin

Repubblica — 30 marzo 2008   pagina 16   sezione: POLITICA ESTERA

Iele Mastrogiacomo NEW DELHI - L’ appello è forte, drammatico. Un grido disperato che si irradia, in un silenzio quasi surreale, nei giardini freschi e ben curati del Rajghat. La folla ascolta, attonita, triste, preoccupata mentre il Dalai Lama, quattordicesimo maestro spirituale del buddismo tibetano, s’ inchina e prega davanti al mausoleo del Mahatma Gandhi. Congiunge la mani sopra la testa, per tre volte s’ inginocchia, alza lo sguardo verso il cielo e con la voce strozzata da un dolore represso a lungo si rivolge al mondo. «Vi prego», implora, «aiutateci a risolvere la crisi in Tibet. Non abbiamo altro potere se non la giustizia, la verità, la sincerità. Siamo impotenti. Io posso sono pregare. E’ per questo che chiedo alla comunità internazionale di aiutarci. Noi siamo pronti, siamo aperti al dialogo, ad un qualsiasi confronto, aspettiamo un segnale». La fiamma che veglia sulle ceneri del padre dell’ Indipendenza, assassinato con tre colpi di pistola proprio sessanta anni fa, sembra vibrare sotto il peso di un discorso che arriva dritto al cuore. Le notizie che giungono dal nord dell’ India, dal piccolo villaggio di Mc Leod Ganji, a pochi chilometri da Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio, non sono incoraggianti. La folla di fuggiaschi che giunge stremata da Lhasa e dalle province di Amdo e di Kham, racconta di nuove stragi e di una repressione durissima da parte delle forze speciali della polizia della Repubblica popolare cinese. Nessuno è in grado di indicare il numero dei morti, dei feriti, dei dispersi, delle persone picchiate e sbattute in carcere. LEGGI TUTTO … Read the rest of this entry »

APPELLO DEL DALAI LAMA AL POPOLO CINESE
Mar 28th, 2008 by admin

APPELLO AL POPOLO CINESE DA PARTE DI SUA SANTITÀ IL XIV DALAI LAMA

Oggi vorrei salutare con il cuore i miei fratelli e sorelle cinesi nel mondo, in particolare quelli nella Repubblica Popolare Cinese.

Alla luce dei recenti sviluppi in Tibet, vorrei condividere con voi i miei pensieri riguardo le relazioni tra il popolo tibetano e il popolo cinese, a fare un mio personale appello a tutti voi.

Sono profondamente rattristato dalla perdita di vite umane nei recenti tragici fatti in Tibet. Sono consapevole che anche alcuni cinesi sono morti. Sento dolore per le vittime e le loro famiglie e prego per loro. La recente rivolta ha chiaramente dimostrato la gravità della situazione in Tibet e l’urgente bisogno di cercare una soluzione pacifica e mutuamente benefica attraverso il dialogo. Anche in questo frangente ho espresso alle autorità cinesi la mia volontà di lavorare insieme per portare pace e stabilità.

Fratelli e sorelle cinesi, vi assicuro che non ho il desiderio di cercare la separazione del Tibet. Né ho il desiderio di alimentare divisioni tra il popolo tibetano e il popolo cinese. Al contrario il mio impegno è sempre stato quello di cercare una soluzione genuina al problema del Tibet, in grado di garantire gli interessi a lungo termine sia dei cinesi che dei tibetani. La mia principale preoccupazione, come ho ripetuto molte volte, è di garantire la sopravvivenza della cultura, della lingua e dell’identità distintivi del popolo tibetano. Come semplice monaco che si sforza di vivere la sua vita quotidiana in accordo ai precetti Buddisti, vi assicuro la sincerità della mia motivazione.

Mi sono appellato al governo della Repubblica Popolare Cinese perché comprendesse chiaramente la mia posizione e lavorasse per risolvere questi problemi “cercando la verità a partire dai fatti.” Chiedo al governo cinese di mostrare saggezza e di iniziare un dialogo significativo con il popolo tibetano. Inoltre mi appello a loro affinché compiano sinceri sforzi per contribuire alla stabilità e all’armonia della Repubblica Popolare Cinese e per evitare di creare incrinature tra le nazionalità. Il quadro dei recenti eventi in Tibet mostrato dai media di stato, in cui sono state usate immagine false e distorte, potrebbe diffondere i semi della tensione razziale con conseguenze imprevedibili a lungo termine. Questa è per me una grave preoccupazione. Similmente, nonostante il mio ripetuto sostegno alle Olimpiadi di Pechino, le autorità cinesi, con l’intenzione di creare una frattura tra me e il popolo cinese, ha affermato che sto cercando di sabotare i Giochi. Sono incoraggiato, tuttavia, dal fatto che anche molti intellettuali e studiosi cinesi hanno espresso la loro forte preoccupazione riguardo le azioni del governo cinese e il rischio che esse portino a conseguenze negative a lungo termine, in particolare nelle relazioni tra le diverse nazionalità.

Fin dall’antichità, il popolo tibetano e il popolo cinese hanno vissuto come vicini. Nella storia conosciuta dei nostri popoli, lunga 2000 anni, qualche volta abbiamo sviluppato relazioni amichevoli, anche formando vere e proprie alleanze, mentre in altre occasioni ci siamo combattuti a vicenda. Tuttavia, da quando il Buddismo è fiorito in Cina, prima ancora di arrivare in Tibet dall’India, noi tibetani abbiamo storicamente accordato al popolo cinese il rispetto e l’affetto dovuti a fratelli e sorelle di Dharma anziani. Questo è ben noto a tutti i membri della comunità cinese che vivono fuori dalla Cina, alcuni dei quali hanno assistito ai miei insegnamenti Buddisti, così come ai pellegrini provenienti dalla Cina che ho avuto il privilegio di incontrare. Prendo coraggio da questi incontri e sento che potrebbero contribuire a una migliore comprensione tra i nostri due popoli.

Il ventesimo secolo è stato testimone di enormi cambiamenti in molte parti del mondo e anche il Tibet è stato coinvolto in questa turbolenza. Subito dopo la nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, l’Esercito di Liberazione Popolare è entrato in Tibet e questo ha portato, alla fine, all’Accordo in 17 Punti stipulato tra la Cina e il Tibet nel Maggio 1951. Quando sono stato a Pechino nel 1954-55, per assistere al Congresso Nazionale del Popolo, ho avuto l’opportunità di incontrare, e di sviluppare con loro un’amicizia personale, molti leader anziani, compreso lo stesso Presidente Mao. In effetti, il Presidente Mao mi ha dato consigli su numerosi temi, così come assicurazioni personali riguardo il futuro del Tibet. Incoraggiato da queste assicurazioni, e ispirato dalle dediche di molti leader rivoluzionari cinesi del tempo, sono tornato in Tibet pieno di fiducia e ottimismo. Alcuni membri tibetani nel Partito Comunista avevano la stessa speranza. Dopo il mio ritorno a Lhasa, ho compiuto ogni possibile sforzo per cercare una genuina autonomia del Tibet all’interno della famiglia della Repubblica Popolare Cinese. Credevo che questo avrebbe garantito gli interessi a lungo termine sia del popolo tibetano che di quello cinese.

Sfortunatamente, le tensioni, che iniziarono ad aumentare in Tibet dal 1956 circa, alla fine condussero all’insurrezione pacifica del 10 Marzo 1959, a Lhasa, e alla mia fuga finale verso l’esilio. Benché in Tibet vi siano stati molti aspetti positivi di sviluppo sotto le regole della Repubblica Popolare Cinese, essi, come sostenne il precedente Panchen Lama nel Gennaio 1989, furono oscurati da immense sofferenze ed estese distruzioni. I tibetani furono costretti a vivere in uno stato di costante paura, mentre il governo cinese continuava a trattarli con sospetto. Tuttavia, invece di coltivare inimicizia verso i leader cinesi responsabili della spietata soppressione del popolo tibetano, li ho pregati di diventare amici, come ho espresso in questi versi in una preghiera composta nel 1960, un anno dopo il mio arrivo in India: “Possano ottenere l’occhio della saggezza che discerne ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e possano dimorare nella gloria dell’amicizia e dell’amore.” Molti tibetani, tra cui i bambini a scuola, recitano questi versi nelle loro preghiere quotidiane.

Nel 1974, in seguito a serie discussioni con il mio Kashag, così come con il suo Portavoce e il Portavoce dell’Assemblea dei Deputati del Popolo Tibetano dell’epoca, abbiamo deciso di trovare una via di mezzo che non cercasse di separare il Tibet dalla Cina, ma che facilitasse lo sviluppo pacifico del Tibet. Benché non avemmo contatti a quel tempo con la Repubblica Popolare Cinese - che era nel pieno della Rivoluzione Culturale - riconoscemmo già che, prima o poi, avremmo dovuto risolvere la questione del Tibet attraverso il negoziato. Ammettemmo anche che, se non altro in relazione alla modernizzazione e allo sviluppo economico, il Tibet avrebbe tratto un grande beneficio dal rimanere all’interno della Repubblica Popolare Cinese. Benché il Tibet abbia una tradizione culturale ricca e antica, è poco sviluppato da un punto di vista materiale.

Situato sul tetto del mondo, il Tibet è la fonte di molti dei principali fiumi asiatici, quindi la tutela dell’ambiente sull’altopiano tibetano è di suprema importanza. Dato che la nostra massima preoccupazione è di salvaguardare la cultura Buddista tibetana - radicata nei valori della compassione universale - così come la lingua tibetana e l’identità tibetana, abbiamo lavorato con tutto il cuore per ottenere norme autodeterminate che fossero ricche di significato per tutti i tibetani. La costituzione della Repubblica Popolare Cinese fornisce il diritto alle diverse nazionalità, come i tibetani, di fare questo.

Nel 1979, l’allora principale leader cinese, Deng Xiaoping assicurò al mio emissario personale che, “a parte l’indipendenza del Tibet, tutte le altre questioni potevano essere negoziate.”  Dato che avevamo già formulato il nostro tentativo di cercare una soluzione alla questione tibetana all’interno della costituzione della Repubblica Popolare Cinese, ci sentivamo in una buona posizione per rispondere a questa nuova opportunità. I miei rappresentanti hanno incontrato molte volte ufficiali della Repubblica Popolare Cinese. Fino al rinnovo dei contatti nel 2002, avevamo avuto sei giri di incontri. Tuttavia, non c’era stato alcun tipo di risultato sui temi fondamentali. Ciononostante, come ho dichiarato più volte, rimango fermamente impegnato nell’approccio della Via di Mezzo e ribadisco qui la mia volontà di continuare a perseguire il processo del dialogo.

Quest’anno il popolo cinese sta aspettando orgogliosamente e ardentemente l’apertura dei Giochi Olimpici. Ho, fin dal principio, sostenuto la candidatura di Pechino a ospitare i Giochi. La mia posizione rimane invariata. La Cina ha la popolazione più numerosa del mondo, una lunga storia e una civiltà estremamente ricca. Oggi, grazie al suo impressionante progresso economico, sta emergendo come una grande potenza. Questo deve certamente essere benvenuto. Ma la Cina ha anche il bisogno di guadagnarsi il rispetto e la stima della comunità globale attraverso lo stabilirsi di una società aperta e armoniosa, basata su principi di trasparenza, libertà, e rispetto della legge. Ad esempio, fino ad oggi le vittime della tragedia di Piazza Tienanmen, che ha colpito dolorosamente la vita di così tanti cittadini cinesi, non hanno ancora ricevuto né il giusto risarcimento né alcuna risposta ufficiale. Allo stesso modo, quando migliaia di normali cittadini cinesi nelle aree rurali soffrono di ingiustizie per mano di ufficiali locali disonesti e corrotti, le loro legittime lamentele vengono o ignorate o trattate in modo aggressivo. Esprimo queste preoccupazioni sia in quanto essere umano simile a loro, sia come qualcuno che è preparato a considerarsi un membri della grande famiglia che vive nella Repubblica Popolare Cinese. A tale proposito, apprezzo e sostengo la politica del Presidente Hu Jintao di creare una “società armoniosa”, ma questa può sorgere solo sulla base della fiducia reciproca e in un’atmosfera di libertà, incluse la libertà di parola e il rispetto della legge. Credo fortemente che se si abbracciassero questi valori, si potrebbero risolvere molti importanti problemi relativi alle nazionalità di minoranza, come ad esempio la questione del Tibet, così come del Turkestan Orientale, o della Mongolia Interna, dove il popolo nativo oggi costituisce solo il 20% della popolazione totale di 24 milioni di abitanti.

Ho sperato che la recente affermazione del Presidente Hu Jintao, secondo cui la stabilità e la sicurezza del Tibet riguardano la stabilità e la sicurezza del paese, potesse annunciare l’alba di una nuova era per la soluzione dei problemi del Tibet. Sfortunatamente, nonostante i miei sinceri sforzi di non separare il Tibet dalla Cina, i leader della Repubblica Popolare Cinese continuano ad accusarmi di essere un “separatista”. Allo stesso modo, quando i tibetani a Lhasa e in molte altre aree hanno protestato spontaneamente per esprimere il loro radicato risentimento, le autorità cinesi mi hanno immediatamente accusato di aver orchestrato queste dimostrazioni. Ho chiesto una completa indagine da parte di organi competenti per analizzare questa accusa.

Fratelli e sorelle cinesi - ovunque voi siate - con profonda preoccupazione mi appello a voi perché aiutiate a disperdere le incomprensioni tra le nostre due comunità. Inoltre, mi appello a voi per aiutarci a trovare una soluzione pacifica e duratura al problema del Tibet attraverso il dialogo, nello spirito della comprensione e della disponibilità.

Con le mie preghiere,

Dalai Lama

28 Marzo 2008

http://www.dalailama.com/news.220.htm

Il Tibet non è libero
Mar 26th, 2008 by admin

26 Marzo 2008 - I MONACI AI GIORNALISTI: ‘IL TIBET NON E’ LIBERO!’

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Una tragedia sul tetto del mondo
Mar 25th, 2008 by admin

Repubblica — 25 marzo 2008   pagina 45   sezione: CULTURA

Xizang, “la Dimora del Tesoro occidentale”, è il nome cinese del Tibet. Una nazione che per il Dalai Lama subisce un «genocidio etnico». Per l’ opinione pubblica dei paesi democratici è la vittima di sopraffazioni in cui si rivela il volto più brutale del regime cinese. La rivolta iniziata il 10 marzo a Lhasa è stata definita l’ ultima battaglia anti coloniale, il sussulto di un popolo oppresso nell’ impero multietnico dominato da Pechino. Per la maggioranza dei cinesi, invece, lo Xizang è sempre stato loro. Lo studiano nei manuali di storia fin dalle elementari. Per loro il coro di solidarietà internazionale verso i tibetani è la versione aggiornata del perfido imperialismo anti cinese, che portò l’ Inghilterra, la Russia, il Giappone, a violentare l’ integrità territoriale dell’ Impero Celeste nel XIX e nel XX secolo. LEGGI TUTTO … Read the rest of this entry »

Repressione e violenza: il linguaggio di Pechino
Mar 23rd, 2008 by admin

LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE NON DEVE PERDERE L’OCCASIONE DELLE OLIMPIADI DI PECHINO PER AIUTARE IL TIBET NELLA SUA LOTTA PER L’AUTONOMIA

Repressione e violenza: l’unico linguaggio di Pechino 

Anthony M. Quattrone  LEGGI TUTTO … Read the rest of this entry »

La Cina: schiacceremo i ribelli del Tibet
Mar 23rd, 2008 by admin

Repubblica — 23 marzo 2008   pagina 12   sezione: POLITICA ESTERA

DHARAMSALA - Pechino insiste: sono solo 19 e tutte cinesi le vittime delle rivolte tibetane. Neanche i quattro manifestanti che la polizia ha ammesso di aver ucciso «per legittima difesa» nel Sichuan occidentale figurano nella lista, nonostante le foto e le testimonianze di almeno cento morti denunciati dalle fonti tibetane in esilio a Dharamsala. Il tentativo di demonizzare le proteste e di attribuirle unicamente alla «cricca del Dalai lama» è adesso affidato alla stampa governativa, che ha sollevato anche lo spauracchio dell’ estensione delle proteste a ridosso delle regioni dove già si battono da anni per l’ indipendenza i musulmani uiguri dello Xinjiang. Il commento più significativo è stato pubblicato dal Quotidiano del Popolo, l’ organo di stampa ufficiale del regime: «La Cina deve risolutamente stritolare la cospirazione del sabotaggio e schiacciare le forze d’ indipendenza tibetane», ha scritto. Il sito Xinjiang news ha a sua volta accomunato il separatismo uiguro, taiwanese e tibetano allo stesso disegno: «Dividere la madrepatria». Tutti «ritengono le Olimpiadi un’ occasione d’ oro», continua l’ editoriale, e «se non rompono qualcosa non si sentono soddisfatti, perché comunque non otterranno il loro scopo di danneggiare l’ immagine della Cina». Il nervosismo di Pechino è palpabile. Ed è all’ origine della decisione - comunicata nei giorni scorsi ai network televisivi stranieri - di impedire qualsiasi trasmissione dal vivo da Piazza Tienanmen durante i Giochi Olimpici. Il divieto non è stato motivato, ma sembra dovuto al timore che la presenza delle telecamere possa incoraggiare manifestazioni politicamente sgradite nel luogo-simbolo della capitale, già teatro della sanguinosa repressione del 1989. Mentre l’ esercito continua ad affluire nelle regioni tibetane dove si segnalano nuove proteste, come in Amdo, Gansu e Sichuan, l’ utilizzo dei media è diventata anche una delle armi per convincere i cittadini a denunciare i sospettati di attività indipendentiste riconosciuti nelle foto segnaletiche fatte circolare su giornali, tv e siti web. Contemporaneamente, sul piano internazionale non c’ è alcun segno di cedimento alle richieste di contenere le repressioni e aprire il paese a ispezioni indipendenti, come ha chiesto la presidente della Camera Usa Nancy Pelosi nella sua visita a Dharamsala. Senza citarla per nome, il portavoce del governo Qin Gang ha polemizzato apertamente con la sua visita, respingendo «ogni incoraggiamento e supporto agli schemi secessionisti della cricca del Dalai lama», perché «violano tutti i principi delle relazioni internazionali»; e in ogni caso «i progetti di coloro che vogliono usare il Dalai Lama per altri scopi sono destinati a fallire». In aggiunta, Gang ha elencato la lista dei «numerosi paesi che sono al fianco della Cina», almeno cento secondo i calcoli dell’ agenzia ufficiale Xinhua. Ieri però anche la Casa Bianca ha chiesto un’ indagine per stabilire il trattamento dei prigionieri dopo le rivolte, e il candidato repubblicano alla presidenza, John McCain, ha detto che la repressione anti-tibetana è «inaccettabile». Duro anche il giudizio del presidente del Parlamento europeo Hans-Gert Poettering: «Pechino dovrebbe immediatamente trattare con il Dalai lama - ha detto -. Se continueranno a non esserci segnali di compromesso, il boicottaggio (delle Olimpiadi) sarebbe una misura giustificata». Analogo il giudizio del ministro degli Esteri tedesco Walter Steinmeier, mentre la presidenza dell’ Unione europea considera il boicottaggio dei Giochi «controproducente». Per saperne di più www.xinhuanet.com/english/ www.chinapost.com.tw www.freetibet.org La Cina e il tibet - RAIMONDO BULTRINI

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/03/23/la-cina-schiacceremo-ribelli-del-tibet.html

La Pelosi incontra il Dalai Lama. Inchiesta internazionale sul Tibet
Mar 22nd, 2008 by admin

Repubblica — 22 marzo 2008   pagina 14   sezione: POLITICA ESTERA

DHARAMSALA - Bambini delle scuole, monaci e laici, vecchi tibetani in abiti tradizionali con le bandierine del Tibet e degli Stati Uniti infilate nei cappelli, i tradizionali cilindri per le preghiere in mano. Il tempio delle cerimonie religiose a Dharamsala era gremito fino all’inverosimile per accogliere la speaker della Camera Usa Nancy Pelosi e la sua delegazione in visita alla città d’ esilio del Dalai lama. Una sfida aperta alla Cina, direttamente accusata dall’inviata americana di nascondere ciò che succede in Tibet. L’ incontro era in programma da tempo, ma «non sapevo che ci saremmo incontrati in circostanze così tristi e drammatiche», ha detto alla folla raccolta per ascoltarla. L’ esponente democratica non ha deluso le aspettative dei profughi: «Riconosciamo la sofferenza del popolo tibetano dentro e fuori dal Tibet», ha detto. «Siamo qui ad unirci a voi per accendere la luce della verità su ciò che succede nella vostra madrepatria». Pelosi l’ ha definita «una sfida alla coscienza del mondo»: «Se gli amanti della libertà di tutto il mondo non parlano dell’ oppressione cinese in Cina e Tibet - ha detto - avremmo perso tutta l’ autorità morale di parlare di diritti umani in ogni parte del globo». Nell’incontro con i giornalisti, l’inviata americana ha annunciato la richiesta di una «indagine esterna indipendente» per scoprire le vere cause delle violenze sul Tetto del mondo. «La nostra delegazione - ha spiegato - proporrà una risoluzione per un’ inchiesta che assicuri l’ assoluta mancanza di ogni legame tra il Dalai lama e le violenze in Tibet». Per questo la Cina - ha precisato - dovrebbe autorizzare «l’ ingresso di ispettori e giornalisti per vedere di prima mano che cosa sta accadendo». Nancy Pelosi ha ripetuto che gli Stati Uniti non sono favorevoli al boicottaggio dei Giochi Olimpici, «ma non mi sorprende l’ uso della violenza da parte dei cinesi». E «quel che è peggio - ha aggiunto - è che i cinesi chiamino il Dalai Lama un bugiardo, un’ accusa che non ha senso». A confermare che la sua non è solo la posizione dei democratici è intervenuto un altro membro della delegazione, il repubblicano James Sensenbrenner: «Nel Congresso americano - ha detto ai cronisti - non c’ è divisione tra democratici e repubblicani sulla protezione della cultura tibetana e l’eliminazione delle repressioni contro i tibetani». L’ eco delle dure dichiarazioni degli esponenti statunitensi a Dharamsala non ha avuto reazioni ufficiali a Pechino, ma ieri è circolata la notizia del divieto di tutte le dirette televisive da piazza Tien An Mien, comprese quelle dei grandi network Usa come Nbc che hanno pagato centinaia di milioni di dollari. Le autorità hanno reso pubblica su siti internet e media nazionali una lista di 21 «super-ricercati» tibetani accusati delle violenze che sono costate la vita a 13 cinesi nella capitale del Tibet. La popolazione è invitata a identificare e denunciare i colpevoli in cambio di premi, e secondo fonti ufficiali due di loro sarebbero già stati arrestati e un terzo si sarebbe autoconsegnato. Ma dopo l’ ultimatum di lunedì scorso, c’ è adesso un’ altra data, il 25 marzo, per quanti vorranno ammettere di aver partecipato a manifestazioni a Lhasa e altrove. Anche sul numero degli arresti, come su quello delle vittime, c’ è un’ enorme differenza tra le fonti cinesi (che parlano d 19 vittime cinesi, 24 arresti e 170 «autoconsegnati») e dei tibetani in esilio, secondo i quali almeno 99 persone sono state uccise e oltre mille recluse. - RAIMONDO BULTRINI

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/03/22/la-pelosi-incontra-il-dalai-lama-inchiesta.html

Il Dalai Lama: Pronto a dimettermi se anche il mio popolo diventa violento
Mar 19th, 2008 by admin

Repubblica — 19 marzo 2008   pagina 8   sezione: POLITICA ESTERA

DHARAMSALA - Il Dalai Lama dice senza mezzi termini che è pronto a «dimettersi» se la situazione in Tibet dovesse finire «fuori controllo». Lo fa davanti a una piccolo gruppo di giornalisti internazionali venuti qui con noi nella sua residenza circondata da una folla di fedeli in preghiera. Una frase ad effetto che ha fatto presto il giro del mondo, anche se il suo significato è stato da molti interpretato come una rinuncia al ruolo «divino» di Dalai Lama, una carica - almeno finora - non certo elettiva. Da almeno sei secoli infatti, per i buddisti tibetani la sua mente è capace di tornare nella forma umana del leader spirituale dopo ogni morte fisica. Per chiarire meglio questo e altri aspetti emersi nella conferenza stampa, il Dalai Lama ci ha concesso un colloquio esclusivo nel suo ufficio privato. In che senso ha parlato di dimissioni, Santità? «A quanti mi hanno accusato di non volere fermare le proteste in corso, ho semplicemente spiegato che io non sono un dittatore, che dice alla sua gente: fai questo, non fare quello. Ho precisato che sono semmai un portavoce del mio popolo. Ma se la maggioranza dei tibetani dovesse prendere la strada della violenza, allora la mia risposta sarebbe quella che ho già dato dopo gli incidenti dell’ 88: complete dimissioni dal mio ruolo di loro rappresentante». I cinesi continuano però ad accusare lei di aver istigato le rivolte. «Sì, dicono che i miei seguaci bruciano i negozi, uccidono innocenti… Ho già detto molte volte: non usate violenza. Bruciare è violenza, uccidere è violenza. LEGGI TUTTO … Read the rest of this entry »

Comunicato stampa del Dalai Lama
Mar 18th, 2008 by admin

PRESS RELEASE Dalai Lama  - Dharamsala 18 Marzo 2008

Vorrei cogliere quest’occasione per esprimere la mia più profonda gratitudine alla comunità internazionale, sia per la sua preoccupazione nei riguardi degli ultimi terribili accadimenti in Tibet, sia per i suoi tentativi di cercare di convincere le autorità cinesi ad usare la massima moderazione durante le manifestazioni.  LEGGI TUTTO … Read the rest of this entry »

Puntualizzazione del Dalai Lama
Mar 18th, 2008 by admin

Durante una riunione con alcuni rappresentanti dei Media questo pomeriggio, Sua Santita’ ripete’ quello che disse pi? di quindici anni fa a Jonathan Mirsky dell’Observer, Londra: ’se la maggioranza dei tibetani in Tibet ricorresse alla violenza nella lotta per la liberta’, Sua Santita’ non avrebbe altra scelta che di dimettersi da portavoce del popolo Tibetano. Sul problema dell’indipendenza, Sua Santita’ riaffermo’ che cio’ che sta chiedendo e’ una significativa autonomia per il Tibet. Sua Santita’ ha inoltre ricordato ai Media di evitare di citarlo fuori dal contesto. Chhime R. Chhoekyappa Secretary to His Holiness the Dalai Lama http://www.dalailama.com/news.219.htm

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