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Lhasa, Pechino ha mandato al patibolo altri quattro tibetani
Oct 23rd, 2009 by admin

Tibet: proteste contro Pechino

Tibet: proteste contro Pechino

Lhasa, Pechino ha mandato al patibolo altri quattro tibetani
Secondo il Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia, la sentenza di morte è stata emessa l’8 aprile. Non si fermano i massacri contro l’etnia, dopo le proteste del 14 marzo dello scorso anno. La Corte intermedia del Popolo di Lhasa, capitale del Tibet, ha eseguito lo scorso 20 ottobre la condanna a morte comminata l’8 aprile contro quattro tibetani per la loro presunta partecipazione alle proteste di massa avvenute lo scorso anno nella città. La condanna è stata eseguita immediatamente ai danni di Lobsang Gyaltsen, Loyak, Penkyi e un quarto di cui non si conosce il nome. La sentenza è stata supervisionata ed approvata dal comune. I media cinesi non hanno riportato in alcuna forma la notizia, resa pubblica dal Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia. Secondo tale fonte, il corpo di Lobsang Gyaltsen, proveniente dalla periferia di Lhasa, è stato consegnato alla famiglia e poi immerso nel fiume Kyichu. Non si sa se l’appello formalizzato dagli avvocati difensori dei quattro e presentato alla Corte Suprema sia stato preso in esame. Secondo le fonti ufficiali, l’8 aprile la Corte intermedia del popolo ha condannato soltanto due degli accusati (Lobsang Gyaltsen e Loyak) alla pena di morte. Altri due (Thenzin Phuntsok e Kangtsuk) avevano ricevuto la sospensione della condanna, mentre un quinto (Dawa Sangpo) è stato condannato all’ergastolo. L’accusa per i cinque è quella di aver dato fuoco ad alcuni negozi di Lhasa, causando la morte di sette persone, durante gli scontri del 14 marzo. Il 21 aprile, la stessa Corte ha condannato altri tre tibetani (Chime, Penkyi della contea di Nyemo e un suo omonimo di Sakye) alla pena di morte, poi sospesa; a dieci anni di galera e all’ergastolo. Il Centro tibetano esprime “molta preoccupazione” per la sorte di coloro che sono in attesa di giudizio. Il governo cinese, al momento attuale, è quello che esegue più condanne a morte al mondo. Secondo gli attivisti per i diritti umani, Pechino dovrebbe mostrare equilibrio e soprattutto garantire ai propri cittadini un processo equo: questo vale per tutte le etnie che vivono in Cina. La pena di morte, sostengono i dirigenti del Centro tibetano, “non si è mai dimostrato un deterrente valido al crimine, quindi non può essere usato per giustificare nulla”. Secondo i media statali, le condanne a morte dei tibetani “servono per rispondere e calmare la rabbia del popolo”. Ma questo, conclude il Centro, “non può essere un discorso accettabile, da nessun punto lo si guardi”.(AsiaNews)

Tibet, scoperto un enorme giacimento di metano fra i ghiacci
Oct 17th, 2009 by admin

Il Potala, il Palazzo del Dalai Lama a Lhasa

Il Potala, il Palazzo del Dalai Lama a Lhasa

Tibet, scoperto un enorme giacimento di metano fra i ghiacci
Potrebbe rappresentare l’indipendenza energetica della Cina. Ma gli idrati di metano, conosciuti anche come “ghiaccio che brucia”, sono anche uno degli agenti più inquinanti al mondo. Nella tundra tibetana “è nascosto il segreto per l’indipendenza energetica della Cina, che vede aprirsi la strada verso uno sviluppo ecosostenibile e senza petrolio”. Lo ha dichiarato ieri un rappresentante del ministero cinese per la Terra e le risorse, che ha spiegato: “Sotto i ghiacci di Tibet e Qinghai i nostri geologi hanno trovato il più grande giacimento sotterraneo  di idrati di metano”. Il combustibile, noto come “ghiaccio che brucia”, è caratteristico del sottosuolo cinese: per forma e spessore, assomiglia all’acqua solidificata. Ma se viene bruciato, sprigiona energia pulita: il metano è infatti un combustibile pulito, che emette diossido di carbonio e acqua. Come il gas naturale, può essere trasportato tramite tubi, navi o camion. Secondo il ministero, si tratta della più importante scoperta geologica mai avvenuta in Cina sin dal 1959, quando vennero trovati alcuni depositi di petrolio. Il valore energetico stimato della nuova riserva di “ghiaccio che brucia” è equivalente a 255,5 miliardi di barili di greggio: all’incirca, 200 volte la produzione interna di petrolio. Subito dopo l’annuncio, la Borsa di Shanghai ha visto schizzare il valore delle azioni di compagnie energetiche. Ma alcuni scienziati avvertono del pericolo connesso agli idrati: se liberati nell’aria, infatti, causano un inquinamento pari a 25 volte quello dell’anidride carbonica. Al momento, la riserva è protetta dal ghiaccio naturale che la ricopre, ma lo scioglimento progressivo delle calotte perenni rischia di liberarne la potenza distruttiva. Il professore Wu Qingbai, vice direttore del laboratorio di Stato di Lanzhou, la definisce “la più grave preoccupazione per il clima mondiale. Quando il mondo accusa la Cina di inquinare, pensiamo alle macchine e alle industrie. Ma se c’è davvero questa riserva, può fare danni pazzeschi”. (AsiaNews/Agenzie)

Tibetani e indiani in marcia contro i 60 anni di violenze della Cina
Oct 1st, 2009 by admin

I festeggiamenti per i 60 anni della Repubblica popolare cinese sono la celebrazione di “60 anni di violenze, bugie e oppressioni contro i popoli del Tibet, del Turkestan orientale e della Cina”. È quanto affermano i leader del Congresso dei giovani tibetani (Cgt)

I festeggiamenti per i 60 anni della Repubblica popolare cinese sono la celebrazione di “60 anni di violenze, bugie e oppressioni contro i popoli del Tibet, del Turkestan orientale e della Cina”. È quanto affermano i leader del Congresso dei giovani tibetani (Cgt)

La massiccia presenza dell’esercito cinese in Tibet costituisce una minaccia “alla sovranità e all’economia dell’India”. La politica di Pechino verso le minoranze “sbagliata e disastrosa”. I festeggiamenti per i 60 anni della Repubblica popolare cinese sono la celebrazione di “60 anni di violenze, bugie e oppressioni contro i popoli del Tibet, del Turkestan orientale e della Cina”. È quanto affermano i leader del Congresso dei giovani tibetani (Cgt), gruppo in esilio che lotta per i diritti della popolazione, mentre migliaia di indiani e tibetani, uniti, protestano a New Delhi contro le “violente repressioni” perpetrate da Pechino. Come già avvenuto in occasione dei Giochi olimpici, il Partito comunista ha messo in scena uno spettacolo “per migliorare l’immagine della Cina nel mondo” e conquistare il ruolo di “leader negli affari globali”, ma la sfilata di “armi e tecnologia” militare durante la parata mostrano il vero volto del Paese: “un avvertimento al mondo – sottolineano i giovani tibetani – di cosa sia in realtà la cosiddetta ‘crescita pacifica’ della Cina”. Oggi Pechino celebra la potenza del gigante cinese, i miracoli in campo economico e lo sviluppo dell’apparato militare e dei progetti spaziali; a New Delhi, invece, migliaia di indiani e tibetani, hanno organizzato una protesta contro il “regime comunista cinese”. I leader di Cgt spiegano che “la massiccia presenza di militari in Tibet, costituisce una minaccia diretta alla sicurezza, all’economia e all’ambiente dell’India” e non nascondono le preoccupazioni per “le incursioni e le infiltrazioni dei cinesi in territorio indiano”. Il movimento giovanile ricorda “l’occupazione illegale” del Tibet, del Turkestan orientale e della Mongolia Interna” da parte del Partito comunista, che ha inoltre promosso una politica interna “sbagliata e disastrosa” causando la morte di “oltre 30 milioni di cinesi”. Il partito ha mantenuto il potere attraverso l’uso brutale della forza, perdendo così “il rispetto del suo popolo”. Fra i tanti episodi vengono citati il massacro di piazza Tiananmen, nel 1989, e le continue violazioni dei diritti umani in Tibet, nello Xinjiang, nella Manchuria e nella Inner Mongolia, che spesso sono sconfinate in “politiche del genocidio” che restano “impunite”. In Tibet, denunciano i leader del Cgt, si assiste a una continua immigrazione di cinesi di etnia Han, che hanno ridotto i tibetani a minoranza; la presenza di 500mila soldati dell’esercito, e la costruzione di strade, ponti e tunnel segreti, inoltre, serve a reprimere con maggiore velocità ed efficacia “qualsiasi forma di dissenso”. “Il governo cinese – aggiungono – è privo di qualsiasi legittimità in Tibet ed esercita il controllo con la forza militare” e sconfessa l’apparente politica di “società armoniosa” tanto cara al presidente Hu Jintao. “La Cina – concludono – ha votato l’adozione nel 1948 della Dichiarazione universale dei diritti umani all’Onu. Nonostante tutto, continua a violarla. Finché la voce dei tibetani, degli uiguri, e dei cinesi stessi non verrà rispettata, le celebrazioni del governo “saranno inutili”.(NC) (AsiaNews)

Sessant’anni di tirannia: le proteste dei tibetani. Decine d’arresti in Tibet ed in Nepal
Oct 1st, 2009 by admin

Le proteste dei tibetani a Delhi

Le proteste dei tibetani a Delhi

Mentre Pechino celebrava i sessant’anni della fondazione della Repubblica Popolare, in diverse parti del mondo i tibetani hanno inscenato manifestazioni di protesta per denunciare i soprusi e l’arroganza della Cina.
A New Delhi, la polizia indiana ha arrestato ventuno tibetani che, sventolando bandiere a lutto e avvolti nel vessillo tibetano, si erano riuniti di fronte all’ambasciata cinese, nella zona di massima sicurezza di Chanakyapuri. Gli attivisti, tutti appartenenti al
Tibetan Youth Congress, hanno cercato di oltrepassare il muro di cinta dell’ambasciata (nella foto l’arresto di un tibetano). “Si sono arricchiti succhiando il sangue del popolo”, ha dichiarato un manifestante ai giornalisti. Un altro tibetano ha così affermato: “Noi del Tibetan Youth Congress non possiamo stare a guardare, i cinesi arrivano persino a cercare pretesti per attaccare l’India, il paese che per noi è un esempio e per il quale siamo disposti anche a sacrificare le nostre vite”.

Contemporaneamente, a Dharamsala, reggendo uno striscione con la scritta “Sessant’anni di Tirannia”, le maggiori Organizzazioni non Governative tibetane chiedevano la fine “dell’oppressivo regime comunista cinese” e invocavano l’avvento della democrazia in Cina e nelle altre regioni sotto il colonialismo di Pechino. In un comunicato congiunto, l’Associazione delle Donne Tibetane, il movimento Gu-Chu-Sum, il Partito Democratico del Tibet e la sezione indiana del gruppo Studenti per un Tibet Libero così dichiarano: “Le ONG tibetane, in solidarietà con il popolo della Cina, del Tibet e del Turkestan Orientale, si schierano unite contro il dispotico dominio del governo cinese”. “Nonostante i grandi cambiamenti e il progresso economico di questi ultimi sessant’anni, al popolo cinese sono ancora negati i fondamentali diritti umani”, prosegue il comunicato.
Queste le parole di Tsewang Rigzin, presidente del movimento Tibetan Youth Congress: “Oggi il regime comunista cinese celebra i sessant’anni della sua fondazione e noi siamo qui per denunciare i sessant’anni della brutale occupazione e oppressione del Tibet e del popolo tibetano”.

A Kathmandu, poliziotti in assetto antisommossa hanno fermato almeno trentotto tibetani che stavano protestando davanti a un edificio dell’ambasciata cinese. I manifestanti, sventolando bandiere tibetane, gridavano: “Non esistono diritti umani in Tibet” e “Vogliamo un Tibet libero”. Chabiraman Bhattarai, un ufficiale di polizia, ha dichiarato all’agenzia Afp che ‘’saranno rilasciati dopo le indagini necessarie”.
Notizie dell’ultim’ora, diffuse dall’agenzia
Associated Press, riferiscono che i tibetani arrestati nella capitale nepalese sono una settantina.

Una spettacolare dimostrazione si è tenuta anche a New York, di fronte all’Empire State Building, illuminato con luci rosse e gialle in onore della celebrazione del sessantesimo anniversario della Repubblica Popolare. Un folto gruppo di tibetani e loro sostenitori hanno contestato la decisione dell’amministrazione cittadina alzando cartelli e striscioni in cui si denunciava la “vergognosa illuminazione” dell’edificio. Gridando slogan, i dimostranti spiegavano ai turisti che “la Cina racconta bugie e l’Empire State Building l’aiuta a mentire”.

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