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Sessione inaugurale della conferenza “La mente nelle scuole filosofiche indiane e nella scienza moderna”
December 31st, 2017 by admin

Sua Santità il Dalai Lama si rivolge al pubblico durante la celebrazione del Giubileo d’oro del Central Institute of Higher Tibetan Studies a Sarnath, 1 gennaio 2018. Foto di Tenzin Phuntsok

30 dicembre 2017, Sarnath, Varanasi, India – Quest’anno ricorre il 50° anniversario dalla fondazione del Central Institute of Higher Tibetan Studies (CIHTS) di Sarnath e Sua Santità il Dalai Lama ha raggiunto Varanasi dove è stato accolto in aeroporto da Geshe Ngawang Samten e da alcuni funzionari indiani. Arrivato al Campus dell’Istituto sembrava che tutti gli studenti, attuali e passati, si fossero riuniti per dargli il benvenuto e partecipare alla cerimonia.

Nonostante il cielo grigio, la nebbia, l’umidità e il freddo Sua Santità era di ottimo umore e ha scambiato battute e scherzato con le persone che erano venute a salutarlo, mentre si incamminava verso il grande tendone nel parco dell’Istituto.

Nel suo discorso di benvenuto, Geshe Ngawang Samten ha espresso la grande gioia che la presenza del Dalai Lama aggiungeva alla celebrazione; ha dato il benvenuto agli oltre 250 alumni provenienti da diverse parti del mondo per partecipare alla conferenza sulla “Mente nelle Scuole Filosofiche indiane e nella Scienza Moderna” e alla celebrazione del Giubileo d’oro dell’Istituto. Ha osservato che l’interazione tra diverse scuole filosofiche è una tradizione indiana di lunga data. La mente è un argomento che interessa tutti per il ruolo che la trasformazione mentale dimostra avere nel raggiungimento della felicità e della pace. Negli ultimi 20 anni, ha aggiunto, anche la scienza ha iniziato ad interessarsi alla mente. Nel frattempo, CIHTS ha continuato ad esplorare e promuovere la combinazione di approcci antichi e moderni all’istruzione.

Geshe Ngawang Samten ha poi invitato Sua Santità a inaugurare la conferenza con il suo intervento di apertura.

Stimate sorelle e stimati fratelli” ha esordito come sua consuetudine “è un grande onore partecipare a questo importante incontro. Il XXI secolo è appena iniziato e dunque possiamo ancora sperare in un cambiamento positivo. Come esseri umani siamo dotati di un’intelligenza notevole, eppure tendiamo a metterla al servizio di scopi distruttivi. Siamo inclini a seguire la nostra secolare tendenza a pensare di poter risolvere i problemi ricorrendo all’uso della forza. Ma la realtà in cui viviamo è cambiata e questo mondo di pensare è ormai obsoleto. Tutti i 7 miliardi di esseri umani che vivono su questo pianeta dipendono gli uni dagli altri. Facciamo parte di un’economia globale che rende insignificanti i confini nazionali. Inoltre, siamo tutti soggetti agli effetti del cambiamento climatico.
“Invece di cercare di risolvere le nostre divergenze con la forza, dobbiamo parlare e instaurare un dialogo. Il dialogo non è affatto un segno di debolezza, ma di saggezza: è un approccio realistico. Il possesso di armi nucleari non è di alcun aiuto, perché se fossero usate il risultato sarebbe solo l’annientamento di entrambe le parti, senza alcun vincitore. Nonostante ciò, troppe persone pensano che armi sempre più potenti siano la sola risposta e per questo continuano a finanziare le spese militari”.

Perché avviene tutto questo? Perché non usiamo correttamente la nostra intelligenza, quando cediamo alla rabbia e ad altre emozioni distruttive. Questo è il motivo per cui dobbiamo discutere su come insegnare ai giovani l’importanza di coltivare una mente compassionevole e allo stesso tempo una visione più realistica”.

L’educazione moderna è dominata da obiettivi materiali e non dedica tempo e risorse allo sviluppo dei valori interiori. Ho grande rispetto per tutte le tradizioni religiose, che possono essere un’ispirazione formidabile. Tuttavia, le tradizioni indiane che includono le pratiche di shamatha e vipashyana hanno raggiunto una comprensione particolarmente accurata del funzionamento della mente e delle emozioni. Vipashyana significa analizzare la realtà, mentre shamatha comporta focalizzare la nostra energia mentale. Le spiegazioni del funzionamento della mente e delle emozioni si trovano nella letteratura religiosa, ma oggi possono essere studiate in modo accademico”.
“Siamo qui per assicurare la felicità di tutti gli esseri umani. Nel contesto dell’unicità dell’umanità, quando gli altri soffrono, come possiamo rimanere indifferenti? Noi buddhisti preghiamo per il benessere di tutti gli esseri senzienti, ma gli unici esseri che possiamo davvero aiutare sono i nostri simili. Qui, in questo incontro, dobbiamo guardare al futuro, piuttosto che soffermarci sul passato”.

Nel preambolo alla prima sessione della conferenza, il moderatore José Cabezon dell’Università della California, Santa Barbara, ha reso omaggio al Central Institute of Higher Tibetan Studies e ha espresso la sua gratitudine per il modo in cui ha formato non solo diverse generazioni di tibetani, ma anche per l’apertura e l’ospitalità con cui ha accolto gli studenti stranieri.

Cabezon ha presentato il primo oratore, la professoressa Shubada Joshi che ha insegnato filosofia all’Università di Mumbai per più di quarant’ anni. Nel suo discorso, la docente ha discusso il concetto di mente nella scuola di pensiero Samkhya, una delle tradizioni più antiche dell’India. I Samkhya sono una scuola realistica, per la quale solo la materia è reale e che sulla base di ciò cerca di porre fine alla sofferenza. Questa scuola identifica due elementi, prakrti o materia, e purusha o spirito. Secondo i Samkhya, la conoscenza di ciò che è manifesto, di ciò che non è manifesto e del conoscitore sono necessarie per eliminare la sofferenza che nasce da cause corporee, naturali o soprannaturali. In altre parole, i Samkhya forniscono un background filosofico per la pratica dello yoga.

Sua Santità ha osservato che è evidente che in India ci sono stati molti insegnanti estremamente brillanti anche tra le tradizioni non buddhiste, come ricordato anche nelle opere di Aryadeva, Dignaga e Dharmakirti. Anche Bhavaviveka ha composto una sorta di enciclopedia del pensiero indiano. Cabezon ha aggiunto che la regola del Vinaya che impone ai monaci buddhisti di non impiegare più di un terzo del loro tempo nello studio del pensiero filosofico delle scuole non buddhiste dimostra che c’era un grande interesse a farlo.

La professoressa Rupa Bandyopadhyay, specializzata in Advaita e Madhva Vedanta e insegnante di filosofia da oltre 30 anni presso l’Università di Jadavpur, ha iniziato la sua presentazione soffermandosi sul concetto di mente da una prospettiva Advaita, ovvero come pura coscienza. Ha aggiunto che alcune scuole, come le tradizioni di Nyaya e Vaisheshika, considerano la mente un organo di senso interno e accettano una pluralità di menti, mentre l’Advaita Vedanta nega questa concezione e concorda sul fatto che la mente è un’entità inanimata, inconscia, non eterna, composita, che nasce dal fuoco. Il punto di vista Advaita è che la mente svolge un ruolo importante nel costituire l’individualità della persona.

Il professor S.R. Bhatt, eminente filosofo e sanscritista, un’autorità in cultura indiana antica, buddhismo, giainismo e Vedanta, ha poi introdotto Sachchidanand Mishra, professore di filosofia all’Università Indù di Banaras e profondo conoscitore della logica e dell’epistemologia indiana. Nel presentare il concetto Nyaya di “mente eterna”, ha spiegato che la scuola Nyaya non solo accetta la dualità di materia e mente, ma aggiunge un altro elemento: l’anima, mente e corpo. La scuola Nyaya accetta anche l’osservazione e l’inferenza come basi per la maggior parte delle ricerche scientifiche.

Sua Santità ha osservato che fino alla fine del XX secolo gli scienziati hanno concentrato la loro ricerca sul cervello, piuttosto che sulla mente, ma che questo approccio sta cominciando a cambiare, in particolare dopo la scoperta della neuroplasticità. Ha accennato alle prove di bambini che hanno ricordi nitidi della loro vita precedente e di casi di praticanti spirituali i cui corpi rimangono integri per parecchio tempo, anche dopo essere stati dichiarati clinicamente morti. Finora gli scienziati non hanno ancora una spiegazione per questi fenomeni, anche se alcuni stanno cercando di capire come studiarli.

Swami Atmapriyananda ha un dottorato di ricerca in fisica teorica ed è Vice Rettore del Ramakrishna Vivekananda Educational and Research Institute. Nella sua presentazione ha parlato del significato del Dharma, come di qualcosa che tiene insieme. Mettendo in discussione ciò che realmente costituisce il progresso di una civiltà, ha sottolineato che oggi vi è un bisogno urgente di quello che i buddhisti chiamano “la retta visione’, che in termini Vedanta è chiamato ‘risveglio della consapevolezza intuitiva’, e in termini yogi la ‘luce della saggezza superiore’.

Bhagchandra Jain è professore e capo del Dipartimento di Filosofia Jain presso l’Università R.R. Sanskrit di Jaipur. Nello spiegare la natura e la funzione della mente nel giainismo, ha detto che la mente è a volte chiamata sesto senso. La mente è di due tipi: coscienza e mente materiale. Senza la mente materiale, la coscienza non può funzionare. È un mezzo di conoscenza, ma dipende dagli altri sensi per conoscere gli oggetti esterni. La mente è un fattore comune in tutte le cognizioni indirette ed è in grado di cogliere il passato e il futuro.

Sua Santità ha espresso il suo apprezzamento per la grande varietà di punti di vista filosofici presenti nel pensiero indiano e ha osservato che tale eterogeneità esiste anche all’interno della tradizione buddhista. Ha citato il consiglio del Buddha: “O monaci, proprio come il saggio testa l’oro bruciando, tagliando e sfregando, esaminate a fondo le mie parole e accettarle solo dopo averle analizzate, non solo per devozione nei miei confronti”.
La conferenza si è poi interrotta per il pranzo, per poi riprendere nel pomeriggio. Sua Santità parteciperà domani alla sessione mattutina della secondo giornata. http://it.dalailama.com/news/2017/sessione-inaugurale-della-conferenza-la-mente-nelle-scuole-filosofiche-indiane-e-la-scienza-moderna


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