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Insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama al T.C.V. Choglamsar di Leh
August 3rd, 2018 by admin

Sua Santità il Dalai Lama durante la sua visita alla scuola Choglamsar di Leh, Ladakh, India, il 1° agosto 2018. Foto di Tenzin Choejor

1 agosto 2018, Leh, Ladakh, India – Questa mattina Sua Santità il Dalai Lama ha fatto visita alla scuola Choglamsar del Tibetan Children’s Village dove, al suo arrivo, già lo attendevano tibetani di tutte le età e gruppi di musicisti per dargli il più festoso dei benvenuto. Camminando dalla sua auto al palco coperto, allestito nel cortile della scuola, Sua Santità si è fermato di tanto in tanto per benedire gruppi di anziani, infermi e portatori di handicap che lo aspettavano. I funzionari scolastici e l’ex membro del Rajya Sabha, Thiksey Rinpoche, lo hanno accolto sul palco, mentre nel frattempo la banda degli studenti eseguiva gli inni nazionali tibetano e indiano.

Il direttore della scuola, Chemey Lhundup, ha poi presentato una breve relazione sui recenti sviluppi dell’istituto, concentrandosi in particolare sulla creazione di un’unità per la cura dei bambini con bisogni speciali e l’introduzione di personale e strutture specificamente dedicate a loro. Il progetto è stato sostenuto dal Dalai Lama Trust.

Gli studenti si sono esibiti in una danza tradizionale tibetana.

Nella sua ampia relazione sull’insediamento tibetano di Sonamling, il capo rappresentante Tseten Wangchuk ha reso omaggio al defunto Sonam Dawa, consigliere del villaggio di Thiksey, deceduto all’inizio di quest’anno. Ha ricordato che il Geshe ha sempre insegnato il buddhismo in maniera semplice e accessibile, con grande beneficio per tutti. Il villaggio con il tempo è stato dotato di strutture mediche, permettendo così di prevenire le malattie e fornire cure a coloro che ne avevano bisogno. Lo staff della clinica Men-tsee-khang visita abitualmente anche le aree più remote del Ladakh per offrire diagnosi e assistenza. I nomadi che vivono a Chang Tang, per esempio, sono sotto la tutela dell’insediamento tibetano, così come i residenti a Leh.

Il rapporto ha menzionato le iniziative a favore dell’igiene, in linea con la campagna promossa dal governo indiano, e le opere di trivellazione per affrontare la scarsità di acqua sostenute da Save the Children. Si sono tenute poi le celebrazioni in occasione del centenario dalla nascita di Bakula Rinpoche e, a luglio, i rappresentanti degli insediamenti hanno fatto visita alla comunità musulmana tibetana di Srinagar. Il portavoce dell’insediamento ha concluso il suo intervento con una preghiera per la lunga vita di Sua Santità e con l’auspicio che i suoi desideri vengano esauditi.

Il programma della giornata prevedeva poi una danza tradizionale, eseguita da alcune donne del Sonamling Settlement, mentre il rappresentante del Tibetan Children’s Village ha chiesto a Sua Santità di presentare ai leader Ladakhi presenti tra gli ospiti dei doni a nome della comunità.

“Rendo omaggio ad Avalokiteshvara” ha esordito Sua Santità. “Oggi sono arrivato in questo insediamento, dove sono presenti un gran numero di studenti e, da tibetano della Terra delle Nevi, vi parlerò in tibetano. La maggioranza dei tibetani, in Tibet e in esilio, ripone in me grande fiducia, quindi vorrei dire loro qualche parola”.

“Il Tibet è spesso chiamato il Tetto del Mondo. Un archeologo cinese mi ha detto che i resti che ha analizzato suggeriscono che i primi insediamenti umani in Tibet risalgono a 35.000 anni, un’epoca lontanissima da qualsiasi punto di vista. Un tempo il paese era conosciuto con il nome Shang-Shung. Poi, nel VII secolo, il re Songtsen Gampo sposò una principessa cinese e una nepalese e grazie a queste due donne si creò la connessione con il buddhismo. Il re spronò la creazione della scrittura tibetana, basata sul Devanagari e la sua grammatica”.

“Nell’VIII secolo, quando il re Trisong Detsen volle stabilire il buddhismo in Tibet, invitò Shantarakshita. Questo grande studioso del Nalanda introdusse le istituzioni monastiche quali luoghi di studio. Fondò il primo monastero a Samye, dove esistevano strutture destinate esclusivamente ai monaci che rispettavano il celibato e conferì l’ordinazione ai primi sette tibetani, per vedere se erano in grado di mantenere i voti”.
“Sotto la sua direzione iniziarono i lavori di traduzione in tibetano della letteratura buddhista, in gran parte sanscrita, con il risultato che oggi è giunta fino a noi la collezione dei 100 volumi del Kangyur, le parole del Buddha, e i 225 volumi del Tengyur, i trattati dei successivi maestri indiani. Trisong Detsen ha anche introdotto l’approccio allo studio che seguiamo ancora oggi: memorizzare il testo radice, studiare i commentari e dimostrare ciò che abbiamo imparato attraverso il dibattito, confutando i punti di vista altrui, affermando i nostri e replicando alle critiche e alle obiezioni che ci vengono mosse”.

“Shantarakshita era un erudito eccezionale, un grande filosofo e logico, come dimostrano i suoi scritti. Sotto la sua guida, la lingua tibetana è stata profondamente arricchita nel corso del processo di traduzione dal sanscrito. Successivamente, attraverso lo studio e la pratica, i tibetani hanno reso possibile la preservazione del buddhismo. Si stima che i commentari dei maestri tibetani siano più di 40.000”.

“I nostri antenati tibetani hanno soddisfatto i desideri dei tre grandi – Padmasambhava, Shantarakshita e Re Trisong Detsen – e hanno diffuso il buddhismo in tutto il Tibet. E noi, che siamo venuti dopo di loro, abbiamo mantenuto viva la tradizione”.

“Affidarsi esclusivamente alla citazione scritturale per dimostrare la verità dell’insegnamento del Buddha non è corretto poiché esistono delle incoerenze tra i vari testi. Successivamente, i logici classificarono le Scritture, indicando quali erano quelle su cui si poteva fare affidamento come definitive e quelle da considerare provvisorie. Il parametro che avevano adottato era la logica e la ragione e gli studenti che prima stavano dando una dimostrazione di dibattito fanno parte di questa tradizione”.

“Lo stile con cui noi tibetani affrontiamo il dibattito può differire per certi versi da quello del Nalanda. Nel XII secolo, Sakya Pandita compose un trattato completo sulla logica, in base al quale Chapa Chökyi Sengey stabilì le regole e lo stile del dibattito che valgono ancora oggi. Una conseguenza di ciò è che lingue come l’hindi, l’inglese e il cinese non riescono a rendere l’accuratezza con cui le idee buddhiste e le argomentazioni logiche sono espresse in tibetano. Sei milioni di tibetani non sono che una goccia nell’oceano di 7 miliardi di esseri umani oggi vivi, eppure è nella nostra lingua che il buddhismo può essere spiegato e compreso nel modo più preciso”.

Sua Santità ha fatto notare che è soprattutto la formazione nella logica e nel ragionamento argomentato che ha permesso agli studiosi tibetani di interagire in modo proficuo con gli scienziati contemporanei. I tibetani hanno imparato molte cose sul mondo materiale e gli scienziati hanno imparato a conoscere la mente, in altre parole la conversazione è stata di reciproco vantaggio. Lo studio della scienza è diventato parte integrante del programma di studi dei grandi monasteri. Questa innovazione significa che i monasteri ora assomigliano molto di più all’Università Nalanda, per come era stata descritta da Bhavaviveka: un luogo dove conviveva una vasta gamma di opinioni e punti di vista.

“Abbiamo incontrato molte difficoltà” ha proseguito Sua Santità “ma lo spirito tibetano è forte. Non ci opponiamo al popolo cinese, ma ai membri del partito comunista cinese, alla loro mentalità ristretta e intransigente che ci ha sempre causato grandi difficoltà. Finché i tibetani cercheranno di preservare la propria identità e unicità, questi integralisti continueranno a interpretare erroneamente la questione come una istanza separatista. Nel corso della nostra lotta non violenta, migliaia di monasteri e templi sono stati distrutti e i monaci sono stati sottoposti a trattamenti brutali”.

“L’insegnante di Jamyang Sheypa, che ho incontrato durante il mio viaggio in Cina nel 1954, è stato sequestrato dopo il 1959 e condannato alla pena capitale. Prima dell’esecuzione chiese di poter pregare per qualche istante:

Con la benedizione dei miei santi lama
Vorrei che le sofferenze degli esseri senzienti
maturassero su di me
E tutta la mia virtù e felicità venisse data loro.

“Allo stesso modo, un altro monaco che conoscevo è rimasto recluso nel sistema carcerario cinese per 18 anni prima di poter venire in India. Quando gli ho chiesto delle sue esperienze, mi ha detto di aver affrontato più volte un grave pericolo. Pensando si riferisse al pericolo di essere ucciso, gli ho chiesto di parlarne. Mi rispose di aver rischiato più volte di perdere la compassione per i suoi persecutori cinesi”.

“Abbiamo profondamente assimilato il buddhismo dal momento in cui è stato introdotto in Tibet nell’VII secolo. I comunisti cinesi hanno adottato qualsiasi mezzo per fare il lavaggio del cervello ai tibetani, cercando di annientare la nostra cultura e la nostra identità, ma invano. La nostra determinazione è stata incrollabile. Oggi, molta gente presta attenzione al buddhismo tibetano, anche i 400 milioni buddhisti che vivono in Cina”.

ocumenti storici ci dicono che nel VII, VIII e IX secolo fiorirono tre imperi – quello cinese, quello mongolo e quello tibetano – e nei documenti cinesi non si fa alcun riferimento al fatto che il Tibet facesse parte della Cina”.

“Il Pandit Nehru mi disse che gli Stati Uniti non sarebbero mai entrati in conflitto con la Cina per il Tibet e che prima o poi avremmo dovuto parlare con i cinesi. Abbiamo fatto appello all’ONU ma senza molto successo e nel 1974 abbiamo deciso di non cercare più l’indipendenza, ma di avviare un dialogo. Il nostro approccio della via di mezzo è sostenuto dalla maggioranza dei tibetani in Tibet e in esilio. Credo che se il popolo cinese capirà che i tibetani non vogliono l’indipendenza avranno meno motivi per opporvisi. La Cina è cambiata così tanto negli ultimi 40 anni che penso che potremmo aspettarci un’ulteriore evoluzione positiva”.

Sua Santità ha osservato che i tibetani del Ladakh hanno fatto tutto il possibile per mantenere vive le loro conoscenze e la loro cultura. In altre parti del mondo, ha affermato, i tibetani sono apprezzati per le loro maniere gentili e la loro integrità. Ha accennato al suo “pensionamento” nel 2011 e al trasferimento della sua responsabilità politica a una leadership democraticamente eletta. Ha poi aggiunto che se un tempo il buddhismo tibetano era chiamato “lamaismo”, oggi c’è il riconoscimento universale del fatto che il buddhismo tibetano rappresenta in realtà la tradizione indiana del Nalanda.

Sua Santità ha concluso il suo discorso con un aneddoto, ormai piuttosto famoso. Nel 1954, durante la sua visita in Cina, Mao Zedong volle sapere se il Tibet avesse una propria bandiera nazionale. Il Dalai Lama gli rispose di sì e Mao allora gli suggerì di farla sventolare accanto alla bandiera rossa. Pertanto, quando i cinesi si lamentano perché vedono in giro le bandiere tibetane bisognerebbe ricordare loro che fu Mao Zedong in persona a chiedere al Dalai Lama di esporle.

Nel suo intervento di ringraziamento, Dhondup Tsering ha detto a Sua Santità che la sua gentilezza non potrà mai essere ripagata ma che, a nome dei tibetani negli insediamenti e nelle zone nomadi, prega per la sua lunga vita e perché i suoi desideri siano realizzati.

http://it.dalailama.com/news/2018/visita-alla-scuola-choglamsar-di-leh

Un particolare ringraziamento per la traduzione e per la sua amorevole gentilezza alla Dr.ssa Carolina Lami.


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