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1959, Battaglia di Lhasa: dove tutto ha avuto inizio
December 13th, 2018 by admin
A Lhasa, nel marzo 1959, la Cina ha soffocato le proteste, massacrando migliaia di civili e, in violazione degli accordi sottoscritti nel 1951, ha sciolto il governo tibetano trasformando il Tibet in una provincia cinese. È stato l’inizio della politica con cui il PCC ha deciso di ignorare il diritto internazionale e di rispondere alle proteste nel mondo diffondendo fake news. Il 2019 segnerà il sessantesimo anniversario della Battaglia di Lhasa del 1959, una svolta cruciale nella storia delle violazioni dei diritti umani da parte del Partito Comunista Cinese (PCC) in aperta sfida alle norme e alle convenzioni internazionali. Ciò che sta accadendo ora nello Xinjiang è la logica continuazione di una politica iniziata in Tibet negli anni 1950 . Per il PCC, il perseguimento dei propri interessi ideologici è più importante dell’immagine che esso ha a livello internazionale e delle pubbliche relazioni. Di fronte a critiche provenienti da tutto il mondo, la prima reazione del PCC consiste quindi nell’inventare fake news.

La maggior parte di ciò che in precedenza non era noto sulla Battaglia di Lhasa, almeno per i lettori occidentali che non hanno familiarità con la lingua cinese e tibetana, può essere ora trovato nell’edizione inglese del saggio Tibet in Agony: Lhasa 1959 di Li Jianglin, uno storico cinese che si è formato a livello accademico negli Stati Uniti d’America, dove vive. Il libro di Li, pubblicato dalla Harvard University Press nel 2016, è un’edizione aggiornata e ampliata del testo già pubblicato nel 2010 in cinese a Taiwan e a Hong Kong. Il saggio costituisce lo studio definitivo sull’argomento.

Il punto chiave del pensiero di Li è che la maggior parte delle incomprensioni sul Tibet si basano su una conoscenza incompleta della geografia. Cos’è esattamente il Tibet? Se per Tibet si intende l’area in cui la maggioranza della popolazione parla la lingua tibetana e crede nella religione buddista tibetana, allora il territorio attuale di ciò che la Cina definisce Regione autonoma del Tibet (TAR) comprende solo la metà di esso. L’altra metà comprende le regioni tradizionalmente chiamate Amdo e Kham, oggi divise tra le province cinesi del Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan. Quest’area più ampia è chiamata dai geografi e dagli storici «Tibet etnico», mentre l’attuale TAR è il «Tibet politico». Il fatto che il Tibet fosse giuridicamente indipendente prima dell’invasione cinese del 1950 costituisce un problema complesso dal punto di vista storico e giuridico.

Nessuno dubita, tuttavia, che esso godesse di una indipendenza di fatto e che, ai fini pratici, fosse governato dal Dalai Lama e dal suo governo. Questa constatazione si riferisce al territorio dell’attuale TAR (più l’area chiamata Chamdo, che i cinesi occuparono nel 1950 e separarono dal Tibet politico). Prima che il PCC salisse al potere nel 1949, sia la Cina sia il Tibet rivendicavano la sovranità sull’Amdo e sul Kham, ma nessuna delle due potenze le controllava. La miriade di piccole realtà in cui queste due regioni erano suddivise era governata dagli abati dei monasteri buddisti o da capi tribù ereditari.

Dai documenti menzionati da Li emerge con assoluta chiarezza che il presidente Mao(1893-1976) aveva deciso sin dalla propria ascesa al potere di impadronirsi di tutto il Tibet e di farne una provincia cinese . Tuttavia, al fine di evitare o di limitare le reazioni internazionali, Mao riteneva che questo dovesse essere fatto gradualmente e con pazienza.

In primo luogo, Mao si era assicurato il controllo dell’Amdo e del Kham, aree culturalmente e religiosamente tibetane, ma non controllate dal governo tibetano di Lhasa. Già la Cina repubblicana aveva suddiviso questi territori in varie province cinesi, ma si trattava di una divisione puramente teorica, poiché in realtà questi territori continuavano a essere retti dai propri governanti tradizionali. Mao si era invece rapidamente sbarazzato dei governanti tradizionali , convertendo la teoria repubblicana in pratica comunista.

Secondo, il Tibet politico, oltre alla capitale Lhasa, consisteva di sei suddivisioni principali. La parte più orientale, al confine con il Kham, si chiamava Chamdo. Dopo essere salito al potere nel 1949, Mao aveva ripreso le antiche pretese cinesi secondo le quali il Chamdo non faceva parte del Tibet. Aveva quindi creato il Comitato comunista di liberazione del Chamdo, che si era ribellato all’autorità di Lhasa. Nell’ottobre 1950, le truppe cinesi avevano invaso la regione proclamandone l’autonomia sotto il governo del Comitato di liberazione del Chamdo (successivamente è stato assorbito dal TAR).

Nel 1950 Mao riteneva prematuro che l’esercito cinese marciasse verso Lhasa. Non che avesse molto da temere dall’esercito tibetano, piccolo e scarsamente armato. Temeva però le reazioni internazionali. L’occupazione del Chamdo aveva comunque mandato un chiaro messaggio ai tibetani, che, nel 1951, avevano dovuto firmare, sotto costrizione, l’Accordo in Diciassette Punti di Pechino. Questo accordo conteneva tre punti fondamentali. Anzitutto si riconosceva che il Tibet facesse parte della Cina. Secondo, si prometteva che esso avrebbe continuato a essere amministrato internamente dal proprio governo, e dalle tradizionali strutture religiose e sociali, mentre la Cina avrebbe gestito gli affari esteri. In terzo luogo, si permetteva che un massiccio contingente di soldati cinesi stazionasse a Lhasa e infine si dava libero sfogo alla propaganda del PCC in Tibet.

Nel 1950, l’attuale Dalai Lama aveva quindici anni. Era un giovane precoce e imparava rapidamente, ma era ancora uno studente (fino al 1959, uno dei suoi compiti principali consisteva nel prepararsi per gli ultimi esami universitari) e doveva fare affidamento sui suoi tutori, consiglieri e ministri, alcuni dei quali, come ora sappiamo, erano agenti del PCC che facevano il doppio gioco. Come viene precisato nel saggio di Li, il Dalai Lama ha creduto fino alla fine (e, in un certo senso, anche dopo) di poter trattare con il PCC. Li afferma che, all’epoca, quasi nessuno in Tibet aveva compreso pienamente la strategia di Mao e e anche successivamente solo pochi studiosi l’hanno capita. Fra l’altro, i documenti chiave sono stati declassificati o sono trapelati solo recentemente.

Mao aveva avviato la “sinizzazione” del Tibet etnico iniziando dal Kham e dall’Amdo a metà degli anni 1950 . Ciò significava che la secolare struttura sociale era stata distrutta, che diversi capi tradizionali erano stati arrestati o giustiziati, che i monasteri buddisti erano stati chiusi e alcuni addirittura distrutti. Gli storici occidentali hanno a lungo creduto che Mao abbia commesso un errore, che consisterebbe nel non aver previsto che la brutale e prematura sinizzazione del Kham e dell’Amdo avrebbe provocato una rivolta in queste aree. Infatti, migliaia di persone si unirono alla guerriglia dei Difensori della fede Chushi Gangdruk , i quali, nonostante l’equipaggiamento inadeguato, alla fine riuscì a infliggere gravi perdite ai cinesi. Inoltre la sinizzazione avrebbe infiammato i sentimenti anti-comunisti nel Tibet politico, dove i rifugiati di queste regioni avevano iniziato a fuggire.

In realtà, i documenti portati alla luce da Li dimostrano che è vero il contrario. Mao aveva creato scientemente le condizioni per una rivolta nel Kham e nell’Amdo, e desiderava con tutto il cuore che nel Tibet politico scoppiasse presto una rivolta anti-cinese. E tanto più violenta fosse stata, tanto meglio sarebbe stato. Ciò avrebbe dato al PCC il pretesto per occupare il Tibet e rimuovere il governo del Dalai Lama, sostenendo a livello internazionale di stare semplicemente difendendo le truppe e i cittadini cinesi di Lhasa dai “banditi reazionari”. La corrispondenza segreta di Mao mostra quanto spesso egli avesse rimproverato i dirigenti locali del PCC che avevano cercato di prevenire l’insurrezione, laddove invece le istruzioni di Pechino erano di provocarla.

Mao però non era onnisciente, nonostante gli storici comunisti cinesi abbiano successivamente sostenuto il contrario. Mentre dapprima aveva considerato irrilevante il fatto che il Dalai Lama potesse fuggire all’estero, alla fine aveva ordinato che ciò non accadesse. Infatti il Dalai Lama era riuscito a fuggire in India grazie al coraggio delle proprie guardie del corpo e alla loro superiore conoscenza dei sentieri sulle montagne himalayane e non perché Mao, nella sua magnanimità, gli avesse permesso di farlo. Per diversi anni il presidente cinese rimase incerto di come l’Occidente avrebbe reagito all’invasione del Tibet, anche se nel 1957 disponeva di due elementi di conforto. Primo, nel 1956 l’Occidente non aveva reagito all’invasione sovietica della ben più vicina Ungheria. Secondo, il primo ministro indiano Jawaharlal Nehru (1889-1964), come ora si apprende da documenti indiani recentemente declassificati, lo aveva assicurato non solo che l’India non avrebbe interferito, ma che pure gli era stato detto dal presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower (1890-1969) che nemmeno l’America sarebbe andata in guerra per il Tibet.

Così, alla fine degli anni 1950, Mao non solo aveva ordinato all’esercito di rendere la repressione della resistenza buddista del Kham e dell’Amdo il più brutale possibile, bombardando i monasteri e distruggendo statue venerate del Budda, ma aveva anche detto ai rappresentanti del PCC e ad agenti nel Tibet politico di moltiplicare le provocazioni, sperando che a Lhasa sarebbe presto esplosa una rivolta. Il 24 giugno 1958, Mao dichiarava in un documento segreto che il PCC avrebbe dovuto favorire «una ribellione su vasta scala in Tibet. Tanto più grande, tanto meglio».

Una delle provocazioni consisteva nel diffondere la voce che il PCC avesse intenzione di rapire il Dalai Lama per portarlo a Pechino. Questa strategia ha avuto successo e, quando il 10 marzo 1959 il giovane Dalai Lama ha accettato l’invito a partecipare a uno spettacolo di danze cinesi al comando militare dell’esercito cinese di Lhasa, la voce che il PCC stesse per realizzare il proprio piano di sequestro si è diffusa a macchia d’olio nella capitale tibetana. Una grande folla si radunò pertanto attorno alla Norbulingka, la residenza del Dalai Lama, onde impedirgli di uscire. Vennero urlati slogan contro Mao, ma non fu esploso nemmeno un colpo contro l’esercito cinese. L’unica vittima della prima giornata fu infatti un uomo politico tibetano favorevole al PCC, riconosciuto e ucciso dalla folla.

All’insaputa dei tibetani e del mondo, tranne forse dell’Unione Sovietica e dell’India, che diffidando dei propri “amici” cinesi continuavano a spiarli, Mao disponeva di un piano dettagliato per l’invasione e aveva schierato a ridosso del confine con il Tibet politico un potente esercito, di cui facevano parte corpi d’élite che avevano combattuto nella Guerra Cilvile e nella Guerra di Corea. Ciò prova che Mao sapeva già prima del 10 marzo che in ogni caso l’invasione avrebbe avuto luogo. Tra il 10 e il 20 marzo, la tensione a Lhasa era aumentata. I cinesi avevano apertamente esibito la propria artiglieria pronta a colpire i palazzi storici e i monasteri tibetani. I Difensori della fede Chushi Gangdruk arrivarono a Lhasa dalle montagne, e anche questo era ciò che Mao voleva, ossia quella che chiamava la «vecchia tattica cinese» che consiste nel far venire i topi allo scoperto per poi ucciderli tutti. Anche monaci e civili iniziarono ad armarsi con fucili e cannoni del secoli XIX , le uniche armi disponibili in città.

Mentre il Dalai Lama credeva ancora di poter negoziare, e scriveva umili lettere ai comandanti dell’esercito cinese, Mao aveva già ordinato di aspettare pazientemente che i tibetani «sparassero i primi colpi », per poter iniziare la guerra dicendo al mondo che fosse «difensiva. Non tutto però ha funzionato esattamente come Mao aveva previsto. Infatti il comandante dell’esercito cinese a Lhasa, il generale Tan Guansan (1908-1985), sentendosi minacciato, non attended un verosimile primo colpo tibetano, né le truppe di rinforzo che stavano arrivando dalla Cina, iniziando quella che sarebbe state poi chiamata la Battaglia di Lhasa del 20 marzo. Tan ha distrutto con l’artiglieria diversi templi tibetani ed edifici storici, compresa la Norbulingka, facendo uccidere senza pietà soldati, miliziani e civili tibetani che tentavano di difenderli. In una rara dimostrazione di perdono, Mao non punì il generale per aver agito prima di ricevere gli ordini di Pechino, poiché ammirava la ferocia con cui la resistenza tibetana era stata stroncata. Tuttavia, durante la Rivoluzione Culturale, i vecchi peccati sono tornati a perseguitare il generale Tan e i suoi principali collaboratori in Tibet. Tan è stato perseguitato, anche se è sopravvissuto e in seguito riabilitato, ma altri personaggi del PCC in Tibet che durante la Battaglia di Lhasa avevano svolto chiave sono stati giustiziati.

La Battaglia di Lhasa è durata solo quattro giorni: all’esercito cinese non servì molto tempo a per domare contadini e monaci armati in modo primitivo. Tutti ciò che i tibetani hanno potuto ottenere è stato quindi portare in salvo il Dalai Lama in esilio in India, dove tuttora si trova. Il numero delle vittime tibetane è ancora un segreto militare strettamente custodito in Cina, ma probabilmente si tratta di migliaia di persone (mentre la propaganda cinese insiste a dire che sarebbero state solo centinaia). Molti altri tibetani sono stati arrestati e deportati, e di questi molti sono morti in prigione.

La Battaglia di Lhasa ha posto fine al Tibet tradizionale e autonomo, ha sciolto il governo del Dalai Lama, ha ridotto la libertà religiosa e ha trasformato il Tibet politico in una provincia della Cina, ribattezzata pomposamente ma in modo fuorviante «regione autonoma ». La battaglia ha insegnato anche due lezioni importanti a chi studia la storia del PCC o analizza l’attuale persecuzione di altre minoranze etniche e religiose. Primo, il PCC è disposto a perseguire le proprie politiche anche a prezzo di un considerevole biasimo a livello internazionale. Ciò che era accaduto in Ungheria nel 1956 veva confermato al PCC che l’Occidente non era pronto a mandare i propri soldati a “morire per Budapest”, e tanto meno per Lhasa o per lo Xinjiang (che alcuni siano invece morti per Saigon è una questione diversa e più complessa). In secondo luogo, il PCC non si limita a ignorare le proteste che giungono da tutto il mondo, perché ha appreso con l’esperienza che organizzare campagne di fake news è più economico e semplice che fare la guerra.

Nel 1959 non esistevano Internet e i social media. Tuttavia il PCC ha ottenuto un notevole successo relativo nel raccontare al mondo la propria versione dei fatti. Sono state diffuse fake news secondo cui i tibetani avevano avviato la rivolta senza essere provocati e che le masse erano manipolate dal governo reazionario del Dalai Lama. Invece è vero il contrario, perché Mao ha fatto tutto il possibile per istigare la rivolta, e il Dalai Lama e il suo governo hanno tentato ogni cosa per impedirla e negoziare. Perfino la propaganda del PCC non è riuscita a spacciare una parte della storia: infatti nessuno al di fuori della Cina ha davvero creduto che il Dalai Lama fosse stato “rapito” da “reazionari”, né che Mao magnanimamente ne avesse facilitato la fuga. Tuttavia su Wikipedia e altrove è ancora possibile trovare altre leggende, compresa quella secondo cui la CIA avrebbe organizzato la rivolta. La CIA si era interessata sì al Tibet, e nel 1957 aveva addestrato a Okinawa e a Saipan sei membri dei Difensori della fede Chushi Gangdruk , paracadutando poi cinque in Tibet una radio (il sesto si era sparato accidentalmente su un piede ed era rimasto a Okinawa). La radio era cruciale, in quanto la missione di quegli uomini consisteva essenzialmente nel perforare la cortina informativa che i cinesi avevano eretto e trasmettere alla CIA rapporti di prima mano su ciò che stava accadendo piuttosto che organizzare o condurre una rivolta.

Il libro di Li è uno strumento eccellente per sfatare un buon numero di fake news. Quanti però leggono i libri accademici pubblicati dalla Harvard University Press piuttosto che affidarsi alla propaganda cinese molto più facilmente accessibile ?

di Massimo Introvigne (Roma, 14 giugno 1955) è un sociologo italiano delle religioni. È il fondatore e il direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni (CESNUR), una rete internazionale di studiosi di nuovi movimenti religiosi. Autore di una settantina di libri e di più di 100 articoli nel campo della sociologia della religione, è stato l’autore principale dell’Enciclopedia delle religioni in Italia. Membro del comitato editoriale dell’Interdisciplinary Journal of Research on Religion e del comitato direttivo di Nova Religio, pubblicato alla University of California Press, dal 5 gennaio al 31 dicembre 2011 ha avuto nell’ambito dell’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) il ruolo di “Rappresentante per la lotta contro il razzismo, la xenofobia e la discriminazione, con un’attenzione particolare alla discriminazione contro i cristiani e i membri di altre religioni”. Dal giugno 2012 al dicembre 2016 è stato coordinatore dell’Osservatorio della Libertà Religiosa, istituito dal ministero degli Esteri italiano per monitorare lo stato della libertà religiosa a livello mondiale.

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