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2 – Sua Santità il Dalai Lama spiega l’‘Ingresso nella Via di Mezzo” di Chandrakirti
Luglio 19th, 2020 by admin

Sua Santità il Dalai Lama: “Se qualcuno ti critica e tu sorridi, lo fai riflettere. La pazienza crea un karma positivo che avrà buoni effetti nella prossima vita. Ed ha benefici pratici già in questa vita.”

18 luglio 2020. Thekchen Chöling, Dharamsala, HP, India – Ancora una volta, questa mattina, Sua Santità il Dalai Lama è entrato nella stanza del webcast sorridendo. Ha salutato agitando la mano le persone che ha riconosciuto sugli schermi davanti a lui e si è seduto. Non ha perso tempo a riprendere la spiegazione dell'”Ingresso nella via di mezzo” di Chandrakirti.

“Come ho già detto, Chandrakirti era un grande filosofo ed un grande praticante. Come Nagarjuna, non è più con noi, poiché gli esseri umani vivono, al massimo, circa cento anni. Tuttavia, i suoi scritti sono sopravvissuti per più di mille anni. E tra queste opere, “Entrare nella Via di Mezzo” è particolarmente importante.

“Faccio spesso notare che questo Paese, l’India, ha prodotto un gran numero di pensatori e di filosofi. Essi sono esemplificati dai meravigliosi Diciassette Maestri di Nalanda, ognuno dei quali è stato molto acuto. Gli scritti di questi maestri indiani possono essere esaminati da un punto di vista laico, accademico, e combinati con una visione scientifica moderna. Ciò di cui hanno scritto è rilevante qui nel XXI secolo perché discutono della mente umana e delle emozioni e di come coltivare la pace della mente. Ognuno di questi argomenti può essere esaminato in modo accademico.

“Le mie conoscenze non sono più fresche come quelle di un giovane studioso, ma ho avuto l’opportunità di incontrare e parlare con scienziati, studiosi e leader, il che mi è stato utile. Sono attratto dalla scienza moderna e ne ho incoraggiato lo studio nei nostri monasteri. Infatti, il monastero di Drepung Loseling ha creato i suoi laboratori e la scienza è stata aggiunta al programma di studio.

“Come ho detto prima, l’antica conoscenza indiana rimane attuale perché i problemi di oggi nascono dalle emozioni e le soluzioni non si trovano attraverso la preghiera, ma attraverso l’analisi.

Abbiamo discusso l’importanza della comprensione della vacuità. Ora il testo si riferisce a pratiche che fanno parte della categoria del metodo, della generosità, dell’etica, della pazienza e così via. (V.1.9) Dovremmo donare a coloro che sono poveri ed in difficoltà, così come alle organizzazioni che fanno parte dell’ONU. La generosità attira l’amicizia.

“Nel mondo di oggi c’è un enorme divario tra ricchi e poveri. Eppure i nostri fratelli e sorelle poveri sono parte della comunità tanto quanto noi. Perciò è nell’interesse dei ricchi aiutare i poveri. Vedere le persone in povertà stimola non solo un senso di compassione, ma anche la volontà di aiutare in modo pratico.

“Il secondo capitolo riguarda l’etica e l’autodisciplina. La generosità non dovrebbe comportare lo sfruttamento. Dovremmo preoccuparci solo del benessere degli altri, non della nostra reputazione. C’è una notevole differenza tra una generosità calorosa ed una transazione commerciale. Osservare l’etica è di vantaggio in questa vita, ma è anche la base per il benessere della prossima vita.

“Il terzo capitolo tratta della pazienza. Se qualcuno ti fa del male, se t’arrabbi con lui non elimini il danno ti porta ad un risarcimento”: meglio perdonarlo e mettere da parte il malcontento. Quando siamo arrabbiati il nostro aspetto si distorce, ed a nessuno piace vedere un volto arrabbiato. La nostra capacità di dare buoni giudizi si deteriora. È come se la rabbia ci rendesse ciechi. La rabbia è il principale distruttore della nostra tranquillità. Danneggia persino la nostra salute fisica.

“Chandrakirti sottolinea che la generosità, l’etica e la pazienza appartengono alle pratiche del metodo che danno origine al corpo del Buddha. (V.3.12)

“Nel quarto capitolo osserva che, poiché la pratica dello sviluppo mentale non è facile, essa richiede determinazione e sforzo instancabile. Il quinto capitolo si riferisce alla concentrazione univoca.

“Il capitolo sesto tratta la responsabilità speciale di chi, riuscendo a vedere, deve guidare chi è cieco”. Siamo tutti esseri umani col desiderio ed il diritto di vivere una vita felice. Per aiutare coloro che sono ciecamente ignoranti, dobbiamo usare la conoscenza. In genere pensiamo che la fonte della felicità sia fuori di noi, quando in realtà viene da dentro. Dobbiamo sapere come sviluppare la pace interiore”.

Poi Chandrakirti si impegna a spiegare la tradizione di Nagarjuna, come spiegata nei suoi trattati. Molti maestri indiani hanno cercato di comprendere la realtà ultima attraverso l’indagine. Da qui sono nate quattro scuole di pensiero buddista: La Scuola della Grande Esposizione (Vaibashika), la Scuola dei Sutra (Sautantrika), la Scuola della sola mente (Chittamatra) e la Scuola della Via di Mezzo (Madhyamika).

La via di mezzo Conseguenzialista, alla quale appartiene Chandrakirti, afferma che le cose esistono solo per designazione. Sua Santità ha osservato che i maestri indiani come lui hanno usato la loro intelligenza al massimo. Chandrakirti afferma che Asanga e Vasubandhu non hanno compreso appieno l’esposizione di Nagarjuna, che affermava che le cose sono sorte in modo dipendente. Sorgono in dipendenza da altri fattori. Non esistono in sé e per sé.

Gli scienziati oggi possono spiegare delle cose che sono fisicamente evidenti, osservava Sua Santità, “ma non hanno molto da dire sulla mente e su altri fenomeni nascosti”. Allo stesso modo, la psicologia moderna è abbastanza rudimentale, mentre gli antichi ricercatori indiani hanno imparato molto sul funzionamento della mente.

“La Tradizione di Nalanda è andata in declino nella sua terra dorigine, ma la conoscenza che essa comporta è stata mantenuta viva nei secoli dai tibetani e, in qualche misura, dai mongoli.

“Il testo qui si riferisce a coloro che, a causa di disposizioni passate, avvertono un’impennata di gioia quando sentono degli insegnamenti sulla vacuità. I loro capelli si drizzano all’estremo, il che è un segno di interesse”. Sono i recipienti perfetti per contenere questo insegnamento. La settima strofa (V.6.7) termina, “prego tutti coloro che così aspirano di ascoltare questo cammino”.

Poi Sua Santità ha invitato il pubblico virtuale a porre domande, al che la moderatrice odierna, la dott.ssa Anita Dudhane, ha chiesto cosa può certificare l’esistenza di oggetti convenzionali. Sua Santità ha riconosciuto che si tratta di un punto importante, che tocca la demarcazione tra ciò che esiste e ciò che non esiste. I Conseguenzionalisti affermano che con la settuplice analisi nulla si trova. Se si cerca la vera identità di qualcosa, nulla può essere individuato. Eppure le cose esistono per convenzione accettata.

Sua Santità ha citato il primo verso del capitolo 22 della “Saggezza fondamentale della via di mezzo” di Nagarjuna:

Non é gli aggregati, né è diverso dagli aggregati,
Gli aggregati non sono in lui, né lui è negli aggregati.
Il Tathagata non possiede gli aggregati.
Cos’altro è il Tathagata?

Ha quindi aggiunto che spesso lo rielabora per riferirsi a stesso e ci riflette sopra:

Non sono né uno con gli aggregati, né diverso dagli aggregati,
Gli aggregati non sono in me, né io sono negli aggregati.
Non possiedo gli aggregati.
Cos’altro sono?

Le cose funzionano anche se non riusciamo a trovarne lidentità. Le cose, quando le analizziamo, non hanno esistenza in sé e per sé, ma concludiamo che esistono per convenzione. Sua Santità ha notato che Jé Tsongkhapa ha affermato che questo è il punto più difficile nella visione della Via di Mezzo: l’esistenza oggettiva è confutata, rimane solo la semplice designazione. Altrimenti sono previsti quattro errori logici.

Un assistente professore di Gangtok voleva sapere come le oscurazioni cognitive ci impediscono di vedere simultaneamente tutti i fenomeni. Sua Santità ha risposto che le due verità sono distinte. Comprendere il sorgere dipendente implica riconoscere che non si nega l’esistenza convenzionale, poiché le cose esistono in dipendenza da altri fattori. Forma e vacuità sono della stessa natura, ma sono concettualmente distinte. Finché non si raggiunge la Buddhità, le cose sembrano avere un’esistenza oggettiva. Anche un Bodhisattva del decimo livello, quando emerge dall’equilibrio meditativo, a causa di oscurazioni cognitive, vede ancora una tale apparenza.

Uno studente di Gangtok ha chiesto se anche il sorgere dipendente sia una mera imputazione mentale. Sua Santità ha risposto che quando si cerca l’identità delle cose non si riesce a trovarla, ma, sulla base dell’esperienza, non si può negare la loro esistenza. Come esistono? Per convenzione mondana. Non è necessario dimostrare la loro esistenza oggettiva, anche se la Scuola della Via di Mezzo Autonomista (Svantantantrika Madhyamaka) afferma tale esistenza e la Scuola della Sola Mente, pur rifiutando l’esistenza esterna, afferma comunque che la mente ha una qualche esistenza vera. Solo dopo aver eliminato l’oggetto della negazione si acquisisce la visione conseguenzialista: che le cose esistono nominalmente per designazione.

Rispondendo ad una domanda sull’insieme e sulle parti delle cose, Sua Santità ha affermato che i fenomeni esterni sono fatti di parti ed anche la coscienza è fatta di momenti. Ha i menzionato fenomeni composti e non composti, aggiungendo che la mente è descritta in termini di 51 fattori mentali http://www.sangye.it/altro/?p=6956.

Qualunque cosa esista”, ha aggiunto, “esiste in termini di insieme e delle sue parti”. Essi sono reciprocamente dipendenti, così come la causa e l’effetto sono reciprocamente dipendenti. Senza un effetto non c’è causa”.

Una domanda sulla meditazione come lo spazio e come un illusione ha spinto Sua Santità ad osservare che durante tali esperienze non c’è l’apparenza di oggetti, ma solo la vacuità. Quando si esce da una tale meditazione, si possono vedere le cose come illusioni. Tuttavia, la vacuità può essere posta solo in relazione ad un oggetto.

Ha suggerito di prendere l’esempio di una persona, pensando: “Io non esisto come appaio alla mia mente, ma non sono inesistente”. Questo è il mio corpo, ma non sono io. I pensieri nella mia mente sono parte della mia mente, ma non sono io”. Quando vedo che non esisto in questo complesso di corpo e mente, ha osservato, a volte devo toccarlo con la mia mano. Quando si fa questo tipo di analisi critica, non trovi te stesso, ma si può dire: “Io esisto”. Mi muovo, faccio delle cose”. Quindi, convenzionalmente non si può negare la propria esistenza, mentre non si può affermare di esistere per questa o quella qualità del proprio corpo e così via. Quando cerchi la tua identità, non riesci a trovarla. Senza fare un’analisi critica di come le cose esistono, ci si può accontentare del convenzionale: “Io esisto”.

Un’ultima domanda è arrivata da uno studente del Ladakh che ha chiesto come risolvere pacificamente con compassione ed amore le dispute di frontiera e la pandemia. Sua Santità ha riso ed ha dichiarato che la compassione e l’amore non possono dissipare la minaccia della pandemia. Tuttavia, ha detto, questo non significa che dobbiamo demoralizzarci o scoraggiarci, perché così facendo rischieremmo di indebolire il nostro sistema immunitario. Ha notato che anche Buddha Shakyamuni prendeva le medicine quando ne aveva bisogno.

Più state calmi, meno sarete ansiosi”. La Bodhicitta vi darà il coraggio e la determinazione di lavorare per gli altri”.

Traduzione da http://www.sangye.it/dalailamanews/?p=14204 del Dott. Luciano Villa del Centro Studi Tibetani Sangye Cioeling di Sondrio, il cui nome è stato conferito da Sua Santità il Dalai Lama. https://www.facebook.com/DalaiLamaItaliano/videos/1385963291600745, http://it.dalailama.com/videos/entrare-nella-via-di-mezzo


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