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Uiguri e tibetani sotto la stessa repressione
July 7th, 2009 by admin


La protesta delle donne Uigur
La protesta delle donne Uigur

Caccia all’uomo, uiguri nel mirino. Le violenze della polizia ad Urumqi sono simili a quelle di Lhasa nel marzo 2008. Pechino dovrebbe “imparare una lezione” dai moti dello Xinjiang: risolvere il problema tibetano in accordo con il Dalai Lama. Il capo spirituale dei tibetani esorta sempre alla non violenza, ma alla sua morte la frustrazione dei tibetani potrebbe sfociare in rivolta. “La politica del governo cinese verso gli uiguri è molto simile a quella verso il popolo tibetano. Uiguri e tibetani soffrono sotto la stessa occupazione, entrambi sono repressi e dominati e devono sopportare le stesse umiliazioni”. È il commento di Urgen Tenzin, direttore esecutivo del centro tibetani per i diritti umani e la democrazia (Tchrd) ad AsiaNews, sulla e la repressione della polizia cinese verso le manifestazioni di Urumqi e in altre città dello Xinjiang. L’unica differenza – spiega Tenzin – è che “a differenza degli Uiguri, il popolo tibetano ha una guida spirituale e morale nel Dalai Lama che di continuo sottolinea e invita tutti i tibetani a risolvere il problema del Tibet in modo non violento”. Le manifestazioni e gli scontri di questi giorni ricordano molto da vicino quanto è successo lo scorso anno in Tibet. Manifestazioni a Lhasa e in altre aree tibetane si sono trasformate in rivolte e violenze contro l’esercito e la popolazione han. Pechino ha accusato i tibetani di terrorismo e di voler minare le Olimpiadi con la violenza. “Questo giudizio [sulla violenza ] è una voce della propaganda ufficiale cinese. Nel marzo 2008 vi è stata una protesta generale, ma seguendo le indicazioni del Dalai Lama, ispirate al Mahatma Gandhi, essa doveva essere non violenta. Purtroppo, la macchina della propaganda cinese ha usato ogni manipolazione per mostrare le proteste come violente. Gli incidenti successi il 14 marzo – dove alcuni negozi di cinesi sono stati bruciati e alcuni di etnia han sono morti – sono scoppiati da una aspra provocazione. Ma la propaganda cinese ha mostrato a tutto il mondo “la violenza” dei tibetani. Ma tutto il mondo ha potuto vedere ovunque manifestazioni non violente di tibetani”. Secondo Tenzin, dalle manifestazioni e dalle violenze a Urumqi la Cina dovrebbe imparare una lezione: “La frustrazione dei tibetani aumentano; diveniamo sempre più stufi davanti alla mancanza di sincerità della Cina nel voler risolvere il problema tibetano. Pechino dovrebbe cercare di negoziare con il Dalai Lama e trovare una soluzione mentre egli è vivo. Nessuno di noi può prevedere cosa succederà alla sua morte. Fino ad ora egli predica e chiede la non violenza, ma in seguito…”. (Nirmala Carvalho AsiaNews)

Cina, strage nello Xinjiang

Una manifestazione di protesta della minoranza uigura a Urumqi viene repressa dalle forze dell’ordine: 140 morti e 800 feriti. E’ stato un massacro, con un numero di vittime già nettamente più alto delle rivolte del marzo 2008 in Tibet: a Urumqi, la capitale della provincia autonoma dello Xinjiang, ieri sera una manifestazione di protesta da parte della minoranza uigura è degenerata in scontri con le forze dell’ordine. Il bilancio provvisorio, fornito dall’agenzia Nuova Cina, è di 140 morti, oltre 800 feriti e 300 persone arrestate. Cifre che potrebbero peggiorare con il passare delle ore. Almeno un migliaio di persone (alcune stime dicono tremila) sono scese in piazza nel pomeriggio di ieri nel quartiere uiguro di Urumqi, protestando contro l’uccisione di due uiguri in una fabbrica di giocattoli nella provincia del Guangdong, nel sud-est del Paese, il 26 giugno. Quel giorno, gli operai di etnia Han (cinese) presero di mira sei colleghi uiguri accusati di aver stuprato due lavoratrici Han: nella gigantesca rissa rimasero ferite altre 118 persone. Di fronte al gonfiarsi della manifestazione a Urumqi, ieri sera la polizia ha tentato di erigere delle barricate, che sono state presto sopraffatte dai dimostranti. A quel punto sono intervenuti i blindati dell’esercito. Ora la situazione sembra essere tornata alla calma, ma nella zona degli scontri i negozi rimangono chiusi, così come le strade che portano nella città. Gli abitanti confermano che l’accesso a Internet è stato disattivato. Anche a Kashgar, l’altra città principale dello Xinjiang ma al contrario di Urumqi ancora a maggioranza uigura, le forze dell’ordine hanno intensificato la loro presenza. Le violenze, già con il bilancio di vittime attuale, fanno della rivolta il più sanguinoso sollevamento popolare in Cina negli ultimi dieci anni. Ma l’esatta dinamica dell’accaduto è ancora da appurare, e i media cinesi – come fecero l’anno scorso in Tibet – mettono l’accento sulla violenza dei dimostranti, che invece sostengono di aver messo in scena una manifestazione pacifica. Alcuni video messi in rete dagli attivisti uiguri sono stati presto tolti dalle autorità, che invece stanno facendo circolare immagini dei manifestanti che attaccano gli Han o la polizia, o ripresi mentre danno fuoco a dei veicoli; fonti cinesi contattate da PeaceReporter confermano come i media nazionali non facciano distinzione tra uiguri e Han, riportando solo la cifra delle vittime e scaricando in generale le colpe sui rivoltosi. Come fa con quella che definisce “la cricca separatista del Dalai Lama” per il Tibet, Pechino ha già accusato l’attivista uigura in esilio Rebiya Kadeer – più volte candidata al Nobel per la Pace – di aver sobillato la rivolta. Comunque sia, gli eventi di Urumqi – una città di 2,3 milioni di abitanti che la sostenuta migrazione interna ha fatto ormai diventare al 70 percento cinese – riportano alla ribalta la frustrazione della comunità uigura dello Xinjiang. Nella sterminata provincia chiamata anche “Turkestan orientale” dai separatisti – un territorio grande cinque volte l’Italia e ricco di petrolio, ma popolato da solo 20 milioni di persone – questa minoranza centroasiatica musulmana rappresenta il 44 percento della popolazione, contro un 38 percento (e in crescita) di Han. Come i tibetani, gli uiguri lamentano di essere trattati come cittadini di seconda classe dai cinesi, la cui presenza sta lentamente erodendo la cultura e l’identità locale. La rissa mortale nel Guangdong arriva dopo diverse accuse di vera e propria “pulizia etnica” da parte degli Han nella provincia, a danno degli uiguri. E a Kashgar, da mesi le autorità stanno demolendo il caratteristico quartiere del vecchio bazar, trasferendo forzatamente le famiglie uigure in nuove costruzioni alla periferia della città.
Già la scorsa estate il problema dello Xinjiang era tornato di attualità, con tre successivi attacchi che nella prima metà di agosto causarono 30 morti. L’attentato più grave fu quello del 4 agosto, pochi giorni prima dell’apertura dell’Olimpiade di Pechino: un blitz contro un commissariato di polizia causò la morte di 17 agenti. Nei primi 11 mesi del 2008, nella regione sono state arrestate circa 1.300 persone per reati “relativi alla sicurezza”. E c’è da scommettere che, come accaduto al Tibet, anche lo Xinjiang – dove già sono in vigore alcune restrizioni – verrà ora reso sempre più off-limits per i visitatori stranieri, nell’anno in cui la Cina vorrebbe celebrare i 60 anni della Repubblica Popolare dando di sé l’immagine di una pacifica potenza in ascesa.

Alessandro Ursic http://it.peacereporter.net/articolo/16548/Cina%2C+strage+nello+Xinjiang

Chi sono gli Uiguri dello Xinjiang? L’altro Tibet di Pechino

Quali sono le cause delle violenze nello Xinjiang?
Lo Xinjiang, 20 milioni di abitanti e una superficie pari a cinque volte l’Italia, è una regione autonoma situata nel nord ovest della Repubblica Popolare cinese. È ricca di petrolio e gas naturale e già nel XIX secolo è stata al centro del «Great Game», la lotta fra la Russia, la Gran Bretagna e il moribondo Impero cinese per il controllo dell’Asia centrale. L’instabilità odierna deriva dai contrasti fra gli uiguri, nativi della regione, che vorrebbero l’indipendenza, e il governo di Pechino, interessato a mantenerne il controllo in chiave strategico-militare e come riserva di materie prime. Lo stesso nome Xinjiang, che in mandarino significa «Nuova frontiera», è ritenuto offensivo dagli uiguri che preferiscono chiamare il loro territorio Turkestan orientale.
Chi sono gli uiguri? Perché vogliono l’indipendenza?
Gli uiguri sono una minoranza di religione musulmana e turcofona che da secoli abita nello Xinjiang vivendo di pastorizia e di commercio lungo l’antica Via della Seta. Oggi rappresentano la maggioranza relativa della popolazione, il 46%, mentre il resto degli abitanti della regione sono cinesi di etnia Han (39%) e kazaki.
Quando iniziarono i contrasti con Pechino?

La cultura indipendentista nacque nei primi decenni del Novecento in opposizione ai signori della guerra che controllavano la regione in assenza di un governo stabile a Pechino. Negli Anni Trenta, durante la guerra civile cinese fra il Kuomintang di Chiank Kai Shek e l’esercito comunista di Mao Tse Tung, gli uiguri riuscirono a creare due stati indipendenti, la Prima (1934) e la Seconda Repubblica del Turkestan orientale (1944). Nel 1949, però, dopo la vittoria comunista costata la vita anche a Mao Tse Tan, fratello minore di Mao, il regime comunista riuscì a conquistare la regione e ad annetterla alla neonata Repubblica Popolare. Fra gli Anni Sessanta e gli Anni Settanta, in piena Rivoluzione culturale, Pechino ha rafforzato la sua politica coloniale favorendo l’insediamento di cinesi Han e provocando la reazione uigura.
Qual è la politica cinese nella regione?

Gli elementi più significativi sono la «sinizzazione» della popolazione attraverso gli incentivi per i cinesi Han che si trasferiscono nello Xinjiang, l’urbanizzazione e il sostegno allo sviluppo economico delle città. Di pari passo il governo mostra i muscoli con gli indipendentisti arrestando o costringendo all’esilio i loro leader. Molte ong accusano Pechino di violare i diritti umani e di reprimere le tradizioni degli uiguri per minare le basi della loro identità. L’ultimo episodio denunciato risale al marzo scorso quando il governo cinese ha annunciato di voler radere al suolo il bazar di Kashgar, luogo simbolo della cultura uigura, e di voler trasferire le 100 mila famiglie che vi abitano nei nuovi palazzi costruiti nella periferia della città. Rispetto alla religione musulmana Pechino ha sperimentato due strategie: di apertura negli anni Ottanta, di maggiore controllo negli anni più recenti.
Chi si batte per l’indipendenza dello Xinjiang?

Nella regione, oltre ai movimenti politici panturchi e al partito transnazionale del Turkestan, sono attivi anche alcuni gruppi estremisti come il Movimento islamico del Turkestan orientale e l’Organizzazione di liberazione del Turkestan orientale (Entrambi nella lista nera delle organizzazioni terroristiche stilata dagli Usa). Queste organizzazioni compiono attacchi contro l’esercito, gli abitanti di etnia Han e gli uffici governativi. Pechino li ritiene responsabili degli attentati che nell’agosto scorso hanno insanguinato la vigilia olimpica.
Ci sono rapporti fra questi gruppi e il terrorismo internazionale?
Un primo legame risale al 1979 quando i miliziani islamici uiguri vennero invitati da Pechino e dagli Usa a combattere contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Negli ultimi anni, invece, Pechino li ha accusati di avere rapporti con la rete di al Qaeda e di formarsi nei campi dei seguaci di Bin Laden. Dal 2002 alcune decine di combattenti uiguri sono stati fermati dai militari Usa impegnati in Afghanistan, e imprigionati a Guantamo. Nei mesi scorsi nove di loro sono stati liberati e trasferiti in Albania e alle Bermuda.
Dopo il 2001 lo scontro si è riacceso. Come mai?

Dopo l’11 settembre 2001 il governo cinese, in modo molto simile a quanto fatto da altri Paesi, ha iscritto lo scontro con i terroristi islamici interni nella narrazione della Guerra globale al terrorismo lanciata dagli Usa di Bush. Da allora gli attacchi degli indipendentisti e la repressione di Pechino si sono intensificati.
Perché si parla tanto dei tibetani e poco degli uiguri?

Sia l’annessione cinese del Tibet che quella dello Xinjiang risalgono al 1949 ed entrambe le regioni sono popolate da minoranze religiose. Ma, mentre i buddisti tibetani godono del sostegno della società civile internazionale e hanno un leader di riferimento come il Dalai Lama, gli uiguri pagano la diffidenza del mondo occidentale verso l’integralismo islamico.

FRANCESCO MOSCATELLI http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200907articoli/45308girata.asp

Xinjiang, riparte le rivolta islamica

Caccia all’uomo, uiguri nel mirino. I dati ufficiali parlano di 156 i morti

La giornata è iniziata con nuove tensioni a Urumqi, la capitale della regione musulmana cinese dello Xinjiang. Nella mattinata a Liuda Shichang, un mercato alle porte della città, uno dei centri degli scontri di domenica scorsa, a centinaia sono scese in strada a chiedere il rilascio degli arrestati nella giornata di ieri. In maggioranza donne e bambini sono arrivati piangendo ed urlando di fronte alla folla di giornalisti stranieri venuti ad ispezionare il luogo degli incidenti. «Liberate i nostri uomini» gridavano le donne. Secondo i loro racconti, la polizia è arrivata nel quartiere ieri sera intono alle 19 locali e arrestato tutti gli uomini. «Hanno portato via più di mille persone, uomini e ragazzi» raccontava confusamente una di loro, mentre mostrava le immagini dell’azione riprese con un telefono cellulare. «Mio padre e mio fratello sono stati arrestati ieri sera, e a noi è stato intimato di non uscire di casa» dice Noar Jiangma, una ragazzina di 15 anni. «È da ieri che l’esercito è stazionato qui, non ci lasciano uscire. Oggi sono scomparsi perchè sapevano che doveva arrivare la stampa straniera, ma ora eccoli lì che tornano».
Centinaia di forze armate speciali della polizia (PAP) e soldati dell’esercito hanno raggiunto la via principale Dawan Nanlu non appena le donne sono scese in strada. Autoblindati e mitragliette erano puntati sulla folla, un branco di poliziotti in civili accorsi a dar manforte. La dimostrazione pacifica è scemata in poco più di un’ora, quando i giornalisti sono partiti le donne erano già sulla strada delle proprie case. Tali incidenti «sono atti separatisti, organizzati e premeditati, guidati dall’estero da Rebiya Kadeer e dal Congresso Mondiale degli Uiguri», il movimento da lei presieduto, ha detto il sindaco della città Yisha Muli in conferenza stampa. Alle 22 di ieri sera, lunedì 6 luglio, il bilancio degli scontri contava 156 vittime, 1080 feriti, 260 automobili sfasciate, 209 negozi distrutti e due palazzi incendiati. «A partire dal 4 luglio Rebiya ha mobilitato attraverso la chat room QQ, i forum e i siti internet gli uiguri a radunarsi sulla Piazza del Popolo» ha spiegato.
Il Segretario del Partito Li Zhi gli ha fatto eco dicendo che «internet e le comunicazioni sono state interrotte per preservare la stabilità. Abbiamo le prove che le violenze sono atti di separatismo organizzati da Rebiya, per cui è necessario tagliare i loro i mezzi di comunicazione. Quando la situazione sarà normalizzata tutto sarà ristabilito». Secondo l’agenzia Xinhua 1434 sono gli arresti fino ad ora «Stiamo procedendo al fermo dei responsabili delle violenze di domenica secondo quanto stabilito dalla legge. Coloro che saranno ritenuti non colpevoli saranno rilasciati immediatamente» ha detto Li Zhi. Da stasera le tivvù locali trasmettono appelli a rispettare il coprifuoco e restare in casa, ed anche alla delazione, a denunciare i colpevoli delle violenze per assicurali alla giustizia. Ma gli han hanno già deciso di farsi giustizia da soli. Nel pomeriggio nel centro della città sono esplose le manifestazioni di cinesi han che hanno iniziato una caccia all’uomo diretta a scovare gli uiguri. Armati di bastoni, coltelli e manganelli gli han hanno marciato nelle strade, ingrossando le proprie fila ad ogni angolo di strada. La polizia è stata costretta lanciare lacrimogeni per disperdere la folla, che ha iniziato ad attaccare verbalmente anche i giornalisti stranieri, responsabili di «sostenere» gli indipendentisti. Da stesera nella città vige il coprifuoco. Fino a domani mattina l’invito è a restare nelle proprie case. Domani è l’ultimo dei tre giorni di sospensione delle attività e chiusura dei negozi decretati dal governo locale, e dopo le nuove tensioni scoppiate oggi ci si aspetta una risposta decisa delle forze dell’ordine oppure uno smorzamento delle proteste e il graduale ritorno alla normalità.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200907articoli/45294girata.asp#

E bravo Hu Jintao…




Secondo notizie di queste ore (19,30 di martedì 7 luglio 2009), centinaia di donne di etnia uigura hanno manifestato anche questa mattina ad Ürümci, capitale della Regione Autonoma dello Xinjang. Sembra dunque che la rivolta contro il regime coloniale cinese nel Turkestan orientale, esplosa domenica sera, continui e la situazione rimanga assai tesa. Evidentemente i massacri perpetrati dalla brutale repressione cinese, non sono riusciti a placare la collera degli uiguri che dal 1949 subiscono l’occupazione di Pechino. Le stime di ieri, già terribili, che parlavano di oltre 150 morti, un migliaio di feriti e più di 2000 arresti, parrebbero errate per difetto. Secondo quanto riporta l’agenzia Dossier Tibet”(www.dossiertibet.it), che ha un suo corrispondente nell’ovest cinese, i morti sarebbero addirittura 210. Inoltre i coloni di etnia han (cinese) avrebbero costituito bande paramilitari al comando di ufficiali in borghese della polizia armata che starebbero, prendendo d’assalto scuole, fabbriche, negozi, uccidendo barbaramente a colpi di arma bianca chiunque abbia l’aspetto di un uiguro. Testimoni riferiscono di numerose decapitazioni di donne e bambini.”Ora, anche mettendo in conto possibili esagerazioni, è indubbio che il maglio repressivo di Pechino stia oggi colpendo senza alcuna misericordia la popolazione uigura così come l’anno scorso aveva colpito quella tibetana. Così come da decenni si accanisce su tutti quanti si ostinano ad esprimere direttamente o indirettamente il proprio dissenso e continuano a rifiutarsi di farsi normalizzare all’interno della società armoniosa voluta dalla attuale leadership del Partito Comunista. Uiguri, tibetani, mongoli, praticanti della scuola religiosa Falun Dafa, militanti del sindacato clandestino, contadini coinvolti nelle innumerevoli proteste rurali… per tutti, l’unica risposta che Hu Jintao e il suo entourage sono in grado di dare, è quella della più ottusa e barbara violenza. Già Hu Jintao, proprio lui. Quel distinto signore dall’aria rassicurante, dalle sopracciglia vagamente brezneviane e dallo sguardo miope che in questi giorni si trova in visita in Italia accolto con calore e affetto da tutta la nomenklatura del Bel Paese. Sia dai signori del governo sia da quelli dell’opposizione. Hu Jintao, di cui l’ineffabile ex ambasciatore Sergio Romano ha da poco tessuto l’elogio in un algido articolo comparso sul Corriere della Sera (La mano tesa di Hu all’Europa, 5 luglio 2007) proprio il giorno in cui si consumava il massacro di Ürümci. Hu Jintao, sempre lui, che i goliardi del movimento studentesco l’Onda (freschi reduci dalle vibranti contestazioni a Gheddafi, che al confronto di Hu fa la figura di un monellaccio da strada, ma che aveva il grande torto di aver firmato un accordo con Berlusconi, unico effettivo motivo delle ondeggianti proteste) si sono ben guardati dal disturbare. Hu Jintao, il grande amico della Fiat i cui dirigenti (che con tutta probabilità non sanno nemmeno cosa sia un uiguro) si apprestano a sbarcare a Pechino giulivi e soddisfatti dei loro contratti ipermilionari appena firmati alla presenza di un raggiante Silvio Berlusconi. Hu Jintao, infine, a cui le anime belle di casa nostra (e non solo) chiedono con garbo di essere un pochino più clemente, un pochino meno autoritario e di coniugare finalmente le grandi aperture economiche con qualche spruzzata di diritti umani. Su questo ultimo tema, vale a dire se sia sensato chiedere al presente regime cinese aperture sul tema dei diritti umani, tornerò tra poco. Adesso vorrei cercare sinteticamente di chiarire cosa c’è alla base dell’esplosione della collera uigura di queste ore. Gli uiguri, secondo il censimento del 2000 poco più di otto milioni, sono la principale popolazione dello Xinjiang, una immensa regione cinese che si estende su di un territorio di ben 1.650.000 kmq, vale a dire circa un sesto dell’intera Cina. Regione principalmente desertica, aspra, arida, punteggiata dalle esplosioni verdi delle sue rare oasi, l’odierno Xinjiang ha una storia politica tormentata che affonda nel passato remoto dell’Asia centrale. Il suo nome cinese significa letteralmente Nuova Terra di Confine”ed attualmente rappresenta l’estremo angolo occidentale della Repubblica Popolare. Un angolo di grande importanza strategica dal momento che confina, oltre che con Russia e Mongolia, anche con le repubbliche islamiche ex sovietiche di Kazakhistan, Kirghizistan, Tajikistan, l’Afghanistan, il Pakistan e la parte del Kashmir controllata dall’India. Tutte aree dove sono in corso guerriglie sanguinose e notevolmente instabili sotto il profilo politico. Gli uiguri continuano a chiamare il loro paese Turkestan orientale, dal momento che in larga maggioranza non accettano di sentirsi una minoranza etnica”cinese ritenendo al contrario di essere una nazione illegalmente occupata dal 1949, quando gli eserciti di Pechino misero violentemente fine alla vita della Repubblica del Turkestan Orientale che, nel 1955, divenne ufficialmente la Regione Autonoma del Xinjiang. Nel corso degli ultimi due millenni questa regione è stata sotto l’autorità di diverse nazioni ed imperi, da quello Turcomanno fino a quello Manciù passando per tibetani, mongoli, e cinesi ma tra il 1933 e il 1934 e tra il 1944 e il 1949 fu una repubblica indipendente. Al di là delle complesse e controverse vicende della geopolica, gli uiguri si considerano del tutto differenti dai cinesi e non senza ragione. Sono infatti profondamente legati ad una peculiare forma di Islam sideralmente lontana dalle asprezze e dai fanatismi dell’integralismo di altre nazioni musulmane, parlano una lingua propria di radici turche, scrivono in arabo, ed anche nei tratti somatici si distinguono radicalmente dai cinesi. Fino all’inizio degli anni ‘60 vi erano pochissimi abitanti cinesi nel Xinjiang. La quasi totalità della popolazione era uigura, soprattutto nelle città, mentre una consistente minoranza kazaka abitava nelle campagne. Quando nel 1962 all’inizio delle tensioni tra Cina Popolare e Unione Sovietica, 62.000 kazaki e uiguri fuggirono dal Xinjiang sconvolto dalla carestia indotta dal disastroso Grande Balzo in Avanti voluto da Mao, Pechino comprese che le popolazioni di quella remota regione avrebbero potuto causare più di un problema. Dopo la parentesi allucinata e terribile della Rivoluzione Culturale che causò anche in Xinjiang le devastazioni e gli orrori di cui si rese responsabile in Tibet e nell’intera Cina, a partire dal 1980 il governo comunista decise di favorire con ogni mezzo un forte flusso immigratorio di popolazione cinese e nella Nuova Terra di Confine la percentuale di han passò in breve tempo da cifre irrisorie a un drammatico 40%. In termini numerici, da poche decine di migliaia a oltre sette milioni. Però questo massiccio insediamento di coloni e nuovi abitanti, lungi dal normalizzare la situazione suscitò tra gli uiguri (e i kazakhi che oggi rappresentano circa l’8% della popolazione) un risentimento tale da rinfocolare le spinte indipendentiste e autonomiste. Il risultato più eclatante della politica di sinizzazione lo si può vedere proprio ad Ürümci, “il bellissimo pascolo, la capitale del Xinjiang. Un tempo verdeggiante oasi situata a circa 800 metri di altezza, oggi è stata quasi totalmente trasformata in una sciatta cittadina della periferia dell’Impero. Gli undicimila kmq. su cui sorge, sono ormai quasi interamente coperti da anonimi e scialbi palazzoni che danno l’impressione di voler assurgere, senza riuscirci, alla dignità di grattacieli. In questa città industriale, degli oltre due milioni di abitanti, solo il 12% è costituito da uiguri che vivono nella parte vecchia, ormai poco più che un piccolo ghetto, dove la modernizzazione del capitalismo socialista cinese stenta ad arrivare. In questa quasi metropoli dagli inverni gelidi e dalle estati torride, gli uiguri sono costretti a vivere come cittadini di seconda classe lontani da qualsivoglia leva del potere e da livelli di vita accettabili. Veri e propri stranieri in terra straniera. E questo stato di cose non fa che alimentare la loro frustrazione e la loro collera. Sentimenti che attraversano ogni strato della popolazione che ciclicamente organizza manifestazioni di protesta, la più grave delle quali, fino ad oggi, si era tenuta nel febbraio 1997 quando, nella cittadina di Ghulja, migliaia di uiguri avevano manifestato contro l’occupazione cinese. Le forze di polizia reagirono sparando e lasciando sul terreno decine di morti e centinaia di feriti. “Quella di Ghulja è la più nota delle esplosioni di collera del mio popolo, mi aveva detto alcuni anni or sono Erik Alptekin, presidente del World Uyghur Congress, figlio di Yusef Alptekin uno degli eroi nazionali del Turkestan orientale e, con Rebiya Kadeer, uno dei principali esponenti politici del dissenso uiguro, ma non è certo stata la sola. Prima e dopo il 1997 abbiamo avuto molte dimostrazioni che non cesseranno fino a quando la Cina Popolare non riconoscerà i nostri diritti. In un quadro già così teso e dove l’anno scorso diversi membri della resistenza erano stati uccisi o incarcerati con l’accusa di stare preparando attentati in occasione delle Olimpiadi di Pechino, ha ulteriormente esacerbato gli animi il progetto cinese, reso noto poche settimane or sono, di distruggere -con la scusa della modernizzazione- quello che resta della parte antica della cittadina di Kashgar, vero simbolo della cultura del Turkestan orientale. Già un migliaio di famiglie sono state obbligate ad abbandonare le case in cui vivevano da secoli e si calcola che almeno altri 13 mila nuclei famigliari saranno costretti a subire la medesima sorte entro breve tempo. E così si è arrivati alle manifestazioni, agli scontri e ai massacri di questi giorni. Per concludere, veniamo adesso alle considerazioni sulle richieste che da alcune parti si rivolgono al governo cinese e al presidente Hu Jintao affinché tenga in considerazione, oltre al moloch dello sviluppo economico, anche i diritti umani della popolazione. Per quanto riguarda le principali figure istituzionali italiane, Giorgio Napolitano se l’è cavata con una generica esortazione a “… nuove esigenze in materia di diritti umani”che secondo lui “… lo stesso sviluppo e il progresso economico e sociale che si stanno realizzando in Cina imporrebbero. Berlusconi non ha nemmeno affrontato il tema delle libertà civili preferendo affrontare i temi economici e ricordare che, “…in tre anni vogliamo diventare uno dei primi tre paesi che abbiano investimenti in Cina. Per fortuna altri, sia singoli politici sia organizzazioni umanitarie, chiedono con forza al presente regime cinese di divenire più aperto, meno intollerante, più liberale. Ma è sensata una richiesta del genere? A mio avviso è quanto di più irrealistico si possa fare. La storia pluridecennale del comunismo cinese è davanti agli occhi di quanti vogliano vedere (e non solo guardare). E dimostra, che dal punto di vista delle libertà civili, il regime non è riformabile. Passato, nei suoi 60 anni di vita, attraverso sincopati e radicali cambiamenti, convulsioni, crisi, vertiginosi ribaltoni (uno tra i tanti: l’affaire Lin Biao del settembre 1971), brusche inversioni di linea su una cosa il regime non ha mai cambiato idea: il ritenere indispensabile la dittatura del Partito Comunista. Che si trattasse del Grande Timoniere Mao, del raffinato mandarino Chou-En lai, del destro Liu Shao-chi, della allucinata Jiang Qing (Madame Mao) con la sua Banda dei Quattro, del sornione Deng Xiao-ping, nessuno di tutti coloro che si sono avvicendati nei palazzi del potere di Zhongnanhai, ha pensato di rinunciare al ferreo controllo leninista sulla società. Mai, nemmeno per un attimo. Con forse l’unica timida eccezione di Hu Yao-bang e Zhao Zyang che, non a caso, hanno fatto la fine che hanno fatto. E ancor meno ci pensano Hu Jintao e gli attuali dirigenti i quali fanno risalire, aderendo al più ortodosso schema denghista, la crisi e la caduta dell’Unione Sovietica all’improvvido azzardo di Gorbaciov che volle legare le aperture economiche a quelle politiche. Al contrario Pechino ritiene che proprio nel momento in cui il sistema si apre al mercato (e dunque ai suoi rischi ed alle sue turbolenze), la presa del Partito sulla società deve rimanere ancor più salda e ferma. Considerando le cose dal loro punto di vista, giusto o sbagliato che sia, chiedere ai burocrati cinesi di aprirsi a forme effettive, ancorché graduali, di democrazia è come pretendere che commettano il proprio suicidio. Loro vogliano invece rimanere saldamente al potere guidando, non più la Cina contadina, frugale, austera vagheggiata da Mao, ma una nazione moderna, imperiale, spregiudicata, social-capitalista, armoniosamente consumista, le cui redini siano saldamente in mano al Partito Comunista ed ai suoi governi. Una sorta di Singapore elevata all’ennesima potenza demografica. Se queste considerazioni sono giuste, ed io ritengo proprio che lo siano, è una vera perdita di tempo sperare oggi in un vero dialogo con Pechino (il fallimento del tentativo del Dalai Lama costituisce in proposito un esempio lampante) e l’unica cosa sensata da fare è appoggiare concretamente, e in tutti i modi possibili, quanti all’interno e all’esterno del territorio della Repubblica Popolare Cinese lottano per un autentico cambiamento dello stato di cose presente. O quanto meno per creare solide basi affinché un tale mutamento possa avvenire in tempi non biblici. Come soleva ricordarci il buon vecchio Karl Marx, solo le dure repliche della Storia consentono agli uomini di poterla effettivamente cambiare. Piero Verni

P.S.- apprendo adesso (21,30) che a Firenze è stato impedito a un piccolo gruppo di membri della Comunità Tibetana in Italia e della Associazione Italia-Tibet di dimostrare pacificamente contro la presenza di Hu Jintao in Italia. Tutti sono stati fermati e al momento sarebbero ancora nei locali della Questura fiorentina. Ovviamente a loro ed alle organizzazioni che rappresentano va tutta la mia solidarietà. Mi sembra anche che questo episodio dimostri fino in fondo quanto le autorità politiche italiane (ma non è che negli altri paesi democratici la situazione sia poi tanto diversa) siano intenzionate a fare pressioni su Pechino riguardo al tema dei diritti umani e delle libertà civili. Esasperando un po’ il discorso potremmo quasi dire che sembra invece essere il presidente cinese ad esportare all’estero i suoi metodi. Pietro Verni, ex Presidente di Italia-Tibet, scrittore, giornalista, fotografo

Continua la tensione fra cinesi Han e Uiguri. Hu Jintao abbandona il G8
Nonostante il coprifuoco e 20 mila soldati e poliziotti, vi sono ancora manifestazioni, raid e scontri inter-etnici. Il fallimento dell’ideale della “società armoniosa” tanto predicato da Hu Jintao. Il presidente cinese ha lasciato in fretta l’Italia per tornare in Cina.
Centinaia di uiguri musulmani si sono radunati in centro città stamane, sfidando le decine di migliaia di poliziotti e soldati che vigilano sulla sicurezza di Urumqi dopo i violenti scontri dei giorni scorsi. Intanto il presidente Hu Jintao ha lasciato l’Italia, abbandonando il G8, per ritornare in fretta a Pechino, a causa del peggiorarsi della crisi. Almeno 200 uiguri, armati di bastoni, sbarre di ferro e pietre hanno iniziato oggi a protestare davanti a cordoni di poliziotti armati di fucili a baionetta, che circondano un quartiere a predominanza han. Un gruppo più piccolo di uiguri ha lanciato insulti contro un gruppo di cinesi han dall’altra parte della strada. Alcuni uiguri affermano che nella notte, nonostante il coprifuoco imposto sulla città, gruppi di cinesi han hanno assaltato case di uiguri, picchiato persone e bruciato un ristorante. Ieri, alle manifestazioni di donne e ragazze uiguri, che chiedevano la liberazione dei loro cari, arrestati dalla polizia dopo le sommosse del 5 luglio, vi sono state dimostrazioni di migliaia di cinesi han che chiedevano giustizia. Armati di bastoni con chiodi, sbarre di ferro, aste, falci, volevano vendicarsi delle violenze che alcuni negozi e persone han hanno subito tre giorni fa. Il 5 luglio scorso, circa 3 mila uiguri hanno manifestato ad Urumqi per protestare contro la morte di due loro correligionari nel Guangdong. La manifestazione è degenerata in violenza, con la polizia che ha sparato sulla folla e i dimostranti che si sono abbandonati a lanci di sassi, attacchi a negozi han. Il bilancio degli scontri è di 150 morti e più di 800 feriti. La polizia ha fatto più di 1400 arresti, ha imposto il coprifuoco, ha tagliato le linee internet e le linee telefoniche. Quello che è stato definito lo scontro più violento negli ultimi 20 anni, sembrava limitarsi a un conflitto fra gli uiguri – emarginati da decenni dalla vita politica ed economica dello Xinjiang – e lo Stato. Ieri invece, con le manifestazioni dei cinesi han, è emerso il pericolo di scontri interetnici che rischiano di far saltare la convivenza fra minoranze e cinesi han di tutta la Cina, in cui lo Stato si mostra incapace di mantenere l’ordine e garantire la sicurezza. A causa di ciò, il presidente Hu Jintao, in Italia per partecipare al G8, ha ridotto al sua visita e nella notte è partito dall’aeroporto di Pisa per raggiungere Pechino in mattinata. La delegazione cinese, guidata da Dai Bingguo, rimarrà all’Aquila a seguire i lavori dell’incontro internazionale. In questi anni Hu Jintao ha sempre predicato l’ideale della “società armoniosa” e della convivenza fra etnie. Gli scontri a Urumqi appaiono uno smacco alla sua credibilità. Lo Xinjiang è una spina nel fianco del gigante asiatico. La provincia, nel nord-ovest del Paese, è a maggioranza musulmana. Il governo centrale di Pechino controlla lo Xinjiang con il pugno di ferro per tenere a bada una ribellione sommersa attribuita alla minoranza musulmana degli uiguri. Ai confini con l’Asia centrale, lo Xinjiang conta circa 8,3 milioni di uiguri, che lamentano la repressione politica e religiosa condotta dalla Cina dietro il paravento della lotta al terrorismo.
(AsiaNews/Agenzie)

Cina, la dissidente uigura: «400 vittime nella protesta di domenica»

Il presidente cinese lascia il G8 per l’emergenza etnica Nuova manifestazione a Urumqi

PECHINO (8 luglio) – Lo scontro etnico tra ham e uiguri ha costretto il presidente cinese Hu Jintao a lasciare il G8 e arientrare a Pechino. Anche oggi centinaia di uiguri con armi improvvisatehanno protestato a Urumqi, capitale della Regione autonoma cinese dello Xinjiang, in un faccia a faccia con la polizia.

Sono state 400, secondo la dissidente uigura Rebiya Kadeer, le vittime della repressione di una manifestazione di uiguri domenica scorsa. La Cina ha parlato di 156 vittime. Sul Wall Street Journal la Kadeer, imprenditrice in esilio dal 2005, sostiene che incidenti «potrebbero» essersi verificati anche nelle città di Kashgar, Yarkand, Aksu, Khotan e Karamay, anche se «è difficile da dire a causa della propaganda dello Stato cinese». Notizie «non confermate», prosegue la dissidente, parlano di cento uiguri uccisi a Kashgar.



Proteste uiguri a Sydney, chiuso il consolato cinese. Circa 150 uiguri emigrati in Australia hanno manifestato davanti al consolato cinese a Sydney, che ha dovuto chiudere i battenti. Un uomo è stato arrestato dopo aver lanciato un uovo contro un muro del consolato. Una dei manifestanti, Adina Neesam, ha detto alla radio Abc che è impossibile avere notizie dalla Cina sui propri familiari ed amici. http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=64949&sez=HOME_NELMONDO#


“Attacca l’Uiguro”



La maggioranza etnica della città cerca vendetta nel capoluogo del Xinjiang mentre gli scontri si allargano ad altre città della regione. di Francesco Sisci

Al grido di “attacca l’uiguro”,  “difendere la stabilità, proteggere il popolo” e cantando a squarciagola l’inno nazionale migliaia di han sono scesi ieri in piazza a Urumqi in quello che dopo la sommossa del 5 luglio ormai è diventato uno scontro etnico. Gli han, l’etnia maggioritaria in Cina, e gli hui, cinesi han di religiose musulmana, sono scesi in piazza armati di bastoni, coltellacci, spranghe di ferro in cerca di vendetta contro gli Uiguri accusati di avere saccheggiato negozi e dato alle fiamme autobus e automobili il giorno prima. Sono stati fermati da un fitto cordone di poliziotti armati di scudi, manganelli e gas lacrimogeni. Dietro gli agenti c’era una folla di uiguri, molti donne e vecchi, che agitavano le loro carte di identità cinesi e chiedevano giustizia per i propri figli, mariti, fratelli arrestati “senza prove” dalla polizia il giorno prima. “Ieri ci hanno attaccato loro, oggi tocca a noi colpirli” urlava un han ad un testimone sulla scena. Gli uiguri invece protestavano l’innocenza dei loro parenti arrestati in maniera che sostenevano indiscriminata e chiedevano giustizia. I due gruppi si sono lanciati pietre l’uno contro l’altro. I sassi volavano sopra le teste dei poliziotti fin quando gli agenti hanno sparato i lacrimogeni. Gli han si sono lavati dal gas con bottigliette di acqua e hanno  caricato gli agenti, sfondando per un momento le fila della sicurezza prima di essere dispersi. In almeno quattro zone di Urumqi, città a maggioranza a han di 2,3 milioni di abitanti ci sono stati scontri tra Han e Uiguri. In alcune zone han avevano istituito posti di blocco improvvisati a caccia di persone che sembrassero uigure. Intanto migliaia di agenti della polizia armata, con manganelli e fucili, presidiava le strade. Il bilancio della sommossa si è aggravato. I morti erano 156, di cui 27 donne, e i feriti oltre mille. Gli arrestati sono oltre 1400. Un medico al più grande ospedale della città, L’ospedale regionale del Xinjiang, ha detto che 291 feriti sono state ricoverati. Di questi 233 sono han, 39 uiguri, e il resto di altre minoranze etniche. Sette avevano ferite di arma da fuoco e 17 sono poi morte. Le autorità locali ieri difendevano le misure prese. Il capo del partito di Urumqi Li Zhi affermava a sostegno dell’azione delle forze dell’ordine contro i dimostranti­: “Va detto chiaramente: erano tutti elementi violenti armati di mazze e bastoni che hanno distrutto, saccheggiato, incendiato e persino assassinato sul posto. Poco prima il potente capo del partito del Xinjiang Wang Lequan aveva dichiarato che la protesta era stata placata ma “la lotta è lungi dall’essere finita.” Wang annunciava poi l’inizio di una nuova campagna contro il “separatismo”. Infatti, in giornata c’erano notizie di nuove proteste a Kashgar, qui la polizia disperdeva una dimostrazione di circa 200 persone vicino alla moschea di Id Kah. D’altro canto i giornali locali hanno pubblicato foto truculente degli scontri. C’è l’immagine di una ragazza han con la gola tagliata, altre mostrano gente carbonizzata dalle fiamme: tutte prove per il grande pubblico della violenza dei dimostranti uiguri. Gli stranieri sul posto sono stati portati tra le corsie degli ospedali a vedere in prima persona l’orrore delle ferite inferte alla gente comune di Urumqi. Ma la repressione sul posto non è l’unico strumento che il governo sta usando, sta cercando di placare gli animi e gettare acqua sul fuoco. La polizia di Canton ha rilasciato un rapporto dove ha arrestato un uomo per avere pubblicato online l’accusa che gli operai uiguri di una fabbrica di giocattoli avevano violentato una donna han. La polizia ha concluso che l’accusa era falsa. L’accusa aveva spinto operai han ad attaccare gli uiguri e nell’attacco due uiguri sono stati uccisi. L’episodio è quello che ha acceso la miccia della rivolta di Urumqi. Per stemperare i contrasti religiosi tra gli uiguri, musulmani, ieri interveniva la federazione islamica cinese che dichiarava come simili episodi di violenza sono contrari allo spirito musulmano. I giornali nazionali invece davano ampio spazio a lunghe e approfondite storie sulla questione razziale in America, come a dire. ‘la Cina non è sola ad avere problemi razziali.’

Lo Xinjiang, terra dell’etnia uighur

Regione della Cina nord occidentale abitata in prevalenza da minoranza turcofona e di religione musulmana

URUMQUI
Lo Xinjiang è una vasta regione montuosa e desertica della Cina nord occidentale, la cui maggioranza della popolazione è uighura (45%), un etnia musulmana, di cui alcuni gruppi sono accusati da Pechino di condurre una campagna terroristica per l’indipendenza. Urumqi, una città di 2,3 milioni di abitanti, tremila chilometri a nordovest di Pechino, è la capitale della Regione Autonoma del Xinjiang. Gli uighuri, turcofoni e di religione musulmana, sono gli abitanti originari della regione, che chiamano Est Turkestan. Oggi gli uighuri rappresentano circa la metà dei 20 milioni di abitanti del Xinjiang, in gran parte immigrati da altre zone della Cina.

A più di 3.000 chilometri da Pechino, sull’ex Via della Seta, questa regione di 1,66 milioni di chilometri quadrati, teatro ieri di violente rivolte costate 140 morti, copre un sesto del territorio cinese. Lo Xinjiang conta in totale circa venti milioni di abitanti – otto sono uiguri – che appartengono a 47 etnie, fra le quali gli Han sono passati dal 6% al 40% della popolazione con la politica di sviluppo e di sinizzazione di Pechino dagli anni ’90. La regione confina con l’Afghanistan e le ex repubbliche musulmane dell’Urss: Kazakistan, Tagikistan e Kirghizistan. Arida e povera, la regione possiede, nel bacino del Tarim, la principale riserva di idrocarburi del Paese. Annessa all’impero cinese nel 1884, questa regione oggi autonoma, la cui capitale è Urumqi, ha manifestato velleità indipendentiste da Pechino ancor prima della fondazione della Repubblica popolare di Cina nel 1949.



Una parte della provincia ha conosciuto un breve periodo di autonomia, con il nome di Turkestan orientale, fra 1930 e 1949. I disordini si sono intensificati nel 1990, dopo il ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan e l’indipendenza delle tre ex repubbliche musulmane sovietiche. Nell’aprile 1990, dei moti, presso Kashgar (ovest), causarono 22 morti, ufficialmente, e almeno 60, secondo fonti occidentali. Dagli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, Pechino ha rafforzato la repressione a nome della lotta al terrorismo. Grazie al sostegno americano, ha ottenuto che un gruppo uiguro – il Movimento islamico del Turkestan orientale (Etim) – fosse inserito dall’Onu sulla lista delle organizzazioni terroriste legate ad al Qaida. Secondo Pechino, la regione è sotto la costante minaccia di terroristi che «agiscono a distanza» e dall’estero tramite internet.

Questa vasta regione costituisce una delle due zone, con il Tibet, di cui Pechino teme particolarmente l’instabilità. Nel 2008, anno delle Olimpiadi di Pechino, circa 1.300 persone, accusate di attentare alla sicurezza dello Stato cinese, erano state arrestate nello Xinjiang, secondo la stampa di Stato. Ciò non aveva impedito diversi attentati nella regione: il più sanguinoso, un attacco contro un commissariato di polizia di Kashgar, nell’estremo ovest dello Xinjiang, provocò 17 morti e 15 feriti il 4 agosto, quattro giorni prima dell’apertura dei Giochi Olimpici.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200907articoli/45271girata.asp


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