S.S. Dalai Lama: Insegnamenti Kalachakra Ky Gompa 2

2 MANTENERE STABILMENTE LA CONSAPEVOLEZZA

Dagli insegnamenti di Sua Santità il XIV Dalai Lama, preliminari all’iniziazione del Kalachakra, conferiti a Ky Gompa (Spity Valley) H.P. India 8 -11 ago 2000, basati sugli “Stadi Intermedi di Meditazione” di Acharya Kamalashila e le “Trentasette pratiche del Bodhishattva” di Togmey Sangpo

Tra gli ascoltatori occidentali figurava anche un gruppo d’italiani del Centro Studi Tibetani FPMT Sangye Cioeling di Sondrio che ha registrato il discorso di Sua Santità, tradotto in inglese dal competente monaco Lakdhor. Ve ne proponiamo la seconda parte.

Appunti a cura del Dott. Luciano Villa e di Graziella Romania

Insegnamenti di Sua Santità il XIV Dalai Lama

– Essere sempre presenti

Nonostante il fatto che possiamo aver acquisito delle capacità di condurre avanti le nostre pratiche di Dharma, non appena terminata la sessione di meditazione, potremmo ricadere negli stessi problemi.

Perché?

E’ chiarissimo che dipende dal fatto che siamo ripiombati nel nostro stato ordinario che contraddistingue la nostra natura contingente. Perciò, è importante praticare con perseveranza, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, giorno e notte. Ciò significa dover essere sempre presenti con la nostra mente, ricordandosi d’essere un seguace di Buddha, d’essere un praticante di Buddha, soprattutto quando affrontiamo momenti sfavorevoli, evitando di far sorgere in noi qualsiasi attaccamento, perché foriero d’emozioni disturbanti. Proprio in questi momenti occorre dedicarsi alle pratiche di Dharma, alla meditazione e alle sessioni post meditative, visualizzando i fulcri della pratica meditativa. In ogni momento in cui sentite sorgere attaccamento o un atteggiamento ostile verso gli altri, proprio in quel momento dovete ricondurre la vostra mente alle pratiche del Dharma.

Anche in sogno, se riuscirete a mantenere stabilmente la vostra consapevolezza, sarete capaci di rendervi conto che state sviluppando attaccamento e, come contromisura, sarete capaci di ricordarvi gli insegnamenti del Buddha e d’avere la volontà di metterli in pratica. Se, per una settimana, riuscirete a praticare con successo il Dharma, vi renderete allora conto che potrete farlo anche in quella successiva. In questo modo i frutti della pratica conseguiti nella settimana precedente vi stimoleranno a continuare in quella successiva.

Per questo stesso motivo potrebbe darsi che, per la vostra adesione sincera al Dharma, la vostra vita subisca dei cambiamenti sostanziali: nella prima parte della vostra vita potreste anche essere una persona orribile, mentre nella seconda parte potreste diventare un meraviglioso praticante, una persona positiva.

Questo sarebbe il frutto d’una pratica continuativa ininterrotta, giorno dopo giorno, anno dopo anno. La vostra pratica non sarebbe né efficace, né coerente se fosse solo il frutto d’un cambiamento esteriore.

Per questo motivo il Bodhisattva Tome Sangpo dice che “si deve ascoltare, pensare e meditare giorno e notte”, e che questa è la pratica del Bodhisattva. Per prima cosa occorre ascoltare correttamente gli insegnamenti e le istruzioni: non solo e tanto per un beneficio personale, ma per sviluppare la saggezza, la comprensione profonda della verità.

Sua Santità il XIV Dalai Lama

– La saggezza che sviluppa la riflessione

Occorrerà focalizzare e raffrontare nella nostra mente i diversi punti dell’insegnamento, concordando, identificandosi ed assimilando i momenti fondamentali del cammino. In questo modo svilupperete un convincimento, da cui ne scaturirà la fede. Questa è ciò che chiamiamo la saggezza che sviluppa la riflessione. E’ un po’ quel che avviene nell’ascolto durante un classico corso scolastico: dapprima ascoltate l’insegnante, poi, riflettendo, penserete che quel che avete ascoltato corrisponde a verità.

Ad esempio: facendo degli esperimenti di laboratorio, studiando la chimica, otterrete da quell’esperienza la conferma dell’esattezza delle formule studiate. Allo stesso modo avviene nel momento in cui meditiamo sui convincimenti ottenuti tramite la saggezza dell’ascolto e della riflessione, per conseguire la saggezza che si sviluppa attraverso la riflessione ed il pensiero.

A questo punto, è importante approfondire i nostri convincimenti con riflessioni personali. Se non svilupperete le vostre capacità d’approfondimento, fondate sull’osservazione e l’esemplificazione delle istruzioni ricevute, basandovi sugli insegnamenti di Buddha, il vostro sforzo non si dimostrerà sufficientemente efficace per la trasformazione personale, e non potrete accorgervi della natura distruggente delle emozioni che vi affliggono. In questo modo inizierete a basare la vostra fede, non solo su quanto v’è stato trasmesso negli insegnamenti, ma anche, e soprattutto, sull’esperienza che inizierete ad accumulare.

Seguendo questo procedimento, ad un certo punto, vi direte: ”Oh, come sarebbe bello ottenere queste qualità meravigliose!”. Così s’incrementerà il vostro interesse per questi insegnamenti che vi portano ad una profonda riflessione: mostrerete sempre più interesse per ciò che desiderate, che volete, verso la situazione agognata. Perciò, è molto importante focalizzare la propria mente sull’oggetto verso cui avete raggiunto un sufficiente senso d’apprezzamento e di familiarizzazione, e sul quale indirizzare la propria riflessione.

Sua Santità il XIV Dalai Lama

– All’inizio potrete trovare una gran difficoltà a concentrare la vostra mente sull’oggetto di meditazione.

Ad esempio, quando meditate sulla compassione, nelle fasi iniziali vi potrebbe accadere d’avvertire la vostra mente distante. Gradualmente, quando iniziate ad percepire in voi le desiderabili qualità che derivano dalla pratica della compassione, sorgerà in voi l’ardente aspirazione d’ottenerle.

Vi sono diversi livelli d’esperienza della compassione: all’inizio proverete una sensazione fertile, fantasiosa, basata sulla convinzione che, se vi sforzerete maggiormente, sarete in grado di farla vostra, d’attuarla, di realizzare la compassione insomma.

Più avanti, continuando queste pratiche, svilupperete quella che noi chiamiamo esperienza acquisita.

Attraverso ripetute pratiche mentali, potete rendervi conto delle trasformazioni che subentrano in voi, raffrontando lo stato attuale della vostra mente con quello di qualche giorno prima. In questo modo v’accorgerete con i vostri occhi dei cambiamenti che stanno subentrando in voi. In tal modo ci avviamo a parlare di benefici duraturi, a lungo termine.

Tuttavia, se la vostra mente non è disciplinata, continuerete sempre a mentire a voi stessi ed al vostro prossimo!

Possiamo riconoscere tre tipologie di persone:

!) coloro che credono in una concezione religiosa;

2) coloro che considerano la religione come un veleno;

3) coloro che sono indifferenti, ovvero che non rifiutano né accettano la religione.

– Punto unificante tra coloro che accettano o non condividono una religione è il fatto che entrambi desiderano raggiungere uno stato di felicità.

Chi si sente meglio? Chi è più felice? Chi abbraccia, o chi non abbraccia, una religione? Coloro che non praticano alcuna religione, non esitano a dire menzogne, a calunniare, a parlar male degli altri, ad ingannarli: non hanno rispetto dei valori della verità e dell’onestà.

Tuttavia, l’inclinazione degli esseri senzienti non va in quest’ultimo senso, ma in quello d’apprezzare l’onestà e la verità. Persino un corvo, o un cane, capiscono se state loro offrendo del cibo con fare aperto e sincero. E reagiranno di conseguenza: accettando e apprezzando quel cibo.

Viceversa, se mentre offrite del cibo terrete un bastone nascosto dietro la schiena, persino un cane o un corvo s’accorgeranno dell’insincerità delle vostre intenzioni, e non accetteranno il cibo: in definitiva, non vi daranno fiducia. Nemmeno agli animali piace essere ingannati, né amano la disonestà. Anzi, sono i primi a rendersi conto se il vostro atteggiamento è sincero.

Sarete comunque contenti d’ogni rapporto da cui ne scaturirà una fiducia reciproca. NEI RAPPORTI CON GLI ALTRI, VI DOVRETE RENDERE CONTO CHE NON SIETE VOI, MA GLI ALTRI, AD ESSERE AL PRIMO POSTO, AD ESSERE PIÙ IMPORTANTI. Perciò, facendo un raffronto tra quelli che seguono e quelli che non seguono una pratica religiosa, vi renderete conto che i primi sono più contenti, vivono più felici. Un ulteriore modo di pensare in modo erroneo, consiste nel fatto di credere che quanti più beni materiali si possiedono, tanto più si sarà anche felici.

Ma è chiaro che non è vero! In qualsiasi società possiamo trovare delle persone per nulla infelici nonostante che non siano affatto ricche!

Persino tra i tibetani v’è attualmente una grande spinta, uno spiccato desiderio d’emigrare negli USA, nella convinzione di trovare un gran felicità nel Nuovo Mondo, grazie all’accumulazione di prosperità materiale.

A coloro che pensano solo al benessere materiale, e lo ritengono come unica fonte di felicità, possiamo chiedere: ”tutto ciò vi rende interiormente felici?”

Sua Santità il XIV Dalai Lama

– L’infelicità della mente non può essere rimossa da mezzi materiali, da congegni o strumenti derivanti dalla tecnica, né dal denaro. La pratica religiosa rappresenta l’unica fonte della felicità. E’ convinzione dominante lasciarsi andare a credere che la prosperità materiale sia apportatrice di maggior appagamento, di felicità.

Il comportamento tradizionale della società tibetana, trova origine da una lunga consuetudine, da un’antica familiarità, ma, in alcuni casi, non da una profonda pratica di meditazione.

Nei paesi materialmente sviluppati, quelli del benessere economico, s’incontra un livello sottile di sofferenza: la sofferenza interiore. Solo a quel punto le persone si rendono conto che la felicità della mente non dipende dall’accumulo di beni materiali, ma dal mutamento della loro visione mentale, dalla trasformazione della prospettiva della loro mente. Questo farà sì di riconoscere come distorte ed errate tutte le convinzioni fondate sull’ottenimento della felicità grazie all’accumulo di beni materiali.

Per questi motivi dobbiamo attivamente impegnarci a proteggere sistematicamente la nostra corretta percezione, sviluppando queste tre saggezze: la saggezza dell’ascolto, del pensiero e della meditazione.

Più v’impegnerete nell’analisi e nella verifica della realtà, tanto più profonda e vasta sarà la prospettiva mentale che otterrete. Adottando queste tecniche, sarete capaci di rendervi conto della mancanza di valore delle cose materiali, altrimenti le vostre pratiche non risulteranno efficaci ad innescare e ad alimentare il processo di trasformazione della mente, ad ottenere la visione profonda.

E’, pertanto, già un risultato apprezzabile, quello d’ottenere le doti d’ascoltare, di riflettere e di meditare, al punto di riuscire a far affievolire: da un lato il proprio attaccamento verso i nostri amici, parenti, genitori e figli e, dall’altro, l’aggressività verso i nostri nemici. A quel punto, sia il nostro attaccamento verso le persone care, sia la rabbia verso i nostri nemici, ci scivoleranno via come l’acqua dai tetti. Otterremo anche il merito d’evitare d’essere in preda alla rabbia verso i nostri avversari, e, da questa risultarne inceneriti, nello stesso modo in cui siamo ustionati dal fuoco. Dovremo anche rinunciare all’attaccamento per la nostra terra natale. Altrimenti, la mancanza di consapevolezza nella nostra vita quotidiana, a causa dell’ignoranza, c’impedirà di distinguere ciò cui dobbiamo rinunciare, da ciò che dobbiamo far nostro, che dobbiamo sviluppare ed incrementare.

Sua Santità il XIV Dalai Lama

– Separiamoci dai nostri oggetti

Dobbiamo perciò essere sempre consapevoli d’evitare di farci guidare proprio dall’attaccamento e dalla rabbia. Viceversa, dovremo sviluppare la presenza mentale che ci ricorda costantemente i benefici e le qualità sviluppate dall’aver abbandonato la nostra terra natale. Separandoci dai nostri oggetti, le nostre emozioni affliggenti gradualmente vanno affievolendosi. Esse non eserciteranno più, su di noi, il loro potere distruttivo. La loro perdita non ci lascerà smarriti. Anzi, se supereremo con consapevolezza la loro privazione, ne risulterà incrementata la pratica religiosa, facendoci accumulare meriti e virtù, sviluppando intelligenza ed una vera convinzione nel Dharma.

Perciò vi renderete conto di quanto rappresenta una pratica del Bodhishattva la scelta di vivere in meditazione in un luogo isolato. Conducendo una vita improntata alla consapevolezza, alla presenza mentale, sarete molto attenti, molto rigorosi nel domandarvi, ogni momento, cosa state facendo e cosa v’accingete a fare.

Quando parlo di vivere in luoghi solitari, non intendo tanto di trascorrere il tempo in isolamento fisico, ma mi riferisco principalmente alla scelta d’una situazione di distacco mentale, connesso alla consapevolezza della mente ed alla sua continua presenza.

Se paragonerete i benefici derivanti dal benessere fisico rispetto a quello mentale, vi renderete subito conto che quest’ultimo è senz’altro più importante. Alle stesse conclusioni giungerete se confronterete la sofferenza fisica con quella mentale. In base alla vostra esperienza, troverete che la sofferenza della mente, rispetto a quella del vostro organismo, è più pesante da sopportare, è più dolorosa.

– Sono soprattutto le emozioni affliggenti a causare dolore e sofferenza.

Facciamo l’esempio della situazione in cui ci troviamo in questo momento. Qui, a causa delle scomodità che dovete sopportare, molti di voi non si sentono a loro agio. Il vostro stato fisico potrebbe risentirne: potreste sentire mal di testa o altri disturbi ancora. Ora, tuttavia, dal momento che la vostra mente è concentrata altrove, non fate tanta attenzione al disagio fisico. Nello stesso modo, se avrete sufficientemente assimilato il Dharma e avrete ottenuto la percezione del samsara, nel momento in cui sarete ammalati affronterete la malattia come un fenomeno naturale, come lo sviluppo naturale delle cose del samsara. Il risultato sarà di non sentirci affatto depressi o infelici. “Oggi ho incontrato questa sofferenza fisica – diremo – e, attraverso essa, possa io purificarmi a beneficio di tutti gli esseri senzienti”.

Pur essendo colpiti da un male fisico, non ne sarete afflitti mentalmente, e, nello stesso tempo, avrete a vostra disposizione gli strumenti per poter agevolare la vostra guarigione.

Sono soprattutto le emozioni affliggenti a causare dolore e sofferenza. E’ pertanto importante essere abili al punto tale di poter identificare chiaramente, al loro primo apparire, le emozioni affliggenti e le conseguenze in cui ci facciamo trascinare.

Dobbiamo giungere al punto di poter capire i diversi tipi d’emozioni affliggenti, la loro natura: in questa prospettiva troverete negli insegnamenti del Buddha dei chiari particolari sulla loro natura, e sulle contromisure, gli antidoti da porre in atto per eliminarle.

Forse, è solo con la pratica del Buddhismo che si diventa capaci di riconoscere le emozioni affliggenti come la fonte della sofferenza, e a possedere gli strumenti per eliminarle.

– Il Buddha potè conseguire il suo stato grazie all’accumulazione di meriti, per infiniti eoni.

Su questa base il Buddha c’insegnò a meditare sulla compassione, sulla saggezza e sulla realtà ultima, sulla vacuità, sulla bodhicitta, sul desiderio che tutti gli esseri senzienti possano ottenere l’illuminazione. Il Buddha diede tutti questi insegnamenti a tutti gli esseri, basandosi sulla propria esperienza e sulla propria conoscenza. All’interno del Buddhismo ci sono diversi veicoli o cammini spirituali: il veicolo Mahayana, il Teravada, quello del Bodhisattva, e così via. Ma la loro essenza, comune a tutti quanti, sta nella pratica della bodhicitta, persino nel caso in cui, all’inizio, si fosse incapaci di praticare lungo la strada o il cammino della realtà ultima.

Il Buddha disse che tutte le situazione sono transitorie e che tutte le condizioni sono permeate dalla sofferenza, che tutti i fenomeni sono privi d’un sé o d’una loro esistenza intrinseca, che sono vuoti e che il Nirvana è la pace.

Se non riuscirete a praticare la bodhicitta, CERCATE ALMENO DI NON DANNEGGIARE GLI ALTRI ESSER SENZIENTI, anzi, se vi è possibile, aiutateli. Per questa ragione, nei miei insegnamenti, dico sempre che il messaggio del Buddha può essere sintetizzato in due punti: la visione e l’etica, il comportamento.

– La visione che identifica ogni cosa, ogni fenomeno come interdipendente

Parlando di quest’ultimo, dovremo condurre una condotta che non danneggi gli altri esseri senzienti, adottando la visione che identifica ogni cosa, ogni fenomeno come interdipendente. Quando qui parlo d’adottare una condotta non violenta, non intendo dire che le nostre azioni debbano essere semplicemente prive di violenza. Sono, anzi, del parere che la pratica della non violenza debba fondarsi sulla professione d’una attiva compassione. Dico, ad esempio, che, nel momento in cui vediamo la mano, l’essere, la persona che colpisce, dobbiamo provare nei suoi confronti una gran compassione. Quando parliamo della visione del sorgere dipendente, mi riferisco al fatto che, fin dall’inizio dei suoi insegnamenti, il Buddha parlò delle quattro nobili verità, del rapporto tra cause e condizioni e il Buddha non disse ai suoi seguaci di mostrare rispetto nei suoi confronti, ma parlò loro della sofferenza, della sua origine, e come praticare, come eliminare la sofferenza attraverso la sua conoscenza, solo allora si potranno gettare le basi per la sua eliminazione. Dovrete meditare sulla sua cessazione e sulla visualizzazione del sentiero. Persino laddove l’origine della sofferenza dev’essere eliminata, non v’è nulla da eliminare, persino laddove occorre realizzare la sua cessazione, non c’è nulla da realizzare, persino laddove il vero sentiero dev’essere meditato, non v’è nulla da meditare.

Ciò significa che, dal punto di vista del senso ultimo, non c’è sofferenza alcuna da eliminare. In breve, egli spiegò la filosofia che identifica ogni cosa saldamente interconnessa, correlata l’una all’altra, da cause e condizioni.

Questa è la visione del Buddha, la visione dell’origine interdipendente, della natura interconnessa d’ogni fenomeno, in questa cosmologia, ogni cosa, ogni evento, sorge in dipendenza da cause e condizioni.

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– La natura sottile dell’origine interdipendente

Questa visione filosofica è molto rilevante anche dal moderno punto di vista scientifico, specialmente quando parliamo delle natura sottile dell’origine interdipendente, una visione condivisa dalla scienza.

Fondamentalmente, quest’insegnamento sull’origine interdipendente, è molto connesso con le leggi della natura, con quegli stessi processi studiati dagli scienziati.

Dal punto di vista della ricerca scientifica, si è tuttora tesi ad investigarne gli aspetti esterni, non quelli profondi, quelli interiori.

Per esempio, anche ad un livello quasi banale, come quando proviamo un semplice mal di testa, avvertiremo del dolore, una sofferenza: ma essa non sorgerà da una sola causa, da un solo movente.

Le avversità che incontriamo sono collegate, ma non dipendono da una sola causa, bensì da tante: così, anche il banale mal di testa dipenderà da cause esterne. Oltre, beninteso, a quelle esterne, potranno interagire delle cause interne, dipendenti dalla vostra mente. E’ dalla molteplicità delle cause e condizioni, interne ed esterne, che si sviluppa la rabbia nell’ambito d’una persona. Quando sorge la rabbia, noi tendiamo ad identificarne la causa scatenante in fattori esterni, ma, se riflettete, troverete alla sua origine una molteplicità di cause e di condizioni

Sua Santità il XIV Dalai Lama

– Se non saprete come aiutare gli altri, dovrete almeno astenervi dal far loro del male.

Il nostro problema consiste nel fatto che siamo incapaci di vedere di riconoscere questa gamma di cause e di condizioni, che contribuisce a far sorgere in noi delle emozioni disturbanti.

Perché succede?

La ragione sta nel fatto che tendiamo ad identificare tutto come frutto d’una esistenza indipendente, e siamo incapaci di riconoscere la molteplicità delle cause e delle condizioni. E’ per quest’attaccamento agli oggetti, è perché li identifichiamo come aventi un’esistenza indipendente, che sviluppiamo un poderoso attaccamento per un certo oggetto, per una persona, o, viceversa generiamo una forte rabbia verso quell’oggetto o quella persona.

Perciò, nel Buddhismo, quando parliamo di pratica della non violenza, non intendiamo l’assenza di violenza, ma la pratica dell’attiva compassione, il che significa sviluppare un forte senso di responsabilità nei confronti degli altri esseri senzienti, un profondo desiderio di beneficiare gli altri esseri senzienti,

Se non saprete come aiutare gli altri, dovrete almeno astenervi dal far loro del male. Perciò i fenomeni sorgono dalla molteplicità di cause e di condizioni, non originano da cause perenni, immutabili

Dobbiamo essere invece sostenuti dalla pratica delle sei perfezioni, dalla bodhicitta basata sulla compassione, sulla gentilezza amorevole, sulla visione della vacuità.

Per poter coltivare queste qualità, dovremo correttamente identificarne la natura, sviluppandone i suoi aspetti differenti, punto per punto.

Per conseguire questa mente occorre generare un forte desiderio d’ottenere l’illuminazione.