S.S. Dalai Lama: Insegnamenti Kalachakra Ky Gompa 4

4 A CAUSA DELL’IGNORANZA NON V’È FELICITÀ DURATURA

Dagli insegnamenti di Sua Santità il XIV Dalai Lama, preliminari all’iniziazione del Kalachakra, conferiti a Ky Gompa (Spity Valley) H.P. India 8 -11 ago 2000, basati sugli “Stadi Intermedi di Meditazione” di Acharya Kamalashila e le “Trentasette pratiche del Bodhishattva” di Togmey Sangpo.

Tra gli ascoltatori occidentali figurava anche un gruppo d’italiani del Centro Studi Tibetani FPMT Sangye Cioeling di Sondrio che ha registrato il discorso di Sua Santità, tradotto in inglese dal competente monaco Lakdhor. Ve ne proponiamo la terza parte.

Appunti a cura del Dott. Luciano Villa e di Graziella Romania

Sua Santità il XIV Dalai Lama

– E’ importante scegliere bene le persone da frequentare

Perché è rilevante coltivare persone che non abbiano un comportamento scorretto? E’ importante, infatti, non assumere comportamenti negativi da parenti ed amici: in generale dalle persone con cui abbiamo rapporti. Se voi non fumate né bevete alcoolici, per vostra abitudine mentale, ma se frequentate assiduamente dei forti fumatori e bevitori, se non eserciterete continuamente una notevole presenza mentale, rischierete d’assumere anche voi gli stessi vizi. Vi potrebbe così capitare che, all’inizio eravate una persona molto retta e rispettosa, mentre, più avanti nella vita siete diventati delle persone piene di difetti.

Allo stesso modo vi può succedere se v’associate a delle persone oneste: potreste, col tempo, assumere le buone qualità dei vostri amici, e, con l’andare del tempo sareste in grado d’osservare in voi delle importanti trasformazioni.

Il testo che stiamo seguendo invita, infatti, a tralasciare le cattive compagnie e, viceversa a frequentare quelle improntate a valori positivi. Dice, infatti: “Se frequentando delle altre persone t’accorgerai di finire maggiormente in preda ai tre veleni, se la tua pratica d’ascoltare, pensare e meditare degenera, trasformandovi in una persona senza amore e compassione, questo vostro cambiamento dipenderà anche dalle persone che frequentate”. E la pratica del Boddhisattva dice d’abbandonare queste situazioni, di non frequentare queste persone.

E’ nostra responsabilità sviluppare amore e compassione attraverso l’ascolto, il pensiero e la meditazione: perciò dovete abbandonare gli amici e tutti coloro che vi portano su un cammino negativo, che diventa un importante ostacolo per seguire pratiche positive. Per seguire una pratica corretta dovrete affidarvi ad un buon maestro spirituale e a buoni amici. Se, in tal caso v’accorgerete che i vostri difetti diminuiscono e le vostre qualità positive s’incrementano come le fasi della luna, allora dovreste considerare queste persone più preziose del vostro stesso corpo. E dovreste mostrarvi grati nei loro riguardi.

Tutta questa è la pratica del Bodhisattva. Infatti, quando usiamo il termine di maestro spirituale, d’amico spirituale, ci riferiamo ad una persona di buon esempio, con funzioni di guida. Viceversa, coloro che sono impegnati a vendere il Dharma, non sono i nostri amici spirituali, ugualmente coloro che vi trascinano su una strada sbagliata non sono i vostri amici spirituali.

Sua Santità il XIV Dalai Lama: Chi sono gli amici spirituali?

Sono coloro che vi conducono da felicità in felicità, da sensazioni di pace ad altre sensazioni di pace.

E’ molto importante scegliere bene il maestro, le sue qualità sono fondamentali.

Per questo motivo esse vengono definite. Ad esempio, chiediamoci: quali sono le qualità che dovrebbe avere un maestro di disciplina? Quali sono le qualità che dovrebbe avere un maestro spirituale di tantra? Perché sono dettagliatamente spiegate le caratteristiche d’un maestro spirituale? Esse trovano approfondite spiegazioni perché sono importanti.

E’ questo un processo simile a quello della scelta d’un insegnante di scuola. Costui dovrebbe essere una persona debitamente formata ad insegnare e a capire i suoi studenti. Perciò, ogni persona deputata a trasmettere una conoscenza ad altre persone, dalle scuole elementari all’università, deve possedere delle caratteristiche importanti, altrimenti non può insegnare. Ad esempio, un insegnante delle elementari non può improvvisarsi docente universitario. Un maestro spirituale in grado di portare il praticante sul sentiero dei diversi insegnamenti del Buddha, non dovrebbe avere solo la conoscenza, ma dovrebbe aver maturato anche l’esperienza per guidare i propri discepoli. Per questo motivo Lama Tzongkhapa nei “Grandi stadi del sentiero” afferma che “Coloro che vogliono disciplinare la mente degli altri, per prima cosa devono imporre la disciplina alla propria”. I seguaci del Buddha devono in primo luogo disciplinare la propria mente, perché gli insegnamenti del Buddha sono tesi a disciplinare la mente deipraticanti. Essi non possono insegnare agli altri il modo di disciplinare la loro mente se non l’hanno realizzato prioritariamente sulla propria.

Sua Santità il XIV Dalai Lama: Non basta avere il titolo di Ghesce per essere chiamati Lama, né essere un tulku.

Cosa intendiamo per disciplinare la mente? Per disciplinare la mente intendiamo il far proprio, il mettere in pratica delle procedute corrette. Sono le stesse che trasmettono gli insegnamenti del Buddha, che sostanzialmente possono essere compendiati nella pratica delle tre formazioni: nella formazione alla disciplina etica, alla meditazione stabilizzativa ed alla saggezza.

Perciò, in base alla formazione della disciplina etica, ci si dovrebbe astenere da comportamenti negativi del corpo, della parola e della mente. Attraverso, inoltre, la pratica della meditazione stabilizzativa, si dovrebbe accrescere la consapevolezza mentale, rendendo la propria mente abile, e acquisendo la saggezza, la persona o il lama dovrebbe ottenere la visione della mancanza d’un sé.

Tuttavia queste doti non sono ancora sufficienti per caratterizzare un buon maestro: gli occorrerebbe anche l’aver ottenuto l’abilità, la pazienza d’insegnare agli altri. Fondamentalmente è irrinunciabile che abbia sviluppato una grande compassione. Queste sono le qualità che non devono mancare in un maestro spirituale.

Questo significa anche che non basta avere ottenuto il titolo di ghesce o essere chiamati lama.

Per ignoranza in Tibet si diceva che un gran lama era distinguibile dagli altri per il gran seguito di gente a cavallo che gli faceva scorta. Non era vero!

Tuttavia, se un monaco o una persona comune avesse sviluppato grandi qualità di compassione pur senza avere una gran carovana al seguito, può darsi che la gente comune non lo considerasse come un gran maestro. Questo è totalmente sbagliato ed induce in errore. Similmente, la società tibetana aveva la disdicevole abitudine di rincorrere tutti coloro che fossero chiamati reincarnati o tulku, ma s’interessava scarsamente dei ghesce veramente qualificati. I tulku o i lama reincarnati sono quasi diventati una classe sociale. Spesso mi diverto a scherzare dicendo che può essere un lama ma non un tulku, in tal caso si tratta di qualcuno che è ben qualificato, pur non detenendo il titolo di tulku. Quindi ci sono i tulku lama, che significa che hanno un vasto stuolo di seguaci, coi loro attendenti e maestri di rituali e così via. Ma i reincarnati, in sé, non detengono alcuna qualità speciale, nemmeno rispetto alle pratiche. In questo caso è meglio chiamarlo semplicemente tulku ma non lama.

– La qualità del maestro

Nella società tibetana, anche laddove il buddhismo fioriva, si potevano trovare in questo senso degli esempi poco edificanti. Pertanto, dobbiamo essere molto attentia scegliere il proprio maestro. Generalmente dico alle persone che, al giorno d’oggi, nell’ambito della società tibetana, a causa dell’abbondanza di risorse, è importante dedicarsi a studi seri, cercando di far maturare in ognuno le necessarie qualità. Incoraggio sempre a riconoscere un gran lama in colui che ha le qualità della conoscenza, della disciplina, e del buon cuore.

Dovremmo sapere che è giunto il momento per tutti noi di diventare delle persone con queste tre qualità. La qualità della conoscenza, è basato sullo studio, ma non solo del buddismo, oggigiorno non basta! Occorre che sia integrato dall’apprendimento delle materie moderne. I praticanti religiosi pensano spesso, sbagliando, che gli studi moderni sono poco importanti, così come gli studiosi delle discipline moderne pensano che gli studi religiosi siano irrilevanti. Si devono studiare entrambi, sia le attuali materie moderne sia quelle religiose, quelle buddiste.

Dovreste anche possedere la disciplina, il che si riferisce ad un’applicazione che dà benefici duraturi, altrimenti non andrebbe presa in considerazione.

La domanda più importante che dobbiamo porci è: questa pratica è in grado di darmi dei benefici a lungo o a breve temine?

Se mi derivano benefici a lungo termine, allora, e solo in quel caso, la dovremo prendere in considerazione. Stiamo parlando di benefici a lungo termine, di grandi benefici, e per raggiungerli, abbiamo bisogno d’una vita regolare, onesta, disciplinata. Dobbiamo insomma possedere queste qualità, come la disciplina.

Lama Tzongkhapa disse: “Chi ha intrapreso nella sua vita studi e ricerche è una persona di cultura, mentre chi mette in pratica ciò che ha appreso, ha studiato, diventa una persona saggia”.

Il Buddha ci stimolò a praticare questo stile di vita, perché conduce ad ottenere dei benefici a lungo termine.

A queste qualità che ho appena enunciato, si dovrebbe unire quella della mente di compassione, della mente che desidera beneficiare tutti gli esseri senzienti, inclusi tutti noi, inclusi gli abitanti di questa valle himalayana. Mi rivolgo infatti a tutti gli esseri umani, senza distinzione alcuna, che vogliono abbandonare la sofferenza e desiderano ottenere la felicità. Dentro di noi tutti v’è la presenza delle emozioni affliggenti, ma deteniamo anche la potenzialità per ridurle, sviluppando qualità positive, grazie agli sforzi che facciamo in questo senso.

Dobbiamo quindi mirare ad ottenere queste tre qualità: quella della conoscenza erudita, quella della disciplina e quella del buon cuore.

A tutti quei discepoli provenienti da Dharamsala e dal Tibet, in particolare, voglio dire di fare molta attenzione a queste tre qualità.

Nel caso del Tibet, noi stiamo attraversando un periodo molto critico, è pertanto importante acquisire la capacità di stare in piedi sulle nostre stesse gambe, di rimanere in piedi anche se qualcuno ci vuole portar via.

E’ fondamentale riuscire a sviluppare da un lato compassione, e, dall’altro conoscenza, saggezza.

Solo in questo modo possiamo essere sicuri d’aver acquisito queste tre qualità: di conoscenza, di disciplina e di compassione e buon cuore.

Parlavamo prima del maestro spirituale e delle sue qualità. Debbo ripetere che si deve guardare alle sue qualità interiori, e non, ovviamente, al mutare del suo aspetto fisico con l’invecchiamento.

Sua Santità il XIV Dalai Lama

– Le sofferenze della nostra vita

Quando gli esseri umani, con diverse sfumature, provano sentimenti improvvisi di dolore o d’insoddisfazione, cadono in uno stato di sconforto. Conseguentemente: non riescono a trovare ciò che cercano, sono incapaci d’individuare una soluzione semplicemente ad un problema banale, entrano facilmente in conflitto fra loro, provano risentimenti e rancore verso gli altri, soffrono smisuratamente per la perdita d’oggetti piacevoli. Quando poi si volgono ad osservare la povertà che li circonda, avvertono un moto di ribrezzo: mai e poi mai vorrebbero cadere in quella miseria!

Perciò, gli esseri umani finiscono per imbattersi in ciò che non desiderano, e a non incontrare ciò cui aspirano! Quando l’intelligenza umana è offuscata dalle emozioni affliggenti, essa è usata per sfruttare gli altri, per ingannarli, per colpirli, per ucciderli e per torturarli. Malauguratamente, molti di questi problemi sono creati proprio dall’uomo.

Tuttavia, oltre ai problemi creati dalla mente umana, c’imbattiamo anche in problemi derivati dalla nostra stessa natura, come la sofferenza della nascita, che inizia dal momento della nascita e prosegue con l’invecchiamento, la sofferenza della senescenza, della malattia. La nostra vita si conclude, poi, con la sofferenza della morte. Non possiamo fare nulla contro la sofferenza dell’invecchiamento, della malattia e della morte! E’ un processo incontrovertibile, che non possiamo cambiare.

Tra la sofferenza della nascita e quella della morte c’è un periodo in cui proviamo un’infinità di sofferenze: l’invecchiamento, le malattie, la costrizione d’incontrare ciò che vorremmo evitare e, viceversa, di non poter ottenere ciò che desideriamo.

Abbiamo ottenuto una vita suscettibile a innumerevoli esperienze di dolore!

Se l’osserviamo da una certa visuale, la vita umana è meravigliosa perché abbiamo ottenuto qualità eccezionali, quali la fede, la compassione e tante altre potenzialità.

Ma vediamola da un altro punto di vista. Allora, la vita umana ci apparirà molto impura, perché assoggettata da oscurazioni che appartengono alla sua stessa natura. Col risultato che non v’è alcuna sicurezza duratura.

Il testo recita, infatti: “Vi sono chi sono afflitti da molte emozioni disturbanti, come da uno spiccato attaccamento, altri sono in preda a diversi tipi di visioni distorte, e quindi errate. Queste sono tutte cause d’afflizioni, che ci fanno perennemente sembrare sull’orlo d’un precipizio. Proviamo attaccamento, astio, rabbia, invidia, avarizia. Per questi motivi, siamo sempre in preda alle emozioni affliggenti. Dentro di noi vi sono le emozioni affliggenti radice e le emozioni affliggenti secondarie: tutte in noi fortemente radicate”.

E’ la loro presenza a rendere completamente disturbata la nostra mente: ci manteniamo, così, sempre in una situazione di sofferenza (perennemente nella natura della sofferenza), come se stessimo sempre per cadere in un baratro.

Sua Santità il XIV Dalai Lama

– La sofferenza della sofferenza

Anche la situazione degli dei non è delle migliori. Gli dei soffrono della pena del cambiamento. Sì, è vero che, in certi reami, gli dei sono privi di sofferenza. Perché? La risposta è semplice: non la provano perché non hanno sentimenti contaminati.

Gli dei d’altri reami, invece, soffrono. Come mai? Sono dei che provano la sofferenza del cambiamento, come, ad esempio, la sensazione della morte incombente e la conseguente paura di cadere in rinascite sfavorevoli. Come fanno, gli dei di questi reami, a vivere in pace?

Ora il testo spiega la sofferenza della sofferenza. Inizia ad illustrare la sofferenza delle rinascite sfavorevoli, per proseguire con la sofferenza del cambiamento, spiegando come la felicità contaminata non è tale, se ottenuta attraverso i sensi. Poiché, quanto più vi compiacerete di questa sofferenza contaminata, più sprofonderete nella sofferenza. Quindi, spiega la terza sofferenza, la più distruttiva: quella onnipervasiva.

Essa è quella che sorge dall’energia delle cause, è caratterizzata dalle azioni ed emozioni disturbanti, è la caratteristica d’ogni trasformazione, disintegrazione e distruzione, essa pervade tutti gli esseri senzienti.

La sofferenza onnipervasiva dipende anche dai nostri aggregati psicofisici.

Qualsiasi sia la natura della condizione della sofferenza, poiché essa non è indipendente da cause e condizioni, ci provoca degli scompensi, anche momentanei.

Il mero momento del cambiamento, o anche di disintegrazione, non comporta necessariamente il sorgere della sofferenza.

Ma, nel nostro caso d’esseri senzienti, ogni momentaneo sgretolamento equivale sempre ad una sofferenza. Essa pervade tutti gli esseri senzienti soggetti a rinascite. E’ questa la sofferenza inseparabile da ogni essere senziente: sia nelle rinascite favorevoli che, ovviamente, in quelle sfavorevoli.

In uno dei commentari del “Sorgere dipendente” si spiega che la sofferenza onnipervasiva è identificabile nell’ignoranza, che è alla base dei tre reami dell’esistenza.

A causa dell’ignoranza non v’è felicità durevole. Immaginate pertanto tutti gli esseri senzienti soggetti a rinascite, come immersi nel gran fuoco della sofferenza. Pensate che sono tutti come voi, e che nessuno di loro desidera affatto la sofferenza. Pensate ancora: “Oh, miei cari esseri senzienti, quanto siete afflitti dalla sofferenza! Cosa posso fare per rendervi liberi da essa?”

Sua Santità il XIV Dalai Lama

– Meditate sulla compassione equanime per tutti gli esseri senzienti

Quando siete impegnati nella meditazione concentrativa univoca o, anche, nelle vostre attività quotidiane, dedicate tutto il vostro tempo a meditare sulla compassione, visualizzando tutti gli esseri senzienti e desiderando che possano essere liberi dalla sofferenza.

Avendo voi visualizzato tutti gli esseri senzienti, tutti sullo stesso piano in modo eguale tra di loro, dovreste meditare sugli esseri senzienti verso cui avvertite dei problemi. Quando sentite sorgere nei loro riguardi il sentimento di compassione, fate attenzione che non sia diverso da quello che nutrite per i vostri parenti ed amici.

Meditate sulla compassione equanime per tutti gli esseri senzienti: una tenerezza diffusa a tutti gli esseri in tutto l’universo. Dovreste visualizzare i vostri avversari nello stesso modo in cui l’avete fatto per i vostri amici: essi sono stato, infatti, i vostri amici per un tempo immemorabile e vi sono stati indifferenti per un tempo altrettanto lungo. Riflettete su questa mancanza di differenza, e quindi di sostanziale identità: in termini di senso ultimo, perché tutte le emozioni affliggenti sorgono dall’ignoranza.

Sviluppate la stessa compassione della madre che si prende cura con tutto l’affetto del figlio sofferente. Quando arrivate a sviluppare una spontanea ed equanime compassione per tutti gli esseri senzienti, siete giunti ad un buon perfezionamento della pratica della compassione: questo è conosciuta come la grande compassione.

Abituatevi a meditare, generando compassione, iniziando a visualizzare tutte le persone a voi care (è la natura dell’aspirazione che mira alla felicità), comprendendo gradualmente anche coloro che vi sono estranei e, perfino i vostri nemici. Attraverso la pratica della compassione, farete gradualmente sorgere in voi un desiderio spontaneo di liberare dalla sofferenza tutti gli esseri senzienti. Quindi, dopo esservi familiarizzati a meditare sulla compassione, come base della vostra pratica,, passate a meditare sulla mente del risvegliare la bodhicitta.

– Non solo i nostri amici, ma anche un’infinita serie d’esseri attorno a noi ci hanno aiutato, anche se non lo sapevamo.

A questo punto il testo si chiede: “Se è così, perché rispettiamo i Buddha, gli illuminati, e non rispettiamo gli esseri viventi?”. In realtà, sono proprio gli esseri viventi che ci aiutano a realizzare lo stato dell’illuminazione. Perché, è proprio grazie al loro aiuto che possiamo crescere le nostre qualità e purificare i nostri difetti. In particolare, è proprio col loro sostegno che possiamo sviluppare la preziosa mente di bodhicitta, l’altruismo che desidera lo stato d’illuminazione per tutti gli esseri. In questo modo, non si può non considerare sé stessi come il più umile di tutti gli esseri, servendo gli altri con la maggiore dedizione di quanto si serve sé stessi. In questo modo la pratica è scevra d’orgoglio e si dimostra sempre utile: in ogni momento della vita e, specialmente, nel momento della morte. La compassione è indirizzata a liberare dalla sofferenza tutti, indistintamente,.

Solo partendo dal rendersi conto della propria sofferenza personale, e che questa è un problema di tutti, che s’inizierà la strada del bodhisattva: prendendosi cura della sofferenza di tutti, perché nessuno desidera la sofferenza.

– Kamalashila dice: “Come sviluppare la compassione?

All’inizio, occorre sviluppare la base della compassione, ovvero l’equanimità, l’imparzialità. Il che significa: non essere presi dall’attaccamento verso qualcuno né dall’odio verso altri”.

Noi nutriamo solitamente una compassione parziale: verso gli amici, gli vogliamo bene, viceversa, i nemici li vogliamo eliminare. Questa è una compassione parziale: si rivolge soltanto agli amici. Qui, invece, si parla d’una compassione che non fa distinzioni, che non discrimina, ma che è equanime. Dobbiamo, quindi, dapprima sviluppare quest’imparzialità, che non giudica.

Si tratta d’una equanimità non soggetta né all’attaccamento né all’odio: essa quindi non percepisce un individuo con l’occhio dell’attaccamento né, qualcun altro, con occhio d’odio. E’ vero che, a livello sottile, vi può essere una compassione contaminata o una fede contaminata dal senso dell’ego, ma, per ora, non preoccupiamocene.

Facciamo invece in modo di sviluppare questa equanimità: in fondo non c’è un nemico o un amico vero nel samsara. Quello che è ora il nostro amico, infatti, poteva benissimo essere in passato il nostro nemico, e viceversa. Così pure, chi attualmente si dimostra gentile nei miei confronti, un domani potrebbe essermi molto d’ostacolo, molto negativo. Che differenza c’è, allora, tra l’amico ed il nemico? Ciò che crea l’amico, in realtà è l’attaccamento. Ciò che crea il nemico, in realtà, è l’odio!

E’ l’afflizione mentale, quindi, alla base dell’individuazione dell’amico o del nemico, che in sé non esistono. Ci si può aiutare visualizzando gli amici, sentendo cosa si prova nei loro confronti, quindi ci si volge a visualizzare i nemici, vagliando i nostri sentimenti, passando poi a visualizzare le persone indifferenti, verificando le sensazioni che sorgono in noi. Proviamo attrazione, repulsione o indifferenza? Ebbene, se le avvertiamo, da dove nascono? Esse sorgono soltanto dalle afflizioni mentali: non hanno una consistenza in sé.

Sua Santità il XIV Dalai Lama

-Tutti gli esseri sono in realtà uguali.

Nessuno desidera la sofferenza e tutti aspirano alla felicità. Tutti hanno lo stesso diritto alla liberazione: perché la liberazione è un fatto personale, è una proprietà dell’essere in sé. E’ una proprietà personale degli esseri. Quindi, il bodhisattva è colui al quale la sofferenza personale non ha più importanza: a lui interessa solo la sofferenza di tutti.

Perché la sofferenza è una proprietà comune a tutti. Purtroppo, questa, è una proprietà indesiderata! Proprio per questo motivo il bodhisattva intende eliminare questa sofferenza.

Avendo, quindi, compreso che non c’è un vero amico o nemico, si raggiunge la visione dell’equanimità, una percezione che non discrimina!

Da quest’equanimità può nascere la compassione e l’amorevole gentilezza che vede vicini a sé tutti gli esseri senzienti.

Per questa ragione, sentendo questa vicinanza con gli altri, prende spontaneamente a cuore l’altrui situazione. Questo è il vero seme della compassione! E’ la compassione che non solo vuole liberare gli altri, non solo prende a cuore la loro situazione, ma li vuole liberare da ogni tipo di sofferenza!

Tutti provano sofferenza: gli esseri negli inferi, gli esseri che vivono come spiriti, gli esseri che vivono come gli animali, gli esseri che vivono come umani e gli esseri che vivono come dei.

– La sofferenza è omnipervasiva perché l’ignoranza controlla tutti i tre reami dell’esistenza.

Se osserviamo gli esseri umani, ci rendiamo conto che non riescono ad ottenere ciò che desiderano. Anche gli dei soffrono per il cambiamento del loro stato. Gli esseri tutti soffrono per il dolore della trasmigrazione: delle morti e delle rinascite. Soffrono tutti per il dolore del cambiamento. Il piacere che essi provano si trasforma presto in sofferenza. Tutti gli esseri soffrono della sofferenza onnipervasiva, che dipende dal risultato delle emozioni e degli aggregati psicofisici. Tutti gli esseri soffrono perché esiste la disintegrazione momentanea degli aggregati psicofisici: questa è la realtà della pervasività sofferenza. In altri termini si può dire che la sofferenza è onnipervasiva perché l’ignoranza controlla tutti i tre reami dell’esistenza. Quest’ignoranza rappresenta una confusione completa rispetto alla realtà. Quest’ignoranza non permette lo sviluppo della pace e della felicità duratura. Allora, sorge il sentimento di chiedersi: “Cosa potrò mai fare in questa situazione? Come posso condurre tutti di là di questa situazione, in una condizione di pace e felicità duratura?”

Questo è il desiderio straordinario, da cui nasce la bodhicitta, la suprema mente che persegue lo stato dell’illuminazione, impersonalmente.