S.S. Dalai Lama: Insegnamenti Zurigo 9

NONA parte degli

INSEGNAMENTI DI SUA SANTITA’ IL XIV DALAI LAMA

LA VIA AL SUPERAMENTO DELLE EMOZIONI PERTURBANTI

5 – 12 agosto 2005, Zurigo, Svizzera

Commentario ai testi

Bodhicharyavatara (Introduzione alla via del Bodhisattva) di Shantideva http://www.sangye.it/altro/?p=470

Bhawanakrama (Livello intermedio della meditazione) di Kamalashila

Appunti, traduzione dall’inglese ed editing dell’Ing. Alessandro Tenzin Villa, del Dott. Luciano Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

SUA SANTITA’ IL XIV DALAI LAMA

BODHICHARYAVATARA

CAPITOLO 7

LA PERSEVERANZA ENTUSIASTICA

Vi esorto a coltivare la virtù che si batte contro la pigrizia, a sviluppare la pazienza contro le avversità, a coltivare, a praticare la pazienza, la perseveranza di mostrare sempre interesse per le virtù, facendo sorgere una gran forza d’animo capace di spingerci continuamente nel cammino delle pratiche verso l’illuminazione. Perciò, impegniamoci a coltivare la pazienza e ad applicarci in ogni condotta virtuosa.

Non abbattiamoci pensando di non poter mai ottenere alcunché. La condotta virtuosa è l’antidoto contro la mera indolenza che ci blocca. E’ l’antidoto contro la disistima e la depressione, contro il senso d’autodistruzione, che ci abbatte. Rinunciamo ai comportamenti inutili: alla pigrizia, all’attaccamento. Sviluppiamo viceversa la consapevolezza contro la tendenza al sonno. Attualmente non siamo ancore consapevoli di dimorare nelle fauci del signore della morte.

RIMUOVIAMO LA PIGRIZIA DELLO SCORAGGIAMENTO SCAMBIANDO NOI STESSI CON GLI ALTRI.

Non abbattiamoci pensando a tutto ciò che vorremmo ancora ottenere. Il Tathagata Buddha ha parlato della liberazione persino agli insetti. Ma la liberazione sulla base della familiarizzazione può diventare un cammino molto più facile di quel che non si pensi.

Per far ciò dobbiamo giungere a saper distinguere ciò che è importante da ciò che è secondario.

Perché abbiamo tanto attaccamento per il nostro corpo, per noi stessi, per le nostre cose, quando è la loro mancanza a crearci tanta sofferenza? Compiamo tante e tante azioni davvero senza scopo. Impegniamoci invece a superare la pigrizia, l’indolenza, l’attaccamento, ad abbandonare i comportamenti inutili, generando entusiasmo in questo sforzo.

Siamo disposti a sopportare ogni genere di tormento pur d’ottenere dei beni materiali, ma perché non siamo in grado di confrontarci con le difficoltà che si frappongono sulla strada del risveglio? Perché non imboccare la via della condotta del Bodhisattva nello stesso modo in cui il chirurgo rimuove dal corpo le parti malate? Invece il medico supremo, in un modo molto gentile, non ci obbliga a trattamenti né cruenti né radicali, ma si limita ad indicarci semplicemente la strada per la liberazione dai mali che ci affliggono.

ASPIRAZIONE, FERMEZZA E GIOIA SONO LE FORZE CHE SI BATTONO PER IL BENESSERE DI TUTTI GLI ESSERI, TRAMITE LO SVILUPPO DEL NON ATTACCAMENTO AI FENOMENI SIA NEGATIVI SIA POSITIVI, SVILUPPANDO, INSOMMA, LA CAPACITÀ DI LASCIAR ANDARE LE COSE.

In questo modo sviluppiamo la fermezza intesa come autostima, non l’orgoglio, né l’autoaffermazione, ma il coraggio, la forza d’animo che ci fa dire: “Posso farcela”. Sviluppiamo così i fattori che s’oppongono all’ignoranza: rafforziamo l’autostima, l’affermazione delle nostre potenzialità per potenziare la nostra consapevolezza, sviluppando in innumerevoli modi la perseveranza alla profonda aspirazione, all’effettiva volontà d’ottenere la Buddhità per il beneficio di tutti gli esseri. E’ questo il cammino dell’autostima, dell’autoincoraggiamento, della gioia, dell’entusiasmo mantenuto attraverso la pratica, che ci fa affrontare le situazioni difficili senza farci sentire sopraffatti da questi ostacoli, che continuamente fa germogliare in noi i frutti della fermezza e della forza d’animo, della gioia derivante dalla consapevolezza dei risultati sulla base della motivazione.

In questo modo acquisiremo la capacità di comprendere quando è il momento di saperci tirare indietro quando ci si sente stanchi e, viceversa, quando è il momento propizio per ripartire, maturando l’aspirazione sulla base di ciò che s’intende fare, a partire dalla costante meditazione sui risultati maturati dalla sofferenza generata dalle azioni negative. E’ questa la pratica dell’aspirazione all’illuminazione di tutti gli esseri, sorretta dal coraggio e dalla forza d’animo.

(56)

Gli esseri vinti dall’orgoglio e dall’arroganza

vengono distrutti dai difetti mentali,

e sono privi di fiducia in sé stessi.

PERCORRENDO LA VIA DEL BODHISATTVA GIUNGEREMO INEVITABILMENTE AD ABBANDONARE L’ORGOGLIO AFFITTIVO E L’ARROGANZA CHE GENERA SFIDUCIA IN NOI STESSI. PRATICANDO, INOLTRE, L’ASPIRAZIONE AL BENE, REALIZZEREMO LA FIDUCIA IN NOI STESSI ED UN LEGAME DI RECIPROCA SOLIDARIETÀ CON GLI ALTRI.

Capiremo fin dove potremo inoltrarci: ciò che potremo e non potremo fare. Svilupperemo le nostre capacità, quelle che ci fanno comprendere la portata delle azioni da intraprendere e che siamo in grado di portare a compimento, evitando così d’iniziare delle azioni che poi lasceremo a metà. Non è necessario essere in tanti per beneficiare gli esseri senzienti. Il vero praticante buddista riesce a rendersi conto d’essere in grado di riuscire a superare tutti gli ostacoli anche da solo, a partire dall’eliminazione del comune senso dell’orgoglio.

(63)

Come coloro che si dilettano piacevolmente nel gioco,

i bodhisattva compiono ogni loro attività

con gran gioia e felicità,

e sperimentano un autentico piacere.

Per poter essere in grado d’aiutare gli altri dobbiamo prioritariamente rafforzare la nostra mente, convincendoci che, come figli dei conquistatori, saremo stabili nel generare e mantenere la fiducia in noi stessi.

Il Bodhisattva non è mai soddisfatto di quel che realizza per gli altri, mantenendo sempre alta la presenza mentale, la vigilanza, la perfetta concentrazione sul proprio oggetto, rimanendo sempre molto vigile, all’erta, tenendosi lontano, anzi distogliendosi dalle afflizioni mentali. Anzi, starà all’erta come chi scruta il nemico in battaglia, evitando comunque di farsi prendere dalla sonnolenza e dal torpore, con la stessa accortezza di chi trasporta un contenitore colmo d’olio ed è minacciato di morte se ne dovesse versare anche una sola goccia.

(71)

Chi pratica dovrebbe essere molto concentrato,

proprio come un uomo impaurito

trasporta una giara colma d’olio,

sotto la minaccia di qualcuno che gli dice:

“Se ne versi una sola goccia t’ucciderò”.

BODHICHARYAVATARA

Capitolo VIII

LA MEDITAZIONE

(1)

Dopo aver sviluppato la perseveranza,

devo render stabile la mente

mediante la concentrazione meditativa,

poiché le persone dalla mente debole e distratta

diventano preda delle zanne dei difetti mentali.

(2)

In solitudine, il corpo e la mente

Non vengono danneggiati dalle distrazioni.

Per tale motivo, rinunciando alla vita mondana,

devo eliminare totalmente l’inconsapevole flusso dei pensieri discorsivi.

(3)

Non si ottiene il disgusto per la vita mondana

Con l’attaccamento ai propri cari e con la bramosia

Di guadagno. Per tale motivo devo innanzitutto

Rinunciare a queste emozioni negative,

poiché questo è il modo in cui il saggio si comporta.

Il raggiungimento della calma dimorante è fondamentale, sia per i buddisti che per i non buddisti, per sviluppare la speciale introspezione, la visione profonda e sovramondana, libera da qualsiasi distorsione. Per raggiungere la propria calma, per conseguire la percezione corretta dei fenomeni, sviluppando la bodhicitta ultima, in forma chiara, limpida, inamovibile, come una lampada di burro che brilla inalterata al vento, avendo praticato e superato la bodhicitta convenzionale, quella caratterizzante le convenzioni del mondo, mi cimenterò a praticare la bodhicitta ultima connessa alla percezione della realtà ultima, conseguendo la capacità di percezione diretta delle afflizioni in rapporto alle cause che conducono all’afflizione, alla presunzione dei fenomeni, alla formazione del sé.

INTENDO LA PERCEZIONE DELLA REALTÀ DEI FENOMENI LIBERA DALLE ELABORAZIONI E DALL’ATTACCAMENTO AL SÉ E DALL’ATTACCAMENTO ALLE COSE, SUPERANDO LA VISIONE DISTORTA DELLA REALTÀ CHE CI FA SEMBRARE I FENOMENI COME A SÉ STANTI.

Tramite questo genere di comprensione, focalizzandoci sulla natura ultima dei fenomeni, ci liberiamo del dualismo, comprendiamo che i fenomeni sorgono in modo interdipendente, interconnessi gli uni con gli altri, e pratichiamo la bodhicitta ultima, la quale è limpida perché priva d’ogni impedimento, di qualsiasi oscurazione. È immacolata, perché, quando si realizza la vacuità, conseguiamo l’ottenimento del risveglio, la liberazione dall’inquinamento dei klesha.

Realizziamo la pratica di shamata, della visione penetrante, che permette il conseguimento e la chiarezza di vipassana, la costante familiarizzazione con lo yoga del calmo dimorare

Tutti i Buddha sono il risultato del calmo dimorare vipassana e della visione profonda o introspezione shamata

Per Nagarjuna, come spiega negli “Stadi intermedi del sentiero”, per raggiungere la liberazione dal samsara, occorre innanzitutto liberarci dal karma contaminato e dalle emozioni affliggenti o frustrazioni.

Come?

Combattendole.

LE AZIONI CONTAMINATE DERIVANO DALLE EMOZIONI AFFLIGGENTI, LE QUALI, A LORO VOLTA, DERIVANO DAI PENSIERI CONCETTUALI, ED A LORO VOLTA ANCORA, DALLA MENTE DELL’ATTACCAMENTO CHE CONSIDERA I FENOMENI COME REALMENTE ESISTENTI DI PER SÉ, IN MODO INDIPENDENTE, INERENTE.

Proprio per questo motivo, possiamo concordare che, proprio dalla concezione dell’esistenza inerente dei fenomeni, nascono tutte le frustrazioni. Come possiamo combatterle?

Comprendendo che, effettivamente, le cose non esistono indipendentemente, inerentemente. Applicando in questo modo la saggezza della vacuità, solo così possiamo riuscire a distruggere e ad annientare tutte le emozioni affliggenti. Solo tramite questo procedimento si riesce ad ottenere la visione della vacuità: questa sì che è la realtà intrinseca, superando la percezione distorta della realtà convenzionale in modo indipendente, come esistente di per sé, inerentemente. Questa concezione di distorsioni improprie discordanti dalla realtà (tib. ciopa) rappresenta un’allucinazione che ci impedisce di percepire i fenomeni come effettivamente sono. La spiegazione esaustiva della realtà vera dei fenomeni, non può che rivelarsi con caratteristiche universali, perciò valida in tutti i contesti. In questo modo abbiamo la possibilità di sbarazzarci di quest’allucinazione di base che ci fa aderire ad una falsa concezione della realtà dei fenomeni, da cui si sprigionano le altre afflizioni karmiche. Solo la comprensione della realtà intrinseca, la vera esistenza, è in grado di dissipare le concezioni erronee. La cognizione della vacuità riconosce che solo attraverso la saggezza saremo in grado di percepire la realtà vera ed anche di riconoscere come illusoria quella convenzionale.

(4)

La profonda visione interiore, unita alla calma mentale,

distrugge completamente i difetti mentali

e le emozioni negative.

Per cui, come prima cosa devo realizzare una stabile calma

mentale, e questa si ottiene mediante

il gioioso distacco dalla vita mondana.

Lak tong è la calma dimorante ordinaria, comune anche alle scuole non buddhiste, mentre la straordinaria introspezione profonda Vipassana, caratteristica unicamente del Buddismo, è peculiare di coloro che realizzano la saggezza del non sé dei fenomeni.

Occorre capire il significato, e far proprio il concetto, della vacuità, della mancanza d’esistenza inerente dei fenomeni e delle sue cause, identificando gli oggetti di negazione. Il gran saggio Arya Deva asseriva: “Queste visioni distorte sono responsabili del nostro ingresso nell’intrappolamento dell’esistenza ciclica del samsara”.

Perciò, dobbiamo comprendere in che modo i fenomeni realmente esistono. Potremmo iniziare questo cammino di comprensione prendendo l’esempio dell’immagine dell’albero riflessa nello specchio. Benché quest’ultima non appaia come il vero albero, apparentemente ne possiede le caratteristiche.

L’IMMAGINE DELL’ALBERO RIFLESSA NELLO SPECCHIO, È IL PARADIGMA DELLA PERCEZIONE DISTORTA, DELLA CONCEZIONE ERRONEA DELL’ORIGINE INDIPENDENTE DEI FENOMENI.

Man mano che esploriamo, diventerà sempre più realistica la nostra immagine distorta della realtà: le cose che dapprima ci apparivano solide, indipendenti ora cominciano ad apparire interconnesse, proprio perché i fenomeni sono vuoti d’esistenza indipendente: sono vacui dall’avere un sé intrinsecamente esistente.

Prima di far ingresso nell’affascinante mondo della vipassana, occorre aver compreso la vera identità, ed, all’opposto, quella erronea: quella che realizza le cose come a sé stanti, indipendenti ed immutabili. E, sono innumerevoli le possibili immagini da focalizzare in proposito. In questo contesto, è necessario realizzare in modo chiaro l’immagine di ciò che effettivamente riflette la vacuità, la vera realtà. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che le immagini mentali ben difficilmente riflettono esaustivamente la vera realtà.

Man mano che analizzeremo la realtà convenzionale, ci renderemo conto che le immagini che deriviamo da questa, pur sembrandoci solide, sono invece prive d’esistenza vera, a sé stante, concreta, reale, effettiva. Lentamente in questo processo stiamo scalfendo la dualità di percezione che, per assuefazione, si mantiene predominante nella nostra mente, ma che, grazie a questo impegno, non potrà riuscire ad essere accreditata a livello della nostra coscienza, sul piano del nostro livello conscio. Quindi, la chiarezza in questo campo diventerà sempre più evidente, permettendo che la realtà effettiva sia sempre più constata dalla nostra coscienza.

Man mano che questa comprensione diverrà sempre più autentica, più spontanea, non si tratterà più d’un semplice processo di comprensione della vacuità, ma diventerà anche il cammino lungo il quale germoglia la compassione.

QUANTO PIÙ QUESTA COMPRENSIONE DIVENTERÀ SEMPRE PIÙ SPONTANEA, TANTO PIÙ L’ACQUISIZIONE SI TRASFERIRÀ DAL PIANO CONCETTUALE A QUELLO DELL’ESPERIENZA DIRETTA.

Siamo al primo Bhumi del sentiero della visione. E, per raggiungerlo, occorre essere dotati e dimostrare un impegno costante, familiarizzandoci con la vacuità ad un livello sempre più intenso e profondo, scalfendo vieppiù i diversi livelli d’ignoranza, di concettualizzazione della forma, d’attaccamento, d’odio. Si tratta d’un processo graduale che parte da un’analisi approfondita per intraprendere una pratica seria, che porta a livelli sempre più profondi di comprensione.

Si arriva così ad eliminare dei livelli sempre più sottili che ci oscurano dalla comprensione della effettiva realtà. In tal modo stiamo inoltrandoci nel sentiero della visione attraverso vari livelli o Bhumi. Cosicché, riusciamo a scorgere dei livelli sempre più sottili di realtà.

Grazie alla familiarizzazione con l’effettiva realtà, le afflizioni mentali s’assottigliano sempre più, fino alla loro totale scomparsa: il che corrisponde all’onniscienza, alla Buddhità. Le oscurazioni all’onniscienza coincidono con l’apparizione dualistica della realtà. In questo modo, invece, le apparenza saranno totalmente concordi con la realtà, raggiungendo lo stato d’Arhat o il terreno della totale liberazione o VIII Bhumi, equivalente alla liberazione dalle oscurazioni afflittive, a sua volta punto di partenza per scardinare anche i rimanenti aspetti sottili d’esistenza inerente.

All’inizio, sulla base dello studio, la riflessione personale costituisce la base per la comprensione del lak tong, o stato ordinario del calmo dimorare, punto d’arrivo che diventa il trampolino per poter avanzare verso la concentrazione o stabilizzazione meditativa vipassana, la condizione sovrana che dipana il pensiero.

Seguendo questo percorso saremo in grado di rimuovere le sottili impronte negative connesse alle emozioni affliggenti, del tutto distruggenti, che, tramite l’analisi della vacuità dei fenomeni nel calmo dimorare, possono essere temporaneamente distrutte.

Analizziamo perciò la vacuità dei fenomeni, altrimenti non troveremo altro modo per liberarci dal samsara, per incamminarci sui terreni del Bodhisattva d’Asanga.

MEDIANTE LA CONCENTRAZIONE UNIVOCA, ESAMINIAMO I NOSTRI AGGREGATI SIA FISICI SIA MENTALI, IDENTIFICANDO LE EMOZIONI AFFLIGGENTI ED IMPEGNANDOCI AD ELIMINARLE, GENERANDO LA PURA CONSAPEVOLEZZA, TRAMITE LA MEDITAZIONE UNIVOCA SULLA SAGGEZZA DELLA VACUITÀ.

E’ inopportuno intraprendere la meditazione analitica disgiunta da quella sulla calma dimorante: esse vanno invece coltivate di pari passo.

Le ragioni per cui sono contemporaneamente richieste la calma concentrativi e l’introspezione mentale dipendono dal fatto che la sola familiarizazione è in grado d’eclissare soltanto temporaneamente le oscurazioni. Shinè può battere solo temporaneamente le afflizioni mentali, mentre la saggezza le distruggerà per sempre.

IN ASSENZA DELLA COMPRENSIONE DELLA VACUITÀ LE AFFLIZIONI NON POSSONO ESSERE ELIMINATE DEFINITIVAMENTE.

Questa è la causa che può portare la pace risultante, la liberazione. Coloro che pensano che la concentrazione univoca sia sufficiente ad eliminare le oscurazioni, potranno facilmente cadere nell’orgoglio. La concentrazione univoca viene ottenuta con l’adesione ad una corretta condotta morale. Perciò occorre meditare sulla vacuità.

Senza shinè si sarebbe instabili come una lampada al burro esposta al vento: l’introspezione speciale e la calma dimorante devono essere uniformemente coltivate.

È NECESSARIO POTER VEDERE SIMULTANEAMENTE LA REALTÀ CONVENZIONALE CON QUELLA ULTIMA.

Il bodhisattva non può, tuttavia, percepire gli alti stadi della cessazione se possiede la mente del calmo dimorare limitata ai livelli iniziali.

A proposito delle condizioni favorevoli per un ambiente idoneo alla meditazione, nella Guida allo stile di vita del bodhisattva, Shantideva presenta i prerequisiti per meditare sulla calma concentrativa e l’introspezione speciale.

GLI INSEGNAMENTI DEL BUDDHA SI DISTINGUONO IN INTERPRETATIVI ED ULTIMI, ESPRESSI COMUNQUE IN FUNZIONE DELLE ATTITUDINI DEI SINGOLI ALLIEVI.

L’Illuminato diede, infatti, diversi tipi d’insegnamenti nei confronti di diverse tipologie d’ascoltatori. E, tutto ciò che il Buddha ha insegnato, l’ha fatto col proposito di condurre gradualmente gli esseri, ad una comprensione sempre più profonda. I primi insegnamenti, che vanno interpretati, sono attinenti alla realtà convenzionale, mentre i secondi vertono sulla realtà ultima, definitiva. In ogni caso la scuola più avanzata di pensiero, la scuola Madhyamyka, insegna la vacuità come insegnamento definitivo non interpretativo. E, per ottenere l’introspezione speciale occorre riferirsi agli insegnamenti definitivi.

Tra questi argomenti figura quello della mancanza d’esistenza assoluta, d’assenza d’esistenza intrinseca del sé della persona e delle cose. Il che, come espresso dal Sutra della Perfezione della Saggezza, non configura forse una nuova realtà sostanziale? E’, infatti, molto importante comprendere che le concezioni erronee portano alla sofferenza.

IL BUDDHA INVITÒ A NON ASSUMERE CARNE, NE CONSEGUIVA LA PRESCRIZIONE D’UN ALIMENTAZIONE TOTALMENTE VEGETARIANA.

Nella tradizione Vinaya i monaci si sfamano di quel che viene dato loro in elemosina dai devoti. Se fosse offerta loro della carne allora avrebbero dovuto accettarla. Tuttavia devono astenersi dal cibarsi della carne d’animali appositamente uccisi o che si dubiti che siano stati soppressi appositamente per loro.

(5)

L’intenso attaccamento che un essere impermanente

Prova nei confronti di altri esseri impermanenti

Diventerà la causa che, per migliaia di vite,

impedirà a costui di poterli rivedere.

(6)

Non rivedendoli, sarò infelice, e la mia mente

Non potrà dimorare nell’equanimità della meditazione.

E anche se li potrò rivedere ,

non vi sarà soddisfazione, perché, come in precedenza,

sarò afflitto dall’attaccamento.

L’attaccamento verso gli esseri impuri, impermanenti farà sì che per migliaia di vite non li potremo vedere, il che ci comporterà ulteriore sofferenza. E’ importante collegare i diversi attributi degli esseri impermanenti, i quali sono perciò impuri, sofferenti ed, alla base, privi d’un sé.

Comportandomi come le persone infantili certamente finirò per cadere nei reami inferiori, queste, infatti, in un momento ci si dimostrano come amiche, per poi diventare di colpo nemiche. S’irritano non solo se si rivolgono loro delle critiche, ma persino “delle situazioni gioiose” e”si risentono anche quando si rivolgono loro parole benefiche”. Se poi non ascolto quello che dicono, vanno in collera.

(12)

Sono invidiosi di coloro che sono loro superiori,

in competizione con quelli che son loro pari e

arroganti nei confronti degli inferiori.

(13)

Se vengono lodati si gonfiano d’orgoglio,

e se vengono criticati reagiscono con rabbia.

Non si ottiene mai alcun beneficio

Dagli sciocchi esseri infantili.

PERCIÒ OCCORRE ALLENTARE LE RELAZIONI NEI LORO CONFRONTI, ALTRIMENTI DEDICHEREMMO TROPPO TEMPO ALLE AZIONI NEGATIVE. VI ESORTO PERCIÒ A COLTIVARE L’ATTITUDINE AL DISTACCO, A DISTACCARVI DALLE PERSONE E DALLE COSE.

Perciò di nuovo ribadisco il mio no alla costruzione di veri e propri palazzi nei monasteri ed alla privatizzazione dei monasteri.

Non sostenete iniziative private, ma volte a beneficiare la collettività, promuovete progetti di pubblica utilità, come ospedali e scuole. Negate pure i fondi a chi li chiede per sé. Per edificare la sua casa.

Esistono dei lama o delle reincarnazioni che desiderano dimorare in luoghi sfarzosi, lussuosi. Non sponsorizzate richieste personali. Ma sostenete le opere che beneficiano la collettività: i monasteri, gli ospedali, le scuole e tutte le iniziative a favore di più individui.

Di quale utilità sono gli amici, se diventano generatori d’ostacoli?

Chi continua a proseguire il sentiero del samsara intraprende la strada verso un’altra rinascita.

Interveniamo piuttosto sul nostro attaccamento, proprio perché i desideri sensoriali sono all’origine di molte disgrazie.

Colophon

Questa prima bozza d’appunti, a cura d’Alessandro Tenzin Villa, Luciano Villa e Graziella Romania, sui preziosi insegnamenti che Sua Santità il XIV Dalai Lama conferì dal 5 al 12 agosto 2005 a Zurigo, Svizzera, è da ritenersi provvisoria, quindi lacunosa, con possibili errori nonché imperfezioni, anche rilevanti, e non rappresenta affatto una trascrizione letterale delle parole di Sua Santità il Dalai Lama, tradotte dal tibetano in inglese da Ghesce Dorje ed in italiano da Anna Maria De Pretis, ma semplicemente un limitato spunto di riflessione.