2 S.S. Dalai Lama: Insegnamenti Londra 1994

Sua Santità il Dalai Lama e Dom Laurence Freeman

Sua Santità il Dalai Lama e Dom Laurence Freeman

Insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama a Londra dal 14 al 17 settembre 1994 al Seminario “John Main”, promosso dalla Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, sul tema: “Il buon cuore”

Lettura buddista del Vangelo

II

Amate i vostri nemici

(Mt 5, 38-48)

(La mattina, Sua Santità è arrivata puntualmente e ha introdotto il commento di un brano del Vangelo secondo Matteo con alcune brevi osservazioni preliminari. Nel corso del seminario ha ripetuto più volte che il suo scopo non era quello di convertire al buddhismo i cristiani del pubblico, ma di proporre la lettura dei brani del Vangelo secondo il punto di vista di un monaco buddhista). <!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>

Poiché il dialogo è stato organizzato dalla Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, e i partecipanti sono per la maggior parte cristiani praticanti, seriamente impegnati nelle loro pratica e nella loro fede, la mia presentazione sarà diretta innanzitutto a questo pubblico. Di conseguenza, cercherò di spiegare le tecniche e i metodi buddhisti che possono essere adottati da un praticante cristiano, senza entrare nel merito degli aspetti più profondi della filosofia buddhista. Durante il dibattito potranno emergere alcune di queste diversità più profonde, metafisiche, fra le due tradizioni.

La mia principale preoccupazione è questa: come posso aiutare i praticanti cristiani, essere loro utile? L’ultima cosa che desidero è di spargere nella loro mente i semi del dubbio e dello scetticismo. Come ho già detto, sono pienamente convinto che le numerose tradizioni religiose esistenti siano valide e significative. In base alla mia esperienza, tutte le principali tradizioni religiose del mondo sono in grado di produrre una lingua comune e un messaggio su cui possiamo costruire un’intesa autentica.

In generale, sono convinto che si debba rimanere fedeli alla religione della propria cultura e delle proprie origini. Naturalmente le singole persone hanno tutto il diritto di cambiare, se ritengono che una nuova religione sia più efficace o adatta per le loro esigenze spirituali. Tuttavia, in generale, è meglio scoprire la validità della propria tradizione. Ecco un esempio del tipo di difficoltà che possono insorgere cambiando religione. Negli anni Sessanta, in una famiglia tibetana il padre di famiglia morì, e in seguito la madre venne a trovarmi. Mi disse che per quanto riguardava questa vita era cristiana, ma che nella prossima vita non c’era per lei altra alternativa del buddhismo. Quante complicazioni! Se siete cristiani, è meglio che vi sviluppiate spiritualmente all’interno della vostra religione, e siate buoni cristiani, veri cristiani. Se siete buddhisti, siate veri buddhisti. Non una cosa a metà! Questo può soltanto creare confusione nella vostra mente.

Prima di commentare il testo, vorrei parlare della meditazione. Il termine tibetano per indicare la meditazione è (gom): significa lo sviluppo di una costante familiarità con una particolare pratica od oggetto. Il processo di “familiarizzazione” è fondamentale, perchè il potenziamento, o sviluppo, della mente deriva dall’accresciuta familiarità nei confronti dell’oggetto prescelto.

Perciò si può sperare di realizzare la propria trasformazione interiore, o di raggiungere la disciplina mentale, unicamente tramite l’applicazione costante delle tecniche di meditazione e dell’addestramento mentale. Nella tradizione tibetana ci sono, parlando a grandi linee, due tipi principali di meditazione. Una impiega un certo grado di analisi e di ragionamento, e viene definita come meditazione contemplativa o analitica. L’altra riguarda maggiormente l’assorbimento mentale e la concentrazione, e viene denominata “meditazione della concentrazione univoca”.

Supponiamo per esempio di meditare sull’amore e la compassione nel contesto cristiano. Realizzando l’aspetto analitico di tale meditazione, seguiremo linee specifiche di ragionamento, come questa: per amare sinceramente Dio si deve dimostrare tale amore con un atto di amore autentico verso gli altri esseri umani, amando il proprio prossimo. Si potrebbe anche riflettere sulla vita e sull’esempio di Gesù Cristo: come si comportò nella vita, come operò per il bene degli altri esseri senzienti, come le sue azioni forniscono l’esempio di un’esistenza motivata dalla compassione. L’aspetto analitico della meditazione sulla compassione consiste in questo tipo di processo mentale. Si potrebbe meditare in modo analogo sulla pazienza e sulla tolleranza.

Grazie a queste riflessioni si può conseguire l’intima convinzione che la compassione e la tolleranza sono qualità importanti e preziose. Quando si arriva a essere pienamente convinti del valore e delle necessità di compassione e tolleranza, si proverà un senso di commozione, ci si sentirà trasformati dall’interno. A questo punto si dovrebbe concentrare in modo univoco la mente su tale convinzione, senza applicare più l’analisi: la mente dovrebbe rimanere nell’equilibrio della concentrazione univoca; e questo è l’aspetto dell’assorbimento mentale della meditazione sulla compassione. Perciò, in una sessione di meditazione si applicano entrambi i modi di meditare.

Come mai, applicando queste tecniche di meditazione, riusciamo non soltanto a sviluppare la compassione, ma anche ad accrescerla? Accade perché la compassione è un tipo di sentimento che la potenzialità di ampliarsi. Parlando in generale, possiamo individuare due tipi di sentimento: uno è più istintivo e non si fonda sulla ragione; l’altro tipo di sentimento, come la compassione o la tolleranza, non è istintivo e ha invece un solido fondamento, delle basi essenziali, nella ragione e nell’esperienza. Quando si sono percepite chiaramente le varie cause logiche del suo sviluppo e ci si convince dei loro benefici, questi sentimenti ne risultano potenziati. Assistiamo in tal caso alla unificazione di intelletto e cuore. La compassione rappresenta il sentimento, il cuore, e l’applicazione della meditazione analitica impegna l’intelletto. Perciò quando si è arrivati allo stato meditativo in cui si intensifica la compassione, si raggiunge una particolare unificazione di mente e cuore.

Se si esamina la natura di questi stati meditativi, si vedrà anche che al loro interno ci sono elementi diversi. Per esempio, potremmo impegnarci nel processo analitico riflettendo che siamo tutti creature dello stesso creatore, e che perciò siamo realmente tutti fratelli e sorelle. In questo caso, si sta focalizzando la mente su un oggetto specifico. Vale a dire che la soggettività analitica di una persona si concentra sull’idea o il concetto che sta analizzando. Tuttavia, quando si è raggiunto uno stato di concentrazione univoca, quando si sperimenta quella trasformazione interiore, la compassione dentro di noi, non esiste più una mente meditante e un oggetto meditato. Al contrario, la mente si manifesta nell’aspetto della compassione.

Questi erano alcuni commenti preliminari sulla meditazione. Ora leggerò un brano tratto dal Vangelo:

Avete inteso che fu detto:

Occhio per occhio e dente per dente”;

ma io vi dico di non opporvi al malvagio;

anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra;

e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la

tunica, tu lascia anche il mantello.

E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due.

Da’ a chi ti domanda, e a chi desidera

date un prestito non volgere le spalle. (Mt 5, 38-42)

La pratica della tolleranza e della pazienza perorata in queste frasi è estremamente simili alla pratica della tolleranza e della pazienza proposta in generale nel buddhismo.

Questo vale in particolare per il buddhismo (Mahayana), nel contesto degli (ideali del bodhisattva): la persona che subisce un danno viene esortata a reagire in modo non violento e compassionevole. In realtà, si potrebbe affermare che, inserendo queste frasi in un testo buddhista, sarebbe quasi impossibile riconoscere la provenienza da Scritture della tradizione cristiana.

Avete inteso che fu detto: (amerai il tuo prossimo) e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti com’è perfetto il Padre vostro celeste. (Mt 5,43-48)

Questo brano mi ricorda un passo di un testo buddhista (Mahayana) conosciuto come il (Compendio delle Pratiche), (1) in cui (Santideva) chiede:

Se non pratichi la compassione verso il tuo nemico,

verso chi potrai praticarla?”.

Intende dire che persino gli animali dimostrano amore, compassione e un sentimento di empatia verso coloro che amano. Visto che sosteniamo di praticare la spiritualità e di seguire una via spirituale, dovremmo riuscire a fare meglio degli animali.

Questi passaggi del Vangelo mi ricordano anche le riflessioni di un altro testo (Mahayana) intitolato (Guida allo stile di vita del Bodhisattva), in cui (Shantideva) afferma che è molto importante tenere un atteggiamento corretto verso il proprio nemico. Se si riesce a coltivare una attitudine positiva, i nemici diventano i migliori maestri spirituali perchè la loro presenza offre la possibilità di accrescere e sviluppare la tolleranza, la pazienza e la comprensione. Aumentando la propria tolleranza e la propria pazienza, sarà più facile accrescere la propria capacità di compassione, e per suo tramite l’altruismo. Perciò, anche per praticare il vostro sentiero spirituale è fondamentale la presenza di un nemico. L’analogia espressa nel Vangelo, “il sole non fa differenze su dove splende”, è molto significativa. Il sole brilla per tutti e non fa discriminazioni. È una meravigliosa metafora della compassione.

Ci dà il senso della sua imparzialità e della sua natura omnicomprensiva. Mentre leggo questi passi, mi rendo conto di come il Vangelo metta in particolare risalto la pratica della tolleranza e i sentimenti di imparzialità verso tutte le creature. Secondo la mia opinione, per sviluppare la capacità di tolleranza verso tutti gli esseri, e in particolare verso un nemico, è importante prima di ogni altra cosa provare un sentimento di equanimità verso tutti. Se qualcuno ci dice che non dovremmo dimostrare ostilità al nostro nemico o che dovremmo amare il nostro nemico, questa affermazione da sola non sarà sufficiente per indurci a cambiare. E’ assolutamente naturale per tutti noi provare ostilità verso chi ci fa del male, e provare dell’attaccamento per quelli che amiamo. È un sentimento umano naturale, quindi abbiamo bisogno di tecniche efficaci che ci aiutino a compiere la transizione da tali sentimenti precondizionati e innati a uno stato di maggiore equanimità. Ci sono tecniche specifiche per sviluppare questo senso di equanimità verso tutte le creature senzienti. Per esempio, all’interno del buddhismo, per addestrarsi a sviluppare più facilmente l’equanimità si può fare riferimento al concetto di rinascita. Ma poiché stiamo parlando di come alimentare l’equanimità nel contesto della pratica cristiana, forse è possibile rifarsi all’idea della creazione, al fatto che tutte le creature sono uguali in quanto sono state create tutte dallo stesso Dio.

Sulla base di tale credo si può sviluppare un senso di equanimità. Poco prima della nostra seduta mattutina, ho avuto un breve colloquio con Padre Laurence. Mi ha spiegato che nella teologia cristiana si crede che tutti gli esseri umani siano creati a immagine di Dio, e condividano tutti una comune natura divina. Lo trovo abbastanza simile all’idea della natura di Buddha nel buddhismo.

Partendo dal principio che tutti gli esseri umani condividono la stessa natura divina, abbiamo un motivo molto valido, una ragione molto forte, per credere che ciascuno di noi sia in grado di sviluppare un autentico senso di equanimità verso tutte le creature.

Tuttavia, non dovremmo considerare l’equanimità fine a se stessa. Né dovremmo aspirare a uno stato di completa apatia, cercando di non provare più sensazioni o sentimenti instabili verso i nostri nemici, oppure verso i nostri cari e i nostri amici. Non è questo che stiamo cercando di realizzare. Aspiriamo innanzitutto a porre delle basi, ad avere un campo ben delimitato in cui possiamo seminare altri pensieri. L’equanimità è il fondamento di base che per prima cosa dobbiamo edificare. Partendo da questa base, dovremo poi riflettere sui pregi della tolleranza, della pazienza, dell’amore e della compassione verso tutti. Dovremo anche esaminare gli svantaggi e i fattori negativi del pensiero egocentrico, dei sentimenti variabili verso amici e nemici, e la nocività dei sentimenti prevenuti verso gli esseri.

Il punto cruciale è come utilizzare quest’equanimità di base. È importante concentrarsi sulla negatività dell’ira e dell’odio, che costituiscono gli ostacoli principali allo sviluppo della nostra capacità di compassione e tolleranza. Si dovrebbe riflettere anche su meriti e virtù che derivano dall’accrescimento di tolleranza e pazienza. Nel contesto cristiano è possibile farlo senza dover credere in alcun modo alla rinascita. Per esempio, quando si riflette sui meriti e le virtù di tolleranza e pazienza, si possono seguire queste linee di ragionamento: Dio ci ha creato persone, e ci ha dato la libertà di agire in modo etico, in modo morale, e di vivere una vita da persone eticamente disciplinate, responsabili. Provando e praticando la tolleranza e la pazienza per tutte le creature si realizza questo desiderio, si compiace il proprio Creatore. In un certo senso, si tratta del miglior dono, della migliore offerta che si possa fare al divino Creatore.

Nel buddhismo esiste “l’offerta della pratica (drupai chopa)”: fra tutte le opere possibile da fare a qualcuno che si venera, per esempio regali materiali, canti e preghiere o altri doni, la migliore offerta è quella di vivere una vita conforme ai principi esposti da quell’essere. Nel contesto cristiano, vivendo una vita disciplinata dal punto di vista etico, basata sulla tolleranza e la pazienza, in un certo senso si offre un dono meraviglioso al proprio Creatore. E’ molto più efficace che limitarsi essenzialmente a pregare. Se si prega, ma senza vivere in modo conforme alla preghiera, non serve a molto.

Milarepa, un grande yoghin del buddhismo tibetano, in uno dei suoi canti sull’esperienza spirituale afferma: “Quanto all’offerta di doni materiali, sono povero: non ho niente da offrire. Quel che ho da offrire in abbondanza è il dono della mia pratica spirituale”. Possiamo vedere che, in generale, che ha una grandissima riserva di pazienza e tolleranza, nella vita gode di un certo grado di tranquillità e di calma. Una persona di questo tipo, oltre a essere felice e più stabile sul piano emotivo, anche fisicamente appare più sana e meno soggetta alle malattie. Ha forza di volontà, buon appetito, e può dormire con la coscienza tranquilla. Sono tutti benefici della tolleranza e della pazienza che possiamo osservare nella nostra vita di tutti i giorni.

Una delle cose fondamentali di cui sono convinto è che la natura umana sostanzialmente sia incline alla compassione e all’effetto. La fondamentale natura umana è gentile, non è aggressiva nè violenta. Questo corrisponde perfettamente a quanto sostiene Padre Laurence, e cioè che tutti gli esseri umani condividono la natura divina. Aggiungerei inoltre che quando esaminiamo il rapporto fra la mente, o coscienza, e il corpo, ci accorgiamo di come gli atteggiamenti, le attitudini e gli stati mentali positivi, come la compassione, la tolleranza e il perdono, sono strettamente collegati con la salute e il benessere fisico e accrescono il benessere, mentre gli atteggiamenti e i sentimenti negativi, l’ira, l’odio, gli stati di grande turbamento mentale, minano la salute. Si potrebbe affermare che questo nesso dimostra come la nostra fondamentale natura umana sia sostanzialmente incline ad

atteggiamenti e a sentimenti positivi.

Quando avrete riflettuto sulle virtù della tolleranza e della pazienza e vi sarete convinti della necessità di svilupparle e potenziarle dentro di voi, dovreste esaminare i diversi generi e gradi di pazienza e di tolleranza. Per esempio, nei testi buddhisti sono descritti tre tipi di tolleranza e pazienza. Il primo è lo stato di stabile imperturbabilità: una persona è capace di sopportare il dolore e la sofferenza senza lasciarsene sopraffare. Questo è il primo livello. Nel secondo stato, oltre a essere in grado di sopportare tali sofferenze, una persona, se necessario, è pronta e persino disposta a farsi carico delle difficoltà, della pena e delle sofferenze che si incontrano nel sentiero spirituale. Questo comporta accettare volontariamente le difficoltà per uno scopo più elevato. Il terzo tipo di pazienza e di tolleranza nasce quando si ottiene una profonda convinzione riguardo la natura della realtà. Nella pratica cristiana questo genere di pazienza si dovrebbe basare su una ferma convinzione e fede nei misteri della Creazione. Le distinzioni fra i tre livelli di tolleranza sono indicate nei testi buddhisti, ma si possono applicare anche al contesto cristiano.

Il discorso vale soprattutto per il secondo tipo di tolleranza e pazienza, quello per cui si prendono su di sè deliberatamente le difficoltà e le sofferenze che si incontrano nel sentiero spirituale di ciascuno, come si può dedurre dal prossimo brano: le Beatitudini, tratte dal Vangelo secondo Matteo.

http://www.rosacroceoggi.org/testi/incontro%20con%20gesu.%20dalai%20lama.pdf