4 S.S. Dalai Lama: Insegnamenti Londra 1994

Sua Santità il Dalai Lama in conversazione con Dom Laurence Freeman

Sua Santità il Dalai Lama in conversazione con Dom Laurence Freeman

Insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama a Londra settembre 1994 al Seminario “John Main”, sul tema: “Il buon cuore

Lettura buddista del Vangelo

IV

Equanimità

Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”. (Mc 3, 31-35) La prima riflessione che mi viene in mente leggendo queste frasi del Vangelo di Marco è che, oltre a offrirci una definizione di che cosa sia la compassione, esse descrivono anche le fasi di sviluppo della coscienza che genera tale compassione. Per esempio, questo brano dimostra da parte di Gesù un atteggiamento quasi di noncuranza nei confronti della sua stessa madre, di fratelli e sorelle. A parer mio, ciò dimostra che la compassione autentica e sincera è priva di attaccamento, non limitata da pregiudizi personali.

È molto simile all’idea buddhista della compassione: anche nel buddhismo si ritiene che la compassione sia in certa misura priva di attaccamento. Come ho sottolineato durante un precedente dibattito sulla natura della compassione, il requisito necessario allo sviluppo di una genuina compassione si fonda sull’avere un approccio equanime verso tutti gli esseri senzienti.

Il nostro abituale stato mentale è fortemente condizionato da concezioni distorte. Proviamo un sentimento di distacco verso le persone che consideriamo ostili o nemiche, e un esagerato sentimento di intimità, di attaccamento, verso coloro che consideriamo nostri amici. Possiamo vedere come la nostra reazione emotiva nei confronti degli altri sia instabile e preconcetta. Se non superiamo tali pregiudizi, non potremo generare una compassione autentica. Anche se riuscissimo a sentire un certo grado di compassione verso alcune persone, tale sentimento, non essendo fondato su una profonda equanimità, rimarrà ambiguo, poiché viene condizionato

dall’attaccamento.

Inoltre, analizzando attentamente la compassione motivata dall’attaccamento, anche se questo sentimento molto intenso ci renderemo conto che esso deriva dalla nostra proiezione di certe qualità positive sull’oggetto della nostra compassione, sia esso un amico intimo, un membro della famiglia o chiunque altro. E quando il nostro atteggiamento cambierà, muteranno anche i nostri sentimenti al suo riguardo. Prendiamo a esempio il rapporto con un amico: magari un giorno d’un tratto non si riescono più a percepire in quella persona le buone qualità che in precedenza sembravano così evidenti, e questo nuovo atteggiamento influenzerà direttamente i nostri sentimenti nei suoi confronti. La compassione autentica, al contrario, deriva da un chiaro riconoscimento dell’esperienza di sofferenza del suo oggetto, quando si comprende che tale creatura è degna di compassione e di affetto. Un sentimento compassionevole, nato prendendo coscienza di questi due fattori, non può vacillare ed essere influenzato, comunque reagisce nei nostri confronti l’oggetto di compassione. Anche se questa persona reagisce in modo molto negativo, tutto ciò non potrà influire sulla nostra compassione. Essa rimarrà stabile, o diventerà ancora più intensa.

Se si analizza attentamente la natura della compassione autentica, si scoprirà inoltre che può essere estesa anche ai nostri nemici, quelli che consideriamo ostili verso di noi. La compassione motivata dall’attaccamento, al contrario, non può essere estesa a qualcuno che consideriamo nostro nemico. Per convenzione, definiamo “nemico” qualcuno che ci danneggia o ci fa del male direttamente, oppure qualcuno che ha motivi di danneggiarci o farci del male, o è intenzionato a farlo. Rendersi conto che una persona è fermamente decisa a danneggiarci o a farci del male non può dare origine a un sentimento di vicinanza e di immedesimazione, sino a quando tali sentimenti saranno condizionati dall’attaccamento per questa persona. Tuttavia rendersi conto che qualcuno desidera danneggiarci o farci del male non può distruggere l’autentica compassione, quella basata sul riconoscimento chiaro che tale persona sta soffrendo, e ha il desiderio naturale e istintivo di cercare la felicità ed eliminare la sofferenza, esattamente come noi. Nell’ambito spirituale cristiano, si potrebbe ampliare il discorso attenendosi alle seguenti linee di pensiero: questo nemico partecipa proprio come me della natura divina, ed è una creatura originata dalla potenza divina. Per cui, in base a tali considerazioni, è una persona degna della mia compassione e della mia affettuosa cura. Questo genere di compassione o sentimento di empatia costituisce l’autentica compassione priva di attaccamento.

L’ultima frase di questo passo del Vangelo afferma che chiunque faccia la volontà di Dio è mio fratello e sorella e madre: interpretando il brano alla lettera, sembra esprimere un senso di parzialità, una discriminazione basata su un requisito: solo quelli che obbediscono al volere di Dio sono miei fratelli e sorelle e madre. Tuttavia, in un contesto cristiano, ritengo sia possibile ampliarne il significato, intendendo che tutti coloro che condividono la natura divina, e che seguono la volontà di Dio, sono tutti mie madri, fratelli e sorelle. Tutta l’umanità sarebbe inclusa, e ciò sottolineerebbe l’unità e l’eguaglianza di tutti gli esseri umani.

In proposito, vorrei rilevare un elemento specifico della pratica del sentiero del bodhisttva che per un cristiano potrebbe essere consigliabile adottare.

Esiste una categoria speciale di insegnamenti e pratiche nota come (lo-jong): la trasformazione del pensiero o addestramento mentale. Alcuni testi esortano esplicitamente a riflettere sulla gentilezza di tutti gli esseri senzienti, e in questo caso di tutti gli esseri umani. Per esempio, possiamo comprendere facilmente la gentilezza di una persona direttamente coinvolta nella nostra vita o che ha avuto parte nella nostra crescita. Ma se esaminiamo la natura della nostra esistenza, inclusa la vera e propria sopravvivenza fisica, ci renderemo conto di come tutti gli elementi che sostengono la nostra esistenza e il nostro benessere, come il cibo, un alloggio e persino la notorietà, sussistono unicamente tramite l’impegno congiunto di altre persone.

Questo vale soprattutto nel caso di chi vive in città. Quasi tutti gli aspetti della nostra vita dipendono moltissimo dagli altri. Per esempio, se c’è uno sciopero degli elettricisti, anche solo un giorno, tutta la città si ferma. Questa estrema dipendenza dalla collaborazione degli altri è talmente ovvia che non c’è bisogno di sottolinearla. Essa vale anche per il nostro cibo e l’alloggio. E’ necessaria la collaborazione diretta o indiretta di molte persone per rendere disponibili questi beni primari. Anche per un fenomeno effimero come la notorietà si ha bisogno degli altri: se una persona vive sola fra monti selvaggi, l’unica cosa simile ad essa che potrebbe ottenere sarebbe un’eco! Senza altre persone, non è possibile raggiungere la notorietà. Insomma, la partecipazione e il coinvolgimento degli altri riguardano quasi tutti gli aspetti della nostra esistenza.

Ragionando in questo modo, si incomincerà a comprendere la gentilezza di tutti gli altri. E un praticante spirituale si renderà conto anche meglio del perché‚ tutte le principali tradizioni spirituali del mondo riconoscono il grande valore dell’altruismo e della compassione. Se si riflette su quest’idea preziosa dell’altruismo e della compassione, si comprenderà che per nascere esso ha bisogno di un oggetto su cui riversarsi: quest’oggetto è un altro essere umano.

Da tale punto di vista, questo stato mentale della compassione, estremamente prezioso, è impossibile senza la presenza degli altri. Tutti gli aspetti della nostra vita, la nostra pratica religiosa, la crescita spirituale, persino la pura e semplice sopravvivenza fisica, sono impossibili senza l’apporto degli altri. Seguendo questa logica, si scopriranno buoni motivi per sentirsi legati agli altri e per provare il bisogno di ripagare la loro gentilezza. Alla luce di tali riflessioni, diventa impossibile credere che alcune persone siano assolutamente irrilevanti per la nostra vita e che ci possiamo permettere di essere indifferenti nei loro confronti. Non ci sono esseri umani irrilevanti per la nostra vita.

Vorrei chiarire in che accezione uso il termine “emozione”. Mi hanno detto che la parola per molte persone ha spesso una connotazione molto negativa, una connotazione grossolana, istintiva, quasi animalesca. Tuttavia, diversi anni fa, parlando con biologi e psicologi in occasione di un congresso scientifico, si è discusso sulla natura dell’emozione e del modo in cui si potrebbe definirla. Dopo lunghe discussioni siamo arrivati alla conclusione che l’emozione può essere positiva, negativa o anche neutra. In questo senso, anche dal punto di vista buddhista, non c’è contraddizione nell’attribuire emozioni a un Buddha pienamente illuminato. Io uso il termine “emozione” in questo senso più ampio.

http://www.rosacroceoggi.org/testi/incontro%20con%20gesu.%20dalai%20lama.pdf