5 S.S. Dalai Lama: Insegnamenti Londra 1994

5 Insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama a Londra settembre 1994 al Seminario “John Main”, sul tema: “Il buon cuore

Lettura buddista del Vangelo

V

Il regno di Dio

Diceva: “Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura”.(Mc 4,26-34) <!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>

Diceva: “A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene esaminato per terra, è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra”. Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. Senza parabola non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa. L’ultima frase mi ricorda un’espressione tibetana particolare, (me ngag pe khyu), che vuol dire “comunicare l’essenza più profonda degli insegnamenti solo a pochi eletti”. Si potrebbe quasi intendere nel senso che chi parla è riluttante a rivelare un segreto, perché in caso contrario lo conoscerebbero anche altre persone. Nella tradizione buddhista tibetana esistono molti approcci diversi all’insegnamento. Uno è noto come (tsog she), cioè l’insegnamento impartito tramite un discorso, qualcosa di accessibile e aperto a tutti. Poi c’è un altro tipo di insegnamento, chiamato (lob she), che significa letteralmente “insegnamenti ai discepoli”. In questo caso il commentario deve essere molto più selettivo, rivolto a pochi eletti che possono capire realmente la profondità e la portata dei messaggi. Questo brano riguarda direttamente l’idea del regno di Dio. La metafora usata qui è quella di un seme, del

germoglio e della pianta sui il seme dà origine. La combinazione delle due cose, l’idea del regno di Dio e la metafora del seme, secondo me indica come sia possibile comprendere i vari stadi di potenziamento e perfezionamento della nostra natura divina, di cui abbiamo già parlato. Immediatamente prima o dopo questo passo del Vangelo ci sono brani in cui si afferma che il livello di crescita dipende da una serie di fattori, come la fertilità del suolo e il luogo in cui si piantano i semi. In alcune località si può avere un raccolto maggiore, in alte magari la pianta cresce più in fretta, ma muore anche più rapidamente. E così via. Per un buddhista, questo brano sembra indicare un simile insegnamento del buddhismo, in cui si esaminano le diversità fra gli esseri senzienti e i loro svariati livelli di ricettività. Per esempio, il principio buddhista secondo cui la natura di Buddha è universale e la compassione del Buddha è illimitata e si estende a tutti gli essere senzienti, è simile alla metafora, riportata nel Vangelo secondo Matteo, del sole che sorge ugualmente sul buono e sul malvagio. Detto questo, però poichè i singoli esseri senzienti sono dotati di diversi livelli di recettività, anche l’evoluzione spirituale differirà da individuo a individuo. Trovo molto attraente questa idea, esposta in modo chiaro e con grande rilievo nelle opere buddhiste, secondo cui fra gli esseri umani esistono innumerevoli diversi livelli di responsabilità e di ricettività della mente, innumerevoli diversi interessi e inclinazioni spirituali. Nella letteratura buddhista, tutte le scuole di pensiero seguono lo stesso maestro, Buddha (Sakyamuni). Tuttavia gli insegnamenti attribuiti al Buddha sono tali e tanti che alcuni di essi a volte appaiono persino contraddittori: perciò ci è impossibile cadere nel dogmatismo. Tutti questi diversi insegnamenti si rivolgono agli esseri senzienti, con disposizioni mentali, esigenze e inclinazioni tanto diverse fra loro. Quindi, rendendomi conto che un simile approccio è pienamente giustificato, riesco ad apprezzare realmente la ricchezza e il valore delle altre tradizioni, perchè sono in grado di estendere lo stesso principio della diversità anche alle altre culture. Data la varietà delle dottrine insegnate nei testi del Buddha, i buddhisti distinguono fra l’argomento trattato da un dato testo e l’intenzione di chi parla. Un’affermazione trovata in un certo testo non corrisponde necessariamente alla posizione dottrinale di chi parla. All’interno della Chiesa cristiana a quanto pare il concetto di Dio viene inteso e concepito in numerosi modi diversi. Durante un dibattito con Padre Laurence su tale argomento, è emerso che nella prospettiva cristiana a quanto pare esistono non soltanto diverse opinioni, ma anche una visione profondamente mistica del concetto di Dio, un modo di considerare Dio non tanto in termini di divinità personale, quanto piuttosto come fondamento dell’essere. Tuttavia a questo fondamento divino dell’essere si possono anche attribuire caratteristiche come la compassione. Ora, se si considera Dio in questi termini, come fondamento assoluto dell’essere, è possibile tracciare parallelismi con alcune componenti del pensiero e della pratica buddhisti, come pure alcuni elementi della scuola di pensiero Samkhya e con la nozione del Grande Brahman (mahabrahman) dell’induismo. Dovremmo però fare attenzione a non ridurre tutto a una serie di termini comuni, altrimenti alla fine della giornata non ci resterà nulla per dimostrare le peculiari caratteristiche delle nostre due tradizioni. Come ho già detto, ritengo molto più auspicabile e utile che le principali religioni conservino le propria unicità, continuando a tenere ben distinte le loro particolari dottrine, idee e pratiche. Per esempio, volendo forzatamente proporre un parallelismo fra il volendo forzatamente proporre un parallelismo fra il buddhismo e l’idea della Trinità, la prima cosa che potrebbe venire in mente è l’idea dei tre (kaya), la dottrina delle tre manifestazione del Buddha: (dharmakaya, sambhogakaya) e (nirmanakaya). Ma anche se naturalmente è possibile tracciare parallelismi ed esporre analogie, secondo me si dovrebbe stare molto attenti a non esagerare le somiglianze. Durante una discussione sulla Trinità – Padre, Figlio e Spirito Santo – Padre Laurence ha osservato una cosa molto interessante: che in molti casi nella teologia cristiana il Figlio di Dio è equiparato alla Parola di Dio. Ho pensato immediatamente a un’analogia nel buddhismo (Mahayana), in cui il (sambhogakaya), uno dei tre corpi del Buddha, è spesso definito come la perfetta facoltà della parola del Buddha.

Ma un proverbio tibetano dice che una persona intelligente può far sembrare plausibile qualsiasi cosa! Perciò, se si cerca sempre di vedere le cose in termini di somiglianze e parallelismi, si rischia di affastellare tutto in una unica grande entità. Come ho già detto, personalmente non sono favorevole alla ricerca di una religione universale; non la ritengo consigliabile. E se ci spingiamo troppo oltre nel tracciare questi parallelismi e nell’ignorare le differenze, potremmo finire per arrivare esattamente a questo.

Perciò è fondamentale che i maestri religiosi insegnino in accordo alla recettività, alle inclinazioni spirituali e alle disposizioni mentali di ciascuno. Non si può nutrirsi di un certo alimento e dire: “Dato che è nutriente per me, devono mangiarlo tutti”; ciascuno deve mangiare le cose più adatte a mantenerlo fisicamente in ottima salute. a seconda della su a costituzione fisica. Si deve seguire la dieta più adatto al proprio stato di salute, perché‚ mangiare ha esattamente questo scopo: nutrire il corpo. Sarebbe stupido o assurdo insistere a mangiare una particolare vivanda anche se non è consigliabile o può fare male, semplicemente perch‚ è molto apprezzata o è la più costosa. Nello stesso modo, la religione è cibo per lo spirito e la mente. Quando si intraprende una via spirituale, è importante impegnarsi nella pratica più adatta al proprio sviluppo mentale, alle proprie disposizioni e alle proprie inclinazioni spirituali. È fondamentale che ciascuno cerchi la forma di pratica spirituale e di credenza religiosa più efficace per le sue esigenze specifiche. In questo modo si può conseguire la trasformazione interiore, la tranquillità interiore che porterà alla maturità spirituale e renderà una persona piena di calore umano, completa, buona e gentile. È una considerazione che va fatta, quando si cerca il nutrimento spirituale. Non tutte le principali tradizioni religiose credono nella creazione e nella divinità. Molte tradizioni basano su questa premessa fondamentale la pratica e la fede, mentre altre non lo fanno. Ma tutte le religioni sono concordi nel considerare estremamente importante che alla base della pratica spirituale di una persona ci sia la fede, cioè la fiducia incondizionata, in un oggetto di rifugio. Per esempio, nel caso del buddhismo, che è una tradizione non teistica, si affida incondizionatamente il proprio benessere spirituale ai tre oggetti di rifugio, i Tre Gioielli: il Buddha, il Dharma e il Sangha, che sono il fondamento della pratica. Per avere tale fiducia incondizionata e poter affidare il proprio benessere spirituale a questi oggetti di fede, occorre sviluppare verso di essi un senso di vicinanza e di unione. Nel caso delle religioni teistiche, in cui si crede che tutte le creature siano create dalla stessa potenza divina, si hanno motivazioni estremamente valide per

sviluppare nei suoi confronti questo senso di unione, questo senso di intimità, su cui poi basare la fede e la fiducia incondizionata che permettono di affidare il proprio benessere spirituale a tale divina potenza.

Discussione sulla lettura del Vangelo

PADRE LAURENCE: La ringrazio moltissimo, Santità. Più lei definisce con chiarezza le sottili differenze fra le nostre tradizioni religiose, più io provo un senso di unità. Penso che esista un paradosso di unità e differenza, e la ringrazio di aver condiviso con noi i suoi pensieri con tanta saggezza e umanità.

Vorrei presentare i partecipanti al nostro dibattito odierno. Ajahn Amaro, un monaco buddhista del monastero di Amaravati, non lontano da qui, ed Eileen O’Hea, una suora di san Giuseppe, che lavora come terapista in Minnesota, negli Stati Uniti. Ajahn Amaro prenderà per primo la parola, aprendo il nostro dibattito.

AJAHN AMARO: Santità, vorrei riprendere alcuni argomenti di cui si è parlato. Innanzitutto mi ha molto colpito la sua spiegazione sul distacco in rapporto alla compassione, e di come lei ha dimostrato che l’episodio di Gesù e sua madre Maria è una manifestazione di compassione autentica. Essendo io un monaco buddhista che vive in Occidente, mi chiedono spesso spiegazioni sul non-attaccamento, perchè molti pensano con preoccupazione che sia una specie di insensibilità o di totale assenza di calore umano. La sua spiegazione è stata molto utile, e spero di poter servirmene in futuro. Tuttavia sarebbe più giusto tradurre questo concetto buddhista non come (distacco), quanto invece come (non essere possessivi) nei riguardi di altre persone e di altre cose. Le persone si rendono conto immediatamente che essere possessivi è di per sè un male, e che il sentimento del possesso ha un carattere vischioso che provoca illusione, divisione e altri problemi. La caratteristica del distacco, che secondo la sua descrizione è dotata di compassione e di chiarezza, ha questa natura non possessiva.

Ci è stata molto utile anche la sua spiegazione su come il distacco in realtà sia assenza di attaccamento all’aspetto illusorio delle cose e invece attaccamento alla verità, per cui è davvero possibile liberarsi dalla propria chiusura mentale. In questo brano del Vangelo mi ha colpito un parallelismo molto calzante con un principio buddhista della tradizione Theravada. Secondo questa tradizione, quando una persona percepisce la verità e quindi imbocca la via e diventa consapevole del Dhamma [termine pali per Dharma], questa percezione, questo mutato atteggiamento è definito “cambiamento di lignaggio”. E nel brano tratto da Marco si parla proprio di un atteggiamento mutato, cioè di un “cambiamento di lignaggio”: Gesù non si considera più semplicemente una persona che ha per madre Maria. Quando dice “Dio è mio Padre” Gesù muta prospettiva: non guarda più le cose nell’ottica della persona singola, ma in quella della verità definitiva.

Al riguardo, sono stato molto colpito dalla sua descrizione di come percepire tutte le persone al pari di fratelli e sorelle. Quando si cessa di considerare le cose in un’ottica personale e si prova questo genere di distacco, si cambia completamente atteggiamento, proprio come subito dopo un risveglio spirituale. Le analogie mi hanno colpito molto profondamente. Mi ha molto commosso anche la sua chiarezza nell’affermare che bisogna mantenere buddhiste le cose buddhiste e cristiane le cose cristiane, e che non si deve cercare di mischiare tutto insieme. Ma devo confessare che di tanto in tanto mi accorgo di ripetere: “Sì, ma forse stiamo realmente parlando delle stesse cose”. Essendo cresciuto in Occidente con un condizionamento cristiano, ma avendo ormai trascorso diversi anni come buddhista, oggi è come se nella mia percezione i due ordini di principi fossero mischiati in egual misura. E probabilmente,anche perchè mi coltivo soprattutto l’esercizio delle meditazione contemplativa anzichè lo studio dei testi, scopro ogni giorno di più di essere attratto dall’idea che queste differenti terminologie in realtà si riferiscono a esperienze identiche.

Vorrebbe dirmi che ne pensa di questo modo di considerare le cose? Per esempio, lei ha paragonato il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo a (dharmakaya), (sambhogakaya) e (nirmanakaya). In base alla mia tradizione io li avrei associati a Buddha, Dhamma e Sangha. Dhamma rappresenta il fondamento dell’essere, il (dharmakaya) o rifugio in Dhamma; il Buddha è come la manifestazione del Dhamma, perchè le parole di Buddha sono anche definite il Dhamma, e quindi il Buddha ne è la manifestazione. Il Buddha è chiamato anche “colui che sa”, “colui che è consapevole”, e dice di sè di essere “nato dal Dhamma”. Perciò il risultato di questo rapporto, ove il Buddha conosce e impersonifica il Dhamma, il risultato di tale presenza della mente illuminata nel mondo, è il Sangha, che si può definire la comunità spirituale o, potremmo dire, la santa assemblea. È una comunione di molti esseri diversi, che stanno insieme in armonia. Ho pensato che forse io ho quel tipo di mentalità che ama far corrispondere ogni cosa. Ma ora ho la possibilità di chiedere! Basandomi sulle mie discussioni con altri cristiani, fatte nel corso degli anni, se non identici. Così, quando un cristiano cita le parole di Gesù “Chiunque fa la volontà di Dio…”, possiamo affermare che praticare il Dhamma equivalga a fare la volontà di Dio? O anche solo pensare in questo modo è un travisamento? Ho fatto un lungo preambolo, ma finalmente ecco, questa è la mia domanda!

DALAI LAMA: Parlando in generale, molti aspetti della realizzazione spirituale, che nella tradizione tibetana sono classificati come facenti parte dell’aspetto del metodo del sentiero, compassione, amore, tolleranza e così via, sembrano essere uguali nel cristianesimo e nel buddhismo. Per rispondere alla sua domanda adeguandola alla tradizione buddhista, bisogna riformarla utilizzando una terminologia comune a tutte le scuole di pensiero all’interno di tale tradizione.

Tutte le scuole filosofiche buddhiste parlano delle Quattro Nobili Verità, e citano due realtà: quella assoluta e quella relativa. Persino la scuola (Samkhya), che è un’antica scuola di pensiero indiana non buddhista, parla di realtà assolute e relative. Ma quando si tratta di definire in modo preciso le Quattro Nobili Verità e le due realtà, la loro descrizione, le caratteristiche specifiche e così via, troviamo profonde differenze.

Per esempio, secondo la scuola (Prasangika-Madhyamaka) del buddhismo (Mahayana), che si fonda sull’interpretazione del pensiero di (Nagarjuna) da parte di Chandrakirti e (Aryadeva), la descrizione dello stato di (arhat) (cioè dello stato di nirvana o liberazione spirituale) proposta dai testi buddhisti Abhidharma non sarebbe accettata come una descrizione completa e definitiva di (nirvana). Dal punto di vista Madhyamaka, il modo in cui le altre scuole di pensiero definiscono la liberazione, il (nirvana), identificando cioè l’ignoranza, la conoscenza errata e gli stati illusori fondamentali che ostacolano il nostro raggiungimento dello stato di (arhat), non è sufficientemente sottile e profondo. Perciò, se non si definiscono correttamente gli stati illusori che ostacolano il raggiungimento della liberazione, nemmeno gli antidoti previsti risulteranno definitivi. E di conseguenza non sarà definitivo neanche il risultato indicato come liberazione o stato di (arhat). Si può vedere che anche all’interno delle scuole buddhiste, sebbene tutte possano utilizzare gli stessi termini (stato di arhat, sunyata) o vacuità; (moksa) o (nirvana); (klesa), le emozioni e i pensieri ingannevoli che oscurano la mente), questi termini non hanno sempre lo stesso significato. I vocaboli usati sono gli stessi; anche il significato (in generale) può essere lo stesso. Tuttavia, ciascuno riconosce e definisce tali concetti in un modo diverso nel contesto delle diverse scuole di pensiero buddhiste, e di conseguenza la vostra risultante comprensione potrà essere molto diversa. Insomma, per non dilungarmi eccessivamente – proprio come nel suo preambolo! – ritengo che ci siano differenze notevoli nei diversi approcci. E

sono fermamente convinto che a un livello molto profondo la diversità e l’unicità dei vari approcci siano molto significative. Chi considera i profondi scritti dei grandi maestri, come i grandi scrittori buddhisti indiani del passato, se ne può rendere conto. Tali maestri non erano semplicemente studiosi che si dilettavano di estratte discussioni intellettuali: erano seguaci autentici e devoti del Buddha, impegnati in profonde pratiche meditative. E oltre a ottenere profonde realizzazioni ed esperienze, svilupparono anche un’immensa compassione per gli altri esseri senzienti. Perciò secondo me le questioni estremamente sottili che percepirono e formularono ebbero origine dalla loro compassione, dalla loro esigenza interiore di condividere con gli altri quanto avevano sperimentato e realizzato. Sono certo che non scrissero tali opere per accrescere la nostra confusione!

SUOR EILEEN: Santità, è un grande privilegio incontrarla di persona. La mia domanda riguarda quella che forse è una differenza fra le nostre tradizioni. Noi concepiamo la persona di Gesù anche come personaggio storico. Ma una delle missioni di Gesù era di mutare il nostro rapporto con Dio: prima tale rapporto era fatto di timore o soltanto di dottrina, mentre ora si basa sull’amore e l’intimità. Come cristiani, crediamo nel Cristo risorto, nel Cristo vivente in mezzo a noi. Crediamo di poter sentire il Cristo che è ancora tra di noi; si tratta di un’esperienza personale di amore e devozione. A mano a mano che la nostra pratica religiosa si approfondisce, si approfondisce anche la nostra devozione verso Cristo. È il motivo per cui molti di noi meditano. All’inizio, questa esperienza incomincia come incomincerebbe qualsiasi altro rapporto con un’altra persona: cerchiamo di arrivare a conoscerla. In un primo tempo, pur ammirandola, tendiamo a considerarla un oggetto. Poi giungiamo a capire non soltanto il personaggio esteriore di Cristo, ma anche la sua personalità recondita. Alla fine, siamo chiamati a essere tutt’uno con la coscienza che Cristo aveva. Per i cristiani è un viaggio spirituale molto personale e intimo. Nel buddhismo esiste qualcosa di simile?

DALAI LAMA: C’è senza dubbio un parallelo nella pratica buddhista. Come ho già osservato, nel buddhismo come nel contesto cristiano è importante che la pratica spirituale di una persona si basi su una fiducia e una fede incondizionate, affidando tutto il proprio benessere spirituale all’oggetto di rifugio. Nel buddhismo, prendere rifugio nei Tre Gioielli, il Buddha, il Dharma e il Sangha, e soprattutto nel Buddha, costituisce il fondamento della pratica spirituale. Questo rapporto non consiste soltanto nell’affidare il proprio benessere spirituale alla guida del Buddha, un essere totalmente illuminato, che ha raggiunto la perfezione e lo stato di completa illuminazione, ma anche nella nostra aspirazione a realizzare noi pure il medesimo stato illuminato. Quindi prendere rifugio è un’azione che ha diverse connotazioni. Talvolta si usa anche l’espressione “ottenere lo stato di inseparabilità” con il Buddha. Questo non significa che si perde la propria identità individuale, che la nostra identità si unifica con quella del Buddha. Vuole significare che si è raggiunto

uno stato in cui si è come un Buddha: un essere pienamente illuminato. Quindi è un rapporto in cui esiste questo tipo di profonda connessione.

PADRE LAURENCE: Santità, non mi pare che stiamo cercando di creare una sola religione, anche se scopriamo una profonda unità. E dove c’è l’unità, ci sono anche diversità. Per esempio, come lei ha appena detto, il buddhismo cerca rifugio nel Buddha. Il Buddha è il suo maestro. I cristiani seguono Gesù, e come i buddhisti, sono devoti e dediti a un maestro e a quello soltanto. Le differenze consistono, suppongo, nel modo in cui interpretiamo e descriviamo la natura del Buddha o la natura di Gesù.

Tuttavia nella pratica esistono molte analogie nel modo di seguire una via spirituale e di essere discepoli. Per esempio, Gesù ci dice che per seguirlo dobbiamo rinunciare a noi stessi. Personalmente ora ho scoperto che il buddhismo interpreta con grande saggezza e chiarezza che cosa vuol dire rinunciare a se stessi, vincere l’egoismo. E trovo la stessa saggezza quando Gesù ci dice di amarci l’un l’altro e di amare i nostri nemici. Nella sua conversazione di questa mattina lei ha spiegato in modo meraviglioso come funziona questo principio nell’ottica buddhista. Nel filmato che abbiamo visto ieri, l’abbiamo osservata mentre riparava un orologio a Dharamsala. Talvolta, tramite il buddhismo, mi sembra di capire come funziona l’orologio. Ma quello con cui dobbiamo fare i conti, buddhisti e cristiani, è il significato del tempo. Non è facile esprimerlo a parole. Che ne pensa di quest’immagine come mezzo per spiegare il rapporto fra le diverse religioni? E per finire, mi sembra essenziale che arriviamo a capire come possano dialogare buddhismo e cristianesimo, come al presente possiamo comprenderci meglio. Perchè l’incontro fra queste due tradizioni è molto importante per il mondo.

DALAI LAMA: Per realizzare un dialogo significativo, un dialogo che arricchisca reciprocamente le due tradizioni, seconde me è fondamentale riconoscere chiaramente sin dall’inizio la diversità che esiste fra gli esseri umani, la diversità di atteggiamenti mentali, di interessi e inclinazioni spirituali degli abitanti della Terra. Per esempio, le tradizioni cristiane, basate sulla fede nel Creatore, per molte persone hanno un effetto potentissimo sulla vita etica, e possono indurle ad agire in modo morale e coerente. Ma questo forse non vale per tutti. Per altri può essere più efficace la tradizione buddhista, che non prende in considerazione l’idea di un Creatore. Nella tradizione buddhista si sottolinea l’importanza del senso di responsabilità personale anziché quella di un essere trascendente.

È fondamentale anche rendersi conto che entrambe le tradizioni spirituali hanno in comune l’obiettivo di creare un essere umano pienamente realizzato, maturo dal punto di vista spirituale, una persona di cuore. Una volta compresi questi due punti, l’esistenza di un obiettivo comune e il chiaro riconoscimento dei diversi modi di pensare degli uomini, secondo me si crea una base molto solida per il dialogo. Mi affido sempre a queste convinzioni, a queste premesse fondamentali, per instaurare un dialogo con altre tradizioni.

PADRE LAURENCE: L’idea che il modo di essere individuale condizioni il percorso spirituale di una persona mi pare meravigliosamente vera. Ma da essa scaturisce un interrogativo: se è così, oggi una tradizione può rivendicare una definitiva percezione della verità? Esaminare le implicazioni di quello che Vostra Santità sta dicendo mi pare costituisca una fase di evoluzione molto attuale e forse necessaria nella storia delle religioni. Ma è estremamente diverso da ciò che le religioni sostenevano in passato!

DALAI LAMA: Direi che neanche la verità si presenta necessariamente sotto un solo aspetto; possiamo invece concepire la verità in senso multidimensionale. Ciò accade soprattutto nella concezione filosofica Madhyamaka, in cui persino il concetto stesso di verità ha una dimensione relativa: si può dire che una cosa è vera solo (relativamente) alla falsità, o (relativamente) a qualche altra percezione. Ma sarebbe davvero problematico postulare un concetto di verità atemporale ed eterno, qualcosa che non abbia alcuno schema di riferimento.

Prendiamo il caso dei vari insegnamenti impartiti dal Buddha in diverse occasioni, alcuni dei quali, in apparenza, possono sembrare contraddittori. Per esempio, gli insegnamenti del Buddha sul “sé ” (anatman). E si deve considerare vera persino la versione della dottrina dell'(anatman), la dottrina della non esistenza di un’anima, o assenza di un sè della persona, che il Buddha insegnò ai seguaci di sottoscuole filosofiche buddhiste, come la scuola (Vaibhasika) e la (Sautrantika). Questo perchè, tenendo conto di come il suo pubblico percepiva e intendeva le cose in quel particolare ambiente, contesto e momento specifico, (la verità era proprio quella). Così va inteso nel buddhismo il concetto di verità. Una delle scuole filosofiche più elevate, la scuola Madhyamaka, sosterrebbe che questa versione dell’assenza di un sé contraddice la ragione, in quanto questa specifica visione dell'(anatman) non è la verità completa, definitiva. Tuttavia, la scuola Madhyamaka non va oltre, dichiarando che il Buddha ha impartito un insegnamento errato: direbbe che si tratta di un’affermazione vera, in quanto valida in rapporto a quel contesto e a quella particolare situazione. Ma forse è un argomento un pò troppo

complicato!

Per riassumere quanto abbiamo detto, ritengo che ci sia una fortissima convergenza fra la tradizione buddhista e quella cattolica, e che esse abbiano le risorse potenziali per arricchirsi reciprocamente attraverso il dialogo, soprattutto per quanto riguarda l’etica e la pratica spirituale: per esempio l’esercizio della compassione, dell’amore, della meditazione, il potenziamento della tolleranza.

E ritengo che in questo il dialogo potrebbe progredire moltissimo e arrivare a una profonda comprensione reciproca. Ma se si parla di dialogo filosofico o metafisico, le nostre strade si dividono. Tutta la visione del mondo buddhista si basa su un sistema filosofico in cui il fondamento centrale è il principio di interdipendenza, il modo in cui tutte le cose e gli eventi pervengono all’esistenza unicamente come risultato dell’interazione di cause e condizioni. All’interno di questa visione filosofica del mondo, è quasi impossibile immettere una verità atemporale, eterna e assoluta. E non è possibile neppure inserire il concetto di Creazione divina. Analogamente, un cristiano che basa la sua visione metafisica del mondo sulla fede nella Creazione e in un divino Creatore, non può collocare all’interno di tale sistema l’idea che tutte le cose e gli eventi derivano dalla semplice interazione fra cause e condizioni. Così, in campo metafisico, a un certo punto diventa problematico andare avanti, e le due tradizioni divergono per forza. Tuttavia, ritengo che il dialogo possa favorire una maggiore intesa e il rispetto reciproco sia nel campo dell’etica e del comportamento pratico, sia in quello della metafisica: in altre parole, non solo nei settori in cui vi sono molte analogie e compatibilità, ma anche in quelli dove si riscontrano diversità e discordanze. Questo si può comprendere facilmente nel campo dell’etica e del comportamento, ove troviamo molte somiglianze e analogie che potrebbero arricchire il dialogo e creare maggiore intesa e rispetto reciproco. Ma persino nel caso della metafisica, dove vi sono divergenze fondamentali, per mezzo del dialogo esse si possono superare riconoscendo apertamente che esistono, e nello stesso tempo apprezzando quanto hanno in comune in termini di obiettivi e di efficacia. Anche se le visioni metafisiche di cristiani e buddhisti sembrano così distanti, possono entrambe condurre alla creazione di esseri umani ugualmente buoni, maturi sul piano spirituale e con solidi principi etici. Perciò le divergenze non devono necessariamente dividerci.

SUOR EILEEN: La mia domanda è semplice, credo… Le piacerebbe se si potesse organizzare un incontro fra Vostra Sanità e Gesù? E che cosa pensa gli chiederebbe, di che cosa parlereste durante il tempo trascorso insieme?

DALAI LAMA: Nell’entrare in contatto con Gesù Cristo, che ha influito spiritualmente su milioni di persone, emancipandole e liberandole dalla sofferenza come dimostra chiaramente la sua biografia, un buddhista, che cerca rifugio soprattutto nel Buddha, proverebbe il sentimento di profondo rispetto riservato agli esseri pienamente illuminati o ai bodhisattva.

SUOR EILEEN: Sua Santità vorrebbe fargli qualche domanda in particolare?

DALAI LAMA: La mia prima domanda sarebbe: “Puoi descrivere la natura del Padre?”. In quanto la nostra limitata comprensione dell’esatta natura del padre qui sta provocando parecchia confusione.

SUOR EILEEN: In effetti, ora pensiamo che sia e Padre e Madre! (1)

PADRE LAURENCE: Forse anche Maria potrebbe partecipare all’incontro!

DALAI LAMA: Ogni volta che vedo un’immagine di Maria penso che rappresenta l’amore e la compassione. È come un simbolo dell’amore. Nell’iconografia buddhista, la divinità Tara occupa una posizione analoga.

AJAHN AMARO: Santità, non so se posso permettermi di fare un’altra domanda metafisica… Ma parlando di differenze nelle nostre tradizioni, come occidentale ho sempre trovato difficile accettare l’unicità di Gesù Cristo, considerarlo un essere umano assolutamente unico, diverso da tutti gli altri mai esistiti sulla terra. E’ un’idea che riemerge continuamente nelle Scritture cristiane, su cui mi piacerebbe ascoltare qualche sua riflessione. Che opinione ha sull’idea di una natura unica, particolare, di Gesù?

DALAI LAMA: Se mi sta chiedendo, come un cristiano praticante dovrebbe considerare l’affermazione dell’unicità di Gesù Cristo, la mia risposta è che l’unicità descritta nelle Scritture si può comprendere solo basandosi sulle opere autorevoli dei padri spirituali del passato. Ma se mi chiedi la mia opinione personale, l’ho già espressa prima. In quanto buddhista, il mio atteggiamento nei confronti di Gesù Cristo è questo: era un essere pienamente illuminato, oppure un bodhisattva con un altissimo livello di realizzazione spirituale. L’aneddoto seguente forse non riguarda direttamente la sua domanda, ma mi piacerebbe parlare della visita che ho fatto a Lourdes lo scorso anno come pellegrino. Lì, di fronte alla grotta, ho provato qualcosa di molto particolare. Ho sentito la presenza di una vibrazione spirituale, una specie di presenza spirituale. E poi, di fronte all’immagine della Vergine Maria, ho pregato. Ho espresso la mia ammirazione per il luogo santo che da così lungo tempo costituisce una fonte di ispirazione e di forza, dà sollievo, conforto e guarigione a milioni di persone. E ho pregato perchè possa continuare a esserlo a lungo in futuro. La mia preghiera non era assolutamente diretta a un oggetto chiaramente definito, come Buddha o Gesù Cristo, o a un bodhisattva, ma si rivolgeva semplicemente a tutti i grandi esseri che hanno compassione infinita per tutti gli esseri senzienti.

PADRE LAURENCE: Santità, ho una domanda per lei da parte di uno dei gruppi di discussione che oggi pomeriggio hanno parlato delle sue conversazioni. È una domanda riguardo a quanto lei ha detto sulla sofferenza: che alcuni tipi di sofferenza possono essere vinti, e altri no. La domanda del gruppo è questa: come si individua la differenza? Potrebbe parlarci, alla luce della sua esperienza, del modo per arrivare a distinguerli?

DALAI LAMA: Mi pare abbastanza ovvio. Quando si affronta un problema e si fa del proprio meglio per superarlo, ma ciò nonostante alla fine si scopre che il problema esiste ancora, si ha l’indicazione che si tratta di un problema insormontabile. Non si parte, per questo tipo di discernimento, da una chiaroveggenza che consenta di stabilire se una certa sofferenza può essere vinta o no. Non è questo il modo.

PADRE LAURENCE: Grazie: E ora ho quattro brevi domande, che però, oltre a essere le domande più sintetiche della giornata, sono anche le più difficili. Le dirò tutte. Che cos’è che rinasce? Che cosa è divino in noi, ora? Che cosa accade dopo la morte? È la nostra coscienza a creare la nostra realtà?

DALAI LAMA: Vorrei concentrarmi innanzitutto sull’ultima domanda. Le esperienze individuali di dolore, di sofferenza, di piacere e di felicità sono spesso in un certo grado creazioni della nostra mente. Molte di queste esperienze in realtà sono create dalla nostra coscienza; ma andare oltre e affermare che la realtà è solo un prodotto della mente è ben diverso. Nel buddhismo ci sono certe scuole di pensiero che sostengono questa teoria; ma esistono anche altre opinioni. Dal punto di vista Madhyamaka, la visione del mondo che personalmente condivido, l’idea che tutto sia creato dalla coscienza è inaccettabile.

(A questo punto Sua Santità, ridendo, ha suggerito che ciascuno dei diversi membri del dibattito, Ajahn Amaro, Padre Laurence e suor Eileen, rispondesse alle altre tre domande: Che cos’è che rinasce? Che cosa è divino in noi, ora? Che cosa accade dopo la morte?)

AJAHN AMARO: Che cos’è che rinasce? Nella tradizione buddhista (Theravada) non c’è una posizione dottrinale ben definita. Il Buddha ha descritto in modo assolutamente chiaro il processo della rinascita, ma ha anche detto che tutta la conoscenza basa sull’esperienza personale. Quindi quando parla dell’idea della morte e della rinascita in un altro ambito dell’esistenza, è come se delineasse una mappa. Non ci viene proposto come qualcosa che dobbiamo credere sul piano individuale, ma piuttosto come uno schema che può aiutare a descrivere la nostra esperienza della realtà. In generale, ciò che rinasce sono i nostri abituali modelli di pensiero. Questo in essenza. Tutto ciò a cui la mente si attacca si ripresenta e rinasce: quello che amiamo, odiamo, temiamo, adoriamo e su cui abbiamo opinioni. La nostra identificazione con questi aspetti della mente è prodotta da un accumulo di forze. L’attaccamento è come un volano. L’illuminazione è la fine delle rinascite, cioè la totale assenza di attaccamento e di identificazione con tutti i pensieri, i sentimenti, le percezioni, le sensazioni fisiche e le idee. Per cui quando parliamo di sfuggire alla nascita e alla morte, o della cessazione delle rinascite, in realtà l’illuminazione è la condizione naturale della mente quando non è confusa, quando non si identifica in qualche oggetto interiore o esteriore e non ne viene condizionata. Ciò che rinasce di vita in vita è ciò che in noi si identifica ciecamente con gli oggetti. O nel caso del bodhisattva all’interno della tradizione (Mahayana) – una versione che si discosta leggermente dalla mia tradizione, cosicché i praticanti della tradizione settentrionale potranno correggermi – si tratta di una persona che sceglie di nascere per un senso di compassione e di interesse per il benessere degli altri. Normalmente, per la maggior parte degli esseri umani, il processo di rinascita si verifica involontariamente, senza alcuna deliberata intenzione, e le condizioni di una rinascita incontrollata sono determinate da ciò cui uno è attaccato. Così, se un bodhisattva rinasce deliberatamente, questo sarà in risultato di un suo deliberato atto di volontà che lo porta ad attaccarsi coscientemente a qualcosa. Per esempio, posso afferrare questo opuscolo e tenermelo, ma compiere questo atto di possesso in modo pacifico. Oppure posso afferrarlo strettamente e dire: “Questo opuscolo è (mio)!”. Nel secondo caso c’è identificazione e un sentimento possessivo: è un attaccamento cieco. La rinascita può avvenire semplicemente prendendo un corpo senza attaccamento: così un bodhisattva assumerebbe un corpo o un’esistenza umana. Io ho la tendenza a essere prolisso, ma non riesco a esprimere queste cose in modo più conciso di così!

PADRE LAURENCE: Che cosa c’è di divino in noi? Condividerò la domanda con suor Eileen per dimostrare che anche i cristiani hanno tradizioni diverse. Io penso che di divino ci sia la nostra fonte, la nostra origine. San Paolo definisce Dio la fonte, la guida e lo scopo di tutto ciò che esiste. Nella Lettera agli Efesini dice anche che Dio ci conosceva e ha scelto a uno a uno gli esseri umani, singolarmente, prima dell’inizio del mondo. Dio è la fonte del tempo e dello spazio, della creazione e del cosmo; tutto questo esiste nel mistero di Dio. E perciò esistiamo per l’eternità nel mistero di Dio. Ci siamo manifestati, proveniamo dalla natura di Dio, che è rivelazione e amore. Penso che di divino e di santo in noi ci siano fonte e origine. Siamo sempre una cosa sola con la nostra origine. Ecco la nostra santità, la nostra divinità. Ecco la nostra destinazione. Il viaggio che stiamo compiendo ora è il viaggio della nostra fonte alla nostra destinazione, che è lo stesso luogo, lo stesso punto. È il viaggio della liberazione o illuminazione.

SUOR EILEEN: La dottrina cristiana ha sempre affermato che siamo fatti a immagine di Dio, siamo templi dello Spirito Santo, e siamo già in unione con Dio. Ma non ce ne rendiamo pienamente conto a causa della nostra condizione umana, perchè siamo ancora prigionieri della nostra mente e dei nostri modelli di pensiero. Per questo meditiamo e seguiamo la pratica spirituale: per poter ritornare a quello che nel buddhismo zen è chiamato il nostro “volto originale”, all’esperienza originaria dell’essere al quale la nostra creazione ci ha destinato. Come lei stava dicendo, Santità, questo non comporta una perdita di identità, ma è l’esperienza dell’unicità di Dio.

PADRE LAURENCE: Ora prepariamoci alla meditazione accendendo le candele.

(In preparazione al canto e alla meditazione, Sua Santità e i delegati del pubblico hanno acceso cinque candele che simboleggiavano l’armonia fra diverse tradizioni religiose. Questo rito si ripeteva ogni giorno. Anche se si trattava di un gesto assai modesto e semplice, eseguito senza pompa o solennità, l’accensione delle candele assumeva una strana vita propria, qualcosa fra l’improvvisazione e una cerimonia estremamente familiare. Il gesto era carico di senso sacrale, perchè tutte le culture, e per quanto ne sappiamo tutte le religioni, hanno sempre considerato con venerazione e rispetto la luce, soprattutto la fiamma. Tuttavia, proprio perchè in questo caso non esisteva un contesto rituale prescritto e poichè le candele hanno la particolarità di non voler stare ritte e accese, nel breve momento, come in tutta la conferenza, c’era qualcosa di spontaneo, non del tutto compiuto, ma umano e naturale in modo commovente.

Quando Sua Santità riprendeva il suo posto su una sedia diritta al centro della piattaforma rialzata, nell’auditorium le luci venivano abbassate. Il Dalai Lama rassettava e rincalzava i lembi e le cocche della veste, si spostava e sistemava il proprio corpo in una posizione tranquilla, tirava fuori il rosario, chiudeva gli occhi e incominciava a pregare. I suoi piccoli preparativi, e soprattutto il modo assolutamente familiare, rilassato, sciolto e tenero con cui il rosario sembrava superare le divisioni di cultura e di lingua, devono aver colpito molte persone del pubblico con madri e nonne cattoliche. La recitazione non suonava assolutamente come un’Ave Maria, ma la devozione con cui era recitata e ascoltata era inequivocabile.)

Considerando tutti gli esseri senzienti

superiori persino alla gemma che esaudisce di desideri

di realizzare il fine supremo,

possa io costantemente prenderli a cuore.

Quando mi trovo in compagnia di altre persone

mi riterrò sempre inferiore a tutti

e dal profondo del cuore

li avrò cari e supremi.

Vigile, ogni volta che sorge un difetto mentale

che mette in pericolo me stesso e gli altri

lo affronterò e lo eliminerò

senza indugio.

Vedendo esseri di natura malvagia

sopraffatti da azioni negative e gravi sofferenze

terrò care tali rare creature

come se avessi trovato un prezioso tesoro.

Quando gli altri, per invidia, mi tratteranno ingiustamente,

mi insulteranno o faranno cose simili,

accetterò la sconfitta,

e offrirò la vittoria ad altri.

Quando qualcuno che ho beneficato

e in cui ho riposto grandi speranze

mi infligge un grave danno

lo considererò il mio santo maestro spirituale.

In breve, direttamente e indirettamente, io offro

ogni beneficio e felicità a tutti gli esseri senzienti, mie madri;

possa io in segreto farmi carico

di tutte le loro sofferenze e azioni negative.

Possano essi non essere mai contaminati dai concetti causati

dalle otto preoccupazioni mondane,

e consapevoli che tutte le cose sono illusorie

possano tutti loro, privi di attaccamento, essere liberati dalla schiavitù. (2)

http://www.rosacroceoggi.org/testi/incontro%20con%20gesu.%20dalai%20lama.pdf