8 S.S. Dalai Lama: Insegnamenti Londra 1994

Sua Santità il Dalai Lama: "L'aspetto della conoscenza o saggezza del sentiero è il vero antidoto per eliminare l'ignoranza".

Sua Santità il Dalai Lama: "L'aspetto della conoscenza o saggezza del sentiero è il vero antidoto per eliminare l'ignoranza".

Insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama a Londra settembre 1994 al Seminario “John Main”, sul tema: “Il buon cuore

Lettura buddista del Vangelo

VIII

Fede

(Gv 12, 44-50)

PADRE LAURENCE: Vorrei ridarle il benvenuto, Santità. In questa sessione, Sua Santità leggerà e commenterà i due ultimi brani del Vangelo, tratti entrambi dal Vangelo di san Giovanni. Il primo riguarda la fede, e il secondo contiene una cronaca della Resurrezione.

Gesù allora gridò a gran voce: “Chi crede in me, non crede in me, ma in colui

che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io come luce

sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perchè non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno. Perchè io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me”. (Gv 12, 44-50) <!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>

Questo brano del Vangelo di Giovanni sembra una parte importante della Bibbia. Nel leggerlo, la prima cosa che mi colpisce è una stretta somiglianza con un certo passo delle Scritture buddhiste, in cui il Buddha afferma che chiunque percepisca il principio di interdipendenza percepisce il Dharma, e chiunque percepisca il Dharma, percepisce il (Tathagata), di Buddha. Ciò significa che comprendendo la natura di interdipendenza, comprendendo il Dharma, si comprenderà la vera natura della buddhità. L’altra questione è che avere semplicemente una percezione visiva del corpo del Buddha non corrisponde a vedere realmente il Buddha. Per percepire realmente il Buddha, è indispensabile realizzare che il (dharmakaya), il corpo di verità del Buddha, è la realtà assoluta dei fenomeni. Questo significa percepire realmente il Buddha.

Analogamente, questo brano indica che solo attraverso la personificazione storica del Cristo si ha una reale esperienza del Padre da lui rappresentato. Cristo è il tramite per questo incontro con il Padre.

Anche qui troviamo la metafora della luce, un’immagine comune a tutte le principali tradizioni religiose. Nella cultura buddhista, la luce si associa in particolare con la saggezza e la conoscenza; l’oscurità è associata all’ignoranza e alla conoscenza errata. Questo corrisponde ai due aspetti della via: c’è l’aspetto del metodo, che comprende pratiche quali la compassione e la tolleranza, e l’aspetto della saggezza o conoscenza, la profonda visione o intuizione che penetra la natura della realtà. L’aspetto della conoscenza o saggezza del sentiero è il vero antidoto per eliminare l’ignoranza. Poichè questo brano sembra anche indicare l’importanza della fede nella pratica spirituale di una persona, penso potrebbe essere utile a questo punto

fornire alcune spiegazioni sul modo in cui i buddhisti intendono la fede. La parola tibetana per fede è (dey-pa), il cui significato forse potrebbe avvicinarsi a confidenza, fiducia. Nella tradizione buddhista, parliamo di tre diversi tipi di fede. La prima è la fede come ammirazione che si prova verso una data persona o una particolare condizione dell’essere. La seconda è la fede dell’aspirazione. C’è un senso di emulazione: si aspira a raggiungere quella particolare condizione dell’essere. Il terzo tipo è la fede della convinzione. Penso che anche nella cultura cristiana si possano spiegare tutti e tre questi tipi di fede. Per esempio, un cristiano praticante, leggendo il Vangelo e riflettendo sulla vita di Gesù, può provare una forte devozione e ammirazione verso di lui. È il primo livello di fede, la fede dell’ammirazione e della devozione. Poi, mentre potenzia la sua ammirazione e la sua fede, può raggiungere il secondo livello, che è la fede dell’aspirazione. Nella tradizione buddhista, si aspira alla buddhità. Forse nel contesto cristiano non si usano le stesse espressioni, ma si può dire di aspirare a raggiungere la totale perfezione della natura divina, ovvero l’unione con Dio. Poi, dopo avere sviluppato il

senso dell’aspirazione, si può giungere alla convinzione profonda che sia possibile realizzare tale condizione dell’essere. È il terzo livello di fede. Ritengo che tutti questi livelli di fede siano applicabili tanto alla cultura buddhista come a quella cristiana.

Nel buddhismo, è ripetuto diverse volte che sulla via spirituale sono necessarie tanto la fede come la ragione. (Nagarjuna, un maestro indiano del II secolo, nel suo famoso testo (La preziosa ghirlanda) (1) afferma come della ragione, cioè della fede e dell’analisi. La fede vi porta a uno stato di esistenza superiore, mentre la ragione e l’analisi vi guidano alla liberazione completa. L’importante è che la fede provata nell’ambito della propria pratica spirituale si fondi sulla ragione e la comprensione. Per sviluppare dentro di sè una fede derivante dalla ragione o dalla

comprensione, una persona che aspira a intraprendere il sentiero spirituale dovrebbe dimostrarsi aperta e lucida. In mancanza di una parola migliore, possiamo definirlo una condizione di salutare scetticismo. Quando ci si trova in

questo stato di lucida apertura mentale si riesce a ragionare, e ragionando si può arrivare in certa misura a capire. Consolidando la propria comprensione nascono la convinzione, la fede e la fiducia in un dato oggetto. Inoltre questa fede, fiducia o confidenza, basandosi sulla ragione e sulla comprensione, sarà molto salda. Proprio per questo motivo, negli scritti del Buddha troviamo un ammonimento ai suoi seguaci: non devono accettare le sue parole soltanto per la venerazione che gli portano. Il Buddha suggerisce ai suoi discepoli di sottoporre tutte le sue parole a verifica, proprio come l’orefice verifica la qualità dell’oro attraverso rigorose procedure. E si dovrebbe accertare la validità dei suoi insegnamenti basandosi unicamente sulla propria verifica personale.

In questo brano del Vangelo c’è un riferimento alla luce che scaccia l’oscurità, seguito immediatamente da un riferimento alla salvezza. Per collegare queste due idee, direi che le tenebre dell’ignoranza sono scacciate dalla vera salvezza, lo stato di liberazione. In questo modo, si può comprendere il significato di salvezza anche nel contesto cristiano.

Determinare la natura esatta della salvezza è un problema complesso. Fra le svariate scuole di pensiero religiose dell’India antica, molte tradizioni accettavano in qualche modo il concetto di salvezza. La parola tibetana per salvezza è (tharpa), che significa “scioglimento” o “libertà”. Altre tradizioni non la contemplano. Secondo alcune scuole, le oscurazioni della mente sono congenite, innate, e perciò fanno parte della natura essenziale della mente. Per loro, non c’è alcuna possibilità di liberazione, perchè le negatività e le oscurazioni sono innate nella mente e non possono esserne disgiunte. Anche fra quanti accettano una qualche idea di salvezza o di liberazione, ci sono diversi modi di definire in concreto e descrivere l’effettivo stato di salvezza.

Per esempio, in certe antiche scuole indiane, lo stato di salvezza è considerato uno spazio, un ambiente esterno con caratteristiche positive, che ha la forma di un parasole rivoltato all’insù.

Anche se alcune tradizioni buddhiste ammettono il concetto di salvezza, la considerano però come uno stato spirituale o mentale del singolo individuo, uno stato di perfezione della mente, non un luogo esterno. Il buddhismo ammette il concetto di diverse terre pure dei Buddha, stati di purezza prodotti dal potenziale Karmico positivo dell’individuo. È persino possibile per una persona ordinaria rinascere e divenire partecipe delle terre pure del Buddha.

Per esempio, dal punto di vista buddhista, non si può affermare che il nostro ambiente fisico, questa terra, questo pianeta, sia un regno perfetto dell’esistenza. Ma all’interno di questo regno si può dire che alcuni individui hanno raggiunto il (nirvana) e la piena illuminazione. Secondo il buddhismo, la salvezza o liberazione dovrebbe essere interpretata come uno stato interiore, una fase di sviluppo mentale. Qual è il significato cristiano di paradiso?

PADRE LAURENCE: Il paradiso è l’esperienza che consiste nel condividere la gioia, la pace e l’amore di Dio al pieno delle possibilità umane.

DALAI LAMA: Allora non è necessariamente associato a uno spazio fisico?

PADRE LAURENCE: No. Solo nei sogni.

DALAI LAMA: Allora, nello stesso modo anche il concetto di inferno può essere inteso per estensione come uno stato mentale molto negativo e colmo di difetti mentali?

PADRE LAURENCE: Sì, certo.

DALAI LAMA: Questo significa che non dobbiamo necessariamente concepire il paradiso e l’inferno come ambienti esterni?

PADRE LAURENCE: No. L’inferno sarebbe l’esperienza della separazione da Dio, che di per se stessa è irreale. È illusoria perch‚ nulla può essere separato da Dio. Tuttavia, se pensiamo di essere separati da Dio, siamo all’inferno.

DALAI LAMA: Nel brano del Vangelo, Gesù dice: “Non sono venuto per condannare […] la parola che ho annunziato lo condannerà”. Ritengo che questo rifletta fedelmente l’idea buddhista del Karma. Non è un essere autonomo a decidere “dal di fuori” che cosa dovremmo provare e che cosa dovremmo sapere; a decidere è la verità contenuta nel principio causale del Karma. Se si agisce in modo etico e disciplinato, ne deriveranno conseguenze positive; se si agisce in modo negativo o dannoso, si dovranno affrontare anche le conseguenze spiacevoli delle proprie azioni. Quindi il nostro giudice è la verità della legge di causalità che voi stessi mettete in opera; non si tratta di un essere o una autorità esteriore che emette inappellabili giudizi.

Come lo interpreterebbe?

PADRE LAURENCE: Nella Bibbia c’è una metafora poetica in cui Dio punisce l’umanità per i suoi peccati. Ma io penso che l’insegnamento di Gesù ci porti oltre l’immagine di Dio come colui che punisce, e la sostituisca con un’immagine di Dio come colui che ama senza condizioni. Il peccato rimane. Il peccato è un fatto. Il male è un fatto. Ma la punizione legata al peccato è insita nel peccato stesso. Penso però che un cristiano dovrebbe dare risalto al libero arbitrio anzichè alla causalità, per quanto sembri logica. In questo campo abbiamo il libero arbitrio, almeno in certa misura.