S.S. Dalai Lama Università di Harvard: Coltivando compassione

Sua Santità il Dalai Lama con alcuni dei partecipanti alla Tavola Rotonda all'Università di Harward

Sua Santità il Dalai Lama con alcuni dei partecipanti alla Tavola Rotonda all'Università di Harward

1° maggio 2009, mattino, Università di Harvard, Facoltà di Medicina, Dipartimento di Formazione Continua Meditazione e Psicoterapia, Cambridge, MA, USA,

Tavola Rotonda con

Sua Santità il 14 ° Dalai Lama, Tenzin Gyatso sul tema:

Coltivando compassione.

Traduzione ed editing del Dott. Luciano Villa, Ing. Alessandro Tenzin Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Sua Santità il 14 ° Dalai Lama, Tenzin Gyatso

La mia conoscenza sulla psicoterapia è molto limitata. Innanzitutto dovrei studiarla e conoscerla, quindi potrei rispondere. Sia l’azione fisica che quella mentale si rafforzano attraverso la familiarizzazione. L’azione fisica è basata sul corpo fisico, pertanto è soggetta a limiti, anche se si è allenati da molto tempo, ci sono comunque dei limiti. Inoltre, l’azione fisica non solo risulta per sua stessa natura limitata, in quanto dipendente dal corpo fisico, ma, se interrotta per un certo periodo, richiede un tempo estremamente lungo per ricuperare la forma fisica. Mentre, l’azione mentale è basata sulla mente stessa, non è un qualcosa di solido, di fisico. È un continuum. Ovviamente, anche l’azione fisica rappresenta un processo in svolgimento fin dal suo inizio, esiste un continuum ma a livello grossolano, perché, a livello microscopico, l’azione del corpo rivela dei limiti.

Per quanto concerne la mente, come sapete, è importante operare una distinzione dai livelli sensoriali di certe facoltà mentali basate sugli organi, il che è molto connesso coi fattori fisici. Quel che noi consideriamo come il livello mentale, non è basato su fattori fisici, ma sul continuum della mente stessa. Innanzitutto, è un’energia molto sottile, inoltre possiede la caratteristica di continuare, di espandersi nel tempo. Perciò, per natura, certe qualità mentali si conseguono con l’applicazione. Ma, una volta conseguite certe qualità mentali, non occorrono ulteriori sforzi. Nella tradizione Buddhista si è convinti che quanto più ci si sforza di conseguire determinate qualità, più si cerca di realizzare una familiarità con certi modi di pensare, o certi modi d’essere, e le si praticano, tanto più diventerà per noi spontaneo metterli in pratica. È in questo modo che la mente si comporta.

Possiamo inoltre identificare una categoria mentale indirizzata sull’oggetto, che può condurre ad una gran comprensione, che nella tradizione buddhista è considerato come lo stato cognitivo della mente. Di conseguenza, quando parliamo di saggezza senza altri fattori, intendiamo la saggezza che appartiene a questa categoria. L’altra categoria mentale è quella che la tradizione buddhista tibetana identifica nell’ambito del desiderio, dell’interesse. Questi due ambiti di stati mentali non portano ad una dimensione di cognizione. Perciò, si riconoscono come orientate in senso non cognitivo. Ovviamente , appartengono agli eventi cognitivi, perché inseriti nell’ambito delle facoltà mentali. Quelle azioni mentali dirette più ad aspirare, desiderare qualcosa, pure in sé stesse non sono specificatamente impegnate su un oggetto, ma quando le si coltiva, è necessario impegnare l’aspetto dell’intelligenza, della comprensione, dell’elaborazione e del miglioramento. In rapporto alle categorie mentali più cognitive, che nel Buddhismo consideriamo connesse alla saggezza, la pratica dell’intensa e profonda familiarizzazione rappresenta il modo più importante per conseguire l’obiettivo. Ovviamente, quanto più si è tesi verso l’oggetto, verso la meta, più si diverrà familiarizzati e più lo comprenderemo e più ci sentiremo vicini all’obiettivo. Inoltre, l’elemento soggettivo di quella saggezza spontaneamente s’incrementa, il che ci fa sentire più connessi alla meta. Parliamo di coltivare la familiarità con l’oggetto in termini equivalenti a promuovere l’attitudine alla saggezza, al sorgere della saggezza nella nostra stessa mente. Persino da questa prospettiva soggettiva, quando parliamo di questo tipo di comprensione, come la saggezza, ci rendiamo conto che s’incrementa solo se è tesa alla comprensione d’un qualcosa. In entrambi questi casi, giocano un ruolo essenziale quelle facoltà che nel buddhismo chiamiamo della consapevolezza. Dal momento che ciò è connesso al mantenimento di una certa concentrazione su di un determinato oggetto, ci rendiamo conto che esistono due modi per realizzarla.

L’uno consiste nell’applicazione delle facoltà della consapevolezza, in modo che il praticante impara a vigilare su sé stesso per mantenere la concentrazione sull’oggetto, l’altro processo non consiste solo nell’applicazione deliberata della consapevolezza, ma nel lavorare con le energie di quello stato mentale.

Per energia intendiamo una pratica pure fisica, ma molto sottile, totalmente priva di forma. Quando elaboriamo un processo mentale, questo è indotto dall’attivazione d’una certa energia, concepibile pure in modo fisico, ma in modo molto sottile. Il secondo tipo di pratica è connesso in un certo modo col modo di scoprire come ridurre il fluttuare dell’energia in questo processo sottile. In questo modo la mente è capace di rimanere puntata sull’oggetto prescelto.

Nei testi tantrici questa relazione tra il processo mentale e le energie che lo fanno scaturire, e quindi lo alimentano, è paragonata all’energia applicata da una persona che non possiamo vedere ma che si può muovere, oppure ad un’altra persona che la possiamo sì vedere, ma non la possiamo muovere.

Il che deve invece andare di pari passo.

Ora arriviamo alla questione dell’esercizio fisico e del controllo della respirazione. A questo punto ci rendiamo conto che questi due fattori devono essere connessi.

Domanda:

Sono uno psicoterapeuta, e da circa 20 anno il mio campo di lavoro verte sull’applicazione della consapevolezza nella psicoterapia. Mi sembra che più soffriamo, più dobbiamo intenzionalmente portare la gentilezza e la compassione nella consapevolezza. In altre parole, la consapevolezza è importantissima, ed abbiamo sempre bisogno di rivolgere la compassione verso noi stessi. Abbiamo molti pazienti che da molto tempo soffrono per intense sofferenze emotive, per depressione e violenze sessuali, pedofilia, divorzi, decessi di persone care, gravi malattie. Non le sembra strano che nel momento in cui abbiamo più bisogno di noi stessi, delle nostre risorse, diventiamo i peggiori nemici di noi stessi? Quando le cose vanno male, le persone tendono a criticare sé stesse, a vergognarsi ed a nascondersi agli altri, ad auto affliggersi, rivangando il passato. Mi chiedo, Santità: ha notato questo fenomeno? E se sì, cosa direbbe a queste persone?

Sua Santità il Dalai Lama

In certi casi non è affatto facile sviluppare un vero senso di interesse per gli altri esseri, anche verso sé stessi. È difficile intervenire su una persona che odia sé stessa. Penso che la vera ragione per cui si nutre odio verso sé stessi, alla fin dei conti, dipende dall’esigere la perfezione. Il che è impossibile. Al che ne deriva frustrazione e rifiuto dei propri limiti.

Domanda

Da ciò che avete detto prima s’evince che occorre una certa pratica, capace di eliminare l’attitudine alla disistima, a criticare sé stessi se non riusciamo a conseguire quanto atteso. Mi chiedo, Santità, potrebbe guidarci in una meditazione che si potrebbe fare poi anche a casa, adatta per delle persone afflitte da disistima?

Sua Santità il Dalai Lama

L’attitudine mentale. Se, alla base, le attitudini mentali sono sane, ed improvvisamente qualche evento tragico vi sconvolge la vita, questa non ne sarà sovvertita. Un po’ come avviene con le infezioni. Se siamo dotati d’un forte sistema immunitario, le aggressioni dai virus e batteri non riusciranno a distruggerci. Se, viceversa, ci dovessimo trovare in una situazione d’immunodepressione, quando le nostre difese naturali sono indebolite, anche il virus meno aggressivo riuscirà a farci ammalare. Così, è un po’ anche la mente. Se, di base, il nostro stato mentale è debole, allora degli eventi sfavorevoli, tragici, saranno veramente capaci di sconvolgerci. A questo punto dobbiamo chiederci: come dobbiamo costruire un sano stato mentale?

Anche se alcuni di voi si dovessero accontentare anche d’una sola meditazione, anche semplice ma che dia ovviamente subito dei buoni risultati, non penso che sia possibile esaudire la richiesta. Entrano in gioco tantissimi punti di vista verso se stessi, gli altri, la sofferenza, il mondo intero. Penso che, proprio a causa della complessità della nostra mente, per trasformare le nostre emozioni distruggenti sono disponibili migliaia e migliaia di meditazioni differenti. Ora, suggerire qui solamente un tipo di meditazione, penso che, sulla base della mia esperienza, sia una risposta molto difficile. Inoltre il suo effetto sarebbe limitato. Ad esempio, meditate sulla transitorietà, sull’impermanenza.

Vi racconto un episodio riguardante un monaco, un grande studioso con molti discepoli ed anche abbastanza ben conosciuto. Un giorno che mi venne a trovare, si presentò con un volto molto triste. Quando gli chiesi di spiegarmene la ragione, mi rispose: “Sono depresso.”

Perché, cosa ti rende depresso?” – Gli risposi.

Al che mi disse: “Talvolta medito sull’impermanenza”.

Quindi, quell’azione, quella meditazione, aveva prodotto quell’esperienza deprimente.

Gli consigliai: “Non vederla dal lato negativo, ma capovolgila, osserva le grandi potenzialità che derivano da questa meditazione”.

Perciò la meditazione comprende molti aspetti, si diversifica per rivolgersi ad attitudini molto diverse tra loro. Anche nella meditazione univoca sull’impermanenza, occorre introdurre così tante dimensioni, tanti aspetti. Ad esempio, nei testi Buddhisti, a proposito dell’impermanenza, si parla di natura della sofferenza, di emozioni distruggenti, d’insoddisfazione, di mancanza del sé, di vacuità.

Ora, nelle Quattro Nobili Verità, non si parla solo di natura della sofferenza o di due verità, ma di gioia.

A questo punto le cose diventano più equilibrate. Vedendo la possibilità di raggiungere una gioia piena, effettiva, permanente e sviluppando fiducia in essa, allora, penserò che i miei dispiaceri, le mie sofferenze legate a fattori biologici, in un certo senso pure l’attaccamento, anche se li potrò provare, potranno essere vinti, per conseguire quindi quella meta meravigliosa. Di conseguenza, maturerò entusiasmo per affrontare queste sofferenze.

Per ridurre l’intensità del desiderio eccessivo o dell’auto attaccamento o dell’auto gratificazione mediterò sull’impermanenza.

Vediamo quindi che entrano in gioco molti elementi, come se si trattasse di dar forza al nostro sistema immunitario. Abbiamo così bisogno di formarci una visione ampia, con una varietà di concetti, col risultato di raggiungere uno stato mentale molto resistente. Quindi, se anche dovreste affrontare dei problemi particolari, potrete prendere le vostre contromisure adeguate. Anch’io non ho conseguito la piena capacità d’essere esente da dispiaceri. Anche se da sessant’anni circa ho intrapreso questo cammino, anch’io, non sono ancora riuscito d’essere libero dalle preoccupazioni e dalle sofferenze.

A maggior ragione, dopo questa spiegazione, vi rendete conto che è impossibile suggerirvi un modo unico e semplice per trasformare la mente. Vi sono alcuni che dicono di potervi dare dei consigli molto semplici ed efficaci per risolvere i vostri problemi. I miei consigli vanno invece in senso opposto. Sono difficili e complessi.

Ma una cosa vi posso confidare: non importa quant’è intensa la vostra sofferenza mentale, ma, attraverso il continuo e graduale addestramento, senza mai scoraggiasi, con tanta buona volontà e fiducia in sé stessi, potete aver ragione di queste difficoltà. Questo è pressoché sicuro. Un maestro buddhista tibetano disse: “Anche se tutti gli sforzi meditativi potessero sembrare non condurvi alla meta, la natura dei fenomeni condizionati è suscettibile di cambiamenti, perciò, quel che sembra impossibile da realizzare in cent’anni, può diventare raggiungibile quasi subito dopo.

Per incoraggiarvi, nonostante che sono circa sessant’anni che pratico bodhicitta e sunya la vacuità, è dall’età di 13-14 anni che ho iniziato a sviluppare qualche interesse in questo campo, prima non ne avevo affatto. Fino a quell’età, ogni volta che si approssimava il momento della lezione di Buddhismo, mi sembrava che il mondo s’oscurasse. Contavo i giorni che mi separavano dalle vacanze. Mi sentivo lieto se l’indomani non avevo lezione. Quando sono giunto in India come rifugiato, iniziai a ristudiare quei testi importanti. In quel periodo avevo circa 24 anni. Quindi, sui trent’anni, iniziai a provare delle esperienze sull’assenza d’esistenza indipendente, sunya. Al che ebbi fiducia, perché iniziai a rendermi conto che esiste effettivamente la possibilità di riuscire a liberarsi dalla sofferenza. Sì, perché tutta la sofferenza deriva dall’ignoranza, l’ignoranza che c’impedisce di comprendere la natura ultima della realtà. Ebbi così delle sensazioni, delle esperienze sulla natura ultima della realtà. Il che mi conferì la fiducia di poter eliminare quel tipo di sofferenza. Allora ero molto distante da concetti e pratiche come l’infinito altruismo. Ovviamente, lo conoscevo perché l’avevo studiato, ma ne ero molto lontano. Sui quarant’anni intensificai le pratiche meditative. Così, ne divenni più familiarizzato. Il che dimostra l’esattezza di quanto diceva il maestro le cui parole vi riferivo prima: quel che vi sembrava impossibile, improvvisamente diventa vostro. Perciò, vi ho esposto l’aspetto positivo.

Domanda

Nella cultura occidentale le delusioni e le frustrazioni della separazione, l’esclusione sociale e l’isolamento portano ad una vera sofferenza: mentale e fisica. Dal punto di vista terapeutico cerchiamo di ristabilire, di riequilibrare il soggetto. Penso che noi terapisti dobbiamo partecipare alle relazioni, non solo ascoltare, ma entrare in una mutua relazione ed empatia con gli altri, il che crea un profondo senso di benessere. Non dev’essere una compassione per sé, ma per gli altri. Si tratta di due elementi che devono andare di pari passo. Se vuoi essere felice, pratica la compassione. Biologia e neurobiologia sono discipline molto interconnesse. In occidente si costruisce il sé, costruiamo la separazione, sia a livello individuale che collettivo. Mi chiedo se non abbiamo la responsabilità di far germogliare la compassione nella società e tra le persone.

Sua Santità il Dalai Lama

Ci sono delle persone che operano delle distinzioni tra occidente ed oriente ed avvertono delle grandi differenze. Non la penso così. Certo, ci sono delle differenze nello stile di vita, ma, a livello mentale, non penso che ci siano queste grandi diversità. Certe volte mi trovo a discutere con delle persone sul fatto che il Buddha diede i suoi insegnamenti più di 2.600 anni fa e se questi insegnamenti sono ancora validi oggi nel XXI secolo. Certamente lo stile di vita attuale è molto cambiato da allora, dall’epoca del Buddha ad oggi. Ma la modernità è più un fattore esteriore, d’ordine materiale. Perciò, a livello fisico, sono abbastanza d’accordo, così pure a livello emotivo e mentale.

Emozioni distruggenti, costruttive, neutrali.

Pensavo alle emozioni come a dei forti sentimenti, perciò possono essere distruggenti o costruttive, non neutrali. Perciò non penso che nemmeno a livello mentale ci possano essere delle distinzioni nette tra est ed ovest.

Inoltre lo stato mentale attuale dell’umanità è circa lo stesso di 2.000 anni fa. In futuro, fra 100.000 o 1.000 anni, quando cambierà la forma del cervello, sarà allora possibile che possano intervenire dei cambiamenti a livello emotivo. Lo specialista del cervello mi dice che ci sono voluti milioni di anni per il suo cambiamento, il che significa che tra un milione d’anni la forma del nostro cervello potrebbe cambiare. Allora potrebbero intervenire dei cambiamenti anche su alcune emozioni. Non saprei.

Ora, qui in occidente c’è una notevole differenza tra chi vive in campagna e chi abita nelle grandi città. Anche in India ho trovato queste diversità tra chi sta nelle grandi città e chi dimora fuori, in campagna. Anche tra i Tibetani ho osservato questo fenomeno. Il che costituisce l’influsso dell’ambiente. I rifugiati tibetani degli anni ’60 e ’70 erano molto gentili e corretti. Nessuno di loro rubava o avrebbe truffato altri. Col passare del tempo sono caduti sotto l’influsso dei vicini indiani. Ora emergono delle differenza, in particolare tra le nuove generazioni e fra i tibetani provenienti dal Tibet. Questi sono gli stessi tibetani, gli stessi buddhisti, ma è l’ambiente a fare la differenza. Anche nei nostri insediamenti la gente parla maggiormente di denaro, di soldi, soldi, soldi. Questo ha influito anche sul loro atteggiamento. Prima molto rispettoso, calmo, ora il denaro è entrato nei discorsi quotidiani e si parla molto più di soldi, soldi e soldi. E sono diventati più ansiosi, più stressati. Penso piuttosto che le persone meno abbienti soffrano meno d’emozioni negative, siano meno invidiose, al contrario hanno un bel senso della comunità. Incluso alcuni scienziati. Mi piacciono veramente gli scienziati: sono delle persone meravigliose.

Devo ricordare quanto diceva circa mille anni fa un saggio tibetano: quando per gli altri diventate importante, dovete diventare la persona più umile, piccola.

Il che è molto importante. Perché, se diventate arroganti, il vostro ego s’incrementerà ancor più, allora, anche se non ve ne renderete conto, cadrete maggiormente in preda alle emozioni distruggenti, portandovi in conclusione all’autodistruzione. Perciò, quanto più avrete successo, tanto più cadrete nel pericolo di cadere vittima delle emozioni distruggenti. Quindi, le rispondo che, fondamentalmente, non c’è poi questa gran differenza. Devo aggiungere che alcuni miei amici americani hanno riportato dei risultati decisamente positivi grazie alla loro pratica. Perciò noi tibetani dovremmo sentirci invidiosi. Quindi, anche spiritualmente, siete più avanti. Il punto dimostra che, alla base, siamo gli stessi, gli stessi esseri umani.

Domanda

Sono rimasto molto impressionato dalla sua dichiarazione: “Se vuoi la felicità, pratica la compassione”. Noi siamo abituati a lavorare sulle emozioni negative: tristezza, dolore, rabbia, perdita. Noi tentiamo di insegnare ai nostri pazienti come avere compassione per sé stessi. Le emozioni negative riguardano il passato, mentre quelle positive riguardano il futuro e gli altri. Il mio lavoro quotidiano e di curare le emozioni negative dei miei pazienti. L’amore e la compassione sono piuttosto differenti.

Il mio dilemma è se dobbiamo dare ascolto alle grandi religioni che dicono di dare più spazio alle emozioni positive od ai miei pazienti di cui devo occuparmi per curare le loro emozioni negative.

Sua Santità il Dalai Lama

Faccio sempre una distinzione quando parlo di compassione. E lo faccio su due livelli. Il primo è molto connesso all’attaccamento ed all’attitudine. È l’amore e la compassione diretti verso i propri figli, familiari, amici.

Da qui scaturisce un sentimento di vicinanza per gli altri esseri che si trasforma in interessamento. Il che è falsato dal fatto di essere rivolto solo ad alcuni, ai vostri cari. È un tipo d’amore e compassione molto interconnesso con l’avversione. Odio verso il cosiddetto gruppo o gruppi contrapposti di persone, la cui azione ci è antagonista. Quindi l’odio prende il sopravvento, anche verso i propri cari, a meno che in tutto e per tutto non vi assecondino. Questo è il tipo di compassione fondato su fattori biologici. È spontaneo, non necessità di addestramento, mentre il secondo livello di compassione è basato sulla ragione, occorre apprenderlo, perché è incondizionato, non è più solo verso alcuni, escludendo altri. È universale. È indirizzato agli esseri, non alle attitudini. È indipendente dal fatto se questo o quello mi è amico o simpatico o figlio o parente. Non è certo volto verso me stesso, nel senso che sono molto gentile verso me stesso. No. È basato sul fatto di nutrire un sentimento di sofferenza e di piacere, quindi, per natura sorge in me il desiderio di conseguire la gioia e la felicità e di non voler incorrere nella sofferenza. Su questa considerazione si basa il mio diritto. Quello di raggiungere la gioia e di vincere la sofferenza. Il che lo possiamo applicare agli altri, a tutti. Perché, tutti gli esseri provano le medesime esperienze di piacere e, su quella base, gli stessi diritti di vincere la sofferenza. Perciò questo tipo di ragionamento sviluppa un senso di cura per gli altri. Questa è un sentire puro, senza macchia, che puoi estendere al tuo nemico. Quanto più la tua attitudine è invece impura, ecco che s’identifica il nemico, che compare chi per il quale non ci curiamo. Perciò dobbiamo prepararci a combattere, anche duramente, ma in noi stessi, per non creare dei nemici dentro di noi. Perché, fintanto che ci saranno degli esseri umani, o esseri senzienti, questi meriteranno un senso di cura, che qualcuno se ne prenda cura. Questo è un sentimento che non è macchiato dall’attaccamento. Occorre sviluppare quest’elevato livello di compassione basato sul distacco, che è privo d’impurità. Perché, se ci prendiamo cura degli altri, ma solo d’alcuni, sarebbe sbagliato, in quanto cadremmo in un sentimento contaminato dall’attaccamento. Dobbiamo sviluppare invece su nuove basi un senso di cura, il sentimento di prenderci cura degli altri. Questa è la vera compassione. Solo attraverso l’addestramento, il ragionamento riusciamo a conseguire quel tipo di compassione.

Ora dobbiamo chiederci: come possiamo sviluppare questo tipo di compassione?

Lo dico sempre e lo spiego a chi mi ascolta, che lo possiamo fare in tre modi. Il primo secondo i precetti delle religioni teistiche, quelle basate sul concetto d’un dio creatore, caratterizzato da infinito amore e compassione. Perciò quanta più fede scaturirà dal praticante per il dio creatore dotato d’infinito amore, quanta più maturerà la volontà di realizzarne i precetti. Infatti possiamo trovare delle persone molto compassionevoli tra i cristiani ed i mussulmani. Li possiamo trovare! Tra loro vi sono delle persone veramente meravigliose. Ora parliamo dello stesso concetto rispetto alle religioni non teistiche: il buddhismo ed il giainismo. Non sono basate su un dio creatore ma sulla concezione della legge di causalità, di causa ed effetto. Il che appare molto simile alla teoria dell’evoluzione di Darwin, anch’essa di causa ed effetto, per cui l’effetto è all’origine d’un altra causa e così via. Ne derivano cambiamenti del cervello stesso, che non possono certo verificarsi in una notte, ma gradualmente.

Prendiamo questi fiori. Quando ero giovane mi piacevano moltissimo i fiori. Così mi divertivo a fare degli innesti, come si fa con le rose. Ma ero molto impaziente. Già dopo un paio di giorni che li avevo seminati, andavo a vedere se stavano già germogliando.

Sua santità il Dalai Lama ci ride sopra di gusto, trascinando il pubblico.

Questa è un esempio d’aspettativa irrealistica. I semi necessitano di tempo, di un adeguato tempo necessario affinché maturi la piantina. Possono essere necessarie settimane ma anche mesi. Analogamente la legge di causalità introduce dei mutamenti graduali. Qualsiasi cambiamento si realizza comunque sulla base di cambiamenti momentanei. Perciò questo è un modo per dimostrare compassione, e non m’addentrerò in dettagli.

Ora il problema è che ci dobbiamo prender cura di sei miliardi d’asseri umani. Non avrebbe senso, anzi sarebbe ingiusto prendersi cura solo di coloro che hanno una fede, una religione. Anche gli altri milioni di non credenti sono degli esseri umani. Sono anch’essi parte della nostra società. Sono pure convinto che siano la maggioranza. Perciò penso che si debba trovare il modo di raggiungere costoro con un messaggio di compassione. Se dovessimo loro indirizzare un messaggio di compassione basato su presupposti religiosi, non potemmo raggiungere queste persone. Deve quindi esistere una terza via, che solitamente chiamo la via laica, capace di promuovere questi valori. Come ho appena illustrato, la stessa compassione è basata su fattori biologici, non deriva dalla religione, ma per natura. Perciò, di fondo, la compassione è un valore universale. Non è un valore basato sulla fede religiosa. È un valore laico. Perciò deve esistere una via laica per la sua promozione.

Di conseguenza si profilano degli approcci differenti: per i credenti in una fede impiegheremo dei metodi attinenti i precetti religiosi, viceversa, verso i non credenti, adotteremo dei metodi laici. Questo è lo stesso messaggio. Un messaggio d’amore e compassione.