S.S. Dalai Lama Università di Harvard: La via della saggezza

Sua Santità il 14 ° Dalai Lama: "La natura fondamentale del nostro corpo è molto vicina a quella della mente calma. La compassione porta ad avere la mente calma".

Sua Santità il 14 ° Dalai Lama: "La natura fondamentale del nostro corpo è molto vicina a quella della mente calma. La compassione porta ad avere la mente calma".

1° maggio 2009, pomeriggio, Università di Harvard, Facoltà di Medicina, Dipartimento di Formazione Continua Meditazione e Psicoterapia, Cambridge, MA, USA,

Tavola Rotonda con

Sua Santità il 14 ° Dalai Lama, Tenzin Gyatso sul tema:

La via della saggezza.

Traduzione ed editing del Dott. Luciano Villa, Ing. Alessandro Tenzin Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Sua Santità il 14 ° Dalai Lama, Tenzin Gyatso

Penso che la saggezza sia un tipo d’intelligenza, una prerogativa unica della mente umana. In accordo con le antiche concezioni indiane, qualsiasi facoltà cognitiva è riconosciuta come avente la capacità di essere conscia, consapevole. Qualsiasi forte distinzione tra come comprendiamo la conoscenza o giungiamo alla consapevolezza in relazione alle nostre facoltà sensoriali in rapporto al mondo esterno ed anche l’esperienza mentale, l’esperienza della mente stessa,

Quando parliamo di prajna, che è il termine sanscrito della parola tibetana sherab, significante la saggezza, intendiamo riferirci a questo secondo livello mentale. Benché si distingua per saggezza la capacità mentale della consapevolezza in rapporto all’oggetto, quando parliamo di saggezza come prajna intendiamo riferirci all’esperienza mentale che non deve essere necessariamente presente in ogni esperienza cognitiva. Questa mattina abbiamo parlato di come esistono due indirizzi fondamentali nei processi mentali, uno inteso come aspirazione, desiderio, bramosia, e la compassione appartiene a questa classe, mentre n’esiste un altro più orientato in senso cognitivo. È la saggezza, l’intelligenza. Nell’ambito di questa categoria mentale orientata in modo cognitivo, in cui l’intelligenza gioca un ruolo importante, possono esserci delle forme distorte che sono prive di basi reali, sono forme distorte di comprensione della saggezza, mentre ve ne sono delle altre che, proprio perché sono maggiormente in sintonia con la realtà, sono considerate come forme corrette di saggezza, quelle cui ci riferiamo come prajina o sherab. Perciò, penso che, quando c’impegniamo in attività di ricerca, allora utilizziamo le attività della saggezza. Così nella nostra vita quotidiana utilizziamo queste facoltà, ed anche quando sogniamo talvolta elaboriamo quanto abbiamo indagato durante la giornata trascorsa. Il che sta ad indicare che questa facoltà della saggezza o prajna rimane attiva anche durante i nostri sogni. Ritengo infatti che durante i sogni la mente usuale diventi più sottile rispetto allo stato di veglia. Ne consegue che quando sogna la mente sia più acuta dal punto di vista investigativo. Di per sé questa mente è semplicemente neutra, potendo rivelarsi sia costruttiva che distruttiva. Il che dipende dalla motivazione. Ugualmente dipendono dalla motivazione gli stati di desiderio e di bramosia, i quali possono essere costruttivi o negativi. Ora vorrei conoscere l’esatto significato del termine psicologia. Lo uso spesso, ma non ne conosco l’esatto significato. Ma non interrompiamoci, me lo direte dopo.  ….

Domanda

Stamane le abbiamo fatto delle domande sulla compassione e sono d’accordo con la sua richiesta di conoscere l’esatto significato del termine psicologia, ma, allo stesso tempo, dobbiamo tornare alle Quattro Nobili Verità, in quanto rappresentano l’essenza del concetto di sofferenza.

Possiamo giungere a capire qualcosa sulla natura della mente e sulla natura della realtà? Mi sembra che è molto importante comprendere la natura del sé in termini d’impermanenza. La mia domanda è proprio sulla natura del sé, su quel che crediamo d’essere, in altre parole: siamo quel che pensiamo d’essere, o siamo un qualcosa di diverso, più ampio, più grande? Come coltivare insieme metodo e saggezza?

Sua Santità il Dalai Lama

Innanzitutto, anche se la materia è molto complessa, certe volte le persone che esprimono molto attaccamento, un forte ego, talvolta si rivelano molto sensibili verso gli altri, nel senso che appena sentono delle parole d’apprezzamento si dimostrano molto felici, al contrario, appena percepiscono d’essere biasimati, si sentono molto disturbati. Al contrario, chi non ha questo gran attaccamento, appena si sente lodato, certamente è contento, ma non s’esalta. Lo stesso accade se ascolta degli apprezzamenti negativi. Non ne fa una tragedia.

Nel primo caso il comportamento è basato sull’ignoranza. Di conseguenza, è privo di validità. Esistono ovviamente molti livelli d’ignoranza, che, nel nostro caso, intendiamo come un fortissimo attaccamento.

La domanda verteva sull’apparenza e la realtà.

Ebbene, queste sono sempre separate, c’è una gran distanza fra loro.

Ora, prendiamo in considerazione il sé, che appare come un qualcosa d’indipendente. Un sé distinto dalla mente e dal corpo. Ma in realtà, se investighiamo, non riusciamo a trovare un sé distinto dal corpo e dalla mente: un’entità separata indipendente. L’apparenza può essere considerata come una realtà separata, ma non la realtà. D’altra parte, l’impulso all’attaccamento dipende dal credere davvero che l’io esiste indipendentemente. Il che non è altro che il prodotto dell’ignoranza. Per cui, dall’attaccamento scaturisce l’ansia, la paura, l’aggressività. La paura in sé non è un prodotto dell’ignoranza, ma lo è il suo eccesso. Ora consideriamo l’attaccamento, che distinguiamo nettamente dal desiderio. Quest’ultimo è un sentimento comprensibile e condivisibile. Vi faccio un esempio: tutti condividono il desiderio d’avere una vita felice e gioiosa. Perciò il desiderio è un sentimento positivo. Come buddhisti abbiamo il desiderio di raggiungere la buddhità.

Al contrario, consideriamo negativo il desiderio di realizzare la buddhità ma contaminato dall’attaccamento. Ribadisco: il desiderio in sé va bene, ma in quanto contaminato dall’attaccamento, assume una valenza negativa. Infatti, in un testo buddhista si dice che, quand’anche intraprendessi un’azione virtuosa ma contaminata dall’ego, quel comportamento pur apparendo virtuoso, in realtà non lo sarebbe affatto.

Pure quest’altro punto l’ho affrontato ieri: credo che la fede, la vera fede basata sulla ragione, sia incrollabile. Anche nel caso d’una religione teistica. Dio, credere in dio, implica sviluppare un’enorme fede. Ma, in questo caso, non considero tanto importante la fede, quanto il fatto che ci si sente completamente in comunione col dio creatore. Come praticanti, dal profondo del nostro cuore nutriamo fede verso i tre gioielli: il Buddha, il Dharma ed il Sangha. Ad esempio Nagarjuna, in quanto Bodhisattva, dedicò tutta la sua vita per il beneficio degli altri esseri: ricordiamo in proposito l’importanza che assume la dedica finale nel neutralizzare l’ego.

Ora dobbiamo essere in grado di fare delle distinzioni sottili tra i due comportamenti. L’uno dedica completamente ogni azione per il benessere degli esseri senzienti. Per riuscire in quest’intento occorre un’enorme sforzo di volontà unito ad altrettanta fiducia nelle proprie capacità, ad un forte senso di sé: altrimenti è impossibile. Quindi esistono due sé, anzi due forti sé: l’uno basato sulla saggezza, l’altro sull’ignoranza. Proprio per questo dobbiamo fare questa distinzione.

D’altro canto le religioni teistiche dapprima ci portano a sentire la vicinanza col divino, quindo ci esortano alla compassione. Mentre le non teistiche sviluppano la conoscenza della legge di causalità. Tutto ciò ci porta alla conclusione che abbiamo bisogno della compassione.

Stamane abbiamo parlato di via laica, perciò abbiamo accennato alla necessità d’unire la pratica del buon senso con le evidenze scientifiche. Si sviluppa così la convinzione che questo modo d’agire è proficuo proprio per tutti: per la società, la famiglia e per sé stessi.

In merito alla saggezza, va detto che ogni pensiero umano connesso alla razionalità è permeato di saggezza.

Domanda

C’è qualcosa che possiamo trasmettere ai nostri pazienti psichiatrici, che soffrono tanto, le cui vite sono tanto difficile e che ci troviamo spesso incapaci di far migliorare?

Sua Santità il Dalai Lama

Penso che la risposta più appropriata è: “Non lo so”.

Questa mattina abbiamo parlato d’alcuni casi, casi prettamente personali. Persino chi non ha alcuna fede ci tiene ad avere degli amici rispettosi.

Il mio tutore anziano, ora scomparso, voleva per me una vita piena di significato ed utile. Mi sono fatto carico di portare sulle spalle il fardello dei suoi insegnamenti questo è il modo migliore per offrire un dono. Preoccuparsi troppo non porta a nulla, quando non possiamo farci niente non produce nessun vantaggio preoccuparsi. Pensa piuttosto che la vita è fatta di molti aspetti. Ogni realtà è composta da molte sfaccettature. Ad esempio, una certa situazione, se vista da una data angolazione, appare disastrosa, ma, se diversamente inquadrata, lo stesso evento non appare più catastrofico, ma offre degli spunti positivi. Proprio per questo non dobbiamo farci condizionare da chi sembra sempre vedere la realtà in senso negativo, decisamente negativo. Questo dipende dal fatto di cogliere solo un aspetto della realtà. Ma se la guardate da una prospettiva più ampia, si possono creare nuove opportunità.

Se ora fossi a Lhasa, al Potala, dovrei comportarmi come un dio vivente, lontano e separato dagli altri, tagliato fuori dalla realtà. Che senso avrebbe? E non potrei essere qui! E non potrei tenere questa conferenza. All’estero ho avuto modo d’apprendere molte cose, e utili. Quando va tutto bene, si pensa che ci sia tutto dovuto e si diventa esigenti. Al contrario, quando si devono affrontare dei momenti difficili, allora non si pensa più di pretendere. Così, quando si perde tutto, perché di colpo si diventa profughi, allora si diventa realisti, e si devono accettare le cose. Vedete, la situazione in cui mi trovo m’ha fatto diventare più realista, m’ha fatto mettere davvero i piedi per terra. Così, nella vita interiore le difficoltà giocano un ruolo davvero importante, cosicché diventiamo più realistici.

Penso che in questo paese, i vostri predecessori, i primi che si sono trasferiti qui per coltivare la terra, devono proprio aver lavorato duramente. Raccogliete l’eredità d’un forte impegno. Al contrario, le giovani generazioni, qui, in Giappone ma anche in Europa, non sanno nulla di tutte quelle fatiche, di quelle enormi difficoltà con cui i vostri nonni e bisnonni hanno dovuto cimentarsi. Così è stato anche nella comunità tibetana: i primi profughi che hanno raggiunto l’India hanno dovuto lavorare sodo ma si sono molto fortificati: non si fanno di certo scoraggiare da piccole difficoltà. Mentre quelli viziati si deprimono alla minima difficoltà. Ne consegue, come vedete, che non tutto il male vien per nuocere, che anche una situazione tragica come la nostra ha i suoi lati positivi. Ha il potere di fortificare chi la deve vivere. Ma non significa che una situazione tragica è benefica. Niente affatto! Va evitata.

Domanda

Grazie, grazie infinite Santità per la profondità e la concretezza della sua risposta, e, come appartenente al mondo della scienza, a proposito della definizione che chiedeva su cos’è la psicologia, credo che sia la scienza del comportamento: del comportamento della mente, dello studio della mente. Come psicoterapeuta tratto i pazienti più critici, quelli che nessun altro vuole. Questi mi chiedono: cos’è una cosa saggia, se non so quale sia un comportamento saggio? Glielo chiedo a nome dei miei pazienti: come faccio a sapere se un comportamento, un’azione è saggia, e come posso determinarmi a compiere un’azione saggia?

Sua Santità il Dalai Lama

Penso che, anche dal punto di vista buddhista, talvolta è difficile comprendere se un evento è positivo o negativo. Alcune azioni o stati della mente sono difficili da inquadrare come positivi o negativi. Anche per me. E, se non siamo in grado di distinguerli come positivi o negativi, siamo in grado di farlo dal punto di vista della motivazione. Certe azioni, che siano sagge o meno, le dobbiamo giudicare dal punto di vista del risultato, delle loro conseguenze. Certe azioni sorgono da motivazioni sincere, per cui, dal punto di vista della motivazione sono positive. Ma dal momento che trovano svolgimento attraverso metodi irrealistici, per carenza di consapevolezza, per incomprensione della realtà, allora ne potrebbe scaturire un risultato negativo. Perciò, dal punto di vista del risultato, quell’azione la dobbiamo considerare sbagliata. Per la complessità della situazione che sottende alla motivazione, se quel proposito trova una realizzazione incongrua con la realtà, allora – anche se è scaturita da intenti positivi – non la dobbiamo considerare affatto come un’azione di saggezza. Tutto ciò è possibile, perché tutti i fenomeni dipendono dal loro contesto. Così per ogni attributo che conferiamo ad un oggetto. Se lo definiamo lungo o corto, lo dobbiamo necessariamente fare in rapporto ad altri. Così, se una cosa positiva la raffrontiamo con un’altra di gran lunga più positiva, la prima perde necessariamente di valore, fino a rischiare di sembrare negativa. La buona azione, se la vediamo in rapporto ad una cattiva azione, diventa ancora migliore. Vedete: tutto è interconnesso. Il che ci porta ad un altro importante concetto buddhista: la mancanza d’un sé indipendente. Tutto è interconnesso, è relazionato alle altre cose, a causa d’altri fattori. Col risultato di far diminuire il nostro attaccamento, di far tremare, anzi, d’abbattere la convinzione d’una verità assoluta: che quella cosa è proprio quella cosa e non ci sono alternative. Dovviamo, invece evitare i due estremi del nichilismo e dell’eternalismo, individuando la terza via: la via di mezzo. Perciò, si ritiene essenziale nel buddhismo la comprensione della natura interdipendente della realtà come antidoto all’attaccamento, alla comprensione distorta della realtà transitoria come assoluta.

Ho incontrando degli occidentali, come pure dei tibetani, che, colpiti da eventi tragici, dimostravano troppa preoccupazione e che, per i loro comportamenti stravaganti, venivano anche pubblicamente indicati come dementi. Qui apro una parentesi per affermare che indicare come dementi delle persone, specialmente in pubblico ed in loro presenza, è un grave errore. A queste persone “impazzite” ho detto: non importa, di fronte a certe situazioni diventiamo un po tutti pazzi, in quelle situazioni diventiamo i portavoci dell’ignoranza, perché l’ignoranza domina in quel momento la nostra mente.

Ora vediamolo dal punto di vista buddhista. Questo comportamento deriva dalla percezione d’informazioni distorte, da apparenze che prendiamo erroneamente per realtà. Così agiamo subordinati a quelle apparenze.

Perciò, se a chi è mentalmente sofferente gli date del pazzo, allora la sua mente cadrà in una depressione ancora più profonda, perdendo quella già scarsa forza di volontà che aveva. Perciò, è molto importante incoraggiare tutti, in particolare queste persone. Occorre, invece, trattarli al pari di tutti gli altri, ascoltarli, considerarli e dar loro fiducia. In questo modo potranno rendersi conto degli errori commessi, perché hanno tutte le carte in regola per diventare un essere umano nella norma, anzi una brava persona. Questo è molto importante, anche quando queste persone sono dei reclusi che hanno commesso dei misfatti. Talvolta c’è chi li tratta come esseri inferiori, col risultato di bloccare le possibilità di miglioramento.

Domanda

Considero la psicologia come la scienza della mente, di come pensiamo, ragioniamo, immaginiamo, parliamo, comprendiamo una lingua, ma anche la scienza delle emozioni: dell’amore, della rabbia, della paura. Come pure delle emozioni morali: la gratitudine, l’odio, la compassione, la fiducia. Lei è il simbolo più importante della non violenza e ci sono conferme dalla storia che il comportamento umano può cambiare, che può diventare meno violento. Da secoli l’umanità ha abolito delle pratiche barbare come la schiavitù, i sacrifici umani. Anche negli ultimi 50 anni abbiamo notato una certa riduzione delle guerre tra le nazioni. Tre decadi fa abbiamo assistito al collasso dell’impero sovietico, alla caduta dell’apartheid in Sudafrica senza ricorrere a spargimenti di sangue. Esistono questi segni che ci dicono che siamo diventati più pacifici.

Allora, se la nostra natura biologica non è cambiata, continuiamo ad avere una serie di propensioni inclini alla violenza, all’attaccamento. Quali sono gli aspetti positivi della natura umana che sono stati coinvolti in questo processo di minimizzazione della violenza? È un senso più ampio d’empatia? Nutriamo così compassione non più solo per l’ambiente ristretto della nostra famiglia ma per gruppi sempre più ampi? Dipende dall’incremento dell’autocontrollo? La globalizzazione spinge le persone a dover collaborare tra di loro? Quale parte della mente è sempre di più interessata? Quali pensa che siano le parti della mente più coinvolte a portare avanti, a progredire nella strada della non violenza?

Sua Santità il Dalai Lama

Penso che, alla base, la natura umana sia più gentile, più compassionevole di quanto non sembri. Il motivo è d’ordine biologico. Al momento della nostra nascita nostra madre era già pronta ad accudirci, a darci il suo latte, le sue carezza, le cure. A quel punto l’emozione dominante nella nostra mente è l’amore. Quella persona che ci dà tutto, sta donandoci un affetto enorme, infinito. Anche se in quel momento non si sono ancora sviluppate le facoltà cognitive della mente, perciò il bimbo in quel momento non sa che quella persona che si prende tanta cura di lui o di lei è la mamma. Non lo sa. Vive un fatto biologico. Comunque è contento, ed in lui matura questo sentimento di contentezza. La riprova sta proprio nel fatto che quando ne è privato, è a disagio o sta male. In quel periodo, l’aggressività, anche se può insorgere, lo è solo sporadicamente, comunque non è dominante. Proprio perché per sopravvivere abbiamo avuto bisogno delle cure degli altri, per diventare bambini, ragazzi e, quindi adulti, da parte della madre, c’è voluta una forza enorme che ha prodotto tanto affetto e che è stata generata per natura. In natura ci sono molte specie la cui crescita non dipende dalla cura della madre, come le farfalle. Quegli animali, se mettiamo insieme i giovani e gli adulti, non penso che abbiano la capacità di dimostrare reciprocamente dell’affetto. Per loro non è necessario. Sopravvivono da soli. Noi invece apparteniamo alle altre specie: quelle che per crescere hanno bisogno delle cure della mamma: uccelli, cani, gatti, ecc. In particolare, per nutrirci abbiamo bisogno del latte: il latte della madre. Tutto ciò dipende da fattori biologici. Ora la scienza. Sì, perché la pace della mente, la compassione va di pari passo col benessere dell’organismo. Parimenti, la mente instabile non s’accorda col benessere della persona, neppure col benessere fisico. Di conseguenza, la natura fondamentale del nostro corpo è molto vicina a quella della mente calma. La compassione porta ad avere la mente calma. La rabbia distrugge la calma mentale. Di conseguenza, è un fatto naturale l’apprezzamento di qualità come l’amore e la compassione. Chi vive con una motivazione dettata dalla compassione, vive onestamente. Difficilmente mentisce.

Chi è mosso da una motivazione di rabbia mentisce, inganna, deruba. Le azioni mentali si traducono in azioni verbali ed in altrettante di tipo fisico. Perciò la nostra natura di base, e ne sono convinto, è una natura di compassione. Abbiamo assolutamente bisogno della compassione per la nostra salute, per la nostra vita. È la forza dominante, al punto che qualsiasi azione che si richiami a quei valori, ai valori della compassione, viene spontaneamente apprezzata. Di conseguenza, se nell’ambito della società dici la verità, sia che sei una persona istruita o meno, sia che sei occidentale od orientale, ricco o povero: tutti diranno che sei una persona onesta. Di conseguenza, le cause della guerra sono i comportamenti aggressivi, motivati della rabbia. Penso che ne usciremo dalle guerre attraverso un’esperienza di ripensamento.

Nel scorso secolo l’umanità s’è resa conto d’aver fatto tante guerre. Quest’esperienza ha fatto sì che ci si rendesse conto degli errori commessi. Il che ha prodotto ad una certa tendenza verso una maggiore richiesta di pace e di rifiuto della violenza. Mai problemi rimangono. I problemi di per sé non implicano un necessario ricorso alla violenza, determinato piuttosto da un certo modo di risolvere i problemi. Perciò è molto più importante risolvere i problemi senza dover far ricorso alla violenza.

La defunta regina madre d’Inghilterra nel 1996, la ricordo perché il suo ritratto dal viso paffuto mi era familiare fin da bambino, che oltretutto ricoprì un ruolo importante nella seconda Guerra Mondiale, quando la incontrai nel 1996, le chiesi se, a suo vedere, dopo aver fatto tante guerre, l’umanità stesse avviandosi verso un futuro ancora dalle tinte incerte o migliore. Senza esitazione ella disse: “Migliore!”. E mi ricordò che quand’era giovane non esisteva alcun concetto dei diritti umani, nessun concetto d’auto determinazione. Ora, questi sono diventati valori universali! Il che rappresenta un’affermazione importante, detta da una signora che non riveste responsabilità politiche, molto anziana, quindi non molto aperta al futuro. Penso che l’abbia detto in tutta sincerità.