3-S.S. Dalai Lama: Insegnamenti Kalachakra Bloomington 1999

Insegnamenti preliminari all’Iniziazione del Kalachakra di Sua Santità il XIV Dalai Lama a Bloomington, Indiana USA, 20-22 Agosto 1999. Tema degli Insegnamenti: L’ottavo capitolo della Bodhicaryavatara di Shantideva: La Meditazione.

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Traduzione dal tibetano in inglese del Prof. Ghesce Lobsang Jinpa e dall’inglese all’italiano della Dott.ssa Nicoletta Nardinocchi, revisione del Dott. Luciano Villa, per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

2 ° giorno, sessione del pomeriggio 21 agosto 1999

Sua Santità il XIV Dalai Lama

Nei versi seguenti il metodo di trascendere il nostro forte attaccamento verso amici, familiari e così via. Il versetto recita:

A causa dell’ossessione che un essere transitorio prova per altri esseri transitori,

questi non vedrà di nuovo i suoi cari

per molte migliaia di vite.

In questo versetto Shantideva presenta la natura transitoria della vita con un processo di pensiero e di riflessione in cui si comprende e riconosce che siamo soggetti a morte ed impermanenza. Vi è certezza della morte, ma non è possibile sapere quando la morte si verificherà. Ciò è valido per noi e per gli altri. In breve, la propria vita, i poteri del corpo, la fama, il potere e così via, sono soggetti alla natura della disintegrazione, del cambiamento ed infine alla completa cessazione. Qui Shantideva sottolinea che visto che è così, cosa possa essere la ragione ultima per un essere transitorio di sentirsi così fortemente attratto e attaccato ad altri esseri che sono altrettanto transitori ed impermanenti.

Riflessioni simili possono essere applicate anche per superare l’ostilità. Possiamo leggere questo versetto per dire per quale ragione ultima un essere transitorio possa sentirsi così ostile verso un altro essere transitorio. Possiamo estendere questa riflessione ad altre caratteristiche della nostra esistenza, come la natura della sofferenza, per quali motivi un essere sofferente può essere così attaccato ad un altro essere sofferente. O su quali basi un essere sofferente possa essere così ostile verso un altro essere senziente sofferente e così via. Possiamo riflettere sulla natura di un essere sotto il controllo di karma ed azioni negative, sotto il controllo delle emozioni e pensieri afflittivi e che tutti sono soggetti alle sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte.

In due righe Shantideva descrive gli effetti negativi del cedere al potere dell’ attaccamento verso amici e familiari.

Egli non vedrà i suoi cari di nuovo

Per molte migliaia di vite umane.

Non vedendoli sono infelice

79 E la mia mente non può trovare equilibrio;

Anche se li vedessi non vi è soddisfazione

E, come prima, sono tormentato dal desiderio.

Santideva suggerisce qui che forte attaccamento verso chi ci è vicino può far sorgere altre emozioni e pensieri potenti e negativi.

Questo crea le condizioni per karma negativo il che poi ci impedirà di realizzare effettivamente l’oggetto del desiderio e dell’attaccamento, ossia essere vicini ai nostri cari. In realtà questo attaccamento diventa controproducente e, inoltre, se si esamina con attenzione la natura di questo attaccamento troviamo un seme di distruttività all’interno dell’ attaccamento.

Se il sentimento di vicinanza verso i nostri cari è fondato sulll’attaccamento allora potremmo dire che alla radice di tale attaccamento e di affezione si trova una proiezione di una qualità di desiderabilità o attrattività sull’oggetto dell’attaccamento. Questa qualità può essere interamente proiettata e vi è una sottesa convinzione che la qualità di attrattività sia immutabile ed intrinseca all’oggetto.

Quando abbiamo una tale forte inquietudine e ci aggrappiamo allora sorge l’attaccamento. Per cui, quando si verifica qualcosa che non soddisfa le nostre aspettative e percezioni allora tendiamo a reagire in modo molto negativo e molto forte. Così si può dire che nel forte attaccamento vi è anche il seme per l’odio e ostilità.

Questo è molto diverso da un affetto sincero basato sulla compassione per quell’individuo. La compassione e l’affetto sincero non possono mai portare a quel tipo di reazione negativa verso una persona, l’oggetto del proprio affetto, mentre l’affezione dall’ attaccamento dà luogo ad ostilità, rabbia ed odio verso lo stesso essere.

Così Santideva dice che l’attaccamento può dar luogo ad altre emozioni negative, che a loro volta creano azioni negative karmiche con il risultato controproducente di non realizzare lo stesso scopo di attaccamento, che è essere insieme ai propri cari.

Pertanto, quando la mente è dominata da questo tipo di fluttuazioni tra l’estremo attaccamento da un lato, e l’ostilità e la rabbia dall’altro allora non si è in grado di mantenere la mente in un equilibrio meditativo stabile. Quindi una persona cui manca questo tipo di equilibrio, anche se riesce ad ottenere gli oggetti del suo attaccamento non vi è alcuna soddisfazione o appagamento. Proprio come quando si beve acqua salata, più se ne beve maggiore è la sete. In modo analogo, quando ci rapportiamo agli altri con un potente attaccamento quanto più siamo insieme all’oggetto del desiderio quanto maggiore è il nostro attaccamento. Alla fine finiamo per essere tormentati da questa catena del desiderio.

Essendo attaccato agli esseri viventi

80 Sono completamente oscurato dalla realtà perfetta,

La mia illusione (con l’esistenza ciclica) perisce

E alla fine sono torturato dal dolore.

Santideva continua a spiegare che quando la mente è completamente dominata da questo tipo di emozioni potenti e fluttuanti, in particolare dall’estremo attaccamento, allora questo impedirà di capire ogni aspetto della realtà perfetta. Questo riferimento alla realtà perfetta non dovrebbe essere limitato solo alla comprensione della natura ultima della realtà, della vacuità ma dovrebbe includere, in questa realtà perfetta, anche l’impermanenza, l’insoddisfazione e così via. Se la mente è dominata dal forte attaccamento, allora alla mente sarà oscurata la comprensione della natura più profonda della realtà.

In questo modo si minerà la nostra capacità di mantenere la vera rinuncia che è l’aspirazione a raggiungere la liberazione dalla esistenza samsàrica derivata da una sensazione di disillusione verso il samsara. Alla fine creeremo la nostra rovina. Se conducendo la nostra vita in questo tipo di ciclo perpetuo di attaccamento, se vi fosse la possibilità di realizzare il proprio oggetto del desiderio, completamente e totalmente, allora ci sarebbero motivi giustificati per perseguirlo. Ma questo non è il caso. Il risultato di prestarci continuamente ad essere dominati da un forte attaccamento è la nostra rovina.

Pensando solo ad essi,

81 Questa vita passerà senza alcun significato.

(Inoltre) amici e parenti impermanenti

Perfino distruggeranno il Dharma (che conduce) alla liberazione definitiva.

Inoltre egli afferma che coloro che sono costantemente preoccupati da oggetti di desiderio ed attaccamento trascorrono tutta la vita in ricerche senza senso. Questo è un problema soprattutto per l’età contemporanea, in particolare nelle società materialmente più ricche, dove siamo costantemente esposti a tante immagini sensoriali, che fanno appello al nostro desiderio di gratificazione immediata. Ciò è tanto che talvolta non abbiamo lo spazio o il tempo per essere più riflessivi, ritraendo la nostra mente. Spendiamo una gran quantità di tempo passivamente a guardare la televisione ed altre potenti immagini sensoriali che alla fine abbiamo poca possibilità di riflettere e concentrare la nostra mente verso l’interno sulla natura della mente, o semplicemente esplorando gli aspetti più profondi della realtà. In questo modo vi è il pericolo di spendere l’intera vita su questo tipo di ricerca superficiale di gratificazione. Santideva conclude dicendo che il risultato di essere estremamente attaccati ad amici e parenti che sono transitori è il pericolo di compromettere il Dharma permanente che non è transitorio.

Versetto nove dice:

Se mi comporto allo stesso modo come un bambino

82 certamente andrò ai regni inferiori,

E se io sono condotto da coloro che non sono uguali ai Nobili,

a che pro affidare me stesso a chi è infantile?

La parola infantile può essere interpretata in molti modi diversi. Vi è, naturalmente, la distinzione tra un bambino e un adulto, sulla base dell’età. C’è un altro modo di distinguere tra l’infantile e il maturo attraverso il giudizio del livello di capacità mentale. Infatti coloro che sono in grado di pensare in termini immediati e non nel futuro a lungo termine si dice che siano infantili. Coloro che sono in grado di proiettare al di là delle preoccupazioni immediate e sanno riflettere sul futuro a lungo termine, con maggiori poteri di giudizio e di discernimento, sono definiti non infantili. Un ulteriore modo per distinguere gli infantili da coloro che non lo sono, nel contesto del discorso buddista, gli esseri ordinari come noi, le cui menti sono dominate dai pensieri ed emozioni afflittivi e che non hanno realizzato la visione della vacuità, sono definiti infantili.

Le preoccupazioni degli infantili sono limitate all‘esistenza ciclica mentre gli esseri Arya che hanno acquisito conoscenza diretta della vacuità sono detti esseri superiori. La visione dell’esistenza da parte dell’Arya non è confinata alle preoccupazioni di questa vita e sono più vicini alla liberazione che al samsara. In questo modo distinguiamo tra l’infantile e il superiore.

In ogni caso Santideva suggerisce che se manteniamo il nostro modo di vita e prospettive secondo la mentalità del infantile, confinata e limitata solo alla gratificazione immediata e all’esaudirsi dei desideri, questo tipo di ricerca porterà alla nascita nei regni inferiori. Poiché questo è il pericolo di vivere in quel tipo di stile di vita, il praticante deve interrogarsi sulla saggezza di associarsi con l’infantile.

Santideva passa poi a descrivere le caratteristiche del cosiddetto infantile, di coloro che sono infantili. In realtà, suggerisce che, anche se si dovesse cercare di rendere felice l infantile felice, è un esercizio inutile. Egli scrive:

Un momento sono amici

83 E l’istante dopo diventano nemici.

Dal momento che si arrabbiano anche in situazioni di gioia,

E difficile compiacere la gente ordinaria.

Egli descrive l’irrazionalità del carattere di coloro che sono infantili, che non hanno la capacità di giudicare tra lungo e breve termine dei propri interessi. Il riferimento a situazioni gioiose è quello di situazioni in cui, al fine di ottenere un beneficio a lungo termine, dobbiamo a volte lasciare andare la gratificazione immediata. Inoltre dobbiamo adottare una certa disciplina, ad esempio la pratica di coltivare la gioia interiore o condurre una vita basata sui desideri modesti.

Questi sono ideali, che possono contribuire al conseguimento di benefici a lungo termine, ma se cerchiamo di insegnare questi ideali a coloro che sono infantili, questi invece di esserne grati, potrebbero in realtà esserne infastiditi.

Santideva continua a dire che il punto chiave di questo discorso sul rischio di unirsi ad amici negativi non suggerisce di abbandonarli, no di certo. Dobbiamo assicurarci che le nostre prospettive sulla vita, la nostra visione della vita e la nostra visione e comportamento non siano influenzati da coloro che hanno un temperamento infantile, ma non dobbiamo mai abbandonarli dalla nostra compassione. In realtà anche nel nostro comportamento o interazioni quotidiani con loro, egli scrive:

Quando li incontro dovrei compiacerli essendo felice.

I 84 dovrei comportarmi bene solo per cortesia,

senza diventare molto familiare.

Il termine molto familiare suggerisce che non dobbiamo calarci nella visione della vita di coloro che hanno un temperamento infantile per non diventare come loro.

Un esempio è dato nel versetto seguente:

Come un ape prende il miele da un fiore,

85 allo stesso modo dovrei prendere solo (ciò che è necessario) per la pratica del Dharma

e rimanere sconosciuto

Come se non li avessi mai visti prima.

Si suggerisce qui che l’ape è in grado di estrarre l’essenza, la parte migliore del fiore senza distruggere il fiore. In modo analogo, quando interagiamo con coloro che hanno un temperamento infantile dobbiamo assicurarci che il nostro aspetto e comportamento non siano influenzati da essi in modo negativo. Dobbiamo trattare con persone dal temperamento infantile in questo modo.

Quindi Santideva passa a spiegare questo con la riflessione sugli effetti negativi dell’ attaccamento agli oggetti del mondo del desiderio, come la fama, la ricchezza e così via. Egli va avanti dicendo che è importante riconoscere la loro vera natura, che è tale che in ogni caso, a un certo punto, avremo bisogno di disfarsene. Non c’è modo di portare con noi questi oggetti del mondo quando sopraggiunge la morte. Così egli scrive:

Sebbene io possa avere grande ricchezza materiale, 86 Essere famoso e stimato,

Qualunque sia la fama e la notorietà che ho accumulato non ha il potere di accompagnarmi (dopo la morte).

Nel versetto seguente Santideva spiega le pratiche per contrastare il nostro attaccamento alla fama ed insoddisfazione verso coloro che ci sminuiscono. Questo è molto importante perché è molto naturale, come esseri umani, essere sensibili a questo tipo di sentimento. Tutti noi, quando ci sentiamo lodare dagli altri siamo felici e quando sentiamo qualcuno che parla contro di noi, ci sentiamo infelici. Questo è molto naturale, sostanzialmente qui stiamo parlando della necessità di superare il proprio attaccamento alle preoccupazioni mondane.Ad esempio, nel mio caso, se seduto su questo trono e dando un commento al testo di Santideva, se in un angolo della mia mente, ho il pensiero di chiedermi se la gente mi apprezzerà, se sorge quel pensiero immediatamente è segno che sono vittima di attaccamento alle preoccupazioni mondane. Al sorgere di tali pensieri applicherò immediatamente un antidoto dicendo a me stesso che non posso pensare in questo modo. Sono un monaco che si è donato alla vita monastica ed un praticante che crede negli ideali del testo di Santideva presentato qui. Quindi non devo rendermi vulnerabile a questo tipo di tentazione. E’ in questo modo che dobbiamo affrontare questo tipo di vulnerabilità.

Penso che sia molto importante prendere a cuore ciò che viene insegnato a noi da Santideva che è la necessità di un serio impegno nella pratica. Abbiamo bisogno della capacità di affrontare questa vulnerabilità nei confronti delle preoccupazioni mondane. A questo proposito vorrei fare un commento sull’impatto che le immagini hanno su di noi. Ad esempio, nel mio caso trovo molto potente l’immagine del Buddha in posizione meditativa, dopo sei anni di pratica di meditazione, in una forma di semi-scheletro. Normalmente non vediamo molto spesso questa immagine del Buddha e in effetti quando ero piccolo nel Potala avevo una piccola fotografia di questa immagine del Buddha che si trova nel Museo di Lahore. Ha lasciato un’immagine molto potente nella mia mente. Più tardi, in India fui in grado di acquisire una fotografia leggermente più grande della stessa immagine del Buddha e la trovo una fonte enorme di ispirazione.

È anche un forte richiamo alla necessità di vera serietà nel nostro impegno nella pratica del Dharma.

Come dicono i maestri tibetani una pratica del Dharma di successo, basata su una vita facile, non andrà mai molto lontano. Questo è molto vero. Se vogliamo avere un vero successo nella nostra pratica Dharma è essenziale una certa predisposizione ad impegnarsi in una ricerca seria. Santideva tratta quindi i reali processi di pensiero di come superare questa vulnerabilità ad essere euforici quando siamo lodati ed essere depressi quando siamo disprezzati. I processi di pensiero sono certamente molto logici. Egli scrive:

Se c’è qualcuno che mi disprezza

87 Che piacere posso ricavare dall’essere lodato?

E se c’è un altro che mi loda

Che dispiacere posso provare dall’essere disprezzato?

Egli propone di far si che i due punti di vista si livellino l’un con l’altro in quanto uno annulla l’altro. Egli suggerisce che non vi sono motivi per essere troppo euforici per la lode o troppo depressi quando qualcuno ci disprezza.

Si passa poi a dire che:

Se perfino il Conquistatore non era in grado di soddisfare le inclinazioni diverse di esseri diversi,

88 Allora a che pro menzionare una persona malvagia come me?

Quindi dovrei rinunciare alla volontà di associarmi con il mondo.

Santideva suggerisce qui che non dovremmo vivere la nostra vita, diventando vittime della tendenza a ricercare il piacere attraverso le lodi degli altri o diventare depressi se gli altri ci sminuiscono. Questo tipo di vulnerabilità può effettivamente influenzare le nostre interazioni con gli altri così come il nostro intero modo di vivere. La cosa fondamentale è mantenere un’integrità dentro di noi in modo che per quanto ci riguarda esiste una coscienza chiara, che la motivazione del nostro cuore è pura mentre interagiamo con gli altri, indipendentemente da ciò che gli altri possano percepire. Una volta che abbiamo questo tipo di purezza di intenti o chiara coscienza, un senso di abbandono a noi stessi, allora, anche se tutto il mondo ci disprezzasse o parlasse male di noi, per quanto ci riguarda la nostra coscienza è chiara, senza macchia. Questo mi sembra un punto molto importante.

Proprio come dicono i maestri Kadampa in ogni atto nella nostra vita quotidiana, dobbiamo sempre mantenere due testimoni, il primo sono gli altri, il secondo siamo noi stessi. Di questi due testimoni, essere testimone alle proprie azioni e pensieri è più importante. Questo perché siamo gli unici a conoscere veramente noi stessi e lo stato della nostra mente. Ognuno è giudice di se stesso migliore degli altri in quanto lo stato della nostra mente non è nascosto a noi stessi. Se ci comportiamo come giudici di noi stessi e come nostri propri testimoni, con la coscienza a posto, anche se il mondo intero parlasse contro di noi questo non cambierebbe il fatto che la nostra coscienza è chiara. D’altra parte, se in fondo la nostra coscienza non è chiara e se agiamo sulla base di motivazioni negative e ma ci comportiamo in modo dolce e pacifico mentre il mondo intero tesse le nostre lodi, non esiste chiarezza, non c’è purezza nel nostro pensiero.

Si potrebbe dire che una tale persona è marcia all’interno, anche se indossa una parvenza di buon aspetto.

Alla fine della giornata avere o meno un buon carattere e coscienza è una questione di quante persone ci amano. Non è un sondaggio Gallop in cui la maggioranza vince. E ‘una questione di essere fedele a se stessi ed alla propria coscienza.

Shantideva prosegue dicendo:

Disprezzano coloro che non hanno guadagni materiali 89 e dicono male di coloro che ne hanno;

Come possono coloro con cui è così difficile per natura andare d’accordo, trarre mai alcun piacere (da me?)

Qui si riconosce la difficoltà di piacere a coloro che hanno un temperamento infantile.

Prosegue:

E ‘stato dichiarato dai Tathagata

90 che non si dovrebbe fare amicizia con gli infantili, perché a meno che non l’abbiano vinta, questi bambini non sono mai felici.

(PAUSA)

Quindi aver illustrato i risultati negativi di essere troppo attaccati agli oggetti del desiderio ed aver spiegato in dettaglio i risultati negativi di essere distratti da condizioni esterne e interne, Santideva continua esaltando le virtù della ricerca di solitudine. Egli scrive così:

Quando verrò ad abitare nelle foreste

91 Tra i cervi, gli uccelli e gli alberi,

Che non dicono niente di spiacevole

E che sono piacevoli da frequentare?

Quando si vive in solitudine, come nella foresta e tra gli animali allora si può vivere in uno stato di totale abbandono. Non c’è bisogno di preoccuparsi di ciò che gli altri pensano di te o di quello che qualcuno potrebbe farvi. Nessuna di queste preoccupazioni influenza lo stato della mente.

Shantideva continua:

Quando abiti in grotte,

26

In santuari vuoti o ai piedi degli alberi,

non guardare mai indietro

Coltiva il distacco.

Il punto di non guardare mai indietro è che quando la mente è occupata da questioni banali, come la ricchezza, mezzi di sussistenza, gli amici, la famiglia e così via, c’è sempre qualcosa che ci trattiene indietro. Mentre quando cerchiamo la solitudine c’è poi un senso di abbandono totale cosicchè non abbiamo bisogno di guardare indietro. In questo modo Santideva suggerisce che dovremmo coltivare il distacco.

Egli continua:

Quando verrò ad abitare

92 in luoghi a cui non mi aggrappo come “miei

Che sono per natura ampi e aperti

E dove io possa comportarmi come voglio, senza attaccamento?

Queste sono le caratteristiche e le virtù della ricerca di un luogo di solitudine, che nessuno possiede e dove rimaniamo liberi da tutte le circostanze di avere i nostri pensieri dominati da preoccupazioni mondane di ciò che pensano gli altri.

Questa sorta di ideale si riflette in modo molto deciso anche nelle espressioni Kadampa. Una espressione degli insegnanti Kadampa dice che il vero praticante del Dharma ha bisogno di una tale semplicità di vita e senso di abbandono che dovrebbe essere simile ad un bastoncino d’incenso. Che sia un bastoncino dritto verso l’alto o posato a terra è sempre lo stesso. Allo stesso modo i maestri Kadampa dicono che il vero praticante del Dharma che pratica in solitudine deve essere come un corvo che vola da una roccia. Quando un corvo vola da una roccia non rimane niente alle spalle. C’è immediatezza, semplicità, senso di abbandono. Ecco come si dovrebbe cercare la solitudine.

Santideva passa poi a spiegare nel verso 28 che non è sufficiente semplicemente essere fisicamente presenti in un posto selvaggio, ma dobbiamo assicurarci che lo stile di vita, anche in un luogo solitario sia di semplicità. Dobbiamo riflettere l’ideale dei desideri modesti e della felicità interiore. Egli continua a scrivere:

Quando arriverò a vivere senza paura

Avendo solo una ciotola per l’elemosina e poche cose,

Indossando abiti che nessuno vuole

Senza nemmeno dover nascondere questo corpo?

Anche in solitudine dobbiamo avere uno stile di vita semplice. In fatti a parte gli abiti indossati tutti gli altri possedimenti non dovrebbero essere considerati come appartenenti al praticante. Non dobbiamo, utilizzando il pronome possessivo, dire che sono miei ma piuttosto anche se abbiamo un ricambio di abiti li dobbiamo considerare come provvisoriamente sotto la nostra cura, una proprietà comune di cui possiamo fare a meno, se necessario.

In questo modo dobbiamo coltivare l’ideale della semplicità praticando desideri modesti e coltivando l’ appagamento interiore. In questo modo saremo in grado di superare attaccamento e desiderio. Generalmente ci attacchiamo a cose che già possediamo, desideriamo aumentare questi beni quindi vogliamo cose che non abbiamo.

Così coltivando deliberatamente l’ideale di desideri modesti e dell’appagamento interiore saremo in grado di superare questi desideri e l’ attaccamento.

Ritengo che questo principio spirituale di una vita di semplicità, che rifletta i principi di desideri modesti ed‘appagamento interiore, sia comune a tutte le tradizioni spirituali. Per esempio vediamo lo stesso principio nella tradizione monastica cristiana. Alcuni degli stili di vita raccomandati ai monaci e monache cristiani riflettono davvero l’ideale dei desideri modesti e felicità interiore.

Nel versetto successivo Santideva evidenza l’importanza di lasciare andare il forte attaccamento, perfino verso il proprio proprio corpo. Naturalmente tutti devono cercare di mantenere il proprio benessere fisico e la salute, ma allo stesso tempo l’eccessivo attaccamento e l’ossessione con il proprio aspetto fisico è un ostacolo alla propria pratica. Quindi Santideva scrive:

Dopo aver lasciato i cimiteri,

93 Quando arriverò a capire

Che questo mio corpo e gli scheletri degli altri

Sono ugualmente soggetti a decadimento?

Dobbiamo riflettere sulla natura transitoria del corpo fisico.

Prosegue:

Poi, a causa del suo odore,

94 Nemmeno le volpi

Si avvicineranno a questo mio corpo;

questo è ciò che diventerà.

Quando la morte colpisce quello che una volta era ritenuto un corpo prezioso diventa nient’altro che un cadavere. Questa è la vera natura del corpo a cui siamo così attaccati. Così, in questi versi Shantideva sottolinea l’importanza di non avere attaccamento verso proprio corpo, che può anche diventare un ostacolo alla nostra pratica.

Nei prossimi tre versi Shantideva ulteriori considerazioni su come abbandonare l’eccessivo attaccamento al proprio corpo. Egli scrive:

Anche se questo corpo è nato come una cosa,

95 Le ossa e la carne con cui è stato creato

Si romperanno e si separeranno.

Quanto più lo saranno gli amici e gli altri?

Rispetto ad amici e gli altri, almeno il corpo è un fenomeno che contemporaneamente è emerso quando siamo nati. Quindi in un certo senso è più permanente, ma anche questo organismo, al momento della morte, si separerà da noi.

Fa ulteriori osservazioni:

Alla nascita sono nato solo

96 E anche al momento della morte morirò da solo;

Dato che questo dolore non può essere condiviso con altri,

A cosa

servono gli amici che creano ostacoli?

Forse, nella nostra esistenza i due fatti più importanti sono la nascita e la morte. In entrambe queste occasioni, non abbiamo compagni. Quando siamo nati da uno stato sconosciuto in un altro stato sconosciuto, abbiamo sperimentato da soli questo passaggio. Allo stesso modo, al momento della morte quando muoriamo andiamo di nuovo verso l’ignoto e a questo punto moriamo da soli. Quindi in questi due eventi più importanti della propria vita dobbiamo proseguire da soli.

Santideva spiega allora qual è il modo più appropriato di rapportarsi al proprio corpo, qual è l’atteggiamento più giusto che dobbiamo avere verso il nostro corpo. Egli scrive:

Come i viaggiatori su una strada

97 lasciano un posto ed arrivano ad un altro,

Allo stesso modo chi viaggia sul sentiero dell’esistenza condizionata

Lascia una nascita e ne trova un ‘altra.

Se noi passiamo e ci fermiamo per qualche giorno di riposo, a causa della natura stessa del nostro rapporto con quel luogo, non investiremo tempo e risorse per creare infrastrutture pesanti. Piuttosto ci preoccuperemo che il poco tempo trascorso in quel luogo venga speso nel modo più efficace. Allo stesso modo il nostro atteggiamento verso la nostra esistenza corporea deve essere un mezzo attraverso il quale viaggiamo sul sentiero per l’illuminazione. Dobbiamo vedere la nostra esistenza fisica in questo modo in modo da non preoccuparci eccessivamente per la manutenzione, la glorificazione e il sostentamento del corpo fisico.

Santideva continua a spiegare che, riflettendo sul coltivare il giusto atteggiamento verso la nostra esistenza corporea dobbiamo pensare nel modo seguente:

Fino a quando non arriva il momento per questo corpo

98 di essere sostenuto dai quattro portatori Mentre il mondo intorno è colpito dal dolore,

Fino ad allora io sarò in ritiro nella foresta.

Prima che la morte colpisca dobbiamo assicurarci di rendere significativa la nostra esistenza, impegnandoci in solitudine nella pratica del Dharma.

Egli spiega poi i tipi di processi di pensiero in cui dobbiamo impegnarci:

Non essere amico con nessuno, né portare rancore a nessuno ,

99 Il mio corpo abiterà da solo in solitudine.

Se sono già ritenuto un uomo morto,

Quando morirò non vi sarà alcun lutto.

E siccome non ci sarà nessuno intorno

100 a disturbarmi con il loro lutto,

Così non ci sarà nessuno a distrarmi

Dal mio ricordo del Budda.

Quindi dimorerò da solo,

101 felice e contento, con poche difficoltà,

Nelle foreste molto gioiose e belle,

Pacificando tutte le distrazioni.

Così Santideva esalta le virtù della solitudine. Poi spiega lo scopo stesso della ricerca di solitudine. Egli scrive:

Dopo aver rinunciato a tutte le altre intenzioni,

102 Essendo motivato da un solo pensiero,

Mi sforzerò di porre la mia mente in equilibrio attraverso il calmo dimorare

E di sottometterla attraverso la visione superiore.

Lo scopo di cercare la solitudine è di impegnarsi nella pratica costante del Dharma in modo da dirigere la nostra mente alla pratica del Dharma. Qui la pratica fondamentale è la coltivazione dell’ equilibrio mentale, che è il calmo dimorare. Questo combinato con la coltivazione della visione penetrante diventa un potente antidoto per superare le emozioni ed i pensieri afflittivi.

Domanda: Se tutti i momenti delle nostre vite sono i frutti di passati i semi karmici piantati nel nostro continuum mentale, esiste il libero arbitrio oppure stiamo continuamente reagendo ad eventi karmici passati?

Risposta Sua Santità il XIV Dalai Lama: In questo contesto, forse è utile riflettere sulla sequenza stessa dei dodici anelli dell’origine dipendente. Si inizia con l’ignoranza fondamentale che conduce ad azioni volontarie. Subito dopo le azioni non si parla di esistenza.

Così il ciclo dei dodici anelli dell’origine dipendente suggerisce che l‘ignoranza fondamentale ed atti volontari karmici non sono sufficienti. Perché gli effetti degli atti karmici maturino, per avere un effetto sono necessarie altre condizioni, come il desiderio e attaccamento. Se i semi karmici entrino o meno in contatto con queste forze di attivazione dipende da molti altri fattori e condizioni.

Perfino per gli Arhat che hanno raggiunto la liberazione dal samsara esistono ancora semi karmici, ma poichè hanno distrutto l’attivazione di fattori come la brama e attaccamento, questi semi karmici non hanno alcuna potenza per produrre i loro effetti.

Se guardiamo al modo in cui le potenzialità karmiche sono attivate, in particolare in punto di morte, sebbene l’Abhidharmakosa affermi che in ognuno di noi esistono molti semi karmici che hanno il potere di portarci verso i regni inferiori o superiori di esistenza.

Di quei semi karmici, quelli potenti sono attivati per primi e, tra quelli che lo sono in egual misura, sono attivati per primi quei semi karmici verso cui abbiamo la maggiore affinità o familiarità. Tuttavia è anche possibile questo in punto di morte, sebbene abbiamo una maggiore propensione verso inclinazioni ed azioni negative, tuttavia in punto di morte, o come il risultato della propria contemplazione deliberata oppure come risultato di qualcun altro che ricorda il morente …

Perfino se seguiamo il principio della Pramanavartika secondo cui quando tutti i fattori, cause e condizioni che sono pienamente raccolti allora non c’è nulla da fare per fermare la realizzazione effettiva dell’effetto.

Questo suggerisce implicitamente che, sebbene il seme possa essere lì, le cause possano essere lì se le condizioni giuste non sono create, la causa di per sé non può produrre l’effetto.

Tutto questo a dire che con le nostre mani creiamo o meno le giuste condizioni per attivare una azione karmica, assicurare o meno che alcuni semi karmici siano privati delle condizioni necessarie per attivare la loro realizzazione. Prendiamo il semplice esempio di una persona che prende un volo da qui a New York. Possiamo avere prenotato il nostro biglietto e volare il giorno seguente. Naturalmente il tempo che ci separa dal volo, che è la realizzazione dell’atto, è sempre più vicino, tuttavia ma anche in questo caso esiste la possibilità di invertire la catena causale. Poi prendiamo un taxi per l’aeroporto e il tempo per la realizzazione si avvicina ancora. C’è ancora una possibilità di revoca. Arriviamo in aeroporto, ma c’è ancora c’è una possibilità di revoca.Solo quando siamo saliti in aereo, le porte si chiudono e si decollo, solo allora la catena karmica è pienamente attivata e non abbiamo la capacità di cambiare la situazione. Ma prima di salire in aereo anche se abbiamo acquistato il biglietto ed effettivamente siamo arrivati in aeroporto, durante tutte quelle fasi c’è ancora la possibilità di decidere di non volare. Esiste sempre quello scopo di revoca della catena causale.

Se analizziamo ancora l’intera questione del karma, in ultima analisi potremmo chiedere, chi ha creato il karma in primo luogo? L’individuo. Quindi ritengo che non vi è alcuna contraddizione tra il concetto di karma ed il concetto di libero arbitrio. Vi è tuttavia un pericolo comprensibile che a volte la gente fraintenda o snaturi la teoria del karma e senta che tutto è il karma quindi che loro non possano fare nulla. Così c’è il pericolo di interpretare la teoria karmica come una forma di fatalismo dove l‘individuo non ha alcuna voce in capitolo.

A volte è anche usata come scusa in particolare da coloro che lasciano lo stato monacale, asserendo che era il loro karma che li ha costretti a ciò.

Domanda: Quando abbiamo a che fare con le emozioni afflittive c’è un metodo per superare le forti emozioni come la rabbia, prima che prendano il sopravvento? È sbagliato reprimere le nostre emozioni?

Risposta Sua Santità il XIV Dalai Lama: Credo che esistano due situazioni riguardo alla gestione delle proprie emozioni e sulla questione se si debba o no esprimerle. Ci potrebbe essere una situazione in cui la rabbia e ostilità sono dirette verso una passata esperienza come essere stati feriti, maltrattati o traumatizzati. In tali casi, trattenere il risentimento dentro può effettivamente essere molto negativo. Proprio come l’espressione tibetana dice se la conchiglia è bloccata il modo migliore per liberarla è semplicemente soffiare dentro. In tali circostanze può essere più efficace e adeguato lasciarlo uscire.

Ma nel complesso credo che sia importante un qualche tipo di disciplina verso queste forti emozioni come rabbia, ostilità e così via. Altrimenti, se ci lasciamo semplicemente sopraffare da queste esperienze potenti senza alcun grado di autocontrollo allora ripeteremo l’esperienza delle emozioni, abituandoci sempre di più. Quindi diventiamo più inclini alla rabbia e così via. Invece, se adottiamo una certa disciplina basata sulla piena consapevolezza della natura distruttiva della rabbia allora la chiara realizzazione della loro natura distruttiva creerà di per sé una certa distanza tra noi e queste forti emozioni. Questo è di per sé può avere un certo effetto.

Anche questo dipende dal singolo individuo. In alcuni casi, se abbiamo esperienze più profonde delle pratiche come rinuncia, compassione o bodhicitta anche se sorgono emozioni forti come la rabbia, possiamo essere in grado di affrontarle direttamente ricordando le nostre esperienze precedenti di compassione, rinuncia e così via. Questo è particolarmente efficace se queste sono ad un livello dove causano un impatto nella mente del praticante. In caso contrario, quando tali emozioni nascono nella mente non c’è molto da fare e in realtà può essere più efficace deviare l’attenzione verso un oggetto più neutro, come la concentrazione sul respiro. In questo modo possiamo gradualmente distogliere l’attenzione dalle emozioni negative verso oggetti più neutrali. Ancora una volta dipende dall’individuo.

Domanda: Mio marito è un forte praticante di buddismo tibetano e mi ha detto che preferirebbe vivere da solo nei boschi per praticare il Dharma. Non è incline a mostrarmi affetto. Consigli i tuoi seguaci a seguire il suo esempio, o a considerare anche i sentimenti di sua moglie?

Risposta Sua Santità il XIV Dalai Lama: Naturalmente dovremmo considerare i sentimenti del proprio partner. Ci possono essere circostanze eccezionali in cui il praticante è così avanzato che è realmente sicuro che in solitudine potrebbe ottenere un enorme aumento del ritmo dei loro progressi. In tali circostanze, potrebbe essere possibile, ma altrimenti c’è il rischio che si cerchi la solitudine ma poi lì non accada realmente nulla. Inoltre, la persona ha deluso e danneggiato i sentimenti di qualcuno in un modo molto profondo. In tali circostanze non si ottiene nulla.

Il mio consiglio personale ai praticanti di Dharma è di cercare di essere membri efficaci e costruttivi della società, di essere pienamente coinvolti nella società. Non dovremmo isolarci dalla società e dovremmo far parte della società. A volte può essere importante riservare determinati periodi di tempo per impegnarsi in pratiche intensive e di meditazione per rafforzarci. Ma in una vita normale è possibile riservare del tempo per praticare la meditazione o al mattino o alla sera. Durante il resto della giornata dobbiamo essere membri efficaci ed impegnati della società. Questo è il modo più appropriato per portare avanti la nostra pratica.

Domanda: Come è possibile effettuare nei rapporti umani delle vere azioni di gentilezza in questa vita dal momento che i veri effetti non sono noti a questo punto? Il nostro giudizio morale è relativo e le nostre migliori intenzioni a volte ci portano nella direzione sbagliata.

Risposta Sua Santità il XIV Dalai Lama: tutti gli atti motivati dal desiderio di alleviare gli altri dal dolore e la sofferenza possono essere considerati positivi secondo ogni standard etico. Naturalmente dal punto di vista buddhista, se andiamo oltre, allora parliamo di relatività del contenuto. Ad esempio, se per essere di beneficio agli esseri umani, sacrifichiamo il benessere di molti animali, allora la natura etica di tale atto, dal punto di vista buddhista è discutibile. Questa non può essere considerata una azione positiva, perché dal punto di vista buddhista, gli animali come gli esseri umani sono fondamentalmente uguali nella loro aspirazione naturale alla felicità e ad evitare la sofferenza. Allo stesso modo gli animali possiedono la natura di Buddha, il potenziale per l’illuminazione perfetta.

Domanda: Potrebbe spiegare il senso di attaccamento nei confronti di amici e parenti? Certo, questi rapporti sono molto importanti nella vita. Qual è la base corretta, secondo la visione buddhista, per stabilire una relazione?

Risposta Sua Santità il XIV Dalai Lama: Penso che la chiave, in particolare nel rapporto maschio / femmina, sia il rispetto. Penso che sia importante basare le nostre relazioni sul fermo rispetto verso gli individui affinchè la nostra relazione non si basi interamente sull attrazione sessuale verso l’altro. Se abbiamo un profondo rispetto per l’individuo o la persona, se l’affetto è basato su questo, allora sarà molto più stabile. Anche nel proprio affetto e relazione con l’altro, ci sarà un riconoscimento della persona nei suoi diritti. Questo credo sia fondamentale.

Domanda: Si dice che rinascere uomo sia più fortunato che rinascere come donna. Guardandoci attorno sembra che ci siano qui il doppio delle donne rispetto agli uomini. Ma se rinascere come uomo è più fortunato perché meno uomini sembrano trarne vantaggio?

Risposta Sua Santità il XIV Dalai Lama: Penso che rinascere come uomo sia più fortunato debba essere inteso nel suo giusto contesto. Personalmente lo intendo in termini di condizione fisica delle due forme di esistenza. Si ritiene generalmente che le donne siano fisicamente più vulnerabili alle molestie, abusi e così via a causa delle differenze nella forza fisica Ad esempio questo è evidente nella società e sebbene vi siano casi di uomini violentati si sente parlare molto di più di violenza sessuale contro le donne. Ciò suggerisce che vi è una maggiore vulnerabilità a livello fisico. Non credo che questa idea che sia una fortuna rinascere uomini abbia a che fare con una maggiore potenzialità per la realizzazione spirituale o pratica spirituale.

Ad esempio le scritture Vinaya, i codici monastica, sebbene in termini di gerarchia,si dica che il monaco pienamente ordinato sia superiore ad una suora pienamente ordinata, si potrebbe sospettare una certa pregiudizio sociale di un particolare periodo storico dell’antica India. Tuttavia per quanto riguarda la possibilità di una piena piena ordinazione, esiste la piena ordinazione per gli uomini e per le donne. In particolare nello Yoga Tantra Supremo si riconosce che, visto che la società in generale disprezza le donne, nella pratica dello Yoga Supremo sminuire o disprezzare le donne è esplicitamente ritenuto una caduta radice. Lo possiamo considerare come una consapevole e deliberata salvaguardia dei diritti delle donne negli insegnamenti dello Yoga Tantra Supremo.

In relazione a questo vorrei fare un’osservazione su quello che troveremo nel testo di Santideva che tratteremo domani.Vi è un lungo discorso sulla meditazione per superare l’attaccamento al corpo femminile. Non dobbiamo fraintendere questo discorso. In realtà un mio amico buddista era solito attaccare il testo di Santideva come antifemminista. Credo che questa critica sia ingiustificata, perché dobbiamo capire il contesto in cui questo testo in particolare si è evoluto. Questa testo “Guida allo stile di vita del Bodhisattva non è stato insegnato in una riunione pubblica, non è stato scritto per il grande pubblico. Estata presentato all’interno di un ambiente monastico ad un gruppo di monaci che, proprio come Santideva dovevano lottare con attrazioni e desideri, in particolare con l’attaccamento sessuale in quanto il celibato è un fondamento della vita monastica. Questo discorso, in particolare la meditazione sull’ impurità del corpo femminile è specificamente indirizzato ad un pubblico di monaci, di cui una delle principali pratiche è mantenere una vita casta, libera da attaccamento sessuale.Allo stesso modo, se i praticanti fossero suore bisognerebbe invertire il genere di oggetto e fare del corpo maschile lo stesso tipo di analisi e decostruzione in modo da trascendere l’attaccamento sessuale. Penso che sia importante leggere attentamente il discorso nel suo giusto contesto apprezzando il pubblico destinatario. Altrimenti vi è il rischio di fraintendere.

Nei versi di dedica del testo di Santideva nel capitolo dieci e anche nel Ratnavali di Nagarjuna nella sezione relativa alla preghiera e aspirazioni, troviamo riferimenti, a come le donne possano rinascere come uomini. Anche in questo caso li possiamo intendere dal punto di vista del desiderio di forza fisica e di un corpo in grado di svolgere molte attività fisiche e così via. Questi sentimenti sono espressi in un contesto particolare, da un punto di vista particolare. In ogni caso questi sentimenti non possono essere soddisfatti, non sono sentimenti realizzabili.

Perfino se si realizzassero ciò sarebbe disastroso, perché se tali sentimenti venissero accettati questo significherebbe la fine della razza umana.

Penso sia importante apprezzare la sensibilità al contesto in cui un testo particolare è evoluto. Ad esempio, nel testo di Patrul Rinpoche Le perfette parole del mio insegnante vi è un ampio dibattito sulla negatività di mangiare carne. Una enorme quantità di energia è stata spesa in quella discussione, ma quasi nessuna discussione è stata spesa riguardo agli svantaggi delle sostanze alcoliche. Ciò non significa che l’autore del testo ami l’alcool, ma piuttosto ha scritto il testo in una località dove la maggioranza della popolazione locale erano nomadi che avevano un consumo eccessivo di carne.I pericoli di mangiare troppa carne erano così evidenti e poichè gli abitanti del posto non erano agricoltori avevano poco grano d’avanzo da cui ricavare alcol. Questo è il motivo Patrul Rinpoche non cita affatto la negatività e gli svantaggi del consumo di alcool in quel testo particolare. Quando ci si avvicina ad un testo è molto importante cercare di avere un senso dell’intento generale del testo.

Vorrei congratularmi con coloro che sono presenti qui solo per gli insegnamenti preliminari e non per Kalachakra. Perché, in realtà, gli argomenti che tratto negli insegnamenti preliminari sono gli elementi più importanti della pratica. Quindi vorrei esprimere il mio apprezzamento per coloro che sono presenti agli insegnamenti preliminari Coloro che fanno il contrario, ossia non frequentano gli insegnamenti preliminari ma arrivano giusto per l’iniziazione a Kalachakra, devo ammettere che queste persone sono più furbe di me. Quando annuncio un’iniziazione a Kalachakra, dato che Kalachakra è così popolare, attrae gente, ma la mia intenzione è piuttosto trascorrere del tempo durante gli insegnamenti preliminari e parlare di più degli aspetti generali del sentiero del Dharma. Così queste persone sono riuscite a prendersi gioco di me, ma ovviamente se tra coloro presenti all‘insegnamento Kalachakra ci sono persone che hanno una solida base nei percorsi comuni, nelle pratiche generali del Dharma allora va bene. Ma se le persone vengono semplicemente per l’iniziazione senza alcun fondamento reale nelle pratiche preliminari quindi semplicemente partecipano soltanto alla cerimonia di Kalachakra non so che vantaggi ne possano ricevere. (Fine della giornata)

Note ai testi

La traduzione di Guida allo stile di vita del Bodhisattva di Santideva è di Stephen Batchelor, Biblioteca di studi ed archivi tibetani.

2. La traduzione di Fondamenti della via di mezzo di Nagarjuna è da Jay Garfield, Oxford University Press.

3. La traduzione di La preziosa Ghirlanda di Nagarjuna è di Jeffery Hopkins, Harper & Row.

COLOPHON

Trascritto e digitato da Phillip Lecso da audiocassette ottenute dal Centro culturale tibetano dal titolo Insegnamenti preliminari a Kalachakra

Mi assumo la piena responsabilità per tutti gli errori che si sono verificati, attraverso ascoltare e scrivere in modo non corretto ciò che è stato insegnato, per questi mi scuso. Possano essere tutti di buon auspicio. Possa ogni merito da questa attività essere per la lunga vita e buona salute di Sua Santità. Che tutti gli esseri senzienti possano rapidamente raggiungere lo stato del glorioso Kàlachakra anche attraverso questo sforzo imperfetto.

ll’inglese all’italiano della Dott.ssa Nicoletta Nardinocchi.