S.S. Dalai Lama: Tutti noi portiamo una responsabilità

Sua Santità il Dalai Lama

Sua Santità il Dalai Lama

Incontro con Sua Santità il Dalai Lama

Sabato 31 agosto 1991, ore 15, Meeting Rimini, Moderatore: Robi Ronza

Dalai Lama: Prima di tutto vorrei salutare gli ospiti, in particolare monsignor Kondrusiewicz che è venuto qui dal suo paese così lontano e poi vorrei ringraziare gli organizzatori che hanno reso possibile questo nostro incontro. Vorrei recitare una brevissima preghiera secondo la nostra tradizione per accrescere l’ispirazione nostra e di tutti quanti ad aumentare il nostro buon cuore, il nostro altruismo.

Voi mi avete invitato qui già da molto tempo, finalmente quest’anno ho accettato di venire veramente con grande piacere. Purtroppo non sono stato bene e quasi ho messo in dubbio questa mia visita. Per fortuna oggi sono qui con qualche giorno di ritardo e di sicuro questo ha completamente mandato all’aria molti dei vostri piani, molti dei vostri progetti. Di tutti questi problemi che vi può avere procurato questo ritardo vi vorrei chiedere scusa.

Sono solito dire che tutti gli esseri umani sono uguali, tutti hanno la stessa aspirazione ad essere felici. Questo vuol dire che tutti noi portiamo una responsabilità, di poter fare qualcosa per questa felicità futura dell’umanità. Tutti noi, tutti gli esseri umani desiderano essere felici e desiderano cessare di soffrire. È proprio per questo che il nostro mondo ha visto così tanto progresso, così tanto sviluppo in quest’ultimo secolo. Tutto il progresso tecnologico e scientifico ha avuto come scopo esattamente questo, alleviare la sofferenza dell’uomo, cercare di dare una certa felicità. Però evidentemente non è stato sufficiente visto che tutti quanti si rendono conto che non ha portato a quei risultati che in effetti ci si aspettava, perché il progresso scientifico, il progresso solo delle cose all’esterno, al di fuori di noi non è sufficiente di per se stesso a ovviare a quelli che sono i problemi di base dell’uomo, perché esistono altre cose. Bisognerebbe cercare di trovare un equilibrio per poter evitare che un progresso esclusivamente esterno porti a tutti quei risultati spiacevoli di cui noi ci accorgiamo, per esempio l’aumento della paura e della preoccupazione. È importante che un progresso esteriore e un progresso interiore possano essere accoppiati, procedano insieme.

Alla base di questo progresso interiore sta il buon cuore. Ora questa attitudine, il buon cuore e l’altruismo, è assolutamente importante perché è quello che detta le nostre azioni. Dal momento in cui le nostre azioni sono motivate da questo buon cuore, provocano felicità sia in noi stessi che negli altri, per cui è importante incrementare questa attitudine interiore. Questo buon cuore, questa compassione, questo altruismo, questa benevolenza io credo sia una qualità naturale in tutti quanti gli esseri umani per cui si tratta solo di coltivarla, di incrementarla e in questo modo potrà svilupparsi. È vero d’altra parte che l’odio, la rabbia ecc. fanno parte della sfera psichica dell’uomo, nella sua sfera interiore, però io credo che l’amore e la compassione siano estremamente più potenti e che quindi in qualche modo formino la parte dominante dell’interiorità umana. Visto che questa benevolenza è la natura propria più intima dell’uomo, la violenza le si contrappone completamente. La non violenza si trova assolutamente in armonia con questa tendenza interiore degli esseri umani, ed è appunto per questo che troverà subito riscontro e apprezzamento in tutti quanti. Interpretando gli avvenimenti della storia di quest’ultimo secolo sembra che all’inizio sia stato proprio l’aspetto della violenza a prendere il sopravvento mentre invece adesso vediamo che le cose vengono cambiate anche radicalmente da movimenti che son per la maggior parte non-violenti. Questo spirito più profondo dell’uomo sembra aver preso il sopravvento. Ora credo e in genere sono solito dire che noi, tradizioni religiose diverse, abbiamo la responsabilità di far sì che questa comprensione sia incrementata. Benché le tradizioni religiose portino diverse visioni filosofiche, tutte quante affermano ad una voce l’importanza della pazienza, della benevolenza per cui è importante che tutte quante insieme si uniscano e concentrino le loro forze in questa direzione.

Io ritengo che l’esistenza di diverse tradizioni religiose sia una cosa ottima per gli esseri umani in quanto una tradizione religiosa si occupa di un certo gruppo, di una certa società, di una certa cultura e quindi possiede una attinenza culturale particolare con quella particolare società. Ho sempre considerato estremamente positiva l’esistenza di questa varietà di sentieri religiosi. Quindi la possibilità di accordare tutte le tradizioni religiose è proprio basata sui fatti. Se esistono differenze filosofiche, è proprio per poter ovviare ai bisogni di gruppi particolari di individui; però l’obiettivo di tutte le tradizioni religiose è quello di essere di aiuto, di beneficio agli altri.

Da questa unità di intento, nasce la possibilità di un’opera in comune che poi possiamo riscontrare nella realtà. Per esempio tutte le tradizioni religiose posseggono i personaggi che ne hanno realizzato gli insegnamenti e si vede da come si mettono in relazione con gli altri, che hanno raggiunto risultati simili in ogni diversa tradizione. I santi di una tradizione religiosa sono simili a quelli di un’altra e questo prova l’unità fondamentale.

È anche vero d’altra parte che a volte la religione è strumentalizzata proprio per creare ulteriore discordia. Questo purtroppo è uno degli atteggiamenti sconsiderati del genere umano. Si lotta e si litiga per le proprie visioni politiche, si litiga a causa della ricchezza ed è assolutamente triste, assolutamente non necessario litigare anche proprio sfruttando come pretesto quel sistema di idee che invece è nato per aiutarci a risolvere i nostri problemi. Per esempio alcune tradizioni religiose affermano l’esistenza di un Assoluto creatore delle cose, che alla fine è l’incarnazione dell’amore. A questo amore bisogna portare fede e devozione per poter ricevere la sua benedizione e potere in tal modo comunicare questo amore a tutti gli esseri umani. C’è sempre in ballo, in un modo o nell’altro, l’attitudine di benevolenza. Se io vedo una persona che si comporta bene con gli altri e che veramente distribuisce questo amore a tutti quanti, senza nessuna distinzione, sono sicuro che essa ha la giusta relazione con l’Amore Assoluto perché è impossibile che non sia così. È impossibile quindi che una persona possa dare amore senza a sua volta averne ricevuto.

In altre tradizioni religiose, come il Buddismo, non si parla dell’esistenza di un principio creatore, ma in fondo si arriva sempre a questa questione fondamentale dell’amore. E come? Si capisce che ciascun essere vivente ha la responsabilità della propria felicità futura, ma d’altra parte questa felicità futura dipende dalle relazioni che si hanno con gli altri, per avere le quali bisogna necessariamente dare amore. Anche se si seguono vie diverse alla fine si conclude sempre con la necessità di base di dare amore a tutti gli altri. Questa benevolenza è proprio la religione universale. Se c’è una religione universale, bisogna riconoscerla proprio nella pratica di questa benevolenza non importa a quale tradizione religiosa uno appartenga. Quando uno possiede la compassione, la sua mente diventa aperta, non c’è timore, si è completamente aperti verso gli altri, non si ha paura, si riesce ad aumentare, ad incrementare la propria forza interiore. Se uno possiede la compassione anche il fisico ne trarrà beneficio; le persone che coltivano la compassione dormono anche più tranquillamente. Cercando di coltivare questa compassione usandola nella vita di tutti i giorni, si riuscirà a rendere la propria famiglia più serena e poi si estenderà questa serenità a tutta la comunità dove si vive. In questo modo io credo, ne sono proprio convinto, si riuscirà a ottenere la pace nel mondo.

Questi ultimi anni hanno visto dei grandi cambiamenti, in particolare lo spezzarsi della tensione che esisteva tra l’Est e l’Ovest. Soprattutto nell’ultima settimana sono avvenuti cambiamenti veramente straordinari. Che cosa possiamo fare noi? Noi possiamo da un lato cercare di incrementare questa attitudine interiore e dall’altra operare all’esterno cercando di ridurre gli armamenti; se noi riusciremo a realizzare questo, penso che potremo pensare che l’alba del XXI secolo vedrà un mondo demilitarizzato.

Per quanto riguarda la situazione del Tibet, il nostro paese ha perso la libertà da quarant’anni; di questi quarant’anni, trenta sono stati anni terribili, anni in cui il popolo tibetano ha dovuto soffrire in maniera inaudita: 100.000 tibetani adesso sono rifugiati in terre straniere. Quando un essere umano si trova davanti a delle difficoltà, penso che acquisisca una comprensione più profonda; che cosa ho compreso da quello che ci è successo? Una prima cosa è che proprio nella cultura tibetana esiste un aspetto veramente prezioso, che si prende cura della pace interiore, della pace del cuore, ed essa si propone di non perdere questa pace interiore; ho veramente apprezzato ancora di più l’eredità culturale del nostro paese. Uno dei miei sforzi principali, la lotta per la libertà del Tibet, è in qualche modo connessa con questo aspetto della cultura tibetana. Se così non fosse, se la lotta per la liberazione del Tibet fosse una semplice lotta politica o esclusivamente politica, io che sono innanzitutto un monaco buddista, non avrei niente a che fare con essa. Ma proprio per la grande relazione che hanno questi due aspetti, politico e culturale, io mi trovo coinvolto attivamente nella lotta per la liberazione del mio Paese.

In questi quarant’anni la distruzione è stata enorme; più di 6.000 monasteri e templi sono stati distrutti, oltre un milione di tibetani sono morti a causa di questa occupazione violenta del paese. Durante tutti questi anni il popolo tibetano è stato costretto a vivere nel terrore e nell’oppressione, e questo in continuazione, senza un solo attimo di respiro. Ciò avviene anche oggi. Recentemente una delegazione del Parlamento australiano ha visitato il Tibet per avere delle informazioni di prima mano sulla situazione delle violazioni dei diritti dell’uomo nel mio paese, e la loro conclusione è stata che il Tibet ancora adesso, in questo preciso momento, continua di fatto a vivere sotto la legge marziale.

Un altro fattore estremamente preoccupante è la massiccia presenza di coloni cinesi; adesso in Tibet i tibetani sono diventati una minoranza, 6 milioni di tibetani contro 7 milioni di cinesi; si tratta di una situazione di emergenza perché una nazione delle più antiche sta scomparendo. Tenendo conto di questa grave emergenza io ho cercato, in molti modi e per molti anni, di giungere ad un accordo negoziato con le autorità cinesi, purtroppo senza alcun esito. Non ho avuto alcuna concreta risposta da parte del Governo della Repubblica Popolare cinese. Durante tutti questi anni noi tibetani non ci siamo persi d’animo. Anche se in passato la questione tibetana è stata quasi completamente ignorata, oggi sembra che, almeno in certi ambienti, ci sia per essa più interesse. È vero che il mondo sta passando attraverso un periodo di grandissimi cambiamenti e noi di fronte a tutto questo abbiamo sempre pensato di avere dalla nostra parte la verità, i diritti che posseggono tutti gli esseri umani; constatando come sembra esserci nel mondo sempre più coscienza dell’importanza di questi diritti fondamentali di tutti gli esseri umani, noi ancora una volta ci sentiamo rincuorati e speriamo, siamo sicuri di avere l’appoggio di tutta l’umanità. Ho fiducia che anche il mio paese riuscirà a raggiungere la sua felicità, quella di cui ha pienamente diritto, in un periodo relativamente breve.

Come dovrà essere questo Tibet del futuro? Dovrà essere prima di tutto una zona di pace, demilitarizzata, e sarà anche un paese democratico; in questa direzione stiamo già lavorando da molti anni. Riteniamo che questa sia la soluzione ideale perché tutti possono capire come l’essere una zona di pace, un paese democratico porterà serenità e pace al popolo tibetano, ma sarà molto importante anche per i paesi di quell’area geografica, basti pensare all’India e alla Cina. Se il Tibet fosse una zona di pace, una zona smilitarizzata, questi due grandi paesi potrebbero convivere pacificamente e potrebbero evitare di spendere quell’incredibile somma di denaro che adesso spendono per preparare un eventuale conflitto. Fare del Tibet una zona di pace significa anche farne una zona di conservazione della natura e questo è importantissimo per il clima di quelle regioni, per poter avere monsoni regolari; e anche dal punto di vista della cultura tibetana si potrà coltivare le qualità interiori di cui ho detto prima. Penso che anche questo potrà essere di aiuto ai paesi vicini, soprattutto alla Cina, dove in questo momento esiste un’incredibile confusione riguardo ai veri valori degli esseri umani. Noi tibetani ci offriamo di poter contribuire ad aiutare il popolo cinese anche da questo punto di vista.

Ronza: Santità, lei è un Dalai Lama reincarnato. Come è stato individuato e come vive questo fatto?

Dalai Lama: Quando ero piccolo dicono che io avessi dei ricordi chiari, evidenti della mia vita precedente; mi dissero che quando quel gruppo di monaci che venne a cercarmi arrivò a casa mia, io dimostrai tantissimo affetto e gli feci una grande festa: questo venne visto come una cosa straordinaria dato che avveniva ad un bambino così piccolo e che prima non aveva mai visto nessuno. Quando ero piccolino avevo sì un ricordo della mia vita passata, ma non avevo d’altra parte nessun tipo di intuizione di quello che poi sarebbero state le grandissime responsabilità che avrei dovuto fronteggiare una volta diventato Dalai Lama e cresciuto nella cultura del Tibet. C’era l’uso di riconoscere certi bambini che erano delle reincarnazioni e si ricordavano bene la loro vita passata come maestri spirituali e ritornavano ad essere tali poi nella loro vita presente. Questo è un uso che è seguito ancora oggi.

Una volta entrati nella vita monastica, esistono diversi gradi di ordinazione. C’è una ordinazione completa che si può ricevere solo avendo compiuto i 20 anni di età. Si può supporre che a quell’età si sappia fare una scelta considerata; però è possibile vestire gli abiti del monaco, condurre la vita da monaco con un’altra serie di voti già all’età di 7 anni, e in effetti a quell’età è difficile poter capire quello che si fa.

A vent’anni avrei potuto rifiutare la vita monastica, io non l’ho fatto, però il sesto Dalai Lama sì. In teoria io avrei avuto tutti i diritti di farlo, adesso è troppo tardi, sono troppo vecchio, e non lo voglio fare.

Ronza: I nostri governi europei devono mantenere i rapporti con la Cina la quale pone come condizione assoluta che non vi sia alcuna relazione ufficiale con il Dalai Lama. All’interno di questo vincolo, che cosa possono fare i nostri governi per aiutare la causa del Tibet? Cosa può fare, invece, la società civile?

Dalai Lama: Prima di tutto vorrei dire che l’Occidente ha avuto nei confronti dell’URSS un atteggiamento molto diverso. Per molti anni si sono denunciate in continuazione le violazioni dei diritti dell’uomo di quel paese, mentre rispetto alla Repubblica Popolare Cinese l’Occidente ha preferito guardare da un’altra parte. Direi che, invece, almeno potrebbe avere la stessa attitudine critica.

Purtroppo nel mondo si sa troppo poco della situazione tibetana; se ne sa di più di una volta, ma molte notizie non vengono diffuse; spesso notizie diffuse sono anche false, quindi credo che una ricerca dell’informazione vera sia la prima cosa che tutti possono fare. Quest’anno è stato proclamato nel mondo “l’anno del Tibet”; in molti paesi sono avvenute delle manifestazioni con l’intento di far conoscere la situazione tibetana; certo questo è stato molto utile, ma probabilmente non ancora sufficiente. Nella maggior parte dei paesi occidentali si sono formati gruppi di sostengo della causa tibetana, anche in Italia, dove è nata l’Associazione Italia-Tibet. Ovviamente chi è interessato a dare un contributo può partecipare attivamente alle iniziative dell’associazione e questo sarebbe molto utile. In molti paesi sono state presentate delle mozioni parlamentari, si sono formati dei gruppi parlamentari di studio sulla questione tibetana, quindi la società civile può incoraggiare e appoggiare queste iniziative.

Ronza: Lei ha avuto modo di incontrare Giovanni Paolo II. Quale impressione ne ha tratto?

Dalai Lama: Col Papa Giovanni Paolo II si è instaurata una relazione molto buona. È un vero e sincero praticante della benevolenza ed anche possiede una grandissima esperienza, perché in un certo senso il Santo Padre ed io abbiamo avuto una esperienza simile. Quando l’ho incontrato, sin dal primo istante mi sono subito sentito molto vicino a lui. Sono rimasto molto impressionato e commosso quando il Papa si è rivolto alla persona che lo aveva ferito e aveva cercato di ucciderlo chiamandolo “fratello”: questa è una cosa che non dimenticherò mai.

Ronza: Ringrazio Sua Santità il Dalai Lama per essere venuto qui con grande amicizia e anche con grande spirito di sacrificio e gli auguriamo che il Tibet possa presto ritornare libero.

Lascio ora la parola a Piero Verni, autore dell’unica biografia autorizzata del Dalai Lama e membro dell’Associazione Italia-Tibet.

Verni: Consentitemi di ringraziare il Meeting per avere da molti anni invitato il Dalai Lama a questa grande occasione di incontro tra culture, fedi, tradizioni e socialità diverse. Io voglio parlare della lotta del popolo tibetano che vive in una condizione di inaudita violenza, dalla fine degli anni ‘40 quando la Repubblica Popolare Cinese illegalmente invase un paese che fino ad allora era stato libero, indipendente ed assolutamente autonomo. Quando con alcuni amici alcuni anni or sono fondammo l’Associazione Italia-Tibet, che si propone proprio di aiutare questa lotta del popolo tibetano, molti ci chiesero come mai avessimo scelto proprio il Tibet tra le tante situazioni drammatiche e i tanti paesi che vivono in condizioni di subalternità. Ci aveva colpito e interessato soprattutto la qualità della risposta che il popolo tibetano ha dato in questi anni alla situazione di oppressione. Quello che ci ha colpito e che fa del caso tibetano, se non un caso unico, certamente un caso abbastanza raro, è proprio l’idea e la pratica dei tibetani che hanno saputo in questi anni coniugare una adesione alle proprie radici, con una mentalità aperta, la lotta in difesa dei diritti umani, e prima di tutto del diritto all’autodeterminazione, senza cadere in un nazionalismo gretto, meschino e conservatore. Quello che hanno fatto i tibetani rifugiati in India credo che sia un esempio per moltissimi movimenti di liberazione nazionali, ma credo che sia un esempio per tutti noi che viviamo così lontani dal terzo mondo. Anziché chiudersi nella spirale di una lotta violenta, terroristica che a volte produce dei lutti ancora maggiori di quelli che si sono subiti, i tibetani hanno concentrato sotto la guida di Sua Santità il Dalai Lama le loro energie nella difesa dell’essenziale della propria identità, costruendo scuole per i propri bambini, ospizi per gli anziani, monasteri e scuole che sono stati distrutti. Un altro aspetto che ci ha molto colpito è la grande determinazione del popolo tibetano a rivendicare i propri diritti, che si coniuga con una grande apertura al dialogo. È proprio per questa lotta civile non violenta, antica e moderna al medesimo tempo, che noi chiediamo la solidarietà di questo meeting e della parte migliore della classe politica italiana e del nostro popolo.

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