2 S.S. Dalai Lama: Quattro Nobili Verità 1981 Dharamsala

Sua Santità il Dalai Lama, Le Quattro Nobili Verità: Sulla base dell'attaccamento alla vera esistenza sviluppiamo tutti i generi di menti disturbanti negative, il che crea un gran karma negativo.

Sua Santità il Dalai Lama, Le Quattro Nobili Verità: Sulla base dell'attaccamento alla vera esistenza sviluppiamo tutti i generi di menti disturbanti negative, il che crea un gran karma negativo.

Seconda parte dell’insegnamento sulle Quattro Nobili Verità di Sua Santità il Dalai Lama il 7 ottobre 1981 a Dharamsala, India.

Traduzione dal’inglese in italiano ed editing del Dott. Luciano Villa, dell’Ing. Alessandro Tenzin Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Sua Santità il Dalai Lama

I cinque aggregati [Skt: skandha] (Corporeità Rupa, Sensazione Vedana, Percezione Samjna, Forza formativa psichica Samskara, Coscienza Vijnana), di cui uno solo è di tipo fisico, mentre gli altri quattro sono mentali, costituiscono gli elementi che caratterizzano un essere senziente dei regni del desiderio e della forma, mentre gli esseri del regno senza forma sono contraddistinti solo dai quattro aggregati mentali. (Vedi: Gyatso, Tenzin. Opening the Eye of New Awareness. Boston: Wisdom Publications, p. 33).

L’aggregato dei fenomeni composti è come un volano che ci fa generare karma e queste menti inquiete, questo è chiamato nä-ngän len [letteralmente: “prendere un brutto posto”]. Perciò il risultato dipende dalle precedenti menti negative ed è sotto il loro controllo, sostiene la nostra mente che genera inquietudine e ci distoglie dalla virtù. Tutte le nostre sofferenze possono essere fatte risalire a questi aggregati di attaccamento ed avidità. Forse, quando ti accorgi che i tuoi aggregati sono la causa di tutte le tue sofferenze, potresti pensare che la via d’uscita il suicidio è. Beh, se non ci fosse continuità della mente, nessuna vita futura, andrebbe bene. Se hai il coraggio potresti farla finita. Ma, secondo il punto di vista buddista, non è il caso di comportarsi così. Perché la tua coscienza continuerà. Anche se ti dovresti togliere la vita, questa vita, saresti costretto a prendere un altro corpo che sarà di nuovo la base della sofferenza. Se davvero ti vuoi sbarazzare di tutte le tue sofferenze, tutte le difficoltà che si riscontrano nella tua vita, devi eliminare la causa fondamentale che dà origine agli aggregati che sono alla base di ogni sofferenza. Il suicidio non è la soluzione ai vostri problemi.
Perché è questo il caso, dobbiamo ora indagare la causa della sofferenza: c’è una causa o no? Se c’è, che tipo di causa è: una causa naturale, che non può essere eliminata, o una causa che dipende dalla sua causa e quindi può esserlo? Se si tratta di una causa che può essere superato, è possibile per noi vincerla? Arriviamo così alla Seconda Nobile Verità, la verità della causa della sofferenza.

La verità della causa della sofferenza

In generale, la causa ultima è la mente, la mente che è influenzata da pensieri negativi come la rabbia, l’attaccamento, la gelosia e così via, è la principale causa di rinascita e di tutti gli altri problemi. Tuttavia, non vi è alcuna possibilità di porre fine alla mente, di interrompere il flusso della coscienza stessa. Inoltre, non vi è nulla di intrinsecamente sbagliato con il livello più profondo della mente, ma è semplicemente influenzata dai pensieri negativi. Così, la questione è se siamo in grado di combattere e controllare la rabbia, l’attaccamento e l’altra mente inquietante negativo. Se siamo in grado di sradicare queste, rimarremo con una mente pura che liberata dalle cause della sofferenza.
Questo ci porta alla mente inquieta negativa, alle illusioni, che sono fattori mentali. Ci sono molti diversi modi di presentare la mente, ma, in generale, la mente stessa è un qualcosa che è solo chiarezza e consapevolezza. Quando si parla di atteggiamenti inquietanti come la rabbia e l’attaccamento, dobbiamo vedere come sono in grado di influenzare e di inquinare la mente. Cos’è, di fatto, la loro natura? Questo, dunque, è il tema della causa della sofferenza.
Se ci chiediamo come sorgono l’attaccamento e la rabbia, (Vedi: Lama Thubten Yeshe e Lama Zopa Rinpoche.
Wisdom Energy. Boston: Wisdom Publications, 1995, Chapter l: “How Delusions Arise” .) la risposta è che sono indubbiamente assistiti dal nostro attaccamento alle cose come se fossero effettivamente vere ed intrinsecamente reali. Quando, per esempio, ci arrabbiamo con un qualcosa, riteniamo che l’oggetto là fuori, è solido, vero ed indipendente, non imputato, e che noi stessi siamo ugualmente un qualcosa di solido e rintracciabile.

Prima d’arrabbiarci l’oggetto ci appare normale, ma, quando la nostra mente è influenzata dalla rabbia, l’oggetto diventa malfatto, completamente ripugnante, nauseante, un qualcosa di cui vogliamo subito liberarcene. Inoltre sembra davvero esistere in quel modo: solido, indipendente e per nulla attraente.

Questo aspetto “veramente brutto” alimenta la nostra rabbia. Eppure, quando il giorno dopo vediamo lo stesso oggetto, quando la nostra rabbia si è placata, sembra più bello di quanto fosse il giorno prima: è lo stesso oggetto ma non sembra così male. Questo dimostra come la rabbia e l’attaccamento sono influenzati dal nostro attaccamento alle cose come se fossero vere e non imputate.
Così, i testi sulla filosofia della Via di Mezzo [Madhyamaka] affermano che la radice di tutte le menti negative disturbate è l’afferrarsi alla realtà esterna come veramente esistente, che sembra assisterli e condurli per mano. È quell’ignoranza che ottenebra la mente che coglie le cose come intrinsecamente, veramente reali: è la fonte di base di tutta la nostra sofferenza. Sulla base di questo attaccamento alla vera esistenza sviluppiamo tutti i generi di menti negative disturbanti, il che crea un gran karma negativo.

Nel suo testo “Entrando nella Via di Mezzo” [Madhyamakavatara], il grande Pandit indiano Chandrakirti dice che prima insorge l’attaccamento al sé, seguito dall’afferrarsi alle cose ed al loro affezionarsi come “mio”. (Vedi: Rabten, Geshe. Echoes of Voidness. Boston: Wisdom Publications, 1983, Part 2). Dapprima insorge un io indipendente, concepito come un qualcosa di molto solido, molto grande, più grande di qualsiasi altra cosa. Questa è la base. Da questo nasce gradualmente: “questo è mio, questo è mio. Questo è mio”, quindi “noi, noi, noi.” Poi, a causa della nostra presa di posizione, ne derivano “gli altri, i nostri nemici.” L’attaccamento sorge verso “io e mio”. Verso di lui, lei e loro, ci sentiamo a distanza e rabbiosi, gelosi. Da qui sorgono poi tutti i sentimenti competitivi. Quindi in definitiva, il problema è questo senso di “IO” non il semplice io, ma l’io del quale si diventa ossessionati. Ciò dà origine a rabbia ed irritazione, a parole dure ed a tutte le espressioni fisiche di avversione e di odio.

Questo insegnamento è stato tradotto dal tibetano in inglese da Alexander Berzin, revisionato da Lama Zopa Rinpoche, curato da Nicholas Ribush e pubblicato la prima volta per Tushita Mahayana Meditation Centre’s Second Dharma Celebration, 05-08 novembre 1982, New Delhi, India. Pubblicato nel 2005, da LYWA in Insegnamenti dal Tibet. http://www.lamayeshe.com/index.php?sect=article&id=380