5 Insegnamenti S.S. Dalai Lama Tolosa 13.08.11


Sua Santità il Dalai Lama: "Non esiste alcun io indipendente, che non esiste alcuna esistenza indipendente, che è di conseguenza priva di senso la concezione d'un esistenza indipendente dei fenomeni ed lo e' ancor più l'atteggiamento di forte senso d'attaccamento al se', a se' stessi, al proprio io".

Sua Santità il Dalai Lama: "Non esiste alcun io indipendente, che non esiste alcuna esistenza indipendente, che è di conseguenza priva di senso la concezione d'un esistenza indipendente dei fenomeni ed lo e' ancor più l'atteggiamento di forte senso d'attaccamento al se', a se' stessi, al proprio io".

Insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama a Tolosa, Francia il pomeriggio del 13 agosto 2011 (quinta parte – primo giorno) su “Gli stadi intermedi di meditazione” di Acharya Kamalashila liberamente disponibile qui http://www.sangye.it/altro/?p=1698. Traduzione dal tibetano in italiano di Fabrizio Pallotti. Appunti ed editing del Dott. Luciano Villa, dell’Ing. Alessandro Tenzin Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Sua Santità il Dalai Lama

Il modo d’esistenza dei fenomeni è come mera esistenza condizionata. Esistono ovviamente differenti livelli d’ignoranza in base alla diversa natura delle cose, all’accumulazione di cause e condizioni. Ne deriva che ogni fenomeno risulta deformato nella sua percezione, proprio sulla base d’impronte precedenti. Per alleviare le conseguenze a catena dell’interdipendenza del samsara occorre evitare di sviluppare e di soffermarsi sugli aspetti esteriori, anzi e’ opportuno alimentare la comprensione sottile, sulla base degli insegnamenti e definizioni delle cose e dei fenomeni di Buddha il Vittorioso, meditando e sforzandoci di comprendere il concetto della relatività delle cose e che le cause delle azioni e dei fenomeni non esistono di per se’ stesse ma sono relative, esclusi i fenomeni essenziali.

Qualcuno di voi potrebbe pensare che si tratti d’una visione filosofica complicata. Quel che e’ fondamentale e’ che tutti abbiano ben presente che l’odio, l’avversione sono fattori negativi che creano problemi. E che quest’odio e’ generato dal troppo attaccamento, dal troppo se’, dal troppo IO e MIO, dalla separazione, dagli steccati, dalla divisione tra noi e voi.

Un grande scienziato che incontrai ad una conferenza “mind and life” asserì che come fisico non doveva maturare attaccamento per la propria disciplina, campo di studi o della scienza, ne’ per gli studi che stava compiendo, ne’ per i risultati ottenuti dalle sue ricerche. Altrimenti sarebbe stato contrario ai principi della scienza stessa. Allo stesso modo noi buddisti non dobbiamo sviluppare attaccamento per la dottrina del Buddha, per ciò in cui crediamo e che studiamo. Perché l’attaccamento eccessivo e’ la base dell’aggressività, delle guerre e del terrorismo. Perché l’estrema attitudine auto gratificante e’ la causa dell’autodistruzione.

La concezione dell’io indipendente, unita a quanto appena esposto, si rivela devastante. Teniamo presente che non esiste alcun io indipendente, che non esiste alcuna esistenza indipendente, che e’ di conseguenza priva di senso la concezione d’un esistenza indipendente dei fenomeni ed lo e’ ancor più l’atteggiamento di forte senso d’attaccamento al se’, a se’ stessi, al proprio io. Ricordiamo invece che il pensiero altruistico, e’ infinito, riduce l’auto attaccamento, il proprio io, il se’ e le emozioni negative connesse.

Un neuroscienziato, recentemente mi illustro’ come allo sviluppo della rabbia e delle emozioni negative, corrisponde l’evidenziarsi di neurotrasmettitori e marcatori biologici sfavorevoli. Occorre pertanto sforzarsi di ridurre le basi delle emozioni affliggenti.

Da parte mia, dall’età di 15 – 16 anni iniziai la pratica della comprensione, che ha la capacita’ di calmare la mente in pochi minuti. La mente che seriamente cerca, che progredisce, non si limita a vivacchiare, a sopravvivere, anzi, alimenta l’antidoto alla concezione devastante dell’io indipendente, facendo propria la concezione dell’origine dipendente.

Cosa ne pensate?

Cercate di sperimentare, di approfondire, di ricercare, di verificare. Per farlo, non c’e’ bisogno di diventare buddisti, rimanete cristiani, musulmani, ebrei. Rimanete sui vostri passi, nella religione in cui siete cresciuti.

NOTA 1- I 37 fattori d’illuminazione.

I 37 fattori d’illuminazione (bodhipakkhiya dhamma) sono importanti per due ragioni. Primo, stando alla tradizione, il Buddha stesso poco prima di entrare nel Nirvana finale, li raccomandò come i mezzi principali per raggiungere l’illuminazione. Secondo, questi fattori sono una parte fondamentale dell’Abhidharma, in quanto appartengono, come l’insegnamenti dei cinque aggregati, a quella categoria di insegnamenti che comprende i contenuti abhidharmici del Sutra Pitaka. I fattori di illuminazione appartengono all’Abhidharma, perciò appartengono al primo periodo della filosofia abhidharmica. Si possono applicare ad essi tutte e cinque le caratteristiche del materiale abhidharmico: 1. Definizione dei fattori; 2. Relazione tra di loro dei fattori; 3. Analisi dei fattori; 4. Classifica dei fattori; 5. Sistemazione in ordine numerico.

I 37 fattori sono divisi in sette gruppi: a) le quattro basi della consapevolezza (satipatthana), b) i quattro retti sforzi (sammappadana), c) le quattro vie di potere (iddhipada), d) le cinque facoltà di controllo (indriya), e) i cinque poteri (bala), f) i sette rami d’illuminazione (bojjhanga), g) il Nobile Ottuplice Sentiero (atthangika magga).

Il Buddha disse che la consapevolezza o presenza mentale è la sola via per l’eliminazione delle afflizioni, e affermò anche che la mente è la sorgente di ogni virtù. Quindi la pratica più importante è disciplinare la mente. L’importanza della consapevolezza è messa in evidenza anche dal fatto che appare in ben cinque dei sette gruppi che formano i 37 fattori di illuminazione e che il primo di questi gruppi è dedicato interamente alle quattro basi della consapevolezza (satipatthana). Inoltre il Satipatthana Sutta (Discorso sulle basi della consapevolezza) in cui si insegna la consapevolezza, ricorre due volte nel Canone pali. Tutto ciò indica la sua importanza. Negli ultimi anni c’è stata una grande rinascita d’interesse per le quattro basi della consapevolezza, sia nella tradizione Theravada specialmente in Birmania, che nella tradizione Mahayana in cui le quattro basi della consapevolezza vengono considerate una parte importante della pratica di meditazione. Una delle ragioni per cui queste quattro basi di consapevolezza hanno avuto tanta importanza nella meditazione buddhista è perché portano alla realizzazione delle tre caratteristiche universali:

  1. impermanenza,

  2. sofferenza,

  3. non sé.

Diventerà chiaro il modo in cui ciò funziona considerando quali sono le quattro basi: 1) consapevolezza del corpo; 2) consapevolezza delle sensazioni; 3) consapevolezza della coscienza; 4) consapevolezza degli oggetti mentali.

La consapevolezza del corpo, nel satipatthana, è più globale di quella applicata al contesto dei 40 tradizionali sostegni alla meditazione, in cui è una delle dieci contemplazioni, ma è limitata solo al corpo. Qui la consapevolezza non si applica solo al corpo, ma anche al processo di inalazione ed esalazione del respiro, agli elementi della materia, alla decomposizione del corpo, ecc.

La consapevolezza delle sensazioni si riferisce al contenuto emotivo della propria esperienza personale, alle sensazioni piacevoli, spiacevoli o indifferenti.

La consapevolezza della coscienza, o più precisamente la consapevolezza del pensiero, implica l’osservazione del sorgere e sparire dei pensieri.

La consapevolezza degli oggetti mentali si riferisce al contenuto della coscienza, e particolarmente ai concetti come impermanenza e simili.

La prima base della consapevolezza comprende la dimensione materiale dell’esperienza personale, mentre le altre tre riguardano la dimensione mentale (cioè gli aggregati di coscienza, volizione, percezione e sensazione). La perfetta applicazione della consapevolezza ha come risultato l’abbandono delle tre visuali erronee (permanenza, felicità e sé) e l’intuizione profonda delle tre caratteristiche universali (impermanenza, sofferenza e non sé).

Gli oggetti delle quattro basi di consapevolezza vengono interpretati diversamente a seconda delle tradizioni di meditazione buddhista, ma la precedente spiegazione dovrebbe essere accettabile dalla maggior parte delle tradizioni.

Consideriamo ora le quattro vie di potere (iddhipada): 1) voglia o desiderio; 2) energia; 3) mente o pensiero; 4) ragionamento. Questi quattro fattori si trovano anche nei 24 modi di condizionalità in cui sono chiamati “condizioni predominanti” (adhipati). Entrambe, sia le “vie del potere” che le “condizioni predominanti” suggeriscono chiaramente il potere che ha la mente di influenzare l’esperienza.

Un semplice esempio è la capacità di controllare, fino a un certo punto, i movimenti del corpo e l’esercizio della parola. E’ un caso di potere non sviluppato della mente, del desiderio, dell’energia e del ragionamento per controllare dei fenomeni fisici.. Quando questi fattori predominanti vengono rafforzati, coltivando i cinque fattori d’assorbimento (applicazione iniziale, applicazione sostenuta, interesse, felicità, concentrazione) – e particolarmente intensificando la concentrazione, cosa che avviene quando si raggiunge il quinto grado di assorbimento della sfera della forma – allora diventano vie di potere.

Rafforzare i fattori predominanti porta a quelli che vengono chiamati tipi mondani di super conoscenza e alla conoscenza sopramondana.

Ci sono cinque tipi di super conoscenza mondana: la capacità di volare nel cielo a gambe incrociate, di camminare sull’acqua, di muoversi dentro alla terra, di leggere i pensieri degli altri e di ricordare le proprie vite passate. La conoscenza sopramondana è la conoscenza della distruzione delle impurità (asava), dell’ignoranza, eccetera. Forse è per questo che si dice spesso che le quattro condizioni predominanti possono essere sia mondane che sopramondane. Se sono dirette verso la sfera mondana, risultano nei cinque tipi di super conoscenza mondana, mentre se sono dirette verso la sfera sopramondana, o Nirvana, risultano nella penetrazione delle Quattro Nobili Verità e nella distruzione delle impurità.

Come le quattro Vie di potere, così anche le cinque facoltà di controllo (indriya): fede, energia, consapevolezza, concentrazione e saggezza, si trovano nei 24 modi di condizionalità. Nel Libro delle relazioni causali (Patthana) le cinque Facoltà di controllo vengono definite fattori dominanti. Sono strettamente collegate alle quattro Vie del potere, come è dimostrato dalla loro mutua presenza nei modi di condizionalità e dal fatto che entrambe controllano, dominano e disciplinano. Le cinque facoltà si dicono di “controllo” perché controllano e dominano i loro opposti: la fede (o fiducia) controlla la mancanza di fede (o dubbio); l’energia controlla l’indolenza; la consapevolezza controlla la disattenzione; la concentrazione controlla l’irrequietezza e la saggezza controlla l’ignoranza.

Come per le quattro Vie di potere, così anche le facoltà di controllo possono controllare i loro opposti solo se sono rafforzate dai fattori di assorbimento. Per esempio, la fede funziona da facoltà di controllo solo se rafforzata dalla presenza dei tre fattori di assorbimento di interesse, felicità e concentrazione; e la saggezza funziona efficacemente solo quando è rafforzata dall’applicazione iniziale, dall’applicazione sostenuta e dalla concentrazione. I cinque fattori di assorbimento danno forza ed energia alle cinque facoltà di controllo in modo che queste funzionino realmente da fattori propulsivi verso l’illuminazione. I cinque fattori di assorbimento e le cinque facoltà di controllo si potenziano a vicenda. Per esempio la concentrazione rafforza l’interesse e la felicità. Può quindi dirsi che il loro è un rapporto di mutuo sostegno e potenziamento.

Sebbene le cinque facoltà di controllo siano indispensabili per trasformare un’esistenza dubbiosa, letargica, disattenta, agitata e ignorante in un’esistenza illuminata, esse devono essere coltivate in modo equilibrato. Ciò vuol dire che tra le facoltà di controllo ci sono dei fattori che si equilibrano a vicenda. Per esempio fede e saggezza formano una coppia; se si lascia che la fede domini la saggezza, ne risulta un indebolimento delle capacità critiche, del potere intellettuale di analisi e indagine; se però si lascia che la saggezza domini la fede, la fiducia diminuirà fino al punto da diventare incertezza e mancanza di incentivo a praticare. Ugualmente se si lascia che l’energia domini la concentrazione ci sarà agitazione, e se invece prevale la concentrazione ciò porterà a indolenza e torpore.

Perciò è necessario sviluppare e mantenere in equilibrio fede, energia, concentrazione e saggezza e la facoltà che lo può fare è la consapevolezza. La consapevolezza è il garante che assicura che il mutuo rapporto tra fede e saggezza e tra energia e concentrazione sia equilibrato.

L’altro gruppo dei fattori di illuminazione, i cinque poteri (bala): fede, energia, consapevolezza, concentrazione e saggezza sono, sia per il numero che per il nome, identici alle facoltà di controllo, ma sono chiamati poteri perché a questo stadio fede, energia, consapevolezza, concentrazione e saggezza diventano salde, costanti e potenti.

Il Buddha disse che le cinque facoltà di controllo e i cinque poteri sono due aspetti della stessa cosa; la gente di un’isola in mezzo al fiume chiama lato ovest o lato est le sponde del fiume, sebbene in effetti le due parti del fiume siano la stessa cosa. Le cinque facoltà di controllo sono potenzialità che vanno rafforzate e sviluppate, combinandole con i cinque fattori d’assorbimento. Quando diventano ferme e stabili attraverso questa intensificazione, solo allora possono chiamarsi poteri.

Dobbiamo aggiungere che comunque i cinque poteri diventano assolutamente incrollabili solo nel caso dei Nobili (vedi capitolo VI). Diventando, per esempio, un sotapanna (uno che entra nella corrente) la fede diventa incrollabile perché è stato eliminato l’impedimento del dubbio.

Sebbene nei 37 fattori di illuminazione siano riportate solo cinque facoltà di controllo e cinque poteri, in una classificazione abhidharmica più vasta, ad esse vengono aggiunte altre tre facoltà (mente, gioia e vitalità) e due altri poteri (scrupolo morale e timore morale). Insieme vengono chiamati i “guardiani del mondo”. Lo scrupolo e il timore morali sono paragonabili all’onestà morale e al timore di riprovazione o censura. Sono chiamati guardiani del mondo perché, quando sviluppati a livello di potere, diventano i guardiani e garanti delle azioni salutari.

L’ultimo gruppo che tratto qui è i sette rami dell’illuminazione (bojjhanga): consapevolezza, indagine, energia, interesse, tranquillità, concentrazione, equanimità. Di nuovo abbiamo la consapevolezza come uno dei fattori e di nuovo è in testa al gruppo, perché la via dell’illuminazione comincia con la consapevolezza. E’ attraverso la consapevolezza della propria situazione che si inizia a progredire sulla via. Questo progresso viene sostenuto dall’indagine, cioè in questo caso dall’indagine sui fattori.

Anche qui c’è l’energia, come nelle quattro vie di potere, nelle cinque facoltà di controllo e nei cinque poteri. L’energia è essenziale per continuare a progredire lungo la via spirituale. Spesso i nostri sforzi sono sporadici: facciamo un grande sforzo per un po’ e poi ci rilassiamo per molto più tempo. Il progresso deve essere sostenuto con continuità ed è l’energia che dà questa fermezza, questo costante avanzamento lungo la via.

Il quarto fattore, l’interesse (piti), che è anche uno dei cinque fattori d’assorbimento è permeato di felicità, ma è meglio vederlo come interesse che come pura e semplice gioia o estasi (vedi capitolo XVIII).

Tranquillità, in questo contesto, è la tranquillità mentale che sorge dopo aver eliminato le afflizioni dell’ignoranza, dell’ostilità e dell’attaccamento.

Concentrazione è sinonimo di unificazione che è uno dei cinque fattori di assorbimento.

Equanimità è l’eliminazione della tendenza della mente a divagare. Come molti altri termini abhidharmici, anche l’equanimità funziona a vari livelli. A livello di sensazioni può essere indifferenza; a livello dello sviluppo della meditazione sulle quattro dimore divine (brahmavihara) l’equanimità è l’imparzialità verso tutti gli esseri senzienti, cioè l’assenza di attaccamento ai propri cari o amici, e l’assenza di avversione verso i nemici. Nell’analisi dell’esperienza personale sui cinque aggregati, l’equanimità è rimanere neutrali di fronte alle otto condizioni mondane (felicità e dolore, guadagno e perdita, lode e rimprovero, fama e infamia). Qui, nel contesto dei sette fattori d’illuminazione, equanimità è quello stato mentale integro e saldo che è completamente libero dall’abituale tendenza della mente a divagare.

Questi 37 fattori sono stati codificati, trasmessi e insegnati da generazioni di maestri, per una sola ragione: perché sono ritenuti utili e benefici allo sviluppo mentale e di grande aiuto nel progredire verso l’illuminazione. La buona conoscenza di questi fattori può essere di immediato e chiaro giovamento per raggiungere il nostro traguardo, sia che si pratichi le quattro basi della consapevolezza, i quattro sforzi, le quattro vie del potere, i sette rami di illuminazione o l’ottuplice nobile sentiero. Da http://www.canonepali.net/albero/cap24.htm che gentilmente si ringrazia.