2 Insegnamenti S.S. Dalai Lama Kalachakra Washington DC 9.07.11

Sua Santità il Dalai Lama Kalachakra Washington DC: "A causa dell'attaccamento non possiamo vedere obiettivamente gli altri".

Sua Santità il Dalai Lama Kalachakra Washington DC: "A causa dell'attaccamento non possiamo vedere obiettivamente gli altri".

Insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama preliminari all’Iniziazione al Kalachakra a Washington DC, USA, il 9 luglio 2011 (seconda parte del primo giorno) su “Le 37 Pratiche del Bodhisattva (laklen sodunma)” di Gyalsey Thokme Sangpo (liberamente disponibile qui http://www.sangye.it/altro/?p=134 ) e sugli “Stadi Intermedi della Meditazione (gomrim barpa)” di Kamalashila (liberamente disponibile qui http://www.sangye.it/altro/?p=1698 ).

Appunti ed editing dell’Ing. Alessandro Tenzin Villa, del Dott. Luciano Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Questo lavoro è basato su quanto espresso direttamente in inglese da Sua Santità il Dalai Lama vedi http://www.dalailama.com/webcasts/post/195-kalachakra-preliminary-teachings e sulle traduzioni dal tibetano in inglese del Prof. Lobsang Jimpa e dal tibetano in italiano di Fabrizio Pallotti. Ci scusiamo per gli inevitabili errori ed imperfezioni.

Sua Santità il Dalai Lama

Ora veniamo alle tradizioni religiose.

In accordo alla tradizione indiana, per lo meno negli ultimi tremila anni, s’è instaurato il concetto della società laica.

Una volta parlando casualmente col dottor Advani, ex primo ministro dell’India, mi disse che in India esistono innumerevoli tradizioni, per cui, dal punto di vista filosofico, coesistono diverse linee di pensiero. Una di queste scuole, cosiddetta del nichilismo, nega completamente l’esistenza delle vite future, della legge di causalità, di Buddha o di divinità. Accetta solo l’esistenza di ciò che possiamo vedere e di null’altro. È quella che chiamiamo Charvaka, la scuola filosofica nichilista. Il Dott. Advani aggiunse che negli ultimi 3.000 anni tutte le scuole filosofiche hanno criticato i Charvaka per la loro visione nichilista. Nello stesso momento le persone che hanno visioni nichiliste vengono considerati dei rishi, ovvero dei saggi. Perciò, anche se la loro filosofia è criticata, all’opposto viene portato rispetto alla persona.

La persona va rispettata, mentre la visione del pensiero di quella stessa persona si può criticare. Questo è il concetto del laicismo indiano. Pertanto, come venivano rispettati i nichilisti dell’antichità, così vanno rispettati come individui quelli moderni, che non praticano nessuna fede religiosa. Proprio perché essere laici vuol dire rispettare tutti. Da parte mia cerco sempre di promuovere questo tipo di laicismo. Se sei religioso bene, se non hai fede: va bene lo stesso. Però, la cosa importante è che ti comporti correttamente, che tu sia una brava persona. Il che è molto importante per lo sviluppo delle qualità interiori.

Ora veniamo al punto di vista religioso.

Partecipando ad una conferenza inter-religiosa ad Amritsar, un’importante città in India, un filosofo sufi iniziò ponendosi tre domande: che cos’ è il sé, se questo sé avesse o no un inizio e, come terza domanda, se questo sé avesse una fine.

Da parte mia pensai che fosse un bellissimo modo di cominciare la conferenza, in modo di poter fare delle precisazioni.

Per quanto riguarda la prima domanda – cosa è il sé – a parte i buddisti, tutte le religioni teistiche o non teistiche, intendo una parte dei Samkya, l’antica tradizione Induista, anche i jainisti, tutte credono in un sé indipendente da questo corpo, come se fosse proprio il possessore di questo corpo e dalla mente. Per cui, il corpo cambia, ma il padrone del corpo rimane lo stesso. Anche le altre tradizioni non buddiste pensano che dopo la morte c’è qualcosa che va in paradiso o all’inferno. Alcune antiche tradizioni indiane credono nelle rinascite, pensano che ci sia qualcosa, oltre il corpo e la mente, che continua a rinascere: questo viene detto atman o anima. Solo il buddismo afferma che non esiste quest’identità indipendente e separata, come l’anima. Per il buddismo non esiste l’anima.

Il sé esiste, l’io esiste, ma è solamente una designazione sulla base del corpo e della mente.

Proprio perché è designato sulla base del corpo e della mente, possiamo facilmente parlare d’un sé d’un individuo maschile, femminile, d’un sé di un anziano.

Se il sé fosse indipendente dal corpo e dalla mente, allora sarebbe difficile fare queste distinzioni, dicendo: questo è il sé d’una femmina, questo è il sé d’un maschio o è il sé di una persona ammalata, il sé di una persona in salute, il sé di un giovane o di un anziano.

Dalla risposta alla prima domanda emergono due distinzioni: rispetto a ciò che dice il buddismo e ciò che dicono tutti gli altri.

Ora veniamo alla seconda domanda: il sé ha un inizio?

Quelle religioni che credono in un Dio creatore, credono pure nell’inizio del sé. L’inizio per loro coincide col momento della creazione da parte del creatore. Questa, infatti, per i cristiani, è la loro prima vita, in quanto creata da Dio.

Questa vita stessa è stata creata da Dio, questo concetto è molto potente ed è un bellissimo concetto, perché porta a provare un emozione di vicinanza verso questo Dio, genera entusiasmo a seguire i comandamenti espressi da Dio. E porta a seguire questa via che è amore, compassione e perdono. Nelle religioni teistiche Dio è l’assoluto, indipendente, e noi dipendiamo del tutto da questo Dio: è assolutamente il Padre. Nel momento in cui sviluppiamo fede, e ci abbandoniamo completamente a questo Dio, ecco che si ha un effetto simile a quello che è il concetto buddista della mancanza del sé, dell’anatma: ovvero di placare l’attitudine autogratificante. Da una forte fede univoca verso il dio creatore scaturisce l’effetto di ridurre la forza dell’egoismo, l’attaccamento. Per alcuni questo modo d’approcciarsi è molto potente ed ha un grande effetto.

Per quanto riguarda le religioni non teistiche, come i jain, una parte dei Samkya, non so precisamente se accettano o no un inizio. Certo che non credono in un creatore, ma nella legge di causalità, ma mi chiedevo se credessero o meno nell’inizio d’un sé o atman.

Tu, per esempio, ne sai qualcosa?

Sua Santità pone la domanda ad un monaco indiano seduto vicino a lui sul palco.

So che non accettano un creatore, però non so se parlano di un inizio o meno di questo sé o atman, ma non è chiaro: anche al monaco indiano non lo sa.

Tra i praticanti jain ho trovato delle ottime persone, praticanti coerenti e seri. Tra loro ci sono quelli completamente nudi e quelli dai fianchi coperti solamente con una telino bianco. Viveva a Delhi un maestro jain che si dedicava completamente allo sviluppo dell’armonia inter-religiosa e della pace. I suoi discepoli, dopo la sua morte gli costruirono un tempio. Fui invitato alla cerimonia d’inaugurazione. All’interno del tempio trovai un maestro jain completamente nudo. Seduto sul mio cuscino, mi trovavo proprio dietro di lui. In quel momento ho molto apprezzato la forza di quel coraggio, di quella devozione. Mostrare tutto in pubblico è difficile: no? Era completamente assorto nella funzione religiosa. Non feci particolare attenzione ai suoi aspetti segreti ma al ministro degli esteri, che era presente, chiesi se aveva ricevuto il darshan o la benedizione attraverso la visione, al che mi rispose affermativamente. Come se effettivamente avesse posto attenzione a quelle parti intime.

Questi Jain sono veramente meravigliosi, la loro vita è basata in modo molto intenso sulla non violenza e vivono le loro giornate in totale semplicità. Solamente quanto basta per mantenere in vita il corpo. Tra i jain troviamo anche molti commercianti e famiglie ricchissime. Moltissime famiglie ricche sono di tradizione jain.

Comunque cercherò di chiarire con loro in futuro se, nella loro concezione, il sé o atman ha o meno un inizio.

Da punto di vista buddista, per investigare se c’è un inizio o no di questo sé, occorre chiedersi se c’è o no un inizio della mente, perché il concetto di sé è designato sulla base dell’insieme di corpo e mente. Certamente, esistono aspetti diversi di corpo e mente: ci sono aspetti grossolani, sottili, molto sottili. Aspetti molto sottili sono espressi da questo corpo quando ha una continuità. Il concetto di essere umano deriva sulla base dell’aspetto grossolano del corpo.

La continuità sostanziale della mente è sempre presente. Molto spesso le persone chiedono se il buddismo non accetta il sé: allora chi è che rinasce vita dopo vita? Qui c’è confusione. Quando il buddismo parla del fatto che non c’è l’anima, intende negare l’esistenza di un sé indipendente, assoluto, immutabile, che non cambia. Mentre il sé, come una mera designazione sulla base dell’insieme di corpo e mente, esiste e ha continuità. A livello sottile sia il corpo che la mente continuano.

La base principale dell’essere senziente è la continuità della mente, per cui questa ricerca dell’esistenza del sé indipendente deve essere fatta a partire dalla mente.

Per quanto riguarda la logica buddista, cosa porta a comprendere la ricerca investigativa?

Che anche la mente, di base, è un fenomeno che cambia momentaneamente. Ogni fenomeno che cambia momentaneamente si basa sulle sue cause e condizioni. Perciò, dal punto di vista della mente, tutti i fenomeni che cambiano dipendono necessariamente da cause e condizioni, questi fenomeni che sono momentanei, non vengono creati da altre cause e condizioni, ma dalla loro stessa natura che è impermanente. Per qualsiasi fenomeno che cambia momentaneamente devono esserci le cause e condizioni, che a loro volta cambiano.

Se non fossero presenti delle cause cooperanti, l’effetto non potrebbe essere prodotto, per cui deve esserci una causa sostanziale. Perciò la mente deve avere una causa sostanziale in accordo alle sue caratteristiche. Così, anche i fenomeni come la mente, che è esperienza, non ha né forma, né colore. Anche la sua causa sostanziale, deve essere di quella stessa natura. La sua parte materiale può essere una causa cooperante ma non può diventare la sua causa sostanziale. Per questo motivo la mente di oggi è una continuità della mente di prima. Ecco perché c’è la possibilità di ricordarsi le vite passate, anche se c’è un corpo diverso ed un cervello diverso: si tratta della stessa continuità e la memoria è parte della mente stessa.

La mente può distinguersi in livelli diversi: grossolano e sottile.

La mente grossolana ha una forte relazione col fisico, col corpo: per esempio, quando siamo svegli, adesso stiamo usando un livello molto grossolano della mente, che include gli organi sensoriali. Quando sogniamo, gli organi sensoriali non stanno funzionando, per cui c’è solo uno stato mentale. Tuttavia, in quello stato mentale rimangono delle percezioni grossolane. Perciò, oltre a continuare a percepire, ma diversamente dalla veglia, qui facciamo dei sogni in relazioni alle esperienze sensoriali. Più profondamente troviamo il sonno profondo senza sogni, in cui c’è solo la coscienza mentale. Poi quando si sviene, quando anche il respiro si ferma, anche in quel momento è presente la mente sottile. Inoltre, uno stato ancora più sottile della mente è quello della morte.

Dal nostro punto di vista, per coloro che a livello cerebrale sembrano morti, clinicamente deceduti, ma il cui corpo rimane fresco, non mostra alcun segno di decomposizione, questa è un segno d’attività della loro mente molto sottile.

È capitato il mese scorso ad un monaco tibetano in Nuova Zelanda, dove mi trovavo recentemente. Il monaco era clinicamente deceduto già da dieci giorni, ma il suo corpo era rimasto fresco, senza decomporsi. Ma per legge non si poteva tenere il cadavere in decomposizione. I medici hanno certificato che sì, era morto, tuttavia erano molto meravigliati che il corpo non mostrasse segnali di decomposizione: è rimasto così per ben 11 o 13 giorni. Di questi episodi, negli ultimi 50 anni, anche in India, se ne conoscono almeno 20 o 30 casi. Nel caso d’uno dei più lunghi, il cadavere del soggetto dichiarato clinicamente deceduto rimase per 3 o 4 settimane senza decomporsi. Questo è un soggetto nuovo per la scienza. Adesso abbiamo iniziato dei programmi di ricerca in tal senso, che tuttavia sono ostacolati dalla impossibilità di realizzare questi studi finché si è in vita: non possiamo infatti sapere chi avrà questa capacità. Non possiamo certo chiedergli di morire per potere fare questo studio. Occorre attendere che qualcuno muoia. È difficile fare questa ricerca. Non possiamo chiedere a qualcuno di morire. Più di dieci anni fa. dopo aver discusso con degli scienziati, feci portare a Dharamsala dell’attrezzatura scientifica che avrebbe dovuto servire a studiare questi casi. Ma quando qualcuno moriva, ed il suo corpo rimaneva intatto per dei giorni senza decomporsi, in quel momento l’equipaggiamento non era disponibile. Ora abbiamo acquisito un equipaggiamento migliore che resta sempre a Dharmasala ed abbiamo dei tecnici addestrati ad utilizzarlo che sono in contatto coi ricercatori. Recentemente, un gran saggio, il leader supremo dei Ghelupa. il Ganden Tripa, è rimasto così per 3 settimane. Diedi disposizioni d’inviare subito i tecnici con l’equipaggiamento nel sud dell’india dove si trovava questo gran lama. Così i tecnici raggiunsero il Lama, gli misero sul capo una serie d’elettrodi, registrando la sua attività cerebrale per almeno un decina di giorni. Nel frattempo rimasero in comunicazione con i neuroscienziati in modo dì analizzare i risultati. Per gli scienziati si tratta d’un fenomeno completamente nuovo. Per i buddisti, che accettano vari livelli di coscienza, ci sono delle spiegazioni. Sono emerse tuttavia delle indicazioni anche da parte dei ricercatori. Tra gli scienziati c’è chi sostiene che ci può essere una energia speciale, molto sottile, che non è il corpo e che non dipende del tutto dal corpo: dopo che il corpo smette di funzionare quella energia continuerebbe a funzionare indipendentemente dal corpo. Dal punto di vista buddista, questa mente sottile non ha inizio: altrimenti, se avesse un inizio, la causa sostanziale dovrebbe essere di natura diversa. Il che è impossibile: per cui non c’è inizio. Automaticamente, ne consegue che anche il sé non può avere un inizio.

Ora arriviamo della terza domanda: c’è una fine di questo sé?

Per quanto riguarda le religioni teistiche, non so se ritengano che si rimanga permanentemente in paradiso o nell’inferno. Il che va bene, è ottimo per il paradiso, ma sarebbe un po’ terribile rimanere perennemente negli inferni. Ma non so proprio cosa pensino esattamente.

Per quanto riguarda la filosofia Samkhya, dei 24 fattori d’esistenza che riconosce, solamente due sono considerabili come realtà ultima: la sostanza primaria e l’intelletto o il sé, mentre gli altri sono fenomeni relativi.

Secondo quindi i Samkhya, il processo di liberazione avviene perché, una volta che rimaniamo delusi, tendiamo a confondere i fenomeni convenzionali, che in realtà sono una manifestazione della sostanza primaria, vedendoli come veri. Una volta che riconosciamo la loro natura effimera, relativa, quando riconosciamo che si tratta d’una manifestazione della sostanza primaria, ecco che questo sé, o intelletto, lo riconosce e si dissolve nella sostanza primaria. Quella viene chiamata liberazione, quando queste manifestazioni si dissolvono e rimane solo il sé o sostanza primaria.

Per quanto riguarda i buddisti, esistono solo due scuole di pensiero, eccetto una che è una parte dei Vaibashika, che credono che, una volta ottenuto il mahapuranirvana, la mente del Buddha cessa, termina; ed automaticamente cessa anche il sé del Buddha.

Tutte le altre scuole filosofiche buddiste, e sulla basa di ragionamenti, credono che non esiste una forza opponente alla esistenza della mente. Perciò non esiste ragione alcuna di cessazione della mente. La cessazione è possibile solo grazie all’intervento d’una forza opponente.

Ma, se non interviene una forza opposta alla mente, questa non può cessare.

Perciò tutte le altre scuole buddiste affermano che il sé non ha né un inizio né una fine.

Questa è la risposta alle tre domande e l’avete avuta in termini filosofici.

In campo filosofico, anche nell’ambito del buddismo, possiamo individuare molti punti di vista differenti. Alcuni maestri del Nalanda hanno successivamente sviluppato certe visione filosofiche. Ma fu Buddha stesso ad insegnare quelle che consideriamo le correnti maggiori. Come la filosofia Cittamatra e Madhyamika: entrambe si basano sulle parole di Buddha stesso, sui suoi insegnamenti. Tengo, in merito, sempre a precisare che, queste due visioni filosofiche contraddittorie, insegnate da un solo maestro, Buddha Shakyamnui, non scaturivano da una sua confusione. Non insegnò queste diverse visioni filosofiche per creare deliberatamente confusione. Non insegnava un giorno un concetto per smentirlo il giorno dopo. Non era così. Gli illuminati sanno cosa dire.

Né diede insegnamenti contraddittori per creare più confusione tra i suoi allievi. Non è nemmeno così. Perché il Buddha è la compassione. Tutto ciò sarebbe impossibile.

Perché, allora, il Buddha diede insegnamenti contraddittori?

L’unica risposta valida è che tra i suoi seguaci esistevano differenti propensioni, cui era bene corrispondere. Perciò, un solo punto di vista filosofico non è sufficiente per offrire risposte esaustive a tutte le varietà e le disposizioni degli esseri. Per questo motivo il Buddha prospettò nei suoi insegnamenti differenti punti di vista in accordo a diverse predisposizioni dei suoi ascoltatori.

Quando ci si rivolge ad un numero enorme di persone, ovviamente s’incontrano ambiti e condizioni sostanzialmente diverse. Pensiamo a quante differenze dovevano esserci nell’antichità tra l’Egitto, Persia o Iran, la Cina e la civiltà della valle dell’Indo: in termini di ambienti diversi, stili di vita differenti. Proprio per questo motivo si svilupparono tradizioni diverse. È giocoforza, anche al giorno d’oggi, che dalle differenze scaturiscano differenti propensioni.

Per alcuni, il concetto di dio è così formidabile e valido da sortire un grande effetto. Per altri, il concetto di causa ed effetto risponde molto meglio alle proprie aspettative, determinando un effetto positivo: su questa base si sviluppano visioni religiose diverse. Il concetto di dio – se serve a sviluppare compassione, tolleranza, perdono ed amore – ha una grande ricaduta positiva. Quel che conta è chiedersi: qual è lo scopo di queste diverse filosofie? Fondamentalmente è identico.

Credere in dio – se serve a sviluppare compassione, tolleranza, autocontrollo e parsimonia, perdono ed amore – equivale, in fondo, a credere nella legge di causalità. Dal punto di vista filosofico: se ti comporti bene i risultati che sperimenterai saranno positivi altrimenti negativi.

Sulla base di quell’approccio, non danneggi gli altri e su quella base sviluppi la pratica dell’amore e della compassione.

Quando partecipo a delle riunioni inter-religiose sono solito mettere in chiaro i punti fondamentali. Ma lo scopo è il medesimo: un’umanità migliore. Se è alla compassione che vogliamo arrivare, allora non ci sono problemi.

Molti anni fa, partecipando ad un meeting in Argentina con esponenti del mondo scientifico e religioso, tra cui dei cristiani ed induisti, ad un certo punto, uno scienziato cileno, che fu il maestro di Francisco Varela, un grande scienziato, disse nella nostra riunione che era un fisico e che non riteneva di non dover avere attaccamento per la sua conoscenza in campo scientifico, anzi, per la sua stessa disciplina: la fisica.

Penso che questo fosse un insegnamento incredibile. Immediatamente pensai che, come buddista, non devo avere attaccamento verso il buddismo, perché, altrimenti la mia percezione potrebbe essere falsata, tanto che potrei iniziare a pensare che la mia sia la migliore religione, da qui scaturisce il concetto dell’unica religione e dell’unica verità. Ed è su questa base che si può sviluppare il fondamentalismo. Chiaramente, la causa dei conflitti religiosi, sia nei tempi antichi che oggigiorno, è nel potere politico o negli interessi economici: non nella religione in sé. Ma, allo stesso tempo, vi sono persone che pensano che la loro sia l’unica vera religione, l’unica verità e le altre sono false religioni. Questo è il risultato dell’attaccamento.

A causa dell’attaccamento non possiamo più vedere obiettivamente gli altri, quando ero in Tibet ero un piuttosto parziale, credo. Poi quando sono arrivato in India, ho incontro molte persone di diverse tradizioni, come padre Thomas Merton, madre Teresa di Calcutta, mi hanno confermato che tutte le tradizioni religiose hanno lo stesso potenzialità di produrre persone meraviglioso, quello è lo scopo per cui in quel momento ho veramente sviluppato un ammirazione genuina verso tutte queste tradizioni religiose. Tradizionalmente l’America non è buddista. Così, quando sono ospite qui da voi o in Europa, esorto sempre tutti a rimanere nella propria tradizione. Il buddismo per voi è una novità troppo grossa. La fede religiosa non è una moda. Per seguire la moda un anno vi acconciate in un certo modo e l’anno dopo avete cambiato completamente pettinatura. Potete anche seguire la moda, può andar bene. Ma la religione è un’altra cosa. Vi ricordo sempre che la vostra tradizione è Cristiana, ed è meglio che restiate con la vostra tradizione: che sia cristiana o musulmana. La fede religiosa non è una moda. Bisogna stare attenti e per essere sicuri rimanere nella propria tradizione religiosa.

Appena arrivati in India noi tibetani abbiamo attraversato tantissime difficoltà. Un funzionario del governo tibetano che viveva vicino al confine ebbe tutta l’opportunità di portare tutta la sua famiglia in India. Rimasero però presto soli, perché il capofamiglia perì presto e lasciò la vedova ed i figlioletti in condizioni difficili: a quel tempo c’era solo miseria per i tibetani e l’unico modo di sopravvivere era pavimentare le strade. Un giorno una donna venne da me, la riconobbi: era la vedova di quel mio funzionario scomparso prematuramente. Mi raccontò la sua storia di difficoltà e mi disse d’aver ricevuto molto aiuto dalle associazioni cristiane che si presero cura dell’educazione dei bambini. Ragion per cui, mi disse che per questa vista diventava cattolica ma la prossima sarebbe stata cristiana. Era chiaramente confusa.

C’era anche una signora polacca che si convertì al buddismo e ne divenne una diligente praticante. Ma al momento della morte riebbe il desiderio di tornare al suo dio in cui era stata cresciuta. Anche questo è un segno di scarsa chiarezza.

E’ meglio rimanere nella propria tradizione.

Fra milioni di persone, alcune che non si sentono soddisfatte dalla propria tradizione spirituale, ecco che quegli individui se trovano più rispondenti ai loro bisogni e quindi più efficaci le tradizioni asiatiche, come il buddismo, allora va bene prediligere la nuova fede. Però, nello stesso tempo bisogna continuare a portare un effettivo rispetto per la precedente religione: questo è molto, molto importante!

In Mongolia, pure sull’Himalaya, si trovano dei volontari che portano aiuti. Tra loro, molti sono missionari, pure coreani, che sì offrono aiuti ma spingono la gente del posto a convertirsi. In una delle mie visite in quelle regioni dissi loro: “Questo è un luogo tradizionalmente buddista. È meglio che questa gente rimanga buddista! Non venite a convertirli”.

A parte le eccezioni per quanto riguarda qualche persona isolata, ribadisco l’esortazione a rimanere nella propria religione. Comunque, chi si dovesse convertire, devono continuare ad avere rispetto per la sua precedente religione, oltre che per le altre.

Colophon

Questa prima bozza d’appunti, a cura del dell’Ing. Alessandro Tenzin Villa, del Dott. Luciano Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti, sui preziosi insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama preliminari all’Iniziazione al Kalachakra a Washington DC, USA, è da ritenersi provvisoria, quindi lacunosa, con possibili errori nonché imperfezioni, anche rilevanti, e non rappresenta affatto una trascrizione letterale delle parole che Sua Santità il Dalai Lama espresse direttamente in inglese o tradotte dal tibetano in inglese dal Prof. Lobsang Jimpa o in italiano da Fabrizio Pallotti, ma semplicemente un limitato spunto di riflessione.