3 – Insegnamenti S.S. Dalai Lama, Dharamsala 19.03.11

Sua Santità il Dalai Lama: “Il fatto che il Buddha abbia raggiunto l'illuminazione è perché noi tutti possediamo la natura del Buddha”.

Sua Santità il Dalai Lama: “Il fatto che il Buddha abbia raggiunto l'illuminazione è perché noi tutti possediamo la natura del Buddha”.

Terza parte degli Insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama a Dharamsala il 19 marzo 2011 per le celebrazioni del Monlam, il nuovo anno tibetano, sul tema: “I racconti di Jataka”, la vita del Buddha.

Appunti, traduzione dall’inglese ed editing del Dott. Luciano Villa, dell’Ing. Alessandro Tenzin Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Consigliamo vivamente di ascoltare, visionare e scaricare il filmato in inglese di questo insegnamento liberamente disponibile qui http://dalailama.com/webcasts/post/176-jataka-tales .

Sua Santità il Dalai Lama: Siamo al 24° capitolo delle Jataka http://www.sangye.it/altro/?p=315 : “Quando i virtuosi sono feriti da altri, non piangono tanto per il proprio dolore quanto per il demerito maturato da coloro che li hanno feriti”.

Gli esseri santi quando sono colpiti o peggio feriti dagli altri, ovviamente soffrono, ma non per il proprio dolore ma per coloro che li hanno aggrediti.

Un tempo, il Bodhisattva ha dimostrato proprio questo.
Vicino alle montagne di neve è una regione benedetta, ricco e invitante, profumata come il più dolce di aloe, il suo manto di magnifiche foreste lussureggianti, come la seta scura. Gli uccelli di mille colori e forme valorizzare il paesaggio, che è così armonioso in forma e il colore che essa sembra esprimere un grande disegno. Qui lo sport esseri celesti nelle limpide acque di sorgente di montagna-fed torrenti che scorrono su sporgenze rocciose e caduta giù le scogliere a grandi cascate. Api Humming abbondano, e la ventola brezza tra gli alberi in fiore. Qui, il Bodhisattva, una volta preso nascita come una grande scimmia che viveva da solo.

Anche nella condizione animale il Bodhisattva non perde la sua consapevolezza del Dharma, dimostrando tutta la sua grande gentilezza, la pazienza infinita, la sua natura dolce, la sua compassione senza limiti, come il cielo. Grazie alle impronte del passato il Bodhisattva possiede queste virtù, dimostrando d’aver raggiunto alti livelli spirituali.

All’inizio ero intenzionato a darvi la trasmissione orale della storia, ma ora ho cambiato idea, e penso che sia meglio raccontarvela. il Bodhisattva aveva raggiunto una località sull’Himalaya ricca di frutta, mentre il contadino, che era in cerca della sua mucca, cadde in preda alla sete ed alla fame e smarrì la strada, ma trovò della frutta, la mangiò e ne scorse l’albero su cui era maturata. Ma questo era cresciuto proprio su un precipizio. Trovò dell’acqua e la bevve. Proprio perché aveva gustato la fragranza della frutta, si sporse sullo strapiombo per coglierla, si aggrappò ad un ramo, ma non era in grado di sostenere il suo peso ed il ramo si ruppe, ed egli cadde, ma il suo volo fu ammortizzato da un tappeto di foglie che gli salvarono la vita. Ma era precipitato in una forra senza scampo. Proprio come quelle che si trovano nella zona del Monastero di Ganden in Tibet, dove il terreno sembra essersi collassato proprio in quei punti. Trovarsi in fondo a quelle foibe incute sempre paura.

Il Bodhisattva vide il contadino riverso nella forra e subito desiderò salvarlo. Ma prima volle vedere se era in grado di farlo. Così s’allenò a portare delle pietre e dei tronchi ed a saltare e ad arrampicarsi con quel pesanti fardelli. Appena vide che era in grado di farlo, raggiunse il malcapitato e lo riportò fuori sano e salvo. Un volta al sicuro, mentre la gran scimmia s’era assopita, il contadino tentò d’ucciderla per poi cibarsene, ma, perché era ancora debole, riuscì a colpirla solo di striscio con un sasso al capo.

Ma la scimmia aveva una mente completamente dedicata agli altri e non pensava ad altro che al bene della persona che aveva appena salvato. Mentre chi ha una natura egoistica, per l’abitudine inveterata a pensare a sé stessi da tempo senz’inizio, ha l’attitudine a pensate: “Com’è possibile?”.

Se vi guardate attorno fra tutti coloro che conoscete, vi renderete conto che l’attitudine autogratificante non apporta altro che problemi su problemi. Viceversa, gratificare gli altri, aiutare gli altri non fa che far maturare i frutti che beneficeranno noi stessi. Se pensate a come ridurre l’egoismo e ad incrementare l’aiuto per gli altri, senz’altro sarete in grado di farlo, ma ci arriverete attraverso l’addestramento mentale.

È un tema di cui ho una certa esperienza, perché, quando all’inizio stavo meditando sulla bodhicitta, pensavo che si trattasse d’un qualcosa di molto difficile. Ovviamente la consideravo molto positiva, ma estremamente difficile da realizzare.

Ma quando passai alla vacuità, mi resi conto che fosse un qualcosa che non potevo sviluppare dentro di me. Ma, dopo aver ricevuto insegnamenti sulla “Guida allo stile di vita del Bodhisattva”, iniziai a poco a poco a cambiare il mio modo di pensare. Quindi, invece di dire che fosse difficile, pensavo che fosse un qualcosa di possibile. Cosa serve, mi dicevo, questa grand’intelligenza umana se non a sviluppare la pratica della bodhicitta o dell’altruismo? Inoltre vedendo puri gesti d’altruismo fatti da altri, m’accorgevano che esercitavano in me un influsso come se mi stessi addestrando alla bodhicitta. Un qualcosa che era di giovamento alla salute degli altri, anche per aiutarli: questa era la pratica che mi convincevo di dover realizzare. Non solo per un Lama, ma per tutti, questa è la pratica che conduce alla verità.

Senza una vera pratica della bodhicitta, senza una reale abitudine all’altruismo unita alla consapevolezza della mancanza del sé, se ci limitiamo a recitare i mantra non conseguiremo grandi risultati in termini di trasformazione interiore. Se mediti sull’attitudine a gratificare gli altri, sulla compassione e bodhicitta anche solo per un’ora al giorno, vi sarà di gran beneficio.

Molti, quando conferisco questi insegnamenti, si chiedono: com’è possibile?

Solo attraverso l’addestramento lo è.

Come diceva Shantideva: “Non c’è nulla che non diventi facile con la familiarizzazione”. Così, quando ne vedete i risultati, ne sarete confortati e ne trarrete fiducia ed ispirazione e vi impegnerete su quella strada. Così praticherete la Bodhicitta con ancora maggior disponibilità, intensificandone gli sforzi, la convinzione e con continuità. La bodhicitta trae sostentamento dalla comprensione della vacuità, la visione della vacuità. La stabilità della pratica della Bodhicitta non deriva dalla continuità della pratica stessa, ma dalla realizzazione della saggezza. Guidati dalla saggezza ricevete l’ispirazione a praticare la bodhicitta per aiutare gli altri esseri e per diventare un Buddha perché tutti gli esseri possano liberarsi dalla sofferenza e conseguire la felicità.

Per poter aiutare gli altri, dovete diventare consapevoli del fatto che è possibile mettere un termine alla sofferenza. Quindi svilupperete il desiderio di liberarvene. La rinuncia va sviluppata, va considerata come lo svolgimento d’un processo in cui si manifesta il desiderio di liberare gli altri dalla sofferenza, quindi lo sviluppo della pazienza e la compassione, si realizza la generazione della bodhicitta: il desiderio dapprima, e l’impegno successivo a liberare gli esseri inizialmente dalla sofferenza, quindi portandoli alla felicità, per divenire un Buddha.

Ora dovrei procedere alla cerimonia di generazione di Bodhicitta.

Un’amica americana, diventata dapprima monaca, quindi bikshuni nel lignaggio cinese del Dharma Buddha, mi raccontò d’un anziano monaco in Thailandia che ebbe la visione proprio di Buddha Sakyamuni, il che gli dava la convinzione che Buddha Sakyamun fosse davvero vivente, ovviamente non in forma fisica ma di pura visione. Da ciò generò la convinzione che anche dopo essere diventati un Arhat, il flusso mentale non s’interrompe con la morte, non svanisce, ma continua. Inoltre, uno dei suoi allievi che lo accompagnava in pellegrinaggio in Cina, le riferì che, mentre il suo maestro era intento a fare delle prostrazioni davanti ad una statua del Buddha, nell’istante in cui col capo toccava la statua, improvvisamente si sprigionò un’aureola di bianca luce radiante che venne fissata anche in un’immagine fotografica. Ebbi modo d’ammirare quella foto in cui il capo del maestro era avvolto in questa luce intensa.

Anche durante un particolare insegnamento di Kabgyon Shabtyung Rinpoche sul soffitto della sala del monastero in cui si svolgevano gli insegnamenti comparve l’intera schiera del lignaggio dei maestri connessi alla situazione.

Ora, proprio come preparazione alla cerimonia alla bodhicitta, immaginate qui presente Buddha Sakyamuni, coi suoi sette allievi maggiori, con Kashiapa coi grandi maestri dell’India e delle differenti tradizioni del Tibet. E, proprio per questo recitiamo la Preghiera in Sette Rami: Prostrazioni ai Buddha e ai bodhisattva, (antidoto all’orgoglio); Offerte (antidoto all’avarizia); Confessione; Rallegrarsi per il karma positivo creato da noi e da altri, (antidoto alla gelosia); Chiedere insegnamenti (antidoto per aver abbandonato il Dharma); Chiedere ai Maestri di non abbandonarci e continuare a guidarci (antidoto alle azioni negative in relazione al proprio guru); Dedica dei meriti creati nel passato, presente e futuro, per l’ottenimento dello stato di Buddha per il beneficio di tutti gli esseri.

Ricordiamo che la bodhicitta rappresenta l’infinito altruismo ultimo. Il che lo potete trovare nelle biografie dei grandi maestri e nelle Jataka, le storie dei maestri tibetani. Finché siete in vita coltivate la bodhicitta, che vi sarà di gran aiuto, anche quando sarete attivi ed in buona salute v’aiuterà a ridurre l’arroganza ed i pensieri negativi, vi farà conseguire calma ed un gran cuore.

Pensate: sto cercando di sviluppare bodhicitta congiuntamente alla mia comprensione della vacuità. La virtù più importante di cui abbiamo bisogno è il buon cuore, l’amorevole gentilezza: se l’avete, non dovete comprare la felicità, non dovete spender soldi per chiedere consigli agli altri. Coltivare bodhicitta attimo dopo attimo, istante dopo stante, momento dopo momento, vi diventerà una pratica preziosa in questa e nelle prossime vite, finché diventerete un Buddha.

Atisha disse che, anche se impiegherete eoni dopo eoni per conseguire quest’esperienza di vera bodhicitta, ne sarete assolutamente ripagati. Questa bodhicitta, che è un po’ come il sole e la luna, va sviluppata sempre più per interi eoni. Shantideva disse che la qualità che più beneficia gli esseri senzienti è la Bodhicitta: la miglior fonte di benessere per ogni essere. Così, tutti i Buddha del passato, del presente e del futuro, per diventare tali, quel che hanno dovuto praticare è la bodhicitta. Tutti gli insegnamenti del Buddha, tutti i profondi e vasti insegnamenti del Buddha vertono comunque sulla maturazione dell’altruismo: la bodhicitta. Anche se state perseguendo l’intento di beneficiare gli altri, non farete altro che ricevere tantissimi benefici per voi stessi. L’addestramento della vostra mente comporta lo sviluppo d’un gran coraggio, il coraggio d’impegnarsi per il beneficio degli altri. Come disse Shantideva: prendo rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha, fintantoché otterrò l’illuminazione, possano i meriti accumulati creare le premesse, attraverso la pratica della generosità e così via, di diventare un Buddha per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Ripetiamo tutti insieme questa strofa di Shantideva, il cui primo verso esprime la necessità del rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha. E per Buddha ci riferiamo qui ai Buddha del passato, agli esseri che in passato si sono illuminati, mentre per Sangha mi riferisco agli esseri causali del rifugio. Il fatto che il Buddha abbia raggiunto l’illuminazione è perché noi tutti possediamo la natura del Buddha. Proprio per questo motivo possiamo ricevere le benedizioni del Buddha.

Nel Mahayana Uttaratantra vengono illustrati i Sette Punti Vajra. Ora, diciamo di prendere rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha finché non avrò conseguito la piena illuminazione, vale a dire finché non avrò realizzato le piene potenzialità divenendo un Buddha. Dobbiamo vedere in ciò la natura vacua della mente distinta dalle emozioni affliggenti che non ne fanno parte o la contaminano in modo solo temporaneo. Poiché le emozioni affliggenti sono transitorie e prive di natura intrinseca, proprio per questo abbiamo la possibilità d’eliminarle. Perciò abbiamo la possibilità di divenire un Buddha. E lo vogliamo per beneficiare gli esseri senzienti.