Sarnath 08.01.09: I giorno d’insegnamenti di S.S. il Dalai Lama: mattino

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Cari amici, purtroppo questa volta vi possiamo offrire solo degli abbozzi di appunti, presi veramente molto di fretta durante gli insegnamenti, in condizioni estremamente disagiate per la ressa, le estenuanti code chilometriche di accesso agli insegnamenti (vi basti pensare che tutti quanti siamo stati incanalati su due file veramente “indiane” lunghe oltre due chilometri), la security che, temendo che i nostri computer fossero delle bombe, non li voleva far passare, la calca dantesca di tremila e più persone spintonanti, la difficoltà a ricaricare i computer che non ci fanno usare, l’impossibilità a collegarci ad internet, i collegamenti per ascoltare la traduzione radio che vanno e vengono, le traduzioni incomprensibili per le frequenze radio che si sovrappongono, le batterie che quando servono non si trovano, il computer che non vuol proprio accendersi e che quando parte va subito in blocco, il freddo, l’umidità altissima, la stanchezza per aver dormito poco, la polvere che subito scatena la tosse, i “profumi” dell’India ed altro. In ogni caso, per mantener fede all’impegno preso, gli appunti siamo riusciti a prenderli: dapprima col vecchio metodo della biro, quindi anche col laptop. Tuttavia quel che ne è uscito non si tratta certo di un testo lineare. Ci siamo perciò trovati nel dilemma tra il mettervi a disposizione degli appunti farraginosi, come quelli che trovate, o dovervi fare aspettare anche parecchio tempo per offrirvi un testo riveduto e corretto. Come vedete stiamo davvero facendo del nostro meglio. Forse è preferibile accontentarsi dell’uovo oggi piuttosto che della gallina domani, come sussurra il proverbio. Intanto, scaricatevi la bella traduzione in audio mp3 fatta dalla eterea ma determinatissima e bravissima Cristina Ruggeri.

Luciano Villa ed Alessandro Tenzin Villa

GLI INSEGNAMENTI INIZIANO DA QUESTO PUNTO:

Sua Santità il Dalai Lama

Dal momento che oggi è il primo giorno d’insegnamenti, iniziamo con la recitazione del Sutra del Cuore: dapprima in Pali, quindi in Sanscrito ed in Tibetano, per continuare con l’Offerta del Mandala, la Preghiera dedicata a Manjustri ed altri rituali.

Qualsiasi attività di Dharma abbiamo intrapreso, dobbiamo essere sicuri di procedere nella direzione voluta, in modo che qualsiasi azione stiamo compiendo sia in linea col Dharma.

Perciò, il punto più importante consiste nella MOTIVAZIONE.
Oggi I miei insegnamenti verteranno sul Bodhisattvacharyavatara o sul modo d’intraprendere il cammino del Bodhisattva. Innanzitutto dovremo aver chiaro cosa significa Bodhicitta e, conseguentemente, aver presente il vero senso del termine “RIFUGIO”.

Sua Santità il Dalai Lama

Quindi, il vero significato del Buddha-Dharma consiste nell’aver chiaro il significato della presa di rifugio, come pure aver presente il significato della Bodhicitta in base alle  disposizioni d’ognuno.
Per facilitarvi in questo cammino, iniziamo con la recitazione della preghiera del rifugio e di generazione di Bodhicitta. Perciò, quando recitiamo “cian ciub sonam la” abbiamo determinato l’oggetto del rifugio, in Buddha, Dharma e Sangha, esprimendo il proposito di dover procedere sulla strada del rifugio fintantoché avremo ottenuto l’illuminazione, avendo la chiara consapevolezza di  cercare l’illuminazione per la liberazione di tutti gli essere senzienti, in modo che questo scopo non sia mai disgiunto dall’attitudine alla Bodhicitta. Qualsiasi virtù abbia accumulato, possa trasformarsi, grazie alla  Bodhicitta, in causa per conseguire la liberazione di tutti gli esseri senzienti. In tal modo dedichiamo qualsiasi merito possa aver accumulato per la liberazione di tutti gli esseri senzienti.

COS’È IL SÉ?
Cos’è questo sé, cui costantemente facciamo riferimento? Sono gli aggregati? È la mente? È un qualcosa di completamente diverso, nella forma d’un entità che ne abbia il controllo?
Non c’è nulla di tutto questo!
NON ESISTE UN SÉ INDIPENDENTE DAGLI AGGREGATI, NÉ QUESTI SONO IL SÉ.
In breve, il sé è una mera designazione sulla base degli aggregati. Ed è per questo motivo  che uno dei punti fondamentali dell’insegnamento del Buddha consiste nella mancanza del sé. Pertanto, quando affermo: “prendo rifugio fino all’illuminazione nel Buddha, Dharma e Sangha per la liberazione di tutti gli esseri senzienti” debbo far riferimento ad un io meramente designato, come pure, quando ancora asserisco che “prendo rifugio fino all’illuminazione nel Buddha, Dharma e Sangha” lo devo interpretare in questo contesto di semplice designazione, in senso convenzionale, escludendo che possa detenere alcuna forma d’esistenza intrinseca.
Allo stesso modo dobbiamo aver presente  che ci riferiamo ad una realtà esistente solo dal punto di vista convenzionale.
Ugualmente  dobbiamo interpretare l’affermazione: “qualsiasi merito possa aver accumulato per la liberazione di tutti gli esseri senzienti”.

Sua Santità il Dalai Lama

Sono qui presenti, fra gli altri, dei gran lama, molti dei quali decisamente anziani, il che rappresenta una gran opportunità d’incontro.
Noi monaci stiamo tutti indossando il medesimo abito che fu identificato dal Budda come l’emblema della nostra condizione. Il che ci ricorda che il nostro scopo fondamentale consiste nel coltivare l’essenza del Dharma, nel suo vero significato, studiando ed addestrando la mente attraverso la meditazione.

E non basta aver scelto di portare l’abito monacale!
Occorre saper coltivare le qualità mentali derivanti dallo studio e dalla meditazione costante e quotidiana, i cui risultato porteranno al dominio della mente, attraverso sforzi volti in molte direzioni, orientati ad ottenere la comprensione del Buddha Dharma.

Sua Santità il Dalai Lama

Solitamente asserisco che IL CUORE DEL BUDDHA DHARMA DERIVA DALLA PRATICA DELL’AMORE E DELLA COMPASSIONE.
Infatti, l’amore e la compassione formano la base principale da cui deriva la condotta, che dobbiamo realizzare non tanto per rispetto al Dharma o al Buddha, ma perché siamo consapevoli che la felicità effimera o la sofferenza che sperimentiamo dipendono da cause e condizioni.
La motivazione di non danneggiare gli altri, che d’altra parte potete trovare in tutte le religioni più importanti, nel Buddhismo si contraddistingue per essere ancorata al principio dell’origine dipendente. Proprio su questa motivazione dobbiamo basarci quando prendiamo la decisione di non danneggiare gli altri. Il che costituisce un pilastro basilare del Buddhismo.
L’atteggiamento a riconoscere l’origine dipendente dei fenomeni, non costituisce un comportamento esclusivamente religioso, ma piuttosto un modo concreto d’osservare e di rendersi conto che tutti i fenomeni che ci attorniano sono correlati in modo dipendente, il che costituisce l’essenza, il cuore dei fenomeni stessi. Questa comprensione porta a renderci conto che dobbiamo coltivare l’amore e la compassione.
Comprendere l’origine interdipendente dei fenomeni diventa un elemento estremamente rilevante nella nostra vita di tutti i giorni, sia a livello individuale che collettivo, come pure a livello globale.
Comprendere l’origine interdipendente dei fenomeni risulta di gran giovamento per  capire anche fenomeni globali, come il cambiamento del clima. Ebbene, proprio in un contesto globale, stiamo assistendo ad un incremento del grado di riscaldamento del nostro pianeta, il che indubbiamente rappresenta un chiaro esempio di un risultato prodotto dal rapporto d’origine interdipendente, da tutta una serie di cause e condizioni. Se siamo in grado d’osservare profondamente la natura dipendente delle cose, rendendoci quindi conto che il nostro benessere dipende anche dall’ambiente in cui viviamo, allora rispetteremo maggiormente l’ambiente che ci ospita e dimostreremo più cura di tutto ciò che, a livello ambientale, direttamente od indirettamente interferisce col nostro benessere. Da queste considerazioni, deriva la necessità di coltivare questa visione dell’origine dipendente, al di là che si professi il Dharma o meno. Il che diventa un fattore importante per tutti noi.
Anche fra i saggi s’accresce l’attitudine ad interessarsi a questo ragionamento, facendo proprio il modo di pensare in termini d’origine interdipendente, apprezzando quanto espresso dal Buddha-Dharma, proprio perché ci si rende conto di quanto sia utile pensare in termini  di natura dipendente dei fenomeni, in quanto si comprende come tutto quanto ci è attorno risulta interconnesso in modo dipendente e non è un dato casuale. Perciò, è molto utile coltivare questo tipo di visione delle cose, soprattutto nella vita quotidiana.

Sua Santità il Dalai Lama

Oggi sono convenute qui tantissime persone provenienti da tantissimi paesi. Il contributo maggiore offerto dal Buddha-Dharma è volto a controllare, ad orientare la nostra mente. Il modo migliore per farlo, consiste nel far lievitare in noi un’attitudine positiva, una propensione all’amore ed alla compassione, basata sulla comprensione interiore dell’origine interconnessa dei fenomeni.

Mi è stato chiesto di conferire in questo luogo l’iniziazione del Kalachakra, ma, di fronte alle difficoltà di realizzare un simile evento, si è ripiegato sull’Abhidharmasamuccaya: Il Compendio degli Insegnamenti Supremi di Asanga. Ma, in considerazione della brevità di tempo a disposizione per un testo tanto ampio e complesso, col rischio di doverci per lo più limitare ad una trasmissione orale piuttosto che al suo commentario, in sua vece abbiamo preferito scegliere, consideratane la brevità, gli “Stadi intermedi di meditazione” di Acharya Kamalashila, in quanto sono insegnamenti riconosciuti per la chiarezza nella spiegazione dell’utilità di generare amore e compassione basandosi sulla comprensione dell’origine interconnessa dei fenomeni, quindi della vacuità; inoltre questo testo offre delle chiare istruzioni su come condurre le pratiche quotidiane. Per questa ragione  ho scelto pure il Bodhisattvacharyavatara di Shantideva unitamente agli “Stadi intermedi di meditazione” di Acharya Kamalashila, che fu discepolo di Acharya Shantarakshita, che venne in Tibet. Per di più, noi Tibetani abbiamo una connessione particolare con gli “Stadi intermedi di meditazione” di Acharya Kamalashila, in quanto questo testo gli fu commissionato dall’allora re del  Tibet Trisong Detzeng. Per queste motivazione la nostra scelta è caduta per l’occasione su questi due testi.

Fate vedere il Bodhisattvacharyavatara di Shantideva, tenetelo alzato cosicché lo si possa scorgere. Ora alzate il testo dalla copertina gialla: gli “Stadi intermedi di meditazione” di Acharya Kamalashila.

Dove sono quelli che sono appena giunti dal Tibet? Ah, eccoli che alzano la mano. Avete avuto i testi? Quelli che provengono dalle regioni himalayane, dal Ladak, dal Lahul e Spiti, dall’Arunachal Pradesh Munpa, dal Sikkim, dal Nepal, avete avuto anche voi i testi?

Sua Santità il Dalai Lama

Il vero scopo di quest’incontro è connesso al Dharma.

COS’È IL DHARMA?
Com’è relazionato alle nostre vite?
Vediamo che le persone che fanno tante prostrazioni, circumdeambulazioni,   vanno maggiormente incontro alla sofferenza.
Quali effetti hai in loro il Dharma? Forse che la loro pratica è volta a soddisfare bisogni mondani, in quanto è finalizzata a risolvere dei bisogni immediati contingenti?
Quelli che sembrano tanto dediti alla pratica del Dharma, pare che vadano maggiormente incontro a delle cadute, a debacle che li spoglia d’ogni cosa. Attualmente, lo sviluppo materiale ha raggiunto livelli altissimi, ma non è certo dipeso da pratiche religiose o dalla pratica del Dharma. Sembra invece che le popolazioni più dedite al Dharma, come i Tibetani ed i Mongoli, siano carenti sul piano dello sviluppo materiale.

Una volta che il Buddha ottenne l’illuminazione, egli insegnò le Quattro Nobili Verità, che sono così chiamate proprio in antitesi alle falsità. In questo senso, parlò della verità della Sofferenza, della causa della sofferenza e via dicendo.
Le verità del Buddha non erano elucubrazioni mentali.

Sua Santità il Dalai Lama

Tutti quanti sappiamo cos’è la sofferenza del dolore, della povertà e della fame e della sete, del caldo e del freddo.
Si tratta di sensazioni vissute anche dagli animali.
Il secondo livello di sofferenza, o sofferenza del cambiamento, è il livello contaminato di felicità, o sensazione contaminata di piacere.
Anche in questo caso, se analizziamo attentamente, osserviamo che queste sensazioni contengono i semi del cambiamento.
Infine, il terzo livello di SOFFERENZA è quella OMNIPERVASIVA, derivante dalle emozioni contaminate, non è così semplice da identificarsi e non è sovrapponibile alle altre due forme di sofferenza.
Questa è invece più profonda, dal momento che è determinata dai fattori di composizione o fattori pervadenti risultanti da cause, le quali rappresentano le cause della sofferenza nella forma di emozioni affliggenti, con le conseguenti azioni indotte.
Questa non è determinata soltanto dai fattori di composizione nella forma d’aggregati, ma deriva dal principio per cui qualsiasi fenomeno è determinato dalle proprie cause, perciò le emozioni affliggenti ne sono all’origine.
Quando nuociamo agli altri o cadiamo in preda ad una sensazione d’aggressività, possiamo renderci conto che a poco a poco ci distanziamo dai nostri amici, perdendone l’amicizia ed affetto. È decisamente chiaro che ciò dipende dal nostro comportamento e da come ci relazioniamo agli altri. Si tratta di attitudini radicate nelle nostre motivazioni.
Anche le azioni benefiche che compiamo per aiutare gli altri dipendono dalle loro corrispondenti motivazioni.
Tutte le azioni, sia che siano positive o negative, dipendono dalle loro motivazioni, che possono essere di tipo negativo, sostenute  da una natura aggressiva, mentre, all’opposto, nel momento in cui esprimiamo dei propositi di beneficare gli altri, avvertiamo una sensazione gratificante che rappresenta il risultato dell’azione benefica.
Viceversa, quando la nostra mente è impegnata in macchinazioni negative, perdiamo la nostra pace interiore.
Quindi, l’azione negativa non solo nuoce agli altri ma, dal momento che sorge da conseguenti intenzioni aggressive, fa pure del male a noi stessi.
Siamo tutti familiarizzati con queste emozioni. Lo siamo quando esprimiamo rabbia, attaccamenti, invidia. Queste sono le emozioni affliggenti! Nel preciso momento in cui le generiamo, la nostra pace mentale risulta disturbata, in quanto le emozioni affliggenti formano il substrato alle nostre azioni negative. Perciò  le consideriamo come le cause della sofferenza. Dobbiamo aver ben presente che si tratta di fenomeni che possiamo riconoscere grazie allo studio della mente: non sono delle mere teorizzazioni espresse dal Buddha.

Sua Santità il Dalai Lama

Seguendo il filone di queste due verità (la verità della sofferenza e la verità delle cause della sofferenza) il Buddha identificò la verità ulteriore, quella della cessazione.
Questa non è immediatamente riconoscibile, anzi, necessita un certo impegno alla sua comprensione. Se osserviamo profondamente il modo in cui si formano le emozioni affliggenti, che sono di natura aggressiva, col risultato di stravolgere la nostra pace interiore, possiamo renderci conto che derivano da una percezione distorta della realtà. Alla base, tutti desideriamo liberarci dalla sofferenza e vivere una vita felice. Acharya Shanti Deva asseriva che tutti desideriamo la felicità, ma quel che facciamo non fa altro che portare ulteriori sofferenze. Come  può accadere tutto ciò?
Consideriamo, ad esempio, la RABBIA: nessuno la considera una qualità positiva.
Forse che una persona in preda alla rabbia dimostra le qualità per essere considerato una persona positiva? D’altra parte, imbattendoci in una persona che evita di cadere nella rabbia, che si mantiene invece calma, ne siamo  spontaneamente attratti.
Anche gli animali sono portati a seguire una persona dolce e calma. Viceversa, rifuggono da chi li affronta aggressivamente. Non si tratta affatto d’una scelta in base ad un principio religioso!
È universalmente riconosciuto che nessuno di noi deve lasciarsi prendere dalla rabbia, anzi deve rimanere calmo ed impassibile. Inoltre, nessuno lo desidera! Nessuno pianifica d’arrabbiarsi! Essenzialmente, nessuno pensa di volersi arrabbiare o di indulgere in azioni mosse dall’ira. Tuttavia, a causa della nostra mente irrequieta, indotti dalle emozioni affliggenti, finiamo spesso per perderne il controllo, familiarizzandoci con pensieri e conseguentemente compiendo azioni negative. Sono le emozioni affliggenti, cui siamo tanto abituati, che ci fanno cadere vittime della rabbia! Ma non era questo che desideravamo!
Buddha chiaramente spiegò le visioni errate: quella di riconoscere come permanenti i fenomeni transitori, di considerare come indipendenti i fenomeni dipendenti, di ritenere come  inerentemente esistenti le cose che non lo sono. Queste percezioni erronee sono i terreni su cui si generano le afflizioni. La causa principale? Il non vedere la realtà come è effettivamente. La visione  confusa ci porta a percepire una realtà completamente distorta, attraverso delle concezioni che  sono delle vere e proprie invenzioni mentali. Pertanto, il nostro scopo deve essere quello di chiarire  queste concezioni distorte. È possibile farlo, in quanto si dimostrano contraddittorie rispetto alla realtà. È possibile rettificarle coltivando la visione appropriata. Il Buddha insegnò innanzitutto che è possibile ottenere una completa liberazione da queste concezioni distorte. Il Buddha insegnò pure che è possibile ottenere la Nobile Verità della Cessazione attraverso la successiva Nobile Verità del Sentiero, conoscendo il quale giungiamo ad esprimere il desiderio d’intraprenderlo. In questo modo  innanzitutto iniziamo a mitigare la visione distorta della realtà, per giungere quindi ad eradicarla completamente, facendone piena chiarezza in modo da raggiungere lo stadio interiore di pura e durevole libertà. Il che corrisponde a quel processo definito dai cinesi come “la scoperta della verità dai fatti”. Si tratta di fatti concreti, dalla cui comprensione scaturiscono evidenti cambiamenti.

Sua Santità il Dalai Lama

PERCIÒ, OSSERVIAMO UNA NOTEVOLE DISPARITÀ FRA COME LE COSE APPAIONO E COME REALMENTE ESISTONO. QUESTA DISCREPANZA LA POSSIAMO VEDERE DALLA NOSTRA ERRONEA PERCEZIONE DELLE COSE TRANSITORIE COME PERENNI, ED ALLA LORO CONSEGUENTE ATTRAZIONE, INFATUAZIONE.
Osservando gli oggetti che desideriamo, possiamo renderci conto che la nostra bramosia è situata a due livelli: innanzitutto a livello fisico, ma esiste un livello ulteriore principalmente mentale. È il caso di chi vive agiatamente, che ha a disposizione tutte le risorse tecnologiche disponibili, ma che si sente insoddisfatto ed è ben lungi dal provare calma mentale; i suoi amici pure vivono decorosamente, ma c’è un qualcosa di cui è carente. Non si tratta affatto di beni materiali, che possiede in abbondanza, ma d’un qualcosa di più profondo, che gli manca, che loi mette in angoscia.
Insomma, dal punto di  vista della soddisfazione interiore, non conta tanto la ricchezza che si detiene o i beni tecnologici di cui si usufruisce.
Anche gli animali, anche quando sono ben pasciuti e non hanno problemi di trovare cibo, ugualmente vanno incontro a problemi d’invidia ed ira. Ma, se li paragoniamo agli umani, diversamente da loro, essi non vanno incontro a seri problemi mentali.
È tuttora aperto il dibattito sulla capacità o meno di memoria a lungo termine da parte degli animali. Nel caso degli esseri umani, questi possiedono speciali capacità intellettive e memoria del passato ed attitudini a proiezioni future, a pianificare il loro domani. A causa di questi fattori mentali possiamo, tuttavia, incorrere in alti livelli di sofferenza. Abbiamo ora visto come, sia nel caso della sofferenza, che in quello del piacere, possiamo individuare due livelli: un livello fisico ed un livello mentale. Dei due, quello più rilevante è senza dubbio il livello mentale di sofferenza.
Nel casi degli esseri umani dobbiamo osservare che in presenza d’una forte determinazione, essi sono in grado di sopportare forti sofferenze di tipo fisico, pur riuscendo a mantenere una certa calma mentale, anzi, generando delle sensazioni di soddisfazione e pure di gioia a livello mentale.
Ma non è vero l’opposto. Qui a Sarnath, come pure in tanti altri paesi in via di sviluppo, abbiamo tantissime persone povere che, col freddo di questi giorni hanno ben poco da coprirsi, non hanno sufficiente cibo da sfamarsi,  ma non sono disperati, lo sono invece altri che non hanno nulla cui manchi dal lato economico ma che soffrono per insoddisfazioni, per problemi interiori. Il che rappresenta una chiara indicazione che la disponibilità di beni economici materiali non è sufficiente a procurare la felicità.

Sua Santità il Dalai Lama

Siamo di fronte ad una carenza. Si tratta d’una mancanza d’istruzione interiore, in modo di poter rafforzare la stabilità mentale, la pace mentale. Dov’è allora la carenza?
Senza dubbio a livello di crescita mentale.
Quindi, la sofferenza a livello mentale può essere migliorata dal Dharma, dalla religione. In tutti i casi di confusione e sofferenza mentale, anche le religioni che sostengono la presenza d’un dio creatore sono apportatrici di un gran conforto mentale. Per questi fedeli è particolarmente efficace credere in dio creatore onnipotente, onnisciente, sempre presente.
Sia il Buddhismo che il Giainismo non postulano alcun disegno creazionistico divino, ma la differenza sostanziale sta nel sostenere la mancanza d’un sé indipendente ed il ruolo sostanziale giocato dalla legge del karma.  Tuttavia, il Giainismo crede nell’esistenza d’un sé indipendente al di fuori degli aggregati, ma entrambi, Buddhismo e Giainismo, sostengono che i fenomeni sono governati dalla legge del karma.
Da questa prospettiva si riconosce che tutto ha una causa ed in base a ciò siamo in grado di poter cambiare le risposte risultanti. È come dire che da una cosa nasce l’altra.

L’INTENSITÀ DELLA NOSTRA SOFFERENZA DIPENDE DALLE RISPETTIVE CAUSE E CONDIZIONI. Le quali, a loro volta, dipendono dalle nostre azioni. Il che rappresenta un’effettiva garanzia per raggiungere la libertà dalla sofferenza. Quindi, è bene coltivare quei pensieri liberi dalle emozioni affliggenti, basati sulla valutazione della realtà, che dobbiamo identificare attraverso il nostro discernimento. Il che rappresenta una concezione molto efficace, in quanto evidenzia la certezza di poterci liberare dalla sofferenza attraverso la nostra consapevolezza, piuttosto che pensare in termini di luci ed ombre.

Sua Santità il Dalai Lama

NON ESISTE ALCUNA LUCE NÉ ALCUNA OSCURITÀ DI PER SÉ STESSA AL DI FUORI DI NOI. Solo coltivando la saggezza si raggiunge l’effetto d’annullare il buio che ottenebra la mente. Solo identificando e combattendo le emozioni affliggenti siamo in grado di porre condizioni favorevoli e raggiungere risultati positivi. Solo riconoscendo gli effetti positivi che il Dharma esercita su di noi siamo in grado di risolvere i problemi mentali, ottenendo un beneficio anche riguardo ai problemi fisici. Possiamo sconfiggere la sofferenza della morte attraverso pratiche di grande beneficio per la nostra mente che appunto sono focalizzate su questo problema, esse ci proteggono da nuove sofferenze subentranti, trasformando l’asprezza e la sofferenza indotta dai difetti mentali in positività, costruendo così la nostra felicità interiore.
Perciò, lo scopo per cui ci siamo dati appuntamento qui, al di là del fatto di possedere ricchezze o meno, è proprio quello di coltivare la nostra consapevolezza interiore: l’insegnamento fondamentale che scaturisce dalle Quattro Nobili Verità, che sono riconosciute in qualsiasi scuola Buddhista ( Mahayana, Teravada o Tantra) come momento cardine di comprensione del Dharma.  Perciò dobbiamo aver ben presente la Nobile Verità della Cessazione, da cui scaturisce l’interesse ad approfondire i testi che ci illustrano ciò che dobbiamo coltivare. Questo percorso risulta facilitato da una profonda comprensione dell’origine dipendente sia in termini di cause e condizioni, attinente principalmente i fenomeni composti, la cui comprensione ci conduce alla liberazione, sia più profondamente, in termini di designazione dei fenomeni stessi. Il che non farà altro che incrementare i nostri sforzi verso la liberazione.

Sua Santità il Dalai Lama

Ora veniamo agli insegnamenti sulle DUE VERITÀ: quella convenzionale e quella ultima. Questi principi sono comuni anche a concezioni non Buddhiste, comunque ne rappresentano una delle peculiarità, perché, attraverso la loro comprensione si giungerà alla visione effettiva della realtà.

Ora, veniamo al Bodhicharyavatara, di cui ho ricevuto gli insegnamenti da Kuntze Lama Kiyentze Rinpoche il quale ricevette la trasmissione del testo da Zapatrul Rinpoche, considerato come il secondo Bodhisattva Shantideva, il quale, nella regione del Kam, conferì gli insegnamenti su questo testo ad un  gran numero di discepoli in innumerevoli occasioni ed a lui si deve il merito d’aver fatto proliferare gli insegnamenti su questo testo. Un altro maestro da cui ricevetti la trasmissione orale di questo testo è Trichang Rinpoche, un gran detentore del Vinaya, seguace della tradizione Nygma, il quale ricevette questi insegnamenti dal detentore del trono di Ganden, il gran maestro Tendhup Cianciub del Monastero di Sera-je, il maestro di Ghesce Thabgye. Ricordiamo che il collegio del monastero  di Sera-je Tzangpa fu il vivaio di tanti grandi maestri. Ricevetti gli insegnamenti su questo testo a Bodhgaya nel 1967, che mi beneficarono tantissimo attraverso la loro lettura e pratica. E, dal momento che questo testo non si presenta come eccessivamente lungo, lo posso insegnare sia in forma sintetica che analitica. Mentre il Lamrim Cenmo è effettivamente lungo, questo testo si presta molto bene ad essere trasmesso negli insegnamenti. In proposito, Kuntze Lama Kientze Rinpoche mi suggerì di utilizzarlo il più possibile come testo d’insegnamenti. Dato che è raro ricevere la trasmissione degli Stadi Intermedi di Meditazione di Kamalashila, ebbi quest’opportunità grazie all’abate Sakya Tenzin il quale ricevette a sua volta la trasmissione di questo testo a Lhasa da un maestro del Kham che conferì la trasmissione proprio dalla cattedra che era appartenuta a Shantarakshita. Sto ora utilizzando la versione del testo tradotta in inglese da Stephen Batchelor.

Il 1° capitolo
I benefici della mente dell’illuminazione

Omaggio a tutti i Buddha e Bodhisattva!

1
Con rispetto mi prostro ai Sugata,
che sono dotati del Darmakaya,
come pure ai loro Nobili Figli,
e a tutti coloro che sono degni di venerazione.
Spiegherò qui come impegnarsi
nella disciplina dei Figli dei Buddha,
condensandone il significato in accordo con le scritture.

2
Qui non c’è nulla che non sia già stato spiegato
ed io non ho abilità alcuna nell’arte della retorica;
perciò, mancando d’ogni intenzione di beneficiare gli altri,
compongo questi versi per familiarizzare con essi la mia mente.

3
Acquisendo così una conoscenza profonda di ciò che è valido,
grazie ad essi possa la forza della mia fede aumentare un po’;
se comunque saranno letti da altri uguali a me in fortuna,
possa questo risultare significativo.

Sua Santità il Dalai Lama

Il testo tratta appunto come intraprendere la via del Bodhisattva, le cui imprese costituiscono l’ispirazione e le intenzioni per altre gesta, che contraddistinguono una mente molto speciale. Un ulteriore tipo delle azioni del Bodhisattva consiste nel mettere noi stessi al posto degli altri. Realizzando queste azioni attraverso le sei perfezioni, l’accumulo di meriti e di saggezza, è possibile in questo modo conseguire la perfetta illuminazione. Il secondo capitolo tratta delle azioni negative, mentre il terzo parla della completa accettazione della mente d’illuminazione, pur non essendoci un capitolo dedicato alla moralità, questa è illustrata nel quarto capitolo della coscienziosità ed in quello successivo o dell’attenzione discriminante. Fanno quindi seguito i capitoli sulla pazienza, sull’entusiasmo, sulla concentrazione e sulla saggezza, per concludere col capitolo della dedica delle virtù.
È attraverso i poteri della saggezza tesa all’illuminazione e quelli della compassione rivolti verso gli esseri senzienti che riusciamo a liberarci dalla sofferenza. Il Bbodhisattva è l’essere coraggioso che intende eliminare la sofferenza degli altri esseri, è l’eroe che per conseguire tale scopo si prefigge innanzitutto di conseguire l’illuminazione. È perciò l’eroe teso all’illuminazione! Per conseguire una tale determinazione occorre aver raggiunto la comprensione delle quattro nobile verità sulla base delle due verità. Su quella base si consegue la comprensione profonda della terza verità: quella della cessazione! Sì, attraverso la liberazione dagli inquinamenti mentali. Sì, questo grandi esseri sono proprio i Bodhisattva!

Sua Santità il Dalai Lama

Perciò il testo inizia con la prostrazione ai Sugata,
che contraddistingue sia le qualità della cessazione che della realizzazione.

Un’altra interpretazione consiste nel considerare i Sugata come i Bodhisattva ed i Nobili Figli come gli Arya Bodhisattva, i Buddha  che detengono il corpo della Verità il Dharmakaya, i Sugata sono perciò coloro che hanno conseguito il livello della gioia ultima, della felicità suprema. È sempre Shantideva che ci comunica che solo abbandonando tutte le preoccupazioni che si progredisce dal terreno della luce a quello della grande luce.
Chi è allora quell’essere che eroicamente intraprende questo sentiero?  Quello del Bodhisattva? È attraverso questa saggezza, che realizza la realtà, che si concretizza l’altruismo di voler beneficiare gli altri esseri senzienti, attraversando così luoghi di luce verso terre ancor più luminose, fino all’illuminazione. Questa pratica è data dall’azione della compassione, della forza della mente, e si rivela anche una preghiera estremamente potente quando siamo  attanagliati dalla sofferenza, finché non giungerò ad esclamare: “oh, possa prendere su di me la sofferenza di tutti gli esseri senzienti”. Allora sarò inondato da un gran senso di gioia, di felicità per aver conseguito il mio proposito. Ma le virtù, i meriti che avrò così conseguito, non potranno andare dispersi, perché li dedicherò al benessere di tutti gli esseri senzienti, anzi, alla loro liberazione.
Come espresso nel Ratnavali o Preziosa Ghirlanda di Arya Nagarjuna: “Se riusciste a far dimorare questa mente di saggezza unita all’altruismo, questa sarà la gioia più grande che potrete provare: il conseguimento dello scopo per cui avete ottenuto questa preziosa rinascita umana”.  Quando vi renderete conto di ciò, quell’istante equivarrà al significato della famosa frase di Shantideva: “fintantoché ci sarà lo spazio possa io impegnarmi per la liberazione di ogni essere senziente”.
Shantideva si prostra ai Buddha e Bodhisattva perché intende rendere omaggio alle loro immense qualità. Solo attraverso un cammino che ci porterà a gradi sempre più elevati d’illuminazione, raggiungeremo la dimensione finale della Buddhità, libera dalle due oscurazioni. I testi tantrici che spiegano la verità della realtà illustrano il sentiero da percorrere ed il risultato, ovvero il fine ultimo.

Sua Santità il Dalai Lama

Il sentiero è inoltre spiegato come unione di metodo e saggezza, mentre il risultato nella forma dei due kaya o corpi divini.
Tutto ciò è spiegato sulla base della realtà o ciò in cui ci troviamo: il sentiero che percorriamo e lo scopo da raggiungere.
Infatti, per le religioni teistiche, tutto deriva da dio. Mentre per il Buddhismo è l’opposto: si pone l’accento sulla realtà perché si parte dalla dimensione umana per raffinarla, purificarla, renderla sempre più consapevole, secondo un cammino che la porterà all’illuminazione, alla Buddhità.
Qual’è il costo delle esperienze verso cui si prova repulsione, qual è il costo della felicità? Che tipo di mente è quella responsabile della sofferenza? Quali sono i rimedi, gli antidoti verso i condizionamenti negativi cui soggiace la mente? Ed ancora: come funziona la mente, come si rapporta? Attraverso processi d’esclusione od invece mediante ragionamenti opposti? Si tratta di processi che spiegano gli stadi che attraversa la mente. Nel tantra elevato vengono spiegati i vari livelli della mente: sottili e grossolani.
In breve, si tratta d’un processo teso a guidare, a governare la mente. Per riuscire in quest’intento, dobbiamo aver chiaro quali sono gli stadi indisciplinati della mente, affrontando invece il processo di gestire la mente in termini di sua natura ultima, di natura ultima della mente. Non stiamo, infatti parlando di cessazione, di purificazione in termini d’oggetti interiori, ma di consapevolezza della necessità di conseguire la natura ultima della mente per capire le basi della realtà. Sì, quella in cui camminano gli esseri.  Perché è solo conoscendo la realtà in cui siamo che possiamo produrre le trasformazioni. Ugualmente, quando ci relazioniamo al concetto delle Quattro Nobili Verità, dobbiamo assimilare il concetto delle quattro nobili verità con quello di natura.  L’altro approccio delle Quattro Nobili Verità consiste nel riconoscerle in rapporto alla pratica ad esse collegata.

UNA VOLTA CAPITE LE QUATTRO NOBILI VERITÀ COSA DOVREI FARE? IDENTIFICARE LA SOFFERENZA ED IMPEGNARMI A TRASFORMARLA.
Una volta conseguita la cessazione, medita e familiarizzati col sentiero. Il terzo livello connesso alle Quattro Nobili Verità consiste nello stadio risultante. Se vuoi ottenere un risultato apprezzabile, occorre praticare le Quattro Nobili Verità in questo modo.
Infatti dice:
“sebbene la sofferenza necessiti d’essere identificata, non v’è alcunché da identificare, una volta ottenuto il nirvana”.

Spiegherò qui come impegnarsi
nella disciplina dei Figli dei Buddha,
condensandone il significato in accordo con le scritture.

Con queste parole Shantideva non intendeva aggiungere altro che: è solo attraverso l’ascolto degli insegnamenti che si possono maturare i meriti.