6-Insegnamenti di S. S. il Dalai Lama ad Amburgo sui 400 Versi di Aryadeva

Sua Santità il Dalai Lama: Nella Prima Ruota del Dharma il Buddha illustra le Quattro Nobili Verità, nel secondo Giro della Ruota del Dharma il Buddha espone i sutra su cui si fonda il Grande Veicolo, mentre nel Terzo il Buddha esprime i significati da interpretarsi in ordine ai fenomeni veramente esistenti e non.

Sua Santità il Dalai Lama: Nella Prima Ruota del Dharma il Buddha illustra le Quattro Nobili Verità, nel secondo Giro della Ruota del Dharma il Buddha espone i sutra su cui si fonda il Grande Veicolo, mentre nel Terzo il Buddha esprime i significati da interpretarsi in ordine ai fenomeni veramente esistenti e non.

6 – Insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama ad Amburgo dal 23 al 27 luglio 2007 sui Quattrocento Versi di Aryadeva. Buddhismo: una Filosofia ed una Pratica.

Appunti, traduzione dall’inglese ed editing del Dott. Luciano Villa, dell’Ing. Alessandro Tenzin Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Sua Santità il Dalai Lama

Lo stato di Buddha comprende l’eliminazione completa di tutte le oscurazioni e la completa comprensione della realtà di tutti i fenomeni. Il che equivale a sviluppare la saggezza che realizza lo sviluppo della completa conoscenza, lo sviluppo più elevato, che porta alla rinascita umana.

Per conseguire il Nirvana non dimorante, è fondamentale ottenere la rinascita nella forma d’un corpo umano. Per eliminare il karma negativo occorre sviluppare la saggezza che realizza la realtà effettiva di tutti i fenomeni in opposizione a quella che li percepisce in modo distorto. La saggezza che realizza la vacuità si sviluppa attraverso la meditazione concentrativa sulla effettiva natura ultima delle cose e, contemporaneamente, induce a meditare sulla condizione convenzionale dei fenomeni. Questa è la strada all’onniscienza: lo stato del Buddha libero da oscurazioni. È il sentiero che realizza la percezione dei fenomeni conoscibili, il cui livello ultimo è lo stato di discriminazione più elevato. Percorrendo gli stadi del sentiero del Bodhisattva, grazie al possesso di dimensioni favorevoli (come la preziosa rinascita umana, che, secondo il tantra, rappresenta il miglior risultato e base) è possibile, grazie alla rinascita fortunata (quella umana), purificare le azioni negative, eliminare l’ignoranza che s’afferra al sé, sviluppando, di contro, in una sequenza meditativa, la saggezza che sviluppa la consapevolezza della mancanza d’un sé inerentemente esistente, autosufficiente; abbandonando in tal modo le ostruzioni più sottili.

Questa è pure la base per ottenere la preziosa rinascita umana.

Il Buddha espose gli 84.000 soggetti sintetizzandoli nei TRE CANESTRI o Tripitaka.

Il primo “canestro”, il Vinaya Pitaka, esprime la disciplina etica della moralità particolare rispetto alla disciplina monastica, contenente le regole dell’ordine e le procedure da seguirsi in caso di infrazione da parte di un monaco, insieme al resoconto delle circostanze che hanno portato alla promulgazione di ciascuna regola. Il secondo il Sutra Pitaka, a sua volta suddiviso nei cinque Nikāya, rappresenta il compendio di tutti i sutra e contiene resoconti della vita e degli insegnamenti del Buddha. Mentre il terzo, l’Abydarma Pitaka, è una raccolta di testi che elaborano ulteriormente diversi concetti e tesi della dottrina presentati nel Sutta Pitaka, giungendo ad una loro trattazione filosofico-metafisica, esponendo i diversi livelli di pratica concentrativa.

Nagarjuna, nel Ratnavali o “Preziosa Ghirlanda”, qui liberamente disponibile http://www.sangye.it/altro/?p=2788, illustrando il significato della via in termini di saggezza ultima, spiega come conseguire l’onniscienza attraverso la generazione della mente magistrale d’illuminazione, mentre nel Mulamadyamikakarika o Saggezza Fondamentale, confuta chiaramente le tesi opposte al Buddhismo da parte di chi sostiene l’esistenza d’un dio creatore. Dal canto suo, Aryadeva, nel Catuhshataka o Quatttocento Stanze o Versi, illustra la pratica del sentiero graduale.

Nella Prima Ruota del Dharma il Buddha presenta la concezione dell’Abydarma, illustrando le Quattro Nobili Verità, nel secondo Giro della Ruota del Dharma il Buddha espone i sutra su cui si fonda il Grande Veicolo, mentre nel Terzo il Buddha esprime i significati da interpretarsi in ordine ai fenomeni veramente esistenti e non. La vacuità, nella Seconda Ruota del Dharma, viene esposta come sorgere dipendente, mentre nella terza è in termini di Chiara Luce primordiale che riflette la vacuità della mente. Nella Prima Ruota troviamo la mancanza del sé grossolano, mentre nella seconda c’imbattiamo nella mancanza del sé più sottile o autentica vera cessazione.

4 NOTA – IL PRIMO GIRO DELLA RUOTA DEL DHARMA (secondo gli insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama)

LE QUATTRO NOBILI VERITÀ

Secondo la leggenda, raggiunta la piena illuminazione, il Buddha restò in silenzio per quarantanove giorni, senza predicare. Il suo primo insegnamento pubblico fu diretto ai cinque asceti che erano stati suoi compagni quando conduceva vita di mendicante. Avendo compreso che l’ascetismo non porta alla libertà dalla sofferenza, il Buddha – allora chiamato Siddharta Gautama – aveva abbandonato le pratiche ascetiche e si era separato dai cinque compagni. Offesi per quello che ritenevano un tradimento, essi avevano giurato di non avere più nulla a che fare con lui. Credevano, infatti, che il mutamento di Siddharta indicasse la sua incapacità di perseguire la via dell’ascetismo. Ma, quando lo incontrarono dopo I’Illuminazione, si sentirono spontaneamente attratti verso di lui. Ai cinque antichi compagni il Buddha impartì il primo insegnamento pubblico, nel Parco delle Gazzelle di Sarnath. In quel discorso, divenuto famoso come primo giro della ruota del Dharma, il Buddha espresse i principi delle Quattro Nobili Verità. Queste Quattro Verità sono:

  1. la Verità della sofferenza,

  2. la Verità dell’origine della sofferenza,

  3. la Verità della Estinzione della sofferenza,

  4. la Verità del Sentiero che conduce alla estinzione della sofferenza.

Secondo il Sutra relativo al primo giro, il Buddha espose le Quattro Nobili Verità sulla base di tre fattori: la natura delle verità stesse, la loro specifica funzione, il loro effetto o completo conseguimento. Il primo fattore riguarda la natura di ogni singola verità. Il secondo spiega la necessità che il praticante comprenda il significato specifico di ciascuna verità – e cioè: riconoscimento della sofferenza ed eliminazione della sua origine; attuazione dell’estinzione della sofferenza; realizzazione del sentiero che porta all’estinzione. Nell’ottica del terzo fattore, il Buddha spiegò il risultato ultimo, o completo conseguimento, delle Quattro Nobili Verità – e cioè: completo riconoscimento della sofferenza, completo abbandono dell’origine della sofferenza, completo conseguimento dell’estinzione della sofferenza, completa attuazione della via che porta all’estinzione della sofferenza. Personalmente reputo l’insegnamento delle Quattro Nobili Verità molto profondo. Esso espone in sintesi il progetto dell’intero corpus del pensiero e della pratica buddisti, delineando cosi la struttura base del cammino dell’individuo verso l’Illuminazione. Tornerò su questo più avanti. Ciò che desideriamo e cerchiamo è il conseguimento della felicità e l’eliminazione della sofferenza. Il desiderio di conseguire la felicità e eliminare dolore e sofferenza è innato in ciascuno di noi e non ha bisogno di giustificazione per la sua esistenza e validità. Tuttavia felicità e sofferenza non sorgono dal nulla. Esse sono conseguenza di cause e condizioni. In breve, la dottrina delle Quattro Verità stabilisce il principio di causalità. Tenendo presente questo punto fondamentale, mi trovo a volte a considerare come tutto il pensiero e la pratica buddisti si possano condensare in due principi:

1) adottare una visione del mondo che percepisca la natura interdipendente dei fenomeni, ossia la natura di origine dipendente di tutte le cose e di tutti gli eventi;

2) su questa base, adottare uno stile di vita non violento e che non rechi danno.

Il buddismo sollecita la condotta non violenta sulla base di due semplici e ovvie premesse:

1) in quanto esseri senzienti, nessuno di noi desidera la sofferenza;

2) la sofferenza ha origine da sue determinate cause e condizioni.

Gli insegnamenti buddisti asseriscono inoltre che la causa principale del dolore e della sofferenza sta nella nostra ignoranza e confusione mentale. Perciò, se non vogliamo la sofferenza, il passo logico da fare è astenersi da azioni negative, le quali conducono naturalmente a conseguenti esperienze di dolore e sofferenza. Dolore e sofferenza da soli non esistono; si verificano come risultato di cause e condizioni. Qui, nella comprensione della natura della sofferenza e del suo rapporto con cause e condizioni, il principio di origine dipendente gioca un ruolo fondamentale. In sostanza, il principio di origine dipendente asserisce che un effetto dipende dalla sua causa. Dunque, se non volete il risultato, dovreste impegnarvi per eliminare la sua causa. All’interno delle Quattro Verità troviamo in atto due distinti binomi causa – risultato: la sofferenza è il risultato e l’origine della sofferenza è la causa; parimenti, la vera estinzione della sofferenza è pace (risultato) e il sentiero che ad essa conduce è la causa di quella pace. La felicità che cerchiamo – autentica e durevole pace e felicità – si può ottenere solo attraverso la purificazione della mente. Questo è possibile se eliminiamo la causa principale di ogni sofferenza e infelicità – la nostra fondamentale ignoranza. La libertà dalla sofferenza, la vera estinzione della sofferenza, può prodursi solo dopo che siamo riusciti a smascherare l’illusione creata dalla nostra abituale tendenza a percepire i fenomeni come dotati di esistenza intrinseca e, di conseguenza, abbiamo realizzato la profonda visione intuitiva che penetra la natura definitiva della realtà. Per giungere a questo, tuttavia, l’individuo deve perfezionare i tre addestramenti superiori. La pratica della Visione Profonda, o saggezza, agisce quale effettivo antidoto all’ignoranza e alle illusioni che da essa derivano. Tuttavia, soltanto quando essa venga unita a una capacità di concentrazione univoca, tutta l’energia e l’attenzione della nostra mente possono essere focalizzare senza distrazione sull’oggetto di meditazione prescelto. Perciò, l’addestramento nella concentrazione superiore è un fattore indispensabile negli stadi avanzati di applicazione della saggezza ottenuta attraverso la profonda visione intuitiva. Tuttavia, perché la pratica della concentrazione superiore e la pratica della visione profonda superiore siano coronate da successo, il praticante deve innanzi tutto stabilire una solida base di moralità adottando uno stile di vita eticamente valido.

I TRE ADDESTRAMENTI SUPERIORI

Come vi sono tre tipi di addestramento superiore nell’etica, nella concentrazione e nella saggezza – così le scritture buddiste si dividono in tre grandi branche: disciplina, serie di discorsi, conoscenza metafisica. Si può affermare che una persona sia un detentore del Buddhadharma quando è in grado di intraprendere un autentico esercizio di queste tre discipline, fondato sullo studio dei tre gruppi di scritture, nonché di trasmettere tale conoscenza ad altri. La necessità di impegnarsi nei tre addestramenti superiori è identica per gli uomini e per le donne. Per quanto concerne l’importanza dello studio e della pratica, non si può fare alcuna distinzione tra i praticanti sulla base del loro sesso. Tuttavia, nelle regole monastiche di disciplina etica vi sono alcune differenze, a seconda del sesso del praticante. Il principale fondamento della pratica della moralità consiste nell’astenersi dalle dieci azioni negative: tre attinenti al corpo, quattro attinenti alla parola, tre attinenti al pensiero. Le tre non – virtù fisiche sono:

1) uccidere: privare intenzionalmente della vita un essere vivente, sia esso persona o animale, anche se insetto;

2) rubare: impadronirsi di una proprietà altrui senza il consenso dell’altra persona, indipendentemente dal valore di detta proprietà;

3) impropria condotta sessuale: commettere adulterio.

Le quattro non virtù verbali sono:

4) mentire: ingannare gli altri con parole o gesti;

5) disunire: creare discordia, facendo in modo che coloro che sono d’accordo entrino in disaccordo o coloro che sono in disaccordo lo siano ulteriormente; 6) parlare violento: maltrattare gli altri con le parole;

7) fare discorsi vani: parlare di cose futili perché motivati dal desiderio, e così via. Le tre non – virtù mentali sono:

8) cupidigia: desiderare di possedere qualche cosa che appartiene ad altri;

9) intenzione malevola: desiderare di fare del male ad altri, sia in piccola sia in grande misura;

10) visione errata: sostenere per esempio che la rinascita, la legge di causa e effetto o i Tre Gioielli non esistono.

La moralità praticata da un apprendista spirituale in termini di esplicita adozione di una particolare condotta etica sotto forma di precetti è conosciuta come disciplina della liberazione individuale, o Pratimoksa. Per quanto concerne la natura e l’elenco specifico dei precetti, emersero nell’India antica quattro tradizioni principali, poi suddivise in diciotto sotto scuole. Ognuna delle quattro tradizioni principali aveva la propria versione del Sutra della liberazione individuale (Pratimoksa Sutra) tradizionale resoconto delle raccomandazioni disciplinari del Buddha, che elenca i precetti etici ed enuncia gli orientamenti fondamentali della vita monastica. Nella tradizione tibetana il sistema monastico e le regole etiche ad esso connesse sono quelli della scuola Mulasarvastivadin. Secondo il Sutra della Liberazione individuale di questa scuola, scritto in sanscrito, ci sono 253 regole da seguire per il monaco che abbia preso l’ordinazione completa, e 364 per la monaca completamente ordinata. In questo la tradizione tibetana differisce dalla tradizione Theravada, che accetta la versione del Sutra in lingua pali, dove sono elencati 277 precetti per il monaco e 311 per la monaca. La pratica della moralità – impedire alle tre porte (corpo, parola, mente) di indulgere in azioni nocive – ci arma di consapevolezza e coscienziosità. Queste due facoltà ci aiutano a evitare gravi forme di azioni negative fisiche e verbali, che sono distruttive per sé e per gli altri. Per questo motivo la moralità è il fondamento della via buddhista. La seconda fase è la meditazione, ossia l’addestramento nella concentrazione superiore. In generale, parlando di meditazione in senso buddhista, distinguiamo due tipi principali: la meditazione concentrativa e la meditazione analitica. La prima si riferisce soprattutto agli stati meditativi della calma dimorante e alle varie pratiche meditative interamente connesse a questo stato. Le caratteristiche principali di questo tipo di meditazione sono il carattere di univocità della concentrazione e la qualità di assorbimento meditativo che esso genera. Meditazione analitica, invece, si riferisce a stati che, entrando in contatto con l’oggetto di meditazione, sono principalmente rivolti a esaminare e ad analizzare l’oggetto in questione. Essa comprende anche pratiche non caratterizzate solo dalla concentrazione univoca, ma associate a una analisi più profonda. Tuttavia, in entrambi i casi, è essenziale possedere un solido fondamento di consapevolezza e vigilanza – facoltà che hanno origine, come abbiamo visto, in una salda pratica di disciplina etica. Anche sul piano ordinario, nella vita di ogni giorno, l’importanza della consapevolezza e della vigilanza non dovrebbe essere sottovalutata. Per riassumere: quando ci impegniamo nella pratica della moralità, gettiamo le fondamenta dello sviluppo mentale e spirituale. Quando ci impegniamo nella pratica complementare della concentrazione, rendiamo la mente disponibile e ricettiva a questo scopo più elevato, e la prepariamo alla successiva pratica superiore della visione profonda, o saggezza. Mediante la facoltà della concentrazione univoca, frutto del fissare la mente su un unico oggetto, siamo in grado di incanalare tutta la nostra attenzione e la nostra energia mentale verso un dato oggetto. A questo punto, grazie a uno stato mentale assai stabile, è possibile generare una reale e profonda visione della natura ultima della realtà. Questa penetrante visione intuitiva della non esistenza del sé è l’unico antidoto diretto all’ignoranza, giacché essa sola è in grado di sradicare le nostre fondamentali percezioni errate, ovvero la nostra ignoranza, insieme con i vari stati illusori cognitivi ed emotivi che da essa derivano.

I TRENTASETTE ASPETTI DEL SENTIERO VERSO L’ILLUMINAZIONE

La struttura generale della via buddhista è descritta nel primo giro della ruota del Dharma mediante i trentasette aspetti del sentiero verso l’illuminazione.

Questi sono divisi in sette categorie.

La prima categoria comprende le quattro consapevolezze, e cioè consapevolezza del corpo, delle sensazioni, della mente e dei fenomeni. Consapevolezza si riferisce qui a pratiche contemplative che riguardano la natura fondamentalmente insoddisfacente del Samsara e la transitorietà di questa esistenza condizionata, del ciclo perenne dei nostri schemi abituali di pensiero e di comportamento. Grazie a tali riflessioni il praticante sviluppa un’autentica determinazione di liberarsi dal ciclo dell’esistenza condizionata. Seguono i quattro abbandoni completi. Sono chiamati così perché il praticante, quando sviluppa una sincera determinazione a liberarsi attraverso la pratica delle quattro consapevolezze, si impegna in una condotta che evita le cause di futura sofferenza e coltiva quelle di futura felicità.

Perciò i quattro abbandoni sono:

1) abbandono di pensieri e azioni nocivi già generati;

2) non generazione di pensieri e azioni nocivi;

3) sviluppo di pensieri e azioni positivi già generati;

4) generazione di pensieri e azioni positivi non ancora generati.

Benché, nella vostra mente, voi possiate superare le azioni negative e le emozioni afflittivi che le motivano e incrementare i fattori positivi – tecnicamente detti classe di fenomeni puri -, i cosiddetti quattro fattori di poteri miracolosi si manifestano solo quando la mente è molto concentrata. Questi quattro fattori sono collegati alla pratica dello sviluppo della facoltà di concentrazione univoca. Vengono definiti anche le quattro «gambe», perché sono i requisiti indispensabili che consentono al praticante di conseguire gli stati mentali di concentrazione univoca che servono come base per le manifestazioni soprannaturali. Questi sono i quattro poteri miracolosi dell’aspirazione (preghiera), dello sforzo (pensiero), dell’intenzione (perseveranza) ed analisi (azione). La quarta categoria comprende le cinque facoltà; la quinta categoria i cinque poteri. Un elenco è lo stesso nelle due categorie: fiducia, impegno gioioso, consapevolezza, concentrazione univoca e intelligenza. In questo contesto, la distinzione tra facoltà e potere dipende dal livello di competenza del praticante in quella particolare capacità: a uno stadio sufficientemente avanzato di competenza nella pratica, la facoltà diventa potere. Vengono poi le sette diramazioni del sentiero verso l’illuminazione: perfetta consapevolezza, perfetta analisi, perfetto impegno, perfetta gioia, perfetta flessibilità, perfetta stabilità meditativa, perfetta equanimità. La settima e ultima categoria è il nobile ottuplice sentiero: retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza, retto sforzo, retta consapevolezza, retta stabilità meditativa. Questa, dunque, è la struttura generale della via buddhista proposta dal Buddha nel primo giro della ruota del Dharma. Il buddismo praticato nella tradizione tibetana incorpora in modo completo tutti questi aspetti della dottrina buddhista.

SECONDO GIRO DELLA RUOTA DEL DHARMA

Nel secondo giro della ruota del Dharma, al Picco degli Avvoltoi, il Buddha insegnò i Sutra della Saggezza – il gruppo di Sutra conosciuti come perfezione della saggezza (Prajnaparamita). Vi è trattato prevalentemente il tema della vacuità e degli stati trascendenti associati con l’esperienza della vacuità. Il secondo giro va considerato come un’elaborazione dei temi trattati dal Buddha nel primo giro della ruota. Nel primo giro, il Buddha spiegò la necessità di riconoscere la natura insoddisfacente della nostra esistenza e la sofferenza e il dolore che sono parte integrante di tale esistenza condizionata. Nel secondo giro c’è un rilevante mutamento di accento. Qui il praticante viene incoraggiato ad ampliare lo scopo della contemplazione sulla natura della sofferenza, in modo da includere tutti gli altri esseri senzienti. Il secondo giro è, dunque, di portata e visione assai più ampie. Parimenti, il secondo giro è molto più esauriente per quanto riguarda la trattazione dell’origine della sofferenza. Oltre all’ignoranza e all’attaccamento, i Sutra della saggezza identificano in modo chiaro e dettagliato varie forme sottili di afflizioni mentali; queste forme sottili ci impediscono di percepire la realtà in modo non contaminato dalla nostra abituale tendenza a percepire tutti i fenomeni come dotati di esistenza intrinseca. Perciò, in tale prospettiva, si comprende che l’origine della sofferenza si trova non solo nei palesi fattori consci dell’ignoranza e dell’attaccamento, ma anche nelle sottili impronte e manifestazioni di queste afflizioni mentali. Ancora: nel secondo giro acquista ulteriore profondità e complessità la trattazione della terza Nobile Verità, la vera estinzione della sofferenza. A differenza dei Sutra del primo giro, gli insegnamenti del secondo giro esaminano nei dettagli la natura della estinzione della sofferenza in generale, le sue caratteristiche specifiche, e cosi via. Maggiore profondità e precisione si riscontrano anche nella presentazione della quarta Nobile Verità, i veri sentieri. Per quanto riguarda il sentiero effettivo verso l’illuminazione, nei Sutra della saggezza, il Buddha presenta una via unica nel suo genere, fondata sulla generazione di una profonda visione della vacuità, o non esistenza del sé, che è il vero modo di essere di tutti i fenomeni. Tale visione viene coltivata attraverso la compassione universale e il bodhicitta (la vera aspirazione altruistica a raggiungere la piena illuminazione per il benessere di tutti gli esseri), atteggiamenti che caratterizzano il praticante del Mahayana o Veicolo Universale. La combinazione di visione profonda della vacuità e di realizzazione del bodhicitta costituisce la perfetta unione di saggezza e mezzi abili. In questo contesto, l’aspetto della saggezza si riferisce principalmente all’esperienza della vacuità, mentre l’aspetto del metodo, cioè l’abilità nei mezzi, si riferisce principalmente alla motivazione altruistica che indirizza la saggezza alla realizzazione degli ideali di compassione. Questo sentiero di unificazione è insegnato nel secondo giro della ruota del Dharma. Perché la presentazione delle Quattro Nobili Verità, che si trova nel secondo giro della ruota del Dharma, è più profonda di quella che si trova nel primo giro? Non si tratta solo del fatto che nei Sutra della saggezza compaiono elementi che non compaiono nei Sutra del primo giro. Questa non è la ragione. Il punto è il seguente: i Sutra della saggezza non solo trattano alcuni aspetti non affrontati nei Sutra del primo giro, ma elaborano e sviluppano le più ampie ramificazioni del principio di causalità che è alla radice delle Quattro Verità, conducendo così la discussione a un livello più profondo. Questo ulteriore sviluppo della dottrina delle Quattro Verità ha luogo all’interno della struttura basilare della via enunciata nel primo giro. Queste sono le ragioni per cui sostengo che la spiegazione della dottrina delle Quattro Nobili Verità che appare nei Sutra della saggezza è più profonda e più completa. A motivo della estensiva trattazione del tema della vacuità la mancanza di realtà intrinseca ovvero di identità intrinseca di tutti i fenomeni – il secondo giro della ruota è conosciuto come «la ruota del Dharma attinente all’assenza di caratteri intrinseci». Inoltre nei discorsi del secondo giro, che si trovano nei Sutra della saggezza, vi sono affermazioni che sembrano contraddire la struttura generale della via annunciata nel pruno giro della ruota. Per questo motivo il buddismo Mahayana distingue due categorie di scritture: le scritture interpretabili, ossia quelle il cui significato può essere considerato provvisorio e che richiedono ulteriore interpretazione al di là del significato letterale; e le scritture definitive, ossia quelle che possono essere intese come letteralmente vere. Fondamentale, in questo approccio ermeneutico, è il principio Mahayana dei quattro affidamenti. Questi sono:

1) affidarsi all’insegnamento, non all’insegnante;

2) affidarsi al significato, non alle parole che lo esprimono;

3) affidarsi al significato definitivo, non al significato provvisorio;

4) affidarsi alla saggezza trascendente dell’esperienza profonda, non alla semplice conoscenza.

Il primo punto del principio dei quattro affidamenti afferma che quando si ascolta un insegnamento o si legge un testo, non si deve giudicare la validità di ciò che viene detto sulla base della fama, della ricchezza, della posizione o del potere di colui che parla, ma sulla base del valore dell’insegnamento stesso. Il secondo punto afferma che non si deve giudicare un’opera sulla base dello stile letterario, ma sulla base dell’argomento trattato. E terzo punto prescrive che nel riflettere sulla validità di una tesi si tenga presente non il significato provvisorio, ma la posizione definitiva. Infine, il quarto punto afferma che, anche quando ci si attiene al significato definitivo, ciò va fatto in forza di saggezza e comprensione ottenute attraverso l’esperienza e non in base alla semplice conoscenza intellettuale dell’argomento. In effetti, questo modo di procedere trova un riscontro nelle parole stesse del Buddha.

Dice il Buddha:

0 bhiksu e uomini saggi, come l’orefice saggia l’oro ponendolo sulla fiamma, tagliandolo, strofinandolo, così voi dovete esaminare le mie parole per accettarle. Ma non per la riverenza che nutrite nei miei confronti.

In sostanza, possiamo dire che nel secondo giro della ruota del Dharma, esposto nei Sutra della perfezione della saggezza, il Buddha sviluppa in grande profondità il tema della cessazione della sofferenza nei termini di un’estesa trattazione della dottrina della vacuità. Questo approccio ermeneutico ci aiuta anche a estrarre i significati impliciti dei vari Sutra. Per esempio scopriamo che, sebbene l’argomento esplicito dei Sutra della saggezza sia il tema della Vacuità, è possibile anche una lettura che tenga conto del significato implicito. Secondo questa lettura, oggetto dei Sutra della saggezza sono i vari livelli di esperienza trascendente associati alla realizzazione della Vacuità: cioè i progressivi stadi di crescita sulla via dell’Illuminazione. Questo livello di significato è noto come significato nascosto, o implicito, dei Sutra della Saggezza. http://www.bo.infn.it/zuffa//buddha.html