Insegnamenti di S.S. il Dalai Lama a Milano 8.12.07 mattino.

Sua Santità il XIV Dalai Lama a Milano venerdì 7 e sabato 8 dicembre 2007 ha conferito i suoi preziosi insegnamenti sul testo “Commentario alla Mente dell’Illuminazione” del venerabile Pandit Nagarjuna.

Appunti, traduzione dall’inglese ed editing del Dott. Luciano Villa, dell’Ing. Alessandro Tenzin Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Secondo giorno d’insegnamenti: sabato 8 dicembre 2007 – mattino

INDIVIDUABILITÀ DELLA VACUITÀ ED ORIGINE INTERDIPENDENTE

Sua Santità il XIV Dalai Lama

Come confutare l’esistenza d’un sé autosufficiente distinto dagli aggregati, come è invece sostenuto dalle scuole non buddiste?

Nel Ratnavali o “Preziosa ghirlanda” di Nagarjuna, il sé non è rintracciabile nelle parti e neppure negli elementi fondamentali, come pure non lo è negli istanti e negli elementi cognitivi che formano il postulato di base del sé. Non è possibile. Altrimenti, non ci sarebbe alcuno dimorante e trasmigrante nell’esistenza ciclica e che, di conseguenza, realizzi il nirvana.

Nonostante che la mente convenzionale non percepisce la mancanza del sé della persona come sé autosufficiente, sostanziale, indipendente, quando tuttavia questo viene indagato, non risulta percepibile, anzi, è introvabile, proprio perché, alla base, non è come nel caso in cui appare alla mente convenzionale, perché questa apparenza non corrisponde alla realtà ultima. LEGGI TUTTO …

Altrimenti sorgerebbe un’incongruenza tra come l’io appare e come effettivamente esiste. Nella “Saggezza fondamentale”, Nagarjuna descrive il venerabile maestro, il Buddha, come adorno degli 80 segni maggiori e minori, tuttavia, il suo apparire, nonostante sembri autosufficiente ed indipendente, in realtà discenda dagli aggregati di saggezza suprema. Perciò i Buddha appaiono, esistono solo in dipendenza dagli aggregati di saggezza suprema.

SEBBENE I BUDDHA SEMBRINO ESISTERE INDIPENDENTEMENTE, IL LORO SORGERE DIPENDE UNICAMENTE DALLE BASI D’IMPUTAZIONE: GLI AGGREGATI DI SAGGEZZA SUPREMA.

Quasi sempre percepiamo i fenomeni in modo soggettivo, li afferriamo in modo erroneo ed arbitrale: in altre parole, in modo parziale.

Molti soggetti appaiono tuttavia in modo specifico alla mente percipiente.

Qual è, allora, il modo corretto d’indagare i fenomeni?

Nelle “400 stanze”, Aryadeva asserisce che per eliminare i difetti mentali occorre ridurre la percezione assoluta e concreta del proprio io e degli oggetti, in quanto autonomamente esistenti. Il che dipende dalla percezione che abbiamo del nostro sé.

A seconda del modo in cui afferriamo la nozione dell’io, deriva una percezione dell’oggetto come piacevole o, viceversa, spiacevole. Il che dipende dalla relazione tra il modo in cui percepiamo l’io rispetto a come percepiamo, di conseguenza, gli oggetti. In rapporto all’intensità con cui gli oggetti appaiono piacevoli o spiacevoli, scaturisce una conseguente reazione mentale: d’attrazione, se piacevoli, o di repulsione, se spiacevoli. Anche il mentire, l’uccidere, il rubare devono il loro essere a come la mente reagisce in base alle afflizioni.

DA QUESTA INTERAZIONE DIPENDE LA PERCEZIONE DELLE CIRCOSTANZE COME PIACEVOLI O SPIACEVOLI, DA QUESTA REAZIONE DIPENDE IL MODO IN CUI REAGISCONO LE PERSONE.

In nessun caso si tratta d’una reazione oggettiva, infatti, il fenomeno, l’oggetto, non risulta mai sgradevole per tutti, ma solo per alcuni. Pure se lo fosse per una maggioranza, troveremo sempre altri che reagiscono diversamente. In sostanza, si tratta comunque d’una reazione soggettiva.

Ad esempio, un individuo con una forte attitudine egocentrica manifesterà una maggiore prontezza ed intensità a reagire immediatamente e fortemente verso ciò che gli apparirà come piacevole e spiacevole.

NE DERIVA CHE RIDUCENDO LA NOZIONE CHE ABBIAMO DEL NOSTRO IO, LA MENTE RISULTERÀ MENO INCLINE A COMPIERE ATTI AFFLITTIVI, IL CHE CI COMPORTERÀ UN CONSEGUENTE CONSEGUIMENTO DI BENESSERE.

Perciò, risulta molto importante il modo in cui ci si rapporta al sé, anzi, ci si afferra.

COS’È ALLORA LA REALTÀ DEI FENOMENI? QUAL È L’ENTITÀ DELL’IO? HA O MENO UN INIZIO?

Per rispondere a queste domande dobbiamo cercare ed investigare l’io.

Se osserviamo il corpo: dov’è la continuità? Nella natura materiale fisica, la cui causa deve risultare della sua stessa tipologia? Il corpo è costituito da molecole, atomi, particelle. Origina dall’aggregazione di altre particelle: l’ovulo materno e lo spermatozoo paterno. È forse questa la sua causa sostanziale? Se andiamo a ritroso, troveremo all’origine altre particelle. Insomma, queste particelle sono sempre esistite, anche all’inizio del nostro pianeta, del sistema solare, della nostra galassia, fin a ritroso al big bang. È questo momento forse configurabile come l’inizio dell’apparire della materia? È sorto da un rapporto di causa – effetto? O come energia molto potente? Come s’è formata la materia: da quale legge od effetto?

Il big bang non ne rappresenta l’inizio, così la mente. Essa non è una semplice risultanza d’interazioni neuronali. Esiste certamente un rapporto tra il nostro sistema nervoso e la mente. Ad esempio, la coscienza visiva si basa su diversi fattori di percezione. Il fattore immediatamente precedente la coscienza visiva è un fenomeno non materiale che deve sorgere da cause di natura di chiarezza e di cognitività. La mente passa attraverso diversi stadi, come quello della veglia e del sonno profondo, fino a quello più sottile, costituito da quello della morte. Se i componenti del corpo, ed il corpo stesso, possono essere misurati, per quanto concerne la mente, questo criterio non è applicabile. La mente è un fenomeno condizionato, perché è generatrice a sua volta di cause e condizioni. Inoltre, poiché è caratterizzata da una natura non fisica ma di chiarezza e cognitiva, la sua causa precedente va ricercata in un qualcosa di simile.

Per Asangha la mente è caratterizzata da tre condizioni:

– transitorietà,

– potenzialità,

– immobilità.

Il che sta a significare che le cose cambiano non per un movimento indotto dalla mente percipiente: è l’immobilità.

La caratteristica della transitorietà confuta la concezione dei fenomeni transitori come permanenti. La transitorietà del risultato è la transitorietà della causa. È la transitorietà della causa che origina il risultato caratterizzato dai medesimi attributi.

La potenzialità definisce per la mente una capacità simile alla causa che induce il risultato.

Per questo motivo la mente non può sorgere da una struttura organica, in quanto dipende da una base di chiarezza.

IL RAPPORTO TRA CAUSA E RISULTATO

Vediamo ora il rapporto esistente tra causa e risultato. Quest’ultimo è l’effetto della causa, in quanto il risultato dipende strettamente dalla causa. Tra causa e risultato si crea necessariamente una relazione. In più, sussistono anche delle condizioni cooperanti che permettono alla causa di dare origine al risultato. Per questo motivo possiamo osservare diversi tipi di forme ed innumerevoli tipologie di menti, secondo differenti cause originanti i risultati, i quali a loro volta saranno ulteriore causa di successivi risultati.

SI TRATTA DELLA CATENA CHE COSTITUISCE IL SORGERE DIPENDENTE DEI FENOMENI. IL CAMBIAMENTO CHE POSSIAMO PERCEPIRE TRAE LA SUA RELAZIONE NEL RAPPORTO DI CAUSA ED EFFETTO.

Per Shantideva, la varietà delle forme percepite deriva dalla diversificazione delle cause e condizioni, come pure la varietà dei risultati. I quali, a loro volta, derivano dal karma. Così qualsiasi evento deve il suo essere da una causa precedente.

INOLTRE, LA MOTIVAZIONE CHE LO INDUCE, CHE LO MUOVE AD INDURRE L’ATTO, È GIÀ UN’AZIONE.

Esiste una relazione tra motivazione inducente e la specificità di atti da cui derivano altri effetti futuri. La legge di causa ed effetto rappresenta ciò che naturalmente governa le cose. Si tratta d’una legge naturale che regola l’esistenza dei fenomeni. L’essere sperimenta un risultato dipendente da una certa causa carmica, in rapporto ad impronte carmiche. La causa carmica è determinata dalla mente in base alla motivazione.

In base a queste considerazioni, l’io, la persona che compie le azioni e l’io che sperimenta il risultato si possono stabilire come mai aventi inizio.

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Mente è solo un nome, poiché non esiste

in qualche luogo separata da questo nome.

Pensa anche alla coscienza come un nome.

Anche il nome non ha un’esistenza autonoma.

PERCIÒ LA MENTE È SOLO UN NOME, CHE È OVVIAMENTE PRIVO D’ESISTENZA AUTONOMA.

Si tratta d’un affermazione a confutazione delle asserzioni della scuola Cittamatra, per cui la mente esiste veramente, ed è identificata come il luogo dove esiste l’io.

Nella dottrina Buddista, si possono riconoscere due ordini di pensiero. Da un lato uno che confuta in modo sostanziale l’esistenza dei fenomeni, l’altro che asserisce la sostanzialità dell’oggetto.

COME RISPONDERE ALLA DOMANDA: L’IO, I FENOMENI, ESISTONO IN MODO SOSTANZIALE, OGGETTIVAMENTE?

Per Bhavaviveka, fondatore della tradizione Svatantrika della Madhyamaka, l’io risulta sovrapponibile alla coscienza mentale, perché si tende a pensare che, se l’io dovesse esistere solo come mera imputazione nominale, si cadrebbe nel nichilismo.

Se, allora, l’io, ovvero la mente, dovesse esistere solamente a livello nominale, come potremmo allora ritenerlo sostanziale, quando la sua base sarebbe esistente solo a livello nominale?

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I vittoriosi non hanno trovato la mente all’interno, all’esterno o in entrambi.

Pertanto, la mente è illusoria.

L’IO, IL SÈ NON ESISTE. NON ESISTE AUTONOMAMENTE, NÉ COME FENOMENO INTERNO (LA MENTE), NÉ ESTERNO. TUTTI I FENOMENI SONO COMPRESI DAI BUDDHA COME PRIVI D’ESISTENZA AUTONOMA. Perciò, si tratta d’una mente illusoria, che per il percipiente sorge solo come proiezione, per percezione nominale concettuale.

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Il ruggito del leone della vacuità terrorizza tutti i dogmatici.

Dovunque siano, istantaneamente diventano vacuità.

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Non è per nulla contraddittorio che i fenomeni si producano da cause:

essendo vuoti da cause li comprendiamo come non prodotti.

I fenomeni composti sorgono da cause e condizioni. Se la maturazione del risultato esistesse dalla sua parte, se fosse completamente indipendente ed esistesse senza una causa, allora, il risultato sarebbe un fenomeno autonomo. Invece il risultato deriva dalla relazione con una causa. Non è autonomamente esistente, intrinsecamente. Ma lo è solo in rapporto alla causa, anzi, in dipendenza dal sorgere della motivazione all’origine della causa stessa.

Se i fenomeni fossero allora vuoti di cause, non potrebbero affatto sussistere.

COME IL RISULTATO DIPENDE DALLA CAUSA, COSÌ LA CAUSA NON PUÒ ESISTERE DI PER SÉ.

Ovviamente ogni fenomeno dipende da un altro precedente: il suo causale. Anche gli animali sono a conoscenza che il risultato dipende dalla causa.

In ogni caso, la causa, come abbiamo già accennato, deve il suo essere in quanto è all’origine d’un risultato. Occorre la presenza d’un risultato per attribuire la designazione di causa ad un fenomeno. Perciò la causa acquisisce la sua identità solo in dipendenza ad altri fattori. Poiché i risultati sono vuoti di cause intrinseche, in quanto prodotti a loro volta da altri fattori, queste sono vuote.

ANCHE LA CAUSA DEVE IL SUO ESSERE AL SUO COMPIMENTO, AL CONSEGUIMENTO DEL RISULTATO.

Nel Sutra del Re della Concentrazione, non esiste un essere autonomamente prodotto dai risultati, perciò i risultati sono privi della caratteristica d’essere autonomamente ed intrinsecamente prodotti. La causa ha ragione d’essere in quanto generante un risultato, altrimenti, non avrebbe ragione d’essere. Quindi, non sussisterebbero cause. Il che sta ad indicare che i fenomeni sono privi d’esistenza indipendente od autonoma.

Ne deriva la necessità che, per poter esistere occorre dipendere da un fenomeno. La natura del sorgere dipendente è proprio caratterizzata in termini di cause originanti degli effetti. Altro è il sorgere dipendente visto in modo convenzionale che fa cogliere il fenomeno grazie all’imputazione.

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Colori i quali, comprendendo la vacuità, si basano sulle azioni ed i loro risultati,

sono più che sorprendenti, più che meravigliosi.

Accertiamo la natura ultima dei fenomeni, per cui la causa esprime già il risultato, quindi approfondiamo come i fenomeni esistono: per imputazione nominale o concettuale o convenzionale.

LA COMPRENSIONE DEI FENOMENI SULLA BASE DI UN RAPPORTO DI CAUSA – EFFETTO SI RIVELA D’AUSILIO PER PROMUOVERE L’ETICA SULLA BASE ALL’ADESIONE A NORME DI COMPORTAMENTO CHE PROMUOVONO IL BENESSERE.

Coloro che si muovono in questo senso comprendono la vacuità, il che è veramente meraviglioso. Chi realizza la vacuità, la mancanza d’esistenza intrinseca dei fenomeni comprende in modo completo e raffinato la legge di causa ed effetto, di come i fenomeni sorgono per azioni e risultati, ed anzi di come essi sorgono per imputazione mentale.

Al verso 72 il venerabile Nagarjuna enuncia la necessità di realizzare la vacuità.

Coloro che non conoscono la vacuità non realizzeranno la liberazione.

Questi stupidi continueranno a circolare nella prigione delle sei migrazioni.

Al verso 59 viene enunciata la teoria dei Dodici Anelli d’Esistenza Interdipendente come se fossero un sogno, un’illusione.

Consideriamo l’azione dei dodici anelli del sorgere dipendente,

dall’ignoranza alla morte, essere come un sogno, come un illusione.

Se, allora, l’io è privo d’esistenza intrinseca, come pure lo sono le esperienze, chi compie effettivamente le azioni? Se pure i 12 anelli, dall’ignoranza alla morte, sono come un’illusione?

È L’ORIGINE DELLA SOFFERENZA A PRODURRE IL SAMSARA

Nagarjuna, nella “Saggezza fondamentale” ci spiega che nell’ambito dell’insegnamento sulle Quattro Nobili Verità, è l’origine della sofferenza a produrre il samsara, in altre parole: le afflizioni e gli atti, il karma. Nell’ambito del formarsi dei 12 raggi, che traggono origine dall’ignoranza, alcuni rappresentano la vera sofferenza, altri la sua origine. Dal 1° (l’ignoranza: espressa come una persona vecchia e cieca) al 9° anello (l’attaccamento: illustrato come una scimmia che afferra un frutto) vengono enunciate, a partire dall’ignoranza, le cause della sofferenza. In effetti, l’origine (l’ignoranza) va intesa come causa primaria, cui segue il 2°, le formazioni carmiche (rappresentato come un vasaio che fabbrica vasi), il 3° la coscienza, il divenire (effigiato come una scimmia che si arrampica su e giù da un albero). Gli altri anelli sono il samsara  stesso. Dal 1° al 12° anello viene sviluppato il processo del samsara a partire dell’origine della sofferenza: il karma. Gli altri 7 anelli rappresentano la vera sofferenza del nome e forma (4° anello, raffigurato da un uomo che rema su una barca), fino alla vecchiaia ed alla morte (12° anello, espresso da un uomo che trasporta un cadavere). Quindi, per tornare alle Quattro Nobili Verità, mentre la sofferenza del dolore è senz’altro la più evidente e manifesta, e quella del cambiamento viene spesso percepita addirittura come piacevole, la terza, quella omnipervasiva costituisce il livello più sottile, corrispondente all’acquisizione condizionata dei 5 aggregati contaminati.

Di nuovo parlando dei 12 Anelli, mentre i primi caratterizzano le rinascite e le sofferenze nell’esistenza ciclica, i successivi rappresentano la sperimentazione delle rinascite e della sofferenza. l’origine del samsara.

L’ORIGINE DEI 12 ANELLI È NELLA MENTE ERRONEA CHE DISTORCE LA CONOSCENZA DELLA REALTÀ ULTIMA: L’IGNORANZA CHE, OLTRE CHE DISCONOSCERE LA LEGGE DI CAUSA – EFFETTO, È OSCURATA RISPETTO ALLA COMPRENSIONE DELLA REALTÀ ULTIMA.

La coscienza è rappresentata dal terzo anello. La sua prima istanza proviene dalla sua condizione immediatamente precedente che induce un istante di chiarezza che, a sua volta dà il via ad un’impronta carmica. Nel momento il cui il karma s’insedia nella coscienza, allora questa diviene la premessa per l’instaurazione degli altri 12 anelli.

DALL’ORIGINE DELLA SOFFERENZA SI FORMA IL NOSTRO TRASMIGRARE NELL’ESISTENZA CICLICA.

Qui percepiremo senz’altro la sofferenza del dolore come un disagio spiacevole, mentre, all’inverso, potremmo scambiare come un’apparenza piacevole la sofferenza del cambiamento.

SE INDAGATO, TROVIAMO UN ELEMENTO CONDIVISO SIA DALLA SOFFERENZA DEL DOLORE CHE DA QUELLA DEL CAMBIAMENTO (APPARENTEMENTE PIACEVOLE): È IL KARMA.

Tuttavia, mentre il karma negativo è all’origine della sofferenza del dolore, la sofferenza piacevole, quella del cambiamento deriva dal karma positivo.

Sulla base del 1° anello, l’ignoranza (rappresentato da un vecchio e cieco), si pone il fondamento all’esistenza nel samsara. È questo il modo in cui esiste la varietà del sorgere dipendente, basata su apparenze, in realtà sulla vacuità.

Il germoglio, come il suono d’un tamburo,

viene prodotto dal riunirsi di cause e condizioni;

per noi il sorgere dipendente esterno è come un sogno, come un illusione.

Al verso 64, si spiega che, se da un lato il sorgere dipendente appare, dall’altro, per la sua eliminazione, è necessario far svanire il 1° anello: l’ignoranza.

IL CONCETTO DI SORGERE DIPENDENTE È GIÀ LA VACUITÀ, CORRISPONDENTE ALLA COMPRENSIONE DELLA PRODUZIONE NOMINALE E CONCETTUALE E PRIVA D’AUTOPRODUZIONE DELLA REALTÀ.

Pertanto, il sorgere dipendente diviene come un sogno, un’illusione. Sappiamo dal porre gli atti, ovvero le impronte carmiche, ne deriverà un effetto. Dal momento che la mente risulta afflitta dall’ignoranza, questa induce la mente a compiere atti che permangono nella coscienza. Gli atti positivi portano a rinascite superiori, in cui sono predominanti le esperienze di felicità. Al contrario, gli atti negativi conducono a rinascite inferiori contraddistinte da esperienze di elevata sofferenza.   Per non rinascere negli stati inferiori di sofferenza occorre eliminarne le cause. Assume perciò elevata importanza, l’assunzione di responsabilità tramite la corretta moralità rendendo gli atti compatibili con la legge di causa – effetto. Uccidere, rubare, l’azione sessuale scorretta, mentire, calunniare, insultare, chiacchierare: per circoscrivere anche le proprie azioni negative verbali consiglio d’utilizzare la pratica del silenzio.

L’abbandono della brama non corrisponde all’astensione dalla semplice attrazione, ma da quell’intensificata propensione che rende l’oggetto appetibile: la brama intensa.

La malevolenza non è solo un disturbo mentale derivante da uno stimolo spiacevole, sgradevole, ma rappresenta la concretizzazione dei processi mentali in uno stato d’avversione.

Diverso è il discorso per quanto concerne le visioni errate, queste dipendono dal sistema filosofico alla base di specifiche fedi.

Mentre, generalmente, troviamo alla base di tutte le fedi, incluse anche quelle teistiche, l’astensione da tutte le altre azioni negative.

Il Buddha ha insegnato che per raggiungere la felicità occorre eliminare ogni tipo di sofferenza, tutti i tre tipi: da quella del dolore, a quella del cambiamento, a quella omnipervasiva.

Nel Lankavatara sutra il Buddha ha insegnato che vi è un veicolo degli umani e dei bodhisattva, indicando il percorso per eliminare ciascun tipo di queste sofferenze.

L’ASSUNZIONE D’UNA CORRETTA MORALITÀ RAPPRESENTA IL VEICOLO CHE CONDUCE ALL’ABBANDONO DELLA SOFFERENZA MANIFESTA.

Mentre il veicolo di Brama costituisce il mezzo per l’abbandono della sofferenza del cambiamento, intesa come l’alternarsi d’esperienze piacevoli e spiacevoli, rispetto alla quale, da parte della mente ci si oppone generando la stabilizzazione meditativa.

Il terzo veicolo è quello degli uditori, condiviso anche da altre fedi religiose, è quello della saggezza che affranca dalla sofferenza omnipervasiva.

È quindi necessario impegnarsi a fondo nella pratica della moralità ed applicarsi negli stadi di concentrazione, come pure negli addestramenti superiori.

Colophon

Questa prima bozza d’appunti, a cura di Luciano Villa, Alessandro Tenzin Villa e Graziella Romania, sui preziosi insegnamenti che Sua Santità il XIV Dalai Lama conferì l’8 dicembre 2007 a Milano, è da ritenersi provvisoria, quindi lacunosa, con possibili errori nonché imperfezioni, anche rilevanti, e non rappresenta affatto una trascrizione letterale delle parole di Sua Santità il Dalai Lama, che espresse direttamente in inglese o tradotte dal tibetano in inglese o in italiano rispettivamente dal Ven. Ghesce Dorji Damdul e da Andrea Cappellari, ma semplicemente un limitato spunto di riflessione.