S.S. Dalai Lama: Insegnamenti Kalachakra Graz 3

Iniziazione al Kalachakra per la Pace nel Mondo Graz 2002

Insegnamenti di Sua Santità il 14° Dalai Lama su: Gli stadi intermedi della Meditazione di Acharya Kamalashila, Le trentasette pratiche del Bodhisattva di Ngulchu Thogme Zangpo, La lampada sul sentiero verso l’illuminazione di Lama Atisha Dipamkarashrijnana.

Appunti, traduzione ed editing del Dott. Luciano Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Terzo giorno, 17 Ottobre 2002

I FRUTTI DELLA BODICITTA

All’inizio, riguardo al processo di generazione della bodhicitta, il signore Maitreya afferma:

Chi arresta il percorso verso l’esistenza negativa,

chi mostra la via verso la più alta condizione di felicità,

e chi distrugge le sofferenze della vecchiaia e della morte;

Rendo omaggio alla bodhicitta!

Come è descritto in questo verso di Maitreya, se possediamo un desiderio per beneficiare gli altri esseri senzienti, o se siamo dotati dell’aspirazione altruistica per realizzare l’illuminazione a favore di tutti gli esseri senzienti, in base alla quale perseguiamo il benessere degli altri esseri senzienti più di quanto non facciamo per noi stessi, di conseguenza, in quella occasione, smetteremo sicuramente di accumulare le azioni non-meritorie, che sono responsabili della rinascita nelle condizioni negative dell’esistenza.

Quando abbiamo la capacità di sviluppare una mente positiva come quello di bodhicitta, che possiamo definire come la forma ultima della mente favorevole, grazie proprio alla generazione di una tal mente, le nostre pratiche virtuose risulteranno naturalmente incrementate, ed è in questo modo che realizzeremo gradualmente una condizione più elevata.

Sviluppando una tal bodhicitta, anche se continuiamo volontariamente a rimanere nel ciclo dell’esistenza con lo scopo d’avvantaggiare tutti gli esseri senzienti, maturiamo un coraggio immenso, come è riferito nel testo denominato i Versi della Devozione al Guru, o Guru Puja, in cui si dice:

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Sviluppando una tal bodhicitta,

maturate un coraggio tanto enorme che,

anche se doveste dimorare per infiniti eoni negli inferni caldi,

o reami degli inferni incessanti, per la salvezza di un solo essere senziente,

non vi scoraggerete, perché sarete mossi da una grande compassione.

Possa io essere in grado di realizzare la perfezione dell’attività o dello sforzo!

In questi versi della Guru Puja si ribadisce che, se avete sviluppato un coraggio così enorme da dedicarvi a beneficiare gli altri esseri senzienti, ed avete completamente trascurato d’occuparvi di voi stessi, grazie al vostro impegno altruistico, riuscirete, comunque, come conseguenza indirettamente risultante, a portare a compimento dei vostri scopi personali. Ed è in questo contesto che i grandi maestri Kadampa del passato asserirono che se possedete la bodhicitta, essa farà sì che accumuliate meriti, essa porterà a compimento i vostri scopi e farà in modo di realizzare i traguardi degli altri esseri senzienti. In questo modo, come causa risultante indiretta, anche i fini personali giungeranno spontaneamente e senza sforzo alla loro realizzazione. Di conseguenza, è ora nostro compito accertarci che la nostra mente sia orientata verso quella mente tanto altruistica, una così elevata mente di bodhicitta, facendo in modo che la nostra mente si familiarizzi completamente con essa. Persino se avete la capacità di sviluppare solamente una frazione delle qualità di questa intenzione altruistica, anche in questo caso possiamo dire che si tratta realmente dell’inizio di una vita felice, di una vita pacifica. E per aver intrapreso una tal pratica, non otterremo mai un momento migliore di quello di cui godiamo oggi, perché attualmente abbiamo ottenuto questa preziosa vita umana, abbiamo incontrato gli insegnamenti sacri e preziosi del Buddha. Avendo a nostra disposizione delle possibilità ed occasioni tanto meravigliose, è importante sviluppare uno sforzo, impegnandoci ripetutamente nel tentativo di lasciare quante più impronte positive possibili, applicandoci a sviluppare una tanto elevata mente altruistica.

LA FAMILIARIZZAZIONE CON I PROCESSI DI VISUALIZZAZIONE E CON GLI OGGETTI DI CONCENTRAZIONE

Per sviluppare un desiderio altruistico così elevato, volto a realizzare l’illuminazione di tutti gli esseri senzienti, dobbiamo familiarizzarci con i vari processi di visualizzazione e con gli oggetti di concentrazione. Di conseguenza, è importante, in primo luogo, arrivare a sviluppare un certo senso di apprezzamento verso lo sviluppo della bodhicitta, in modo da discernere chiaramente i benefici derivanti dalla generazione di una mente tanto elevata. In questo modo sarete capaci di sviluppare un desiderio per acquisire o sviluppare la bodhicitta. Ed è in questo modo che dovremmo ricevere questa mente della bodhicitta.

Di conseguenza, laddove nella thangka dinanzi a voi vedete l’immagine del Buddha, dovreste visualizzare non soltanto l’effigie del Buddha, ma dovreste rendere visibile in voi la presenza reale del Buddha adorno delle caratteristiche e degli attributi maggiori e minori. E’ in questo modo che dovreste immaginare la presenza reale del Buddha davanti voi, come è illustrato nel testo denominato L’elogio all’origine dipendente di Tsongkhapa, in cui si enuncia “Quando rifletto sul discorso eccellente del Buddha e quando ripenso al corpo eccellente del Buddha dotato degli attributi maggiori e minori, il mio cuore si riempie di piacere.” Ed è proprio in questo modo che dovreste ricordarvi le qualità del corpo, della parola e della mente del Buddha, riflettendo che è realmente presente davanti voi come oggetto del rifugio, come testimone, davanti al quale state generando questa mente di bodhicitta. Immaginate, attorno al Buddha, la presenza di grandi maestri, come Nagarjuna.

NAGARJUNA

Nel caso di Nagarjuna, nel dipinto che vedete davanti a voi, è stato espresso con una tonaca a foggia senza maniche, che è proprio inesatta, perché gli abiti ed i vestiti di Nagarjuna dovrebbero essere simili a quelli di qualunque altro monaco e non in questa forma. È una tradizione consueta che Asanga porti una camicia senza maniche, perché è figlio di un re. Mentre nel caso di altri maestri, come Nagarjuna, Aryadeva e così via, dovrebbero essere raffigurati nella forma ordinaria di bhikshu. Ed in termini di anzianità, l’immagine di Nagarjuna dovrebbe essere posta a destra, comunque, in questa particolare rappresentazione dei 17 Maestri di Nalanda, che ho incaricato di disegnare, ho chiesto espressamente di collocare Nagarjuna a sinistra, come rappresentante del profondo lignaggio della visione filosofica. Tuttavia, come ho precedentemente detto, non ho invitato il pittore a raffigurare Nagarjuna con questa blusa senza maniche.

VISUALIZZARE I GRANDI MAESTRI DEL LIGNAGGIO

Dovreste visualizzare questi maestri nell’ordine che trovate scritto nella Richiesta delle Preghiere ai 17 Maestri di Nalanda e nello stesso modo dovreste visualizzare gli altri grandi maestri del lignaggio, come il lignaggio vasto ed il lignaggio della benedizione. Similarmente, quindi, in conformità con la sequenza di sviluppo del Buddha-dharma, dovreste ricordare i grandi maestri del lignaggio che hanno conservato e seguito la tradizione Pali. Quindi riflettete sui grandi maestri Cinesi, dove solo in un secondo tempo si sviluppò la tradizione in sanscrito, ed allora dovreste inoltre prevedere la presenza dei grandi maestri del lignaggio del Tibet, in cui si realizzò la pratica congiunta della traduzione sia dal Pali che dal sanscrito. Nell’ambito della tradizione tibetana o scuola tibetana, dovreste visualizzare tutti i maestri del lignaggio della scuola antica, la scuola Nyingma ed i maestri del lignaggio del Sentiero e del Frutto o tradizione Sakya ed i maestri del lignaggio Kagyü, come Marpa, Milarepa, Dagpo Lhaje e similmente i maestri del lignaggio della nuova trasmissione, di Tsongkhapa e dei suoi due discepoli primari.

In breve, dovreste immaginare la presenza completa di tutti i maestri del lignaggio a partire dal Buddha fino al vostro guru radice, visualizzandoli tutti qui presenti dinanzi a voi, come testimoni del fatto che state ricevendo e sviluppando questa bodhicitta. Ed infatti, quando visualizziamo di fronte a noi questi Buddha e bodhisattva, lo facciamo perché hanno tutti sviluppato bodhicitta, la mente che desidera avvantaggiare gli altri esseri senzienti. Tutte le qualità che troviamo in loro sono il risultato della pratica della bodhicitta.

Similmente, dovreste anche visualizzare la presenza d’infiniti esseri senzienti intorno a voi, percependo che sono identici a voi nel desiderare la felicità e nel rifiutare la sofferenza, sviluppando questa intensa aspirazione: “Voglio in primo luogo io stesso realizzare l’illuminazione per poter quindi aiutare tutti questi esseri senzienti sofferenti nostre madri affinché a loro volta possano realizzare l’illuminazione.” È in questo modo che dovreste sviluppare la bodhicitta.

ACCUMULAZIONE DEI MERITI E PURIFICAZIONE DEGLI ATTI NEGATIVI

Parlando ora della generazione della bodhicitta, dal momento che dovrebbe essere partorita dall’interno della mente di una persona, ne consegue che, nel momento del suo concepimento, se non siete esenti da determinati ostacoli, per esempio se vi sentite depressi o scoraggiati, finite col pensare: “Come posso generare una così grande mente di bodhicitta?” e così via. Allora, similarmente, se difettate di meriti, di conseguenza non potrete generare la bodhicitta, o se avete commesso degli atti molto negativi, questi vi fungeranno da elementi ostruenti, perciò non potrete generare la bodhicitta. Quindi, per purificare o eliminare, o almeno minimizzare l’assenza di meriti e l’accumulazione di atti fortemente negativi, a questo punto rifletteremo sull’accumulazione dei meriti e sulla purificazione degli atti negativi. Questa pratica si effettua normalmente recitando la Preghiera in Sette-Rami, ma qui non ha molto senso recitarla in tibetano, in quanto la maggior parte di voi comprendono solo delle altre lingue. Quindi, senza dover recitare la Preghiera in Sette-Rami, brevemente spiegherò questi sette punti, a partire da come rendere omaggio, dal modo di fare le offerte e così via. Ed è bene che riflettiate con attenzione ed in successione su questi argomenti.

L’OMAGGIO

Appunto per questo, come ho precedentemente illustrato, a questo punto dovreste nuovamente riflettere chiaramente sulle qualità del corpo, della parola e della mente di tutti questi oggetti del rifugio che avete visualizzato davanti a voi. Dovreste pensare in modo particolare alle qualità della bodhicitta convenzionale e di quella ultima, ed in quel momento rendere loro omaggio fisicamente, verbalmente e mentalmente. Rendere omaggio in forma fisica equivale a congiungere le vostre mani, porgere l’omaggio verbale corrisponde alla recitazione delle parole di elogio ed offrire l’omaggio mentale significa riflettere sulle loro qualità.

LE OFFERTE

Dopodiché si fanno le offerte. Che possono essere di due tipi: offerte che possedete e che non possedete. Vale a dire che dovreste mentalmente immaginare tutto quanto di meraviglioso, di amabile, di positivo che trovate in questo mondo e mentalmente visualizzare che state offrendo tutto ciò ai tre Ratna: al Buddha, al Dharma ed al Sangha. Dovreste altresì figurare nella mente le qualità positive che avete realizzato fisicamente, verbalmente e mentalmente, pensate che tutte queste virtù si presentano sotto forma delle eterogenee sostanze d’offerta: per questo motivo porgete l’offerta di queste sostanze agli Oggetti del Rifugio.

LA CONFESSIONE

Terminate le offerte, si procederà nella pratica della confessione. In questo caso dovete considerare gli innumerevoli atti negativi che avete commesso in questa vita e che oggi riuscite a ricordare, ed anche i tanti altri atti negativi che attualmente non potete richiamare alla memoria, perché potreste averli commessi quando eravate ancora bambini, o potreste averli compiuti nelle molte vite passate, che oggi non potete aver presente. Tuttavia, se riflettiamo con attenzione sulla condizione dei comuni esseri non illuminati, come noi, troveremo che siamo motivati sempre dalle emozioni affliggenti e da delusioni, e quel che facciamo più o meno ci porta ad accumulare degli atti negativi. E non soltanto commettiamo queste azioni negative, ma lo facciamo volontariamente e rallegrandoci grandemente nella nostra mente. Quando possiamo, inoltre, esprimere determinati comportamenti negativi, troviamo un certo genere di gratificazione e di soddisfazione in quell’atteggiamento.

Così, è qui importante, di conseguenza, riflettere con attenzione, ricordando tutti gli atti negativi commessi in passato sia quelli che potete aver presente direttamente sia anche quelli che non potete ricordare chiaramente. Dovreste comunque giungere alla conclusione che: “In ogni caso devo aver commesso un numero incalcolabile di atti negativi nel passato.” Ora, nel caso di questi atti negativi, la loro funzione consiste soltanto nel nuocere a me stesso ed agli altri esseri senzienti; queste azioni negative non arrecano affatto alcun beneficio. Così, per questa ragione, dovreste ora capire chiaramente che “Ho commesso un grande errore!”. Di conseguenza dovreste convincervi che “Non commetterò mai tali atti negativi e non permetterò che questi comportamenti negativi vengano espressi dal mio corpo, dalle mie parole e dalla mia mente!”.

LA PURA DISCIPLINA ETICA

Specialmente, nel caso del Sangha ordinato, diventa estremamente importante assumere una pura disciplina etica morale, in modo da non gettare discredito sul profondo insegnamento del Buddha. Anche se non potete contribuire allo sviluppo del Buddha-dharma, è estremamente importante non vilipendere l’insegnamento del Buddha. E’ di molto valore riflettere con attenzione su quest’esigenza: sia quando c’impegniamo in tali pratiche, come la confessione degli atti negativi del passato, sia soprattutto quando riceviamo i voti di monaco o monaca. Anche se pensiamo che “Ora abbiamo ricevuto il voto di monaco o monaca, che fungeranno da base per la rapida accumulazione degli atti positivi e così via”, se, tuttavia, non sarete in grado d’osservare sinceramente e puramente gli impegni ed i precetti presi, allora l’assunzione di questi voti corrisponderà ad incentivare, di fatto, i comportamenti più negativi. Poiché avete espresso un impegno, quando siete nella condizione di non poterlo osservare, vi troverete nella situazione di dover infrangere molte regole, commettendo degli atti ancor più negativi. Diventa, quindi, importante ricordarsi degli insegnamenti, come quelli che troviamo nelle Trentasette Pratiche del Bodhisattva, dove il gran bodhisattva Thogme Zangpo dichiara che: “A meno che non si proceda ad indagare da sé stessi i propri errori, anche se vi presentate sotto l’aspetto d’una persona religiosa, potreste finire col compiere delle pratiche antitetiche alla religione, comunque delle pratiche non conformi all’insegnamento del Dharma. Di conseguenza dovreste sempre rivolgere lo sguardo ai vostri errori e dovreste sempre confessarli e purificarli”.

RALLEGRARSI

L’argomento successivo della pratica consiste nel rallegrarsi. In questa pratica di rallegramento dovreste aver presente chiaramente le grandi qualità inimmaginabili dei Buddha e dei bodhisattva che avete visualizzato davanti a voi. Dalla profondità del vostro cuore dovreste maturare un forte senso di apprezzamento, pensando: “Quanto sono piacevoli, quanto sono vantaggiose, quanto sono favorevoli queste qualità che sono state sviluppate dal Buddha e dai bodhisattva.” I Buddha ed i bodhisattva hanno realizzato questa condizione tanto meravigliosa della mente, perché, quando si trovavano nella stadio di addestramento, hanno sviluppato la mente di bodhicitta, una mente che desidera beneficiare gli esseri senzienti, e si sono realmente impegnati nella pratica di sviluppare le sei perfezioni e, di conseguenza, hanno o hanno già conseguito l’illuminazione, o sono abbastanza vicino a realizzarla.

Ed allora dovreste anche voi rallegrarvi delle qualità sviluppate dagli esseri senzienti che risiedono all’interno dei sei reami. Questi ultimi sono tuttora ghermiti dal ciclo dell’esistenza e la loro vita risulta alquanto penosa, si trovano in una situazione difficile. Scopriamo, tuttavia, degli esseri senzienti impegnati ad accumulare vari tipi di pratiche virtuose, il che può risultare abbastanza stupefacente, perché anche se sono oberati da tanti tipi di problemi e di sofferenze, riescono a sviluppare la forza per generare determinate qualità virtuose, un fatto davvero straordinario. Dobbiamo perciò rallegrarci di loro ed apprezzare quelle qualità positive, anziché maturare gelosia o competitività.

Similarmente, nel vostro singolo caso, anche voi dovreste comprendere e dovreste rendervi conto che attualmente avete ottenuto questa preziosa vita umana, perché avete conseguito i frutti degli atti virtuosi del passato e perfino ora potete sviluppare determinate qualità virtuose, il che è proprio meraviglioso e dovreste mostrare apprezzamento, rinforzando ulteriormente il vostro impegno.

INVITARE I BUDDHA A DARE GLI INSEGNAMENTI

I due argomenti successivi consistono nell’invitare i Buddha a girare la ruota della dottrina o a dare gli insegnamenti, ed a non lasciare il corpo. Queste due pratiche sono spiegate in termini del corpo supremo emanato dal Buddha. Nel caso dell’emanazione suprema del Buddha, la invitiamo a comparire continuamente in questo mondo ed a continuare ad offrire gli insegnamenti del Dharma, chiedendole inoltre di non lasciare il corpo.

LA DEDICA

Il settimo ramo consiste quindi nella dedica. Questo atto sta a significare che dovreste in questo momento dedicare tutti gli atti virtuosi che avete compiuto, non soltanto per realizzare la più alta rinascita, o per conseguire semplicemente la liberazione, ma, sforzandovi di ricordare lucidamente tutte queste qualità virtuose, le dedicherete alla realizzazione dell’illuminazione per tutti gli esseri senzienti. In altre parole dovreste pensare: “Possano queste virtù che ho acquistato, trasformarsi nella causa per alleviare le sofferenze provvisorie e durature di tutti gli esseri senzienti.”

Ammiriamo le qualità di Buddha e dei bodhisattva che abbiamo visualizzato dinanzi a noi stessi. Perché li ammiriamo? Le ammiriamo perché possiedono la bodhicitta, possiedono questo desiderio altruistico per realizzare l’illuminazione per tutti gli esseri senzienti. In questo momento, se questo è il caso, è molto importante ed utile impegnarci nel tentativo di realizzare o generare questo desiderio tanto altruistico, in altre parole, la bodhicitta. Lo scopo di generare un desiderio tanto elevato non è finalizzato al guadagno o alla felicità personale, ma è indirizzato ad aiutare tutti gli esseri senzienti a realizzare l’illuminazione.

In questo modo, risulta perciò estremamente importante intraprendere uno sforzo organizzato per sviluppare la bodhicitta. Anche se si trattasse d’una sola parola connessa alla pratica di bodhicitta, dovreste ripetere quella parola, familiarizzando la vostra mente con quegli insegnamenti, con quelle espressioni che sono messe in relazione con lo sviluppo della bodhicitta, ed è in questo modo che dovreste coltivare questo desiderio altruistico per realizzare l’illuminazione per essere di beneficio a tutti gli esseri senzienti.

[Offerta del Mandala]

Ciò completa la pratica e la visualizzazione della Pratica in Sette Rami. Riguardo alla generazione presente della bodhicitta, come ho in precedenza illustrato, è importante familiarizzare sistematicamente la vostra mente alle funzioni ed agli oggetti della bodhicitta. In questo caso è utile ricordare il verso dal Bodhicharyavatara, dove si dice che “Tutta la felicità che vediamo in questo mondo è il risultato dell’impegno per il benessere degli altri esseri senzienti e tutte le sofferenze che vediamo in questo mondo sono dovute all’atteggiamento auto-gratificante”.

Non mi si presenta alcuna necessità d’impegnarmi in ulteriori commenti: se percepite chiaramente la differenza fra voi ed il Buddha, potrete vedere chiaramente che il Buddha ha realizzato una condizione tanto perfetta d’illuminazione, perché ha sempre praticato l’altruismo, perché si è sempre preoccupato per il benessere degli altri esseri senzienti, mentre nel nostro caso, non possiamo conseguire nemmeno i nostri scopi individuali, perché siamo sempre guidati dall’atteggiamento auto-gratificante.

PERCHÉ CI TROVIAMO IN QUESTO STATO?

Nel nostra affannosa ricerca quotidiana, desideriamo essere potenti, abbiamo voglia di sentirci forti, bramiamo essere ricchi, e, perfino quando sogniamo, pensiamo sempre a tutte quelle situazioni che arrecano un certo genere di piacere provvisorio e di rinforzo alla nostra mente. Il che mostra chiaramente quanto siamo fortemente influenzati dalla mente dell’auto-attaccamento. Tale genere di atteggiamento auto-gratificante è presente non soltanto fra gli esseri umani, ma anche fra gli animali. Ora, se le cose stessero proprio così, per questo, qualsiasi cosa avessimo desiderato, dovremmo essere in grado di ottenerla, il che sarebbe meraviglioso. In tutto questo tempo avremmo dovuto completare i nostri diversi intendimenti, senza doverci rammaricare di nulla, in quanto da tempo senza inizio stiamo sempre perseguendo questo atteggiamenti auto-gratificante. Ma, poiché abbiamo tuttavia seguito il percorso errato, dato che l’atteggiamento auto-gratificante rappresenta il percorso erroneo, è proprio a causa di questo motivo che non abbiamo tradotto in realtà le nostre aspirazioni. Ciò può essere sinceramente capito se vagliate onestamente la vostra difficile situazione attuale.

MOTIVATI DAL DESIDERIO DI BENEFICIARE GLI ALTRI ESSERI SENZIENTI

Essendo questo il caso, è giunto il momento di sederci per fare una pausa e così riflettere: “Esiste un altro metodo migliore per potenziare i miei obiettivi, per realizzare il mio scopo, che comporti dei benefici duraturi e la perenne felicità?”. A questo proposito sarà alquanto utile ed assai importante riflettere ed esaminare gli insegnamenti sulla bodhicitta, che non solo ci sono stati tramandati dagli infiniti Buddha e dai bodhisattva del passato, ma che sopratutto furono da questi praticati. Se riflettete con attenzione sulle incommensurabili qualità derivanti dallo sviluppo della bodhicitta, troverete alcune caratteristica stupefacenti. Per esempio se riflettete sulle qualità che vanno dal Buddha fino al vostro maestro spirituale e, similarmente, se osservate alcune qualità positive che vedrete fra i vostri amici di Dharma, che stanno seduti intorno a voi, potrete percepire che possiedono queste svariate qualità positive perché, fondamentalmente, sono motivati dal desiderio di beneficiare gli altri esseri senzienti. In tal modo questo atteggiamento altruistico diventa realmente la fonte di tutte le qualità positive. Più sarete mossi dal desiderio d’avvantaggiare gli altri esseri senzienti, più la vostra mente si rilasserà, più la vostra mente sarà calma e sarà in pace. Di conseguenza, se seguite questo percorso della bodhicitta, insegnato dai Buddha e dai bodhisattva del passato, è indubitabile che vi porterà alla pace ed alla felicità duratura.

Ora come dovremmo fare? Come si configura la mia difficile situazione attuale? Questa dipende dalla consuetudine all’atteggiamento auto-gratificante che ha messo radici fin nel punto più recondito del nostro cuore. Similmente, l’idea erronea della realtà, l’atteggiamento di auto-attaccamento, trovano dimora nella parte più profonda del nostro cuore. In questo modo abbiamo preso rifugio in queste due emozioni molto, molto negative: l’atteggiamento auto-gratificante e l’auto-attaccamento. Ed è proprio a causa del fatto d’aver preso rifugio nell’atteggiamento auto-gratificante e nell’auto-attaccamento che continuiamo ad imbatterci incessantemente in problemi, negli incessanti flussi delle difficoltà, una dopo l’altra. Tanto da farci a volte sembrare d’essere soprafatti da questa sofferenza, che percepiamo, in quanto siamo confinati nell’oscurità della sofferenza e dei problemi.

CONSIDERARE COME NOSTRI NEMICI L’ATTEGGIAMENTO AUTO-GRATIFICANTE E L’AUTO-ATTACCAMENTO

Di conseguenza, è ora il momento, giacché abbiamo trovato questa preziosa vita umana, dato che abbiamo incontrato l’insegnamento del Buddha, questo è il momento di considerare come nostri nemici giurati queste due idee sbagliate: l’atteggiamento auto-gratificante e l’auto-attaccamento. E dovremmo seguire l’esempio meraviglioso dei Buddha e dei bodhisattva, provando perciò a coltivare le qualità di questi ultimi. Se vi comportate in questo modo, state quindi realmente adempiendo lo scopo di un essere umano, che realizza appieno il significato della vita umana. Se seguite un tal percorso, siete di conseguenza una persona realmente intelligente, una persona davvero saggia. Perché la mente protesa al benessere degli altri esseri senzienti è la porta per tutti i tipi di pace e di felicità, mentre l’atteggiamento auto-gratificante è la soglia di tutti i tipi di turbamenti, di sofferenza e di problemi. Attraverso questo genere di riflessioni, a questo punto dovreste sviluppare un certo senso di apprezzamento, di entusiasmo e di piacere verso la generazione della bodhicitta.

ANCHE SE NON SIETE BUDDISTI

Ora qui in questo assemblea, è possibile che ci siano delle altre persone, che non sono buddiste. Fra costoro, potrebbero essercene molti che stanno seguendo l’una o l’altra religione. Se siete cristiani, potete di conseguenza riflettere sulla presenza di Gesù e di Maria e ripensare alle loro qualità positive. Quando un cristiano pensa con grande devozione a Gesù, non lo fa perché Egli è il detentore d’un intenso potere, o perché lo considera come una persona potente, o molto ricca, ma prova tanta adorazione per Lui perché gli trasmette un senso di compassione, perché lo sente come una mente benevola. E, se quindi praticate sinceramente il messaggio d’amore verso Dio, allora dovreste anche amare gli esseri umani vostri pari.

Come il Cristianesimo, così tutte le principali tradizioni religiose del mondo concordano nel trasmettere il messaggio universale di sviluppare l’amore, la compassione, la fratellanza e così via. Di conseguenza, se siete un seguace di qualunque altra religione che non sia il Buddismo, anche nel vostro caso si presentano, inoltre, innumerevoli occasioni per sviluppare e riflettere su queste qualità positive, sul desiderio d’aiutare e di beneficiare gli altri.

E se non avete fiducia o non credete in alcuna religione, anche se siete un ateo convinto, pure in questo caso sarete d’accordo nel promuovere lo sviluppo d’una personalità conforme ai principi morali, improntata alla benevolenza. Proprio per questo motivo, in questo mondo moderno fortemente sviluppato, il Buddha è visto come la quintessenza della compassione, ed in questo modo il Buddha è venerato non soltanto dai suoi seguaci, ma è rispettato da molti non-credenti grazie all’apprezzamento di queste qualità positive. Di conseguenza, anche nel caso di coloro che non credono in alcuna religione particolare, sarebbe abbastanza utile esprimere un certo proponimento, pensando: “Condurrò una vita improntata alla compassione, una vita che non danneggia gli altri esseri senzienti!” Se durante questa sessione riflettete su questo punto, già da ora questo solo pensiero vi genererà un certo senso di pace, di felicità, di tranquillità e di rilassamento nella vostra mente. Ed a causa di questa distensione interiore, grazie alla tranquillità che svilupperete dentro di voi, potrebbe spontaneamente emergere un sorriso sul vostro volto. Ed alla conclusione di questa sessione, quando voi uscirete da questa sala, forse quel sorriso continuerà ad illuminare il vostro volto. Quando, più tardi, tornerete a casa, i vostri famigliari potrebbero chiedervi: “Che cosa ti è successo? Hai ricevuto da qualcuno un dono tanto grande da renderti così felice?”

Ma questa vostra espressione non sarà certo dipesa dal conseguimento d’un omaggio materiale, ma sarà generata dalla vostra tranquillità e dal rilassamento interiore sopraggiunto con questo vostro nuovo atteggiamento.

GENERAZIONE DELLA BODHICITTA ATTRAVERSO LA RECITAZIONE DEI TRE VERSI

Il primo verso esprime la presa del rifugio. Prendete rifugio non soltanto per il vostro benessere e giovamento personale, ma prendete rifugio a favore di tutti gli esseri senzienti.

Quindi, il secondo verso si riferisce alla generazione reale della bodhicitta. Vale a dire che prendete l’impegno di sviluppare la compassione sostenuta dalla saggezza, e non soltanto per voi, ma a favore di tutti gli esseri senzienti: ed è in questo modo che sviluppate la bodhicitta. Proprio in questa sequenza si svolge il vero processo di generazione della bodhicitta.

Ed il terzo verso proviene dal Bodhicharyavatara di Shantideva. Lo recitiamo e vi riflettiamo per stabilizzare la bodhicitta che avete precedentemente sviluppato.

VI OCCORRERÀ MOLTO TEMPO PER SVILUPPARLA

Una volta generata una tanto elevata bodhicitta, diventa ora importante dedicarsi ad esercitarsi continuamente in questa pratica per rinforzare la vostra determinazione a realizzare l’illuminazione. Tuttavia, se, dopo aver qui originato la tanto preziosa bodhicitta, d’ora in avanti sosterrete d’essere un bodhisattva, compireste un grosso errore. Sarebbe oltremodo scorretto. Occorrerà molto tempo per trasformarvi in un vero bodhisattva, in alcuni casi potrebbero essere necessari alcuni eoni. Così, quel che abbiamo fatto oggi, generando la bodhicitta, equivale a procedere sui binari d’una ferrovia: avete appena indirizzato il vostro volto in quella direzione ed avete espresso l’impegno di muovervi in quel senso. Vi occorrerà molto tempo per svilupparla, se tuttavia sosterrete la vostra pratica e v’impegnate continuamente nello sforzo di generarla, allora assumerete gradualmente dei frammenti e dei brandelli delle qualità della bodhicitta.

Qualcuno, di vedute veramente molto corte, potrebbe pensare che ripetendo tre volte questi tre versi di generazione della bodhicitta si possa trasformare di punto in bianco in un bodhisattva ed, intraprendendo un ritiro di tre anni e tre mesi, possa ottenere l’illuminazione. Chi pensa ad un tale genere d’illuminazione automatica, manifesta un chiaro segno di non poter realizzare queste qualità.

Ed è per questo motivo che il grande maestro Atisha, riguardo alla generazione della bodhicitta nell’effigie del sole e della luna (il sole si riferisce alla bodhicitta ultima, mentre la luna simboleggia la bodhicitta convenzionale), disse che, anche se questa pratica vi impegnerà per infiniti eoni, ciò non vi deve importare; e convengo che sia assolutamente vero. Poiché, se riflettete con attenzione, scoprirete che, da tempo senza inizio, non stiamo facendo altro che dedicarci all’atteggiamento auto-gratificante ed all’auto-attaccamento. E, come si presenta la nostra difficile situazione attuale? Che cosa abbiamo realizzato? Non abbiamo ricavato nulla! Così il tempo non è proprio un fattore di cui preoccuparci. Se fate uno sforzo verso la generazione di questa meravigliosa bodhicitta, allora, col passar del tempo, a poco a poco ne svilupperete le qualità, con la conseguenza di rendere la vostra vita espressiva e la vostra esistenza piena di significato.

In effetti, per una persona che segue il percorso del bodhisattva, la cui preghiera fondamentale è, appunto, citando dal Bodhicharyavatara: “Fintantoché rimarrà lo spazio, posso io pure rimanere per dissipare le sofferenze degli esseri senzienti“, per una individuo che esprime una preghiera tanto elevata, la cui mente è caratterizzata da un’altissima energia e da una resistenza incredibile, il tempo non rappresenta alcuna preoccupazione, sopratutto per una essere umano animata da una determinazione tanto enorme. D’altra parte, se rimarrete miopi, finirete col perdere il vostro coraggio mentale. E, quindi, come è esposto nel Bodhicharyavatara e nella Preziosa Ghirlanda, dovremmo considerarci al pari d’uno di quegli elementi come la terra, l’acqua e così via, continuando a sviluppare la tanto nobile bodhicitta, pregando di poter essere di beneficio per tutti gli esseri senzienti.

CAPIRE L’INSEGNAMENTO ED ADDESTRARSI

Proseguiamo ora dagli Stadi della Meditazione di Kamalashila. Devo indicare che, in termini di pratica buddista, è estremamente importante diventare ben esperti dell’insegnamento del Buddha ed, allo stesso tempo, impegnarsi sinceramente e completamente nella pratica. La pratica è estremamente importante, perché quel che qui stiamo studiando non è paragonabile a qualunque altra disciplina accademica, come la storia. La necessità stessa di acquisire una profonda preparazione degli insegnamenti è funzionale alla nostra capacità di poterli collegare al nostro continuo mentale, riuscendo in questo modo a tradurli in pratica. È quindi importante da un lato capire pienamente l’insegnamento e, dall’altro, impegnarsi ad addestrarsi su quanto si ha appreso, su quanto si ha studiato.

ALTEZZA DEI TRONI E QUALITÀ DEI LAMA

E, riguardo ai differenti troni, che vedete sul palco, le loro altezze non dipendono dalle qualità spirituali delle persone cui sono attribuiti, ma sono determinate in base alla gerarchia ed ad un certo genere di condizione vigente nella società tibetana. Il Dalai Lama, in quanto detiene il più alto rango sociale, siede sul trono più elevato, ma le altezze di questi troni non sono rapportate alle realizzazioni spirituali dei loro occupanti.

Nel passato, si diceva che gli eruditi mongoli avevano espresso un’osservazione appropriata affermando che i lama tibetani sono contraddistinti da lunghi nomi, ma da qualità molto corte, mentre i grandi maestri del passato avevano nomi brevi, ma qualità lunghe. Così nel caso del Dalai Lama, ho per di più un nome molto lungo: Jetsun Jampel Ngawang Lobsang Yeshe Tenzin Gyatso.

Naturalmente stiamo divagando. Oltre che questo lungo nome, quando si fa l’offerta di lunga vita al lama assiso su un trono elevato, è costume che i discepoli o coloro che fanno l’offerta di lunga vita, recitino delle meravigliose preghiere che ulteriormente esagerano le qualità del lama. Se, in quelle occasioni, come se non bastasse, il maestro dovesse inarcare le sopracciglia, fingendo o accettando l’attribuzione di quelle qualità, correrebbe persino il rischio di perdere i voti o di giungere a commettere molti atti negativi o di mentire; pertanto occorre realmente porre molta attenzione in quelle occasioni.

LE CAUSE PER SVILUPPARE I REQUISITI PRELIMINARI

Stavo spiegando questi argomenti rispetto alle cause necessarie per realizzare un’adeguata contemplazione, per sviluppare i requisiti preliminari o le cause della comprensione speciale. Tre sono le cause qui accennate come ragioni o requisiti preliminari per sviluppare la comprensione speciale: lo trovate citato a pagina 9 degli Stadi della Meditazione. Sono: il fare affidamento sulle persone sante, il ricercare con determinazione delle istruzioni vaste e l’adeguata contemplazione. Abbiamo brevemente accennato in precedenza ai vantaggi derivanti dal fare affidamento su delle persone sante. Impegnarsi seriamente a trovare delle vaste istruzioni, significa che dovreste diventare esperti di questa disciplina, studiando dei testi importanti.

In questo caso saranno estremamente utili le istruzioni ed i consigli del lama reincarnato altamente qualificato Nyengung Tulku. Egli formula questa appropriata osservazione enunciando che, se vi impegnate nello studio dei vari testi ed insegnamenti, troverete che sono distinguibili in due categorie. La prima consiste nel criterio di presentazione dell’insegnamento, espresso in conformità al processo generale o all’andamento complessivo degli insegnamenti: troviamo un esempio nei sei testi composti da Nagarjuna ed in cinque diversi scritti prodotti da Maitreya. L’insegnamento di questi testi è espresso in conformità al processo ed alle tendenze generali delle fasi del percorso insegnato dal Buddha. Esiste inoltre un altro genere di istruzioni e d’insegnamenti, che vengono trasmessi tenendo presente le particolare necessità della persona cui sono indirizzati. Un esempio di questo tipo di insegnamenti, soprattutto indirizzati a favore delle esigenze d’un singolo specifico individuo, lo ritroviamo nei Poemi di Saraha, o Doha di Saraha. Se seguite il primo di questi due processi di trasmissione delle istruzioni e degli insegnamenti, non correte il rischio d’incorrere in errori. Non c’ è pericolo alcuno di cadere in un percorso errato, perché state praticando un insegnamento che spiega sistematicamente la successione degli stadi del cammino che conduce all’illuminazione. Perciò si tratta d’una via priva di rischi. Non accade la stessa cosa se intendete praticare il secondo genere di istruzioni, finalizzate specialmente ad una persona specifica, in considerazione delle sue particolari necessità. Non è garantito, applicandosi su tali istruzioni essenziali, se riuscirete ad assimilare nell’insieme l’insegnamento completo del Buddha oppure no.

Allora se leggete dagli Stadi della Meditazione, troviamo un paragrafo, che inizia dicendo

Che cosa s’intende per una seria ricerca di vaste istruzioni?

Equivale ad impegnarsi con dedizione

nell’ascolto del significato definitivo ed interpretabile

dei dodici rami degli insegnamenti del Buddha.

Allora riporta una citazione dal Sutra del Chiarimento del Pensiero.

Ora, stiamo qui parlando dei prerequisiti indispensabili per sviluppare la comprensione speciale. Dei due tipi di comprensioni speciali, stiamo qui soprattutto parlando della comprensione speciale trascendentale, di conseguenza intendiamo quindi parlare dei suoi requisiti preliminari. Nel caso della comprensione speciale trascendentale, prima di attuare la comprensione speciale, si dovrebbe realizzare la vacuità. È quindi importante in primo luogo studiare correttamente quei testi che spiegano il significato della talità o della vacuità.

GLI INSEGNAMENTI INTERPRETATIVI ED ULTIMI

E riguardo all’insegnamento del Buddha, dobbiamo distinguerne due tipi: gli insegnamenti interpretativi e gli insegnamenti ultimi. Nel caso dei Vaibashika e dei Sautrantika, non viene fatte questa differenziazione degli insegnamenti del Buddha tra interpretativi ed ultimi, giacché asseriscono che gli insegnamenti del Buddha sono tutti insegnamenti ultimi. Sono le scuole della sola-Mente e la scuola Madhyamika ad esprimere questa classificazione degli insegnamenti del Buddha in interpretativi ed ultimi.

In conformità con la scuola della sola-Mente, gli insegnamenti interpretativi sono quelli che non potete accettare letteralmente, mentre gli insegnamenti ultimi sono quelle istruzioni che potete accogliere letteralmente. Tuttavia, nel caso della scuola Madhyamika di pensiero, il significato degli insegnamenti interpretativi e definitivi è differente. Secondo loro, gli insegnamenti ultimi sono individuabili in quegli insegnamento del Buddha che spiegano direttamente ed esplicitamente la verità ultima come obiettivo principale, mentre gli insegnamenti interpretativi sono riconducibili a quelli che esplicitamente e direttamente spiegano il significato della verità convenzionale. In questo modo la definizione fra l’insegnamento interpretativo ed ultimo è espressa in termini di soggetto.

A questo punto, negli Stadi della Meditazione viene spiegato il terzo fattore o requisito preliminare: la qualità di comprensione speciale che consiste nella adeguata contemplazione. Ed il testo asserisce:

Qual’è il significato della adeguata contemplazione?

Consiste nella corretta acquisizione dei sutra definitivi ed interpretabili.

L’INTEGRAZIONE DEL CALMO DIMORARE CON LA COMPRENSIONE SPECIALE

Il che significa che dovreste sviluppare una comprensione adeguata dell’insegnamento del Buddha in generale e specialmente del significato delle due verità. Occorre riflettere ripetutamente sul loro significato ed, a quel punto, dovreste poter esattamente percepire infine il significato della verità ultima. Ed una volta che avete sviluppato la convinzione verso il significato della verità ultima, allora, focalizzandovi sulla vacuità, potrete intraprendere l’integrazione dello sviluppo della calma dimorante con la comprensione speciale. Ed avendo riflettuto sul significato della vacuità, se rendete la vostra mente stabilmente univoca su di essa, vi trovate nella condizione definita “la ricerca della meditazione attraverso la visione“. Potete anche “ricercare la visione con la meditazione“. Il che vuol dire, in primo luogo, la realizzazione della calma dimorante e, di conseguenza, la ricerca della visione perseguendo quel sentiero. Perciò il punto che qui acquisisce massima importanza consiste nella esatta comprensione del significato di verità ultima.

Dunque, nelle frasi successive si procede ad illustrare il processo della effettiva meditazione. Innanzitutto, dobbiamo premettere che vi sono due tipi di meditazione: una che si realizza durante le sessioni meditative vere e proprie ed un’altra durante le sessioni post-meditative. E riguardo alle sessioni di pratiche post-meditative, come è spiegata alla pagina 9 degli Stadi della Meditazione:

Gli yogi dovrebbero sempre evitare di cibarsi di pesce e di carne,

dovrebbero piuttosto assumere il cibo con moderazione,

evitando gli alimenti non favorevoli alla salute.

Come è qui chiaramente accennato, è bene moderarsi nell’assunzione del cibo, e quindi, anche senza dormire, ci si dovrebbe cimentare nella pratica dello yoga e così via. Tutti questi argomenti sono spiegati negli Stadi della Meditazione.

E riguardo alla effettiva sessione meditativa, dovreste in primo luogo formulare una motivazione adeguata, sareste tenuti quindi a riflettere sulla Pratica in Sette Rami, tramite la quale purificate gli atti negativi, accumulando quelli positivi. Avreste quindi la necessità d’adottare una posizione fisica adeguata, che nel testo viene descritta come quella delle sette inflessioni o posizione di Vairochana. Per questo motivo il testo spiega il processo di sviluppare la mente della calma dimorante. Riguardo all’oggetto di concentrazione della mente della calma dimorante, questo potrebbe identificarsi sia nella verità convenzionale, sia nella verità ultima, sia in un oggetto esterno, che interno. Quest’ultimo potrebbe coincidere con la propria mente, o con i canali, le energie e le gocce all’interno del nostro corpo. Similarmente, se riflettete sui dodici insiemi degli scritti del Buddha, se ricapitolate tutte le dodici scritture del Buddha, focalizzando la vostra mente su quei punti sintetici, realizzate la meditazione della calma dimorante. D’altra parte, se intraprendete uno studio dettagliato sui dodici insiemi delle scritture, realizzate il processo di meditazione della comprensione speciale.

IL SIGNIFICATO DELLA MENTE DEL CALMO DIMORARE

Durante l’effettivo processo di sviluppo della mente della calma dimorante, è molto importante non permettere che la vostra mente resti distratta. In effetti, la parola stessa “calma dimorante” significa “possa la tua mente essere completamente calma rispetto a tutti i tipi di distrazioni esterne ed interne, e possa permanere sull’oggetto scelto in modo univoco”. E’ proprio questo il significato della mente della calma dimorante.

ECCITAMENTO E TORPORE

Quali sono quei fattori negativi che bloccano la meditazione sulla mente della calma dimorante? Essa viene interrotta dalle distrazioni e dal torpore od ottusità. Se sviluppate dell’attaccamento verso degli oggetti esterni, ricordando i piaceri che avete avvertito nel passato e così via, cadete nell’eccitamento, il che è considerato proprio come una forma di distrazione mentale. Un’altra distrazione, un altro ostacolo è dato dall’ottusità mentale o torpore. Quest’ultimo rappresenta un tipo di impedimento abbastanza potente, poiché in quel momento la mente perde acutezza, inoltre, anche se può sembrare focalizzata sull’oggetto, in realtà non lo percepisce con chiarezza, non ha più la necessaria vigilanza, perde la sua intensità e diventa ottusa. Si tratta d’una situazione in cui si corre un gran rischio. Potreste infatti a quel punto pensare che “Sto meditando e mettente a fuoco l’oggetto” anche se non vi è chiarezza. Ed in questo modo, a prima vista, potreste credere che “Sto tuttora facendo una meravigliosa meditazione “, perché non avete perso l’oggetto della meditazione, ma, tuttavia, non avete sviluppato alcuna chiarezza verso l’oggetto, la vostra mente non è fresca, ha perso d’intensità. A causa di ciò, se gradualmente sprofondate nelle forme più sottili di ottusità mentale, allora, in questo modo, potreste per errore scambiare lo sprofondamento mentale con la vera meditazione. Se assumete poi quest’abitudine di restare continuamente in questa condizione di ottusità mentale o di sprofondando mentale, correrete allora un gran rischio, perché in quel caso la vostra mente diventerà gradualmente molto torpida, e la sua acutezza andrà persa.

La distrazione o l’eccitamento mentale sorge, invece, da un eccesso di vivacità della vostra mente, in altre parole quando è troppo attiva, ma in maniera scoordinata, cosicché la mente inizia a distrarsi dall’oggetto. Come ovvio antidoto, dovreste placare questa esagerata esuberanza mentale, facendo sì che riesca a focalizzarsi sull’oggetto, il che rappresenta una delle soluzioni al problema dell’eccitamento mentale.

Il torpore o l’ottusità mentale prende il sopravvento quando l’energia mentale s’affievolisce eccessivamente, perdendo vitalità. In questo caso occorre incrementare l’energia mentale, si deve intensificare il dinamismo della mente. Si può riuscire ad intensificato l’energia mentale riflettendo su un determinato oggetto piacevole, su un qualcosa che arrechi gioia, luce ed illumini la vostra mente.

È perciò importante capire chiaramente la natura della distrazione mentale, la natura dell’eccitamento mentale e la natura del torpore mentale. Dovreste anche essere in grado d’identificarli rapidamente: quando sorgono e quando vi bloccano. In questo modo dovreste assicurarvi che la vostra mente del calmo dimorare, non venga disturbata da queste due ostruzioni negative.

COME REALIZZARE LA MENTE DELLA CALMA DIMORANTE

Riguardo alla maturazione ed alla pratica della mente della calma dimorante, vi sarà possibile svilupparla anche nell’arco di alcuni mesi se la tenete esercitata in modo molto sistematico e molto rigoroso. Lo scopo di sviluppare la mente della calma dimorante è teso allo sviluppo della comprensione speciale. Di conseguenza, non dovreste accontentarvi di riuscire a sviluppare la mente della calma dimorante, anche se vi rendete conto di riuscire in quest’intento. Come abbiamo commentato ieri, lo scopo di sviluppare la mente della calma dimorante è finalizzato ad eliminare le emozioni affliggenti. E queste ultime possono essere eliminate soltanto realizzando la talità, solo sviluppando una comprensione speciale che sviluppa la cognizione esatta della natura della talità, della natura della verità ultima. È per questa ragione importante capire il significato della mancanza del sé della persona e dei fenomeni.

La mancanza del sé della persona e dei fenomeni viene qui spiegata conformemente a quanto illustrato da Kamalashila. Egli fu un discepolo dell’abate Shantarakshita, seguace della scuola di pensiero Svatantrika-Madhyamika. Egli ammise l’esistenza convenzionalmente inerente di tutti i fenomeni, accettando inoltre la presenza degli oggetti esterni. Secondo questa logica, come antidoto alle emozioni affliggenti, va sviluppata la saggezza che realizza la mancanza del sé della persona e, come antidoto per rimuovere le oscurazioni all’illuminazione, occorre sviluppare la saggezza che realizza la mancanza del sé dei fenomeni. Ribadiscono inoltre che la saggezza che realizza la mancanza del sé della persona si rivela più grossolana se rapportata alla saggezza che realizza la mancanza del sé dei fenomeni.

Di conseguenza, in questo testo degli Stadi della Meditazione alla pagina 12, Kamalashila dice:

Gli yogi dovrebbero analizzare nel seguente modo:

non si deve percepire la persona

come disgiunta dai suoi aggregati mentali e fisici,

dagli elementi e dalle energie dei sensi.

Né si dovrebbe vedere la persona della stessa natura degli aggregati

e così via, in quanto questi ultimi sono caratterizzati

dall’entità della molteplicità e dell’impermanenza.

Altri hanno considerato la persona come permanente e singola.

La persona come fenomeno non può esistere

tranne come uno o molti, perché non si trova altro modo di esistere.

Di conseguenza, dobbiamo concludere

che l’asserzione dell’ “Io” e “mio” mondano è un grave errore.

LA CONCEZIONE DELLA PERSONA PER LE SCUOLE NON-BUDDISTE DI PENSIERO

Alcune scuole non-Buddiste di pensiero asseriscono che la persona esiste in modo separato dal corpo, distinto dalla mente. A motivo di quest’affermazione, sostengono che ci dovrebbe essere una persona oltre il corpo fisico, perché quando un nostro “Io” vede un oggetto, a quel punto dite “Io ho visto l’oggetto”, delimitando chiaramente che esiste un “Io” distinto dal corpo. Similarmente, quando parliamo di ricordarci di ciò che avete fatto di mattina, come pure nel caso di coloro che riescono a ricordarsi le vite precedenti, parlando della loro vita nelle vite passate, in tal modo affermano che da queste esperienze possono asserire che esiste una persona a parte o separata dagli aggregati psicofisici. Non è affatto facile per loro configurare con esattezza la persona all’interno degli aggregati psicofisici, perciò sostengono che la persona è un qualcosa completamente differente dagli aggregati psicofisici. Inoltre, affermano che questa persona che è a parte dagli aggregati psicofisici, è un entità permanente, indipendente e priva di parti. Per esempio, dite “quando ero un bambino”, intendendo chiaramente che “ero là quando ero un bambino” e pensate che quello “Io” sia ancora oggi attuale, o direste inoltre “nella mia vita passata”, indicando ancora che eravate là nella vita passata. A partire, perciò, da quei punti d’asserzione, da quei punti di dichiarazione, quelle scuole non-Buddiste di pensiero sostengono che esiste una persona che continuamente viene dalle vite passate e va alle vite prossime e che quella persona è permanente, priva di parti ed indipendente dagli aggregati psicofisici. Comunque, in rapporto alla nostra esperienza reale, se proviamo a trovare una tal persona oltre gli aggregati psicofisici, non riusciamo a trovarla.

Di conseguenza Kamalashila confuta qui chiaramente il punto di vista delle scuole non-Buddiste di pensiero, enunciando che una persona non è considerabile come separata dagli aggregati mentali e psicofisici, dagli elementi, dalla attività dei sensi e così via. Con queste argomentazioni vengono presentate le scuole non-Buddiste di pensiero. Esse affermano, inoltre, che non esiste persona alcuna appartenente alla natura degli aggregati e così via, perché questi ultimi possiedono la caratteristica della molteplicità e della impermanenza. Il che significa che una persona non può essere della natura dei aggregati e così via, perché ci sono tanti tipi differenti di aggregati psicofisici e, se lo fosse, questa affermazione implicherebbe che dovrebbe similmente esserci un numero conforme di “Io” o di persone. In questo modo intendono dire che non esiste la persona della natura degli aggregati e così via, in quanto questi godono della peculiarità di essere innumerevoli ed impermanenti, mentre la persona è una.

Altri, ancora, hanno considerato la persone come permanente e singola.

In questo modo le scuole di pensiero non Buddiste intendono la persona: imputandola come un fenomeno permanente e singolo, asserendo che non appartiene alla stessa natura degli aggregati psicofisici e non è riscontrabile in unicità con gli aggregati psicofisici.

Ed allora infine Kamalashila conferma che dobbiamo concludere che l’asserzione dell’ “Io” e del “mio” mondano sono interamente errati. Come è esposto alla nostra mente ordinaria non illuminata dalle scuole non-Buddiste di pensiero, quando pensiamo alla persona, noi tendiamo a vederla come un possessore e gli aggregati psicofisici come un qualcosa che è posseduto da quella persona, in modo da essere inclini a percepire l’esistenza d’un rapporto di subordinazione fra la persona e gli aggregati psicofisici, in quanto posseduti dalla persona, come il rapporto intercorrente fra il re ed i suoi sudditi, fra il monarca ed i suoi cittadini.

Ed è a causa di tale concezione, come si dice nel Pramanavarttika, che a volte, quando vediamo una persona dalla forma fisica elegante, possiamo essere portati a vagheggiare:”Quanto sarebbe piacevole se potessi cambiare il mio organismo con quel suo tipo di corpo”. In questo modo ci facciamo questo tipo di idea sbagliata della realtà. Ciò indica chiaramente che tendiamo a vedere il corpo e gli aggregati psicofisici come completamente separati, del tutto diversi dal nostro corpo, il che ci porta persino a pensare che sia possibile cambiare il corpo ed altro ancora.

Quel modo di afferrarsi alla visione della persona come un entità permanente, priva di parti e solitaria o indipendente, quel modo d’afferrarsi è appunto denominato l’attaccamento della persona. Ma l’afferrarsi della persona, l’”Io” ed il “mio” sono completamente errati. In effetti rappresentano la causa radice della sofferenza. Perché, come abbiamo capito, non esiste alcuna persona autosufficiente o permanente. Pertanto dobbiamo in questo modo analizzare e percepire come tale concezione è errata, come tale concezione rappresenta un’idea sbagliata.

Come avete visto negli Stadi della Meditazione, esiste una chiara classificazione della mancanza del sé della persona e dei fenomeni. Questo genere di definizione è molto essenziale e molto importante per capire correttamente il significato della realtà ultima.

SECONDO GLI ASCOLTATORI O SHRAVAKAYANA

I testi che si riferiscono agli Ascoltatori o Shravakayana, parlano soprattutto della mancanza del sé della persona. Quando sviluppiamo l’attaccamento e l’odio, come è chiaramente descritto nel Pramanavarttika, questi si sviluppano basandosi sulla concezione dell’”Io”. Nel Pramanavarttika si dice chiaramente che quando sorge questa percezione del sé, di conseguenza sviluppate inoltre la percezione degli altri. Basandovi su questa comprensione, sviluppate l’attaccamento per voi stessi e per quelli che sono con voi, come i vostri amici e parenti. Similmente sviluppate l’odio e la percezione del distacco da coloro che non appartengono al vostro gruppo. Basandovi su questo modo di pensare sviluppate tutti i tipi di difetti e di emozioni negative come l’attaccamento, l’odio e così via. In questo modo dobbiamo percepire come questo genere di auto attaccamento rappresenta la causa radice di tutti i problemi, la causa radice dello sviluppo di tutti i tipi di emozioni affliggenti.

L’IO CONVENZIONALE

Ma questo non significa dire che, in generale, non esiste alcun “Io” a livello convenzionale, perché a livello convenzionale esiste un “Io” nominalmente imputato, che rappresenta la base per avvertire quando siamo danneggiati, quando necessitiamo d’aiuto e di sostegno. Ora, la differenza del grado dell’intensità dell’attaccamento all’ “Io” fa una grande differenza in termini di generazione delle emozioni affliggenti, il che può essere chiaramente capito se riflettete anche ad un livello molto grossolano. Per esempio, anche in un caso molto comune, fra gente molto corrente, quando parliamo di “me” e di ” voi”, di “Io” e degli “altri” e così via, anche in questo modo identifichiamo un “Io”, in quanto esiste una persona. Ma quando parlate di “Io”, nell’ambito di differenti tipi di persone, compare spesso qualcuno che, quando dice “Io”, lo fa con molta arroganza, con molto orgoglio. E, sviluppando questa concezione dell’ “Io”, tende a sfruttare gli altri, tende a denigrare gli altri, a disprezzare gli altri. Mentre, in altri casi, chi pronuncia la parola “Io”, tende a vedere quell’ “Io” come un entità di livello limitato. E, riflettendo in questo modo su quell’ “Io”, sviluppano un certo senso di umiltà. Quando sviluppate un forte senso dell’ego ed un energico, prepotente, attaccamento all’”Io”, quest’atteggiamento finisce per trasformarsi in una fonte dei problemi, diventa la sorgente di sviluppo di tutti i tipi di emozioni affliggenti.

Quando avete un forte ego, un’intensa percezione dell’”Io”, proprio a causa di questo stretto e forte attaccamento all’ “Io”, anche se incontrate dei problemi secondari molto lievi, non riuscirete a tollerarli, vi diventeranno altamente esplosivi e facilmente per qualsiasi quisquiglia vi irriterete considerevolmente. Viceversa, se l’attaccamento all’”Io” risulta meno intenso, se non è così grande, allora non vi preoccuperete molto se gli altri vi elogiano o se vi attaccano. Non sarete, insomma, soggetti a tanti alti e bassi. In questo modo potrete mantenere la calma della mente, la stabilità mentale. Questo argomento è accennato molto chiaramente anche da alcuni medici, quando, in base alle loro evidenze scientifiche, sottolineano, tra l’altro, che quelle persone troppo auto referenziali, che dicono sempre “Io”, il ” mio” e così via, questa persone sono più inclini ad attacchi di cuore. Il che è vero. Perché, quando nutrite un forte attaccamento all’ “Io”, vi trovate in una situazione in cui non potete tollerare persino dei problemi secondari e tendete così ad ingigantire anche delle questioni esigue. Non potendo tollerare nemmeno i più lievi ostacoli, finite per sovraccaricarvi di ogni tipo di problema: sia di tipo fisico che mentale.

COME POSSIAMO RIDURRE IL FORTE ATTACCAMENTO ALL’IO?

Di conseguenza, ora la domanda che dobbiamo porci è: come possiamo ridurre questo forte, fortissimo attaccamento all’”Io”? Per ridurre questa forte e potente inclinazione all’afferrarsi all’”Io”, è importante in primo luogo identificare l’ “Io” a livello nominale e riconoscere quell’afferrarsi all’ “Io” che deve essere eliminata, in altre parole l’ “Io” oggetto della negazione. È importante trovare il modo reale dell’esistenza dell’”Io”, in modo che quando cercate, quando analizzate, quando studiate la realtà ultima dell’ “Io” e quando vedete il modo della percezione di quello “Io”, il modo in cui percepisce un oggetto, come l’”Io” sorge, a quel punto troverete che c’è una grande differenza fra la presenza e l’assenza di tale auto-attaccamento.

Facciamo l’esempio di questo rosario che tengo in mano. Se appartenesse a qualcun’altro e, se da lontano glielo vedessi in mano, potrei pensare: “Sì, ha proprio un bel rosario.” Se, poi, il rosario improvvisamente gli cadesse, allora io potrei aggiungere: “Sì, il rosario gli è caduto in terra”. Ma non mi mostrerei molto preoccupato, perché quell’oggetto non mi appartiene. Immaginiamo che più tardi qualcuno vi offra quel rosario, o che lo acquistiate, ed entri quindi in vostro possesso. Se, quindi, quel rosario vi dovesse cadere di mano, allora potreste mostrarvi molto preoccupati, in quanto potreste pensare che uno dei granelli si sarebbe potuto rompere e così via. Il che indica chiaramente come questa condizione di non potere tollerare che le cose che vi appartengono possano rompersi dipende dal vostro forte senso del sé, dal forte attaccamento al sé.

A causa di questo forte attaccamento al sé, tendiamo a porre delle delimitazioni, come ho evidenziato fin dall’inizio; ed in effetti ho parlato precedentemente su questo argomento. Quando siete in preda a questo forte auto attaccamento, tendete quindi a porre delle barriere tra gli esseri umani, a catalogare delle persone come amiche associandole a voi, ed a considerare viceversa altri come estranei, quindi come individui neutri, ed a classificare altri come vostri nemici. D’altra parte, se potete percepire chiaramente che non esiste quest’”Io” permanente, senza parti, indipendente, autosufficiente, se potete percepirlo chiaramente, e, specialmente, se potete comprendere che “dal momento che possiedo un “Io”, similmente tutte le altre persone ne sono dotate, con la conseguenza che quell’ “Io” che possiedo non è niente di speciale. Pertanto, perché dovrei pensare che il mio “Io” è un qualcosa di speciale, di superiore, a quello degli altri?” Quando sarete in grado di comprendere che il vostro “Io” è del tutto uguale a quello di tutti gli altri, quella percezione contribuirà anche a ridurre il vostro ego. In questo modo dovreste vedere la mancanza del sé della persona.

COMPRENDERE LA MANCANZA DEL SÉ DEI FENOMENI

Riguardo alla mancanza del sé dei fenomeni, come avete appena visto nel caso della persona, che apprezza l’oggetto, caratterizzato dal fatto d’essere privo d’una esistenza inerente o indipendente, allo stesso modo è il caso di quei fenomeni eccetto il sé, come nel caso del rosario che vi ho appena esposto, anch’essi, i fenomeni, come la persona non hanno esistenza inerente, sono privi d’esistenza ultima. Ora, è molto importante sviluppare ulteriormente questo genere di comprensione della mancanza di vera esistenza rispetto agli oggetti goduti dalla persona, perché quando sviluppiamo attaccamento, odio e così via, lo facciamo in rapporto ad un particolare oggetto. Quando vediamo o ci imbattiamo in un oggetto attraente e piacevole, tendiamo a sviluppare attaccamento, mentre quando vediamo un oggetto che ci ispira ripulsa, a noi sgradito, in quel momento siamo inclini a sviluppare l’odio o la rabbia. Di conseguenza, se riuscite a percepire correttamente tutto ciò: come la persona, gli oggetti, anche i fenomeni apprezzati dalla persona siano privi d’una vera esistenza; in questo modo potrete ridurre il vostro attaccamento, potrete minimizzare il vostro odio e le altre emozioni affliggenti.

Per esempio, secondo la scuola filosofica di pensiero della sola-Mente, l’oggetto, come un rosario, e la mente sono sostanzialmente inseparabili, essenzialmente sono una sola entità. E, partendo da questo punto di vista parlano della vacuità, intesa come la mancanza di separazione sostanziale fra il soggetto e l’oggetto. Conseguentemente, quando diciamo che il soggetto e l’oggetto sono sostanzialmente identici, significa che quel che sperimentate, in altre parole l’oggetto su cui si è posata la vostra mente, sostanzialmente non è altro che un’entità riflessa nella vostra mente. Ne consegue che il modo di come vedete le cose, di come vi appaiono, dipende molto dalla vostra prospettiva mentale, dal vostro atteggiamento mentale. La realizzazione della mancanza di separazione sostanziale del soggetto dall’oggetto contribuirà a ridurre il vostro attaccamento, odio ecc. verso l’oggetto. In questo modo potrete percepire che gli oggetti, come gli aggregati psicofisici e così via, non esistono come appaiono alla vostra mente. In questo modo potrete ridurre ed eliminare molte delle concezioni errate, molti pensieri errati o menti improprie che sviluppate in rapporto a questi oggetti esterni.

Alla pagina 12 degli Stadi della meditazione di Kamalashila si legge:

La meditazione sulla mancanza del sé dei fenomeni

dovrebbe essere realizzata anche nel seguente modo:

i fenomeni, in breve, sono inclusi sotto i cinque aggregati,

le dodici fonti della percezione ed i diciotto elementi.

Gli aspetti fisici degli aggregati, le fonti della percezione

e gli elementi sono, in ultima analisi, nient’altro che aspetti della mente.

Perché quando sono frammentati in minuscole particelle,

andando ad esaminare, ad una ad una, la natura di queste impercettibili particelle,

non siamo in grado d’individuarne alcuna identità definita.

In questo modo si presenta la mancanza del sé dei fenomeni conforme alla scuola di pensiero della sola-Mente. Secondo questa scuola di pensiero, non si accetta l’esistenza d’un fenomeno esternamente all’oggetto, come esistente al di fuori dell’oggetto. E, quando parlano della mancanza del sé dei fenomeni, ne distinguono due tipi: la mancanza del sé dei fenomeni che compaiono o attraverso il pensiero concettuale o a livello della coscienza sensoriale, ovvero con un pensiero non-concettuale. Secondo la scuola di pensiero della sola-Mente, anche in assenza d’un oggetto esterno, le cose si manifestano ugualmente alla mente a causa dell’attivazione delle sue impronte. Riguardo a queste ultime, se ne individuano di differenti tipologie: impronte di carattere simile, impronte basate sulle condizioni, espressioni e pensieri, impronte derivate dall’attitudine di auto-attaccamento e, più ancora, delineano quindici tipi differenti di impronte, come il sé, gli altri, il tempo, il numero e così via.

Tutti questi fenomeni che compaiono alla mente sono della stessa sostanza alla mente stessa. Facciamo l’esempio di percepire un rosario attraverso la coscienza visiva, il fatto che questa percepisce o riconosce il rosario come tale, secondo la scuola di pensiero della sola-Mente, dipende dall’attivazione d’impronte dello stesso tipo. E, quando il rosario è visto come un oggetto da cui ne scaturisce l’identificazione di termini e di nomi, secondo questa scuola dipende dall’attivazione d’impronte di precedenti espressioni e pensieri. Il presupposto dell’attivazione dei termini e dei nomi come autonomamente esistenti è dovuto all’attivazione o al risveglio delle impronte dell’afferrarsi al sé.

Tuttavia, in realtà le cose non esistono come appaiono alla mente. Esiste una disparità, una discrepanza fra le apparenze e la realtà.

Così questa percezione di un oggetto come esistente di per sé, sulla base del nome e di imputazioni, non rappresenta altro che l’afferrarsi al sé, che appare in un pensiero concettuale. E la mancanza di esistenza di un tale sé, rappresenta ciò che compare alla mente di saggezza.

La fonte della scuola di pensiero della sola-Mente si ritrova negli stessi Sutra, laddove il Buddha in uno dei suoi testi dice chiaramente che questi tre reami sono soltanto mente, significando che i tre reami sono della stessa sostanza della mente e della stessa natura della mente. Similmente, esistono inoltre delle citazioni da Nagarjuna, dove, in uno dei suoi testi, dice che tutti e quattro gli elementi, e così via, possono essere inclusi nella coscienza. In questo modo, stando, perciò a questa scuola filosofica di pensiero, l’oggetto esterno è confutato. Così, tale genere di confutazione dell’esistenza di un oggetto esterno si rivela inoltre abbastanza utile per la rimozione dell’attaccamento, dell’odio, e così via, verso gli oggetti esterni.

Tuttavia, se studiate la scuola Madhyamika di pensiero, questa così replicherebbe alla scuola di pensiero della sola-Mente: “La vostra presentazione della vacuità come mancanza di sostanziale separazione del soggetto dall’oggetto è meravigliosa, è inoltre molto utile. Tuttavia, rimane il problema d’aver confutato soltanto l’oggetto esterno, mentre, nel caso della mente, tendete ancora ad affermare che ha una vera esistenza, un’esistenza ultima. In questo modo, quindi, quando la mente è soggetta agli alti e bassi, e quando la mente s’imbatte nelle sofferenze, nei problemi e così via, questo attaccamento della mente, caratterizzata da vera esistenza, non contribuirà a ridurre l’entità delle emozioni mentali affliggenti “.

Di conseguenza, è importante percepire che, come gli oggetti dell’impegno della mente non hanno un’esistenza esterna o una vera esistenza, similmente la mente che percepisce la discordanza fra le apparenze e la realtà non ha ugualmente una vera esistenza o indipendente. Ciò è spiegato proprio negli Stadi della Meditazione, dove Kamalashila dice:

In termini di significato ultimo anche la mente non può essere reale.

Come può essere reale la mente

che percepisce soltanto la natura inesatta

della forma fisica, e così via, e le apparenze in aspetti diversificati?

Poiché le forme fisiche, e così via, sono infondate,

e dal momento che anche la mente non esiste in modo disgiunto dalle forme fisiche,

che sono illusorie, ne consegue che anch’essa è ingannevole.

Poiché le forme fisiche, e così via, sono contraddistinte da aspetti diversi,

e le loro identità non sono né una né molteplici,

similmente, poiché la mente non differisce da loro,

anche la sua identità non è né una sola né molteplice.

Di conseguenza, la mente per sua natura è come un’illusione.

È in questo modo, secondo il punto di vista della scuola Madhyamika, che si illustra la mancanza di vera esistenza di tutti i fenomeni, non soltanto degli oggetto, ma anche della mente. E questo punto è ulteriormente spiegato nel testo.

IL SIGNIFICATO DELLA VACUITÀ DELLA VACUITÀ.

Se analizzate la natura della mente, se analizzate la natura della mente trascorsa, la natura della mente imminente o futura, il modo in cui la mente percepisce i differenti aspetti, le varie forme degli oggetti e la caratteristica natura momentanea della mente, se riflettete sul tutto questo, troverete, quindi, che, anche la mente, non possiede una vera esistenza o un’esistenza reale. Possiamo così applicare a tutti i fenomeni, secondo il punto di vista della scuola Madhyamika, questa caratteristica della mancanza di vera esistenza. Perché nella scuola Madhyamika di pensiero si parla di quattro tipi di vacuità, di due tipi di vacuità, di sedici tipi di vacuità e così via. Quando si parla dei sedici tipi di vacuità, si intende la vacuità della vacuità. Il che è riferito non soltanto al caso della verità convenzionale, ovvero dei fenomeni convenzionali, ma anche al caso dei fenomeni ultimi, come la vacuità in sé. Se analizzate, e vi chiedete se la vacuità possiede una sua natura ultima, troverete che nemmeno questo è il caso. Perché, se analizzerete persino la natura della vacuità, troverete che anch’essa è priva d’esistenza inerente. Proprio questo è il significato della vacuità della vacuità.

Ora, se fosse questo il caso, la scuola di pensiero della sola-Mente potrebbe dover trovarsi ad affrontare delle contraddizioni quando s’imbatte in determinate citazioni dal Sutra della Perfezione della Saggezza, dove si parla di tutti i fenomeni come privi d’entità, o vuoti d’entità, o della natura vuota. Ciò è interpretata dalla scuola di pensiero della sola-Mente affermando che, quando il Sutra della Perfezione della Saggezza enuncia che tutti i fenomeni sono privi di una loro propria natura, esprime un insegnamento interpretativo e non un insegnamento ultimo. È un insegnamento interpretativo nel senso che l’espressione “privo di vera natura” potrebbe riferirsi a differenti contesti, a seconda che si alluda ad un fenomeno imputato, o fenomeno altro-dipendente, o ad un fenomeno completamente stabilito. Per quanto riguarda i fenomeni imputati, il fatto di essere privi di natura inerente significa che non possiedono caratteristiche intrinseche. Nel caso dei fenomeni imputati e nel caso dei fenomeni altro-dipendenti, quest’espressione è sinonimo di mancanza di produzione inerente, e, nel caso dei fenomeni completamente imputati, significa che sono privi di esistenza ultima.

Proprio come la scuola di pensiero della sola-Mente accetta tre categorie di fenomeni (quelli imputati, i fenomeni altro-dipendenti ed i fenomeni completamente stabiliti), similmente anche la Madhyamika accetta questi tre tipi di fenomeni. E, quando parliamo dei fenomeni dipendenti, ci si riferisce alle basi, alle fondamenta, mentre, quando parliamo dei fenomeni imputati, ci si riferisce all’oggetto della negazione, e, quando parliamo dei fenomeni completamente stabiliti, intendiamo la realtà ultima, la vacuità.

NON ESISTE FORMA CARATTERIZZATA DA UNA VERA ESISTENZA

Così, fondamentale, sia la scuola di pensiero della sola-Mente che la scuola Madhyamika di pensiero accettano questi tre tipi di fenomeni, ma quando si viene alla spiegazione del significato, esse non si presentano in modo univoco, ma evidenziano differenti punti di vista. In questo modo, secondo la scuola di pensiero della sola-Mente, il pensiero reale e l’intenzione del secondo giro della ruota della dottrina corrisponde a quanto è interpretato dal Samdhinirmochana Sutra. Tuttavia, in conformità con la scuola Madhyamika di pensiero, accettano il Sutra della Perfezione della Saggezza non come insegnamento interpretativo, ma come un insegnamento definitivo. Queste asserzioni vanno comunque comprese nel corrispondente contesto adeguato, nel senso che, quando c’imbattiamo in una espressione come “non c’è forma”, non significa che non esiste la forma nel senso convenzionale, ma s’intende che non esiste forma caratterizzata da un’esistenza inerente o vera.

Quel che è realmente importante da ricordare, e che trovate qui scritto, è che, quando parliamo di meditazione sulla vacuità, è primo di tutto importante valutare ed esaminare: “Che genere di percezione, che genere di pensiero sorge nella vostra mente quando pensate all’ “Io”, quando pensate a voi stessi, quando pensate a voi stessi come persona? Che genere di percezione sviluppate? Dovreste potere capire chiaramente questo concetto basandovi sulla vostra esperienza. Ed allora potrete gradualmente percepire che non esiste alcun “Io” come è osservato dal vostro pensiero ordinario, perché alla vostra mente ordinaria l’”Io” tende a comparire come avente esistenza indipendente e vera, ma, in realtà, non esiste tale esistenza. In questo modo, è proprio con un siffatto genere di comprensione che potrete ridurre ed eliminare il sé che rappresenta la causa radice del samsara.

Ed allora, se continuate la lettura della Lampada sul Sentiero di Atisha, troverete che ci sono dei versi che spiegano i benefici derivanti dalla generazione della calma dimorante, ed anche dei versi che chiariscono le qualità necessarie per sviluppare la calma dimorante, e che illustrano inoltre la necessità di sviluppare l’unione del metodo con la saggezza, e così via. Ma il punto principale, che vorrei qui discutere, corrisponde a quanto spiegato nel verso 47, dove Atisha afferma molto chiaramente che:

La comprensione della vacuità dell’esistenza inerente,

rendendosi conto che gli aggregati, i costituenti

e le fonti non sono prodotti,

equivale alla saggezza.

Questo è il punto principale che vorrei in questo momento discutere. Occorre capacitarsi che, quando osservate gli oggetti fisici o i costituenti o gli elementi e così via, li percepite a livello convenzionale, a livello nominale. Perciò, questo fenomeni sono caratterizzati dal fatto d’essere prodotti, da un origine, dalla disintegrazione e così via. Ma questo genere di produzione e cessazione o di disintegrazione si presenta soltanto al livello convenzionale, solo a livello di designazione mentale. Ma, se osservate dal punto di vista dell’analisi ultima, comprenderete l’assenza di tale produzione, di cessazione, di disintegrazione. Una tal comprensione significa realmente lo sviluppo della saggezza che realizza la vacuità.

Potete sviluppare questo stesso ragionamento riflettendo sul significato del verso dell’omaggio nei Fondamenti della Saggezza di Nagarjuna, dove egli asserisce che qualsiasi fenomeno generato in modo dipendente non ha cessazione, né produzione alcuna, né separazione, né alcun sé e così via. Nagarjuna intende dire che, anche se al livello convenzionale esiste separazione, un sé, la permanenza, l’impermanenza, la produzione, la cessazione, ma, quando esaminate al livello ultimo, non troverete produzione, cessazione e così via, come natura ultima di quel particolare fenomeno. Altrimenti, se questa caratteristica di produzione, cessazione interdipendente dei fenomeni fosse la loro natura ultima, una mente che analizza la realtà ultima di un fenomeno la dovrebbe identificare.

LA CONCEZIONE ULTIMA DELLA VACUITÀ

Così, possiamo quindi dire, per esempio, che, a livello molto convenzionale, sappiamo che un seme produce un germoglio, un seme genera un albero, un fiore e così via. A livello convenzionale prendiamo perciò per assodato che un germoglio è prodotto dal seme, un albero è originato dal seme e così via. Ed, oltre a ciò, non entriamo nei dettagli dicendo: in che istante il germoglio è prodotto dal seme, a che ora, in quale minuto, il seme ed il germoglio sono della stessa natura o di natura differente, quali erano le cause precedenti e così via. Non lo analizziamo in quel modo, ci riteniamo semplicemente soddisfatti ed appagati della natura convenzionale, della realtà convenzionale. Ma se provate ad andare oltre questo atteggiamento convenzionale di essere soddisfatti di quel che compare a livello comune, allora non lo troverete, come è persino chiaramente spiegato nei Fondamenti della Saggezza di Nagarjuna, dove si dice: “Le cose non nascono da sole e neppure da altri, né da entrambi, mai senza una causa e quindi le cose non hanno produzione, e così via.”

Questi ragionamenti risultano ulteriormente elaborati ai versi 47 – 53, specialmente in quest’ultimo verso, il 53, in cui Atisha riassume l’argomento dicendo:

Quindi, qualunque meditazione

sulla mancanza del sé,

in quanto nei fenomeni

non rileva una natura inerente,

equivale alla generazione della saggezza.

In questo modo, quanto espresso nella Lampada sul Sentiero di Atisha rappresenta il punto di vista della scuola di pensiero Madhyamika, anche se uno degli insegnanti di Atisha, Suvarnadvipa o Lama Serlingpa, era un seguace della scuola di pensiero della sola-Mente. Ma, in termini di visione filosofica, Atisha seguì il suo maestro Avadhuti o Rigpe Kujug, che abbracciò il pensiero di Chandrakirti. In questo modo, il punto di vista filosofico che trovate nella Lampada sul Sentiero rappresenta la concezione filosofica di Chandrakirti.

Il pensiero ultimo della visione filosofica di Nagarjuna è spiegato da Buddhapalita, secondo il quale, la concezione ultima della vacuità consiste nel considerare tutto, sia che si tratti d’un fenomeno permanente, o d’un fenomeno impermanente, o una persona o un oggetto o la mente o l’oggetto, tutto come semplicemente designato, nominato, senza esistenza oggettiva o inerente dal loro proprio lato. Giungerete a questa conclusione, sia analizzando la causa o l’effetto, o la natura. In qualsivoglia modo li analizzerete giungerete alla conclusione che sono semplicemente designati e sono privi d’esistenza inerente.

LA LOGICA DELL’ORIGINE DIPENDENTE

Così, in sintesi, questo ragionamento della scuola Madhyamika di pensiero può essere chiaramente afferrato se assimilate la logica dell’origine dipendente, che è spiegata ancor meglio in uno dei testi di Nagarjuna, in cui ribadisce: “Qualsiasi sia la natura dell’origine dipendente, essa è la natura della vacuità, che da sola rappresenta la Via di Mezzo, che da sola è la via della Madhyamika.”

Lo stesso argomento è spiegato nei Quattrocento Versi di Aryadeva, in cui enuncia inoltre: “Quando qualsiasi particolare fenomeno possiede la prerogativa della natura dell’origine dipendente, di conseguenza non può sorgere indipendentemente.” Così, è in conseguenza di questo punto di vista che le cose sono prive d’esistenza inerente. E, similmente, nel commento dei Quattrocento Versi di Chandrakirti, egli inoltre conferma chiaramente quello che qui intendiamo quando parliamo del sé, in questo caso si riferisce ad un modo d’esistenza per niente dipende da altri, è proprio questo il significato del sé. Così, quando parliamo del sé come oggetto della negazione, non stiamo parlando del sé convenzionale, ma intendiamo il sé inesistente, che tuttavia tendiamo a vederlo come un qualcosa che possiede un’esistenza inerente o oggettiva.

LA VACUITÀ COME SIGNIFICATO DELL’ESISTENZA INTERDIPENDENTE

In questo modo, è quindi importante rendersi conto che quando stiamo parlando della vacuità, non attribuiamo a questo termine un significato equivalente al nulla o alla non esistenza. Intendiamo, piuttosto, il significare un’esistenza interdipendente, perché le cose sono interdipendenti, non possiedono un’esistenza che si riveli in modo indipendente, perché la dipendenza e l’indipendenza sono reciprocamente esclusive. È con una tal comprensione che potrete eliminare i due estremi: gli estremi della non esistenza e gli estremi dell’esistenza indipendente o dell’esistenza permanente.

L’argomento intero è di nuovo ricapitolato in uno dei testi dicendo che “In breve, non esiste fenomeno la cui natura non sia dell’origine dipendente e quindi non esiste fenomeno la cui natura non sia vuota.”

TUTTO È DESIGNATO

Ricorderete che all’inizio degli Stadi della Meditazione trovate una breve spiegazione del significato dell’origine dipendente, rivolta soprattutto al senso dei fenomeni condizionati. In quel punto si spiega l’origine dipendente come discendente dal rapporto di causa-effetto. Ma quando qui parliamo, dal punto di vista Madhyamika, della forma più sottile dell’origine interdipendente, in quel momento non stiamo parlando delle origini interdipendenti nel senso del rapporto di causa-effetto, ma nel senso che tutto, sia che si tratti d’un fenomeno permanente o impermanente, tutto è designato da nomi e da termini. E questo modo o senso dell’esistenza è la vera natura di tutti i fenomeni, e quindi si tratta d’una realtà che pervade tutti i fenomeni. Proprio questo è il significato “della mancanza d’entità di tutti i fenomeni” come è esposto nel Sutra della Perfezione della Saggezza. Si tratta della più profonda spiegazione della concezione della vacuità.

In altre parole, quando raggiungerete una così profonda visione della vacuità, cesseranno allora tutti gli attaccamenti più bassi al sé, come è spiegato nelle scuole meno elevate di pensiero, nelle scuole non-Buddiste di pensiero, nelle scuole di pensiero Vaibashika e Sautrantika e come è presentato dalla scuola della sola-Mente di pensiero. Tutti questi auto-attaccamenti non si presenteranno più, come pure le emozioni affliggenti indotte da tali visioni errate. Il che mostra chiaramente che si tratta del punto di vista filosofico più elevato e più profondo, mentre, nel caso della realizzazione della visione della mancanza del sé della persona e dei fenomeni e così via, come è spiegato nelle scuole meno elevate di pensiero, anche se avete raggiunto una comprensione completa di questo punto di vista filosofico tanto elevato, è ancora possibile che sviluppiate una visione errata riguardo a determinati oggetti.

Per esempio, nel caso della scuola di pensiero della sola-Mente, realizzando il loro punto di vista essi potranno arrestare determinate manifestazioni più grossolane derivanti dall’attaccamento al sé della persona e dei fenomeni, ma non potranno bloccare il sorgere dell’afferrarsi alla forma più sottile dell’attaccamento al sé della persona e dei fenomeni, come è spiegato nella scuola Madhyamika di pensiero. Secondo quest’ultima, non esistono differenze in termini di sottigliezza fra la mancanza del sé della persona ed la mancanza del sé dei fenomeni. Queste due classificazioni sono espresse soltanto come differente riferimento dell’oggetto: la vacuità della persona è denominata la mancanza del sé della persona ed la vacuità dei fenomeni, eccetto la persona, è chiamata la mancanza del sé dei fenomeni. Salvo le differenze dal punto di vista di riferimento, eccetto le differenze delle basi, non esiste differenza alcuna in termini di sottigliezza di visione.

Ed a causa delle differenze dal punto di vista filosofico, nelle varie scuole di pensiero derivano inoltre delle diversità in termini di esposizione delle emozioni affliggenti.

Dunque, nel resto dei testi, nella Lampada sul Sentiero, così come negli Stadi della Meditazione di Kamalashila, si dice chiaramente che, se manterrete la vostra meditazione e familiazzerete la mente a questo tanto rilevante processo di meditazione sulla mancanza del sé della persona e dei fenomeni, e così via, allora potrete gradualmente procedere da un livello spirituale ad un altro, verso il cammino della illuminazione.

Per esempio, nella Lampada sul Sentiero questo argomento è puntualizzato al verso 59, dove si dice:

Avendo meditato sulla talità,

dopo aver finalmente raggiunto lo stadio del “calore” e così via,

ed avendo conseguito il livello “molto gioioso” e le altre condizioni,

e, fra poco, la condizione illuminata della buddità.

E per concludere, vorrei riassumere l’argomento citando un rimando a Nagarjuna, dove dice:

Con la virtù accumulata da questa,

possano tutti gli esseri senzienti

conseguire l’accumulazione dei meriti e della saggezza,

ed in questo modo possano tutti quanti riuscire a realizzare

il corpo della verità ed della forma del Buddha.

SVILUPPARE LA BODHICITTA CONVENZIONALE ED ULTIMA

Per riassumere in questo modo l’intero argomento, la pratica più essenziale, che deve stare quindi più a cuore, consiste nello sviluppo di questi due fattori: la bodhicitta convenzionale e la bodhicitta ultima. La maturazione della bodhicitta convenzionale si riferisce alla generazione d’un desiderio altruistico per realizzare l’illuminazione a favore di tutti gli esseri senzienti. Mentre lo produzione della bodhicitta ultima si riferisce allo sviluppo della saggezza che realizza la vacuità, come abbiamo ora discusso riportando le citazioni dagli Stadi della Meditazione e dalla Lampada sul Sentiero. Se assumete questi due argomenti come il punto cruciale e maggiormente importante tra le pratiche, allora potrete direttamente combattere con i due nemici: l’atteggiamento auto-gratificante e la mente dell’auto-attaccamento. Ed è con una tal pratica della bodhicitta convenzionale e della bodhicitta ultima, che riceverete le benedizioni del Buddha e che riceverete le benedizioni del lama ed è in questo modo che si realizza la preghiera di Nagarjuna.

Grazie molte!

Colophon

Questa prima bozza d’appunti, a cura di Luciano Villa e Graziella Romania, sui preziosi insegnamenti offerti da Sua Santità il XIV Dalai Lama in occasione del Kalachakra di Graz dal 15 al 17 ottobre 2002, è da ritenersi provvisoria, quindi lacunosa, con possibili errori nonché imperfezioni, anche rilevanti, e non rappresenta affatto una trascrizione letterale delle parole in inglese di Sua Santità il Dalai Lama, ma semplicemente un limitato spunto di riflessione. Un particolare ringraziamento al Ven. Ghesce Tenzin Darghye Rinpoche, del Private Office di Sua Santità il Dalai Lama, organizzatore del Kalachakra di Graz, ed al Ven. Lakdhor dalla cui traduzione in inglese si è provveduto a quella in italiano.